giovedì 5 novembre 2009

I valori civili non sono quelli del crocifisso



"Comunque non lo leveremo il crocefisso! Possono morire! Il crocefisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche! Possono morire! Possono morire! Loro e quei finti organismi internazionali che non contano nulla!"

Ignazio La Russa, ministro della Difesa, La vita in Diretta, 4 novembre 2009



La sentenza della Corte europea per i diritti dell'uomo che impone all'Italia di togliere i crocifissi dalle aule scolastiche ha scatenato reazioni unanimi tra i politici italiani. Quello che cambia è solo la violenza dei toni e l'ignoranza di chi le ha espresse. Trovo inqualificabile, ad esempio, la sparata del ministro della Difesa Ignazio La Russa (nel video). Il "possono morire" è da dimissioni, in un paese civile.

Il ministro della Difesa, poi, parla di "finti organismi internazionali che non contano nulla", scordando che la Corte è un'emanazione della Convenzione europea del 1950, firmata anche dall'Italia. Per lui, che è ministro della Difesa, ha valore vincolante, proprio come la Convenzione di Ginevra. Anche il disprezzo dei trattati internazionali da parte di un ministro così importante è da dimissioni, in un paese civile.

La ministra dell'Istruzione Gelmini,invece, ha criticato la sentenza con l'argomentazione ufficiale della Chiesa e del Vaticano: "La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi", ha detto. Anche il Consiglio di stato, nel 2006, aveva stabilito che il crocifisso dovesse restare perché rappresenta "i più alti valori civili" riconosciuti anche dalla Costituzione.

Delle due l'una: l'argomento è sbagliato oppure ipocrita. Il crocifisso non rappresenta i nostri valori civili anche perché lo Stato italiano è nato anticlericale. Si è costituito prendendo dei pezzi del proprio territorio a quello pontificio, con le armi, e la battaglia di valori accompagnò quella materiale. Non è un caso che una delle città più laiche (laica, non atea) d'Italia sia Torino, capitale di quello Stato anticlericale.

Fu il dittatore Benito Mussolini, che aveva bisogno di essere riconosciuto come "uomo della provvidenza" (la definizione è vaticana, non mia), a tirare la Chiesa dentro lo Stato, con i patti lateranensi del 1929. Questo non ce lo dovremmo scordare. Oggi la gente comune legge la sentenza della Corte per i diritti umani (non dell'Ue!) come una risposta alle richieste dei musulmani, stile Adel Smith. In realtà si è pronunciata sul ricorso di un'atea dichiarata.

Invece la sentenza della Corte europea è anche anti-islamica, almeno se ci si riferisce all'Islam intergralista di Adel Smith. Si basa infatti sul principio della libertà religiosa e della separazione tra Stato e Chiesa tramite cui questo viene garantito. E affonda le sue radici nel cuore dei valori civili europei: quelli della rivoluzione francese, che fu assolutamente anticlericale. Se ci sono "valori occidentali" e un fondamento dell'identità politica europea sono i diritti umani e civili inventati nel 1789. Io mi riconosco nell'evoluzione di quei valori, non nel cristianesimo.

sabato 31 ottobre 2009

Padri, figli e figlie


La disoccupazione in Italia è più bassa che in Europa: 7,4% contro il 9,7% della zona euro. Bene, si dirà. Se però si vanno a vedere meglio i dati si scopre che in Italia c'è un'enorme differenza tra giovani e adulti. Un ragazzo su quattro, infatti, è disoccupato: tra gli under 24 il 24% è in cerca di lavoro. Una percentuale molto più alta che nel resto d'Europa.

Non solo, numerose ricerche (come quella della Banca d'Italia) hanno dimostrato che nel nostro Paese c'è sempre più differenza tra i salari dei giovani e quelli dei lavoratori anziani. I nostri stipendi medi sembrano più alti perché gli over 50 sono pagati molto più che nel resto d'Europa, soprattutto in confronto con i venti e trentenni, che invece hanno stipendi (e condizioni di lavoro) da fame. Inoltre i loro salari sono destinati a crescere meno di quelli dei loro genitori. I padri stanno meglio dei figli.

Per non parlare delle figlie: quelle sono messe proprio male. La ministra Mara Carfagna forse non se ne è accorta, ma nell'ultimo rapporto del World Economic Forum l'Italia è scesa dal 67° al 72° posto nel mondo nella classifica delle disuguaglianze di genere. L'Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede di poco la Tanzania ed è terzultima in Europa, riassume il Corriere della Sera. Perché?

"A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice su «partecipazione e opportunità nell'economia» (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878".
In questo Paese essere donne giovani conviene molto poco. E la vera differenza, nel lavoro, sarà sempre di più quella tra genitori e figli. La cosa che mi ha colpito, è che questa condizione è forse il minimo comun denominatore degli italiani, "nuovi" o "vecchi" che siano. Ecco cosa scriveva Randa Ghazy, scrittrice ventenne figlia di genitori immigrati dall'Egitto, su Internazionale della scorsa settimana:

"Trovo raccapricciante l’omicidio di Sanaa, la ragazza d’origine marocchina uccisa dal padre perché conviveva con un italiano: è l’ennesima dimostrazione di come le donne siano ancora usate come strumento di ostentazione per uomini desiderosi di difendere il loro onore e la loro virilità. Fatti come questo sono raccapriccianti perché dimostrano un tragico divario culturale tra genitori e figli nei casi di integrazione mancata.

Ci sono, però, anche altre cose che mi fanno arrabbiare. L’11 ottobre un uomo di Osimo, in provincia di Ancona, ha accoltellato la figlia perché si era messa con un albanese. Due anni fa a Monza un direttore di banca in pensione ha sparato al figlio gay perché, a suo dire, era una “persona problematica”. Quindi, perché non analizziamo questi episodi di violenza familiare da un punto di vista sociologico? Perché diventano solo un’occasione per attaccare i musulmani?"



Una riflessione simile - ma dal punto di vista del rapporto tra i generi - era stato fatto da alcune intellettuali come Chiara Volpato, Anne Maas e Angelica Mucchi Faina. Può sembrare strano accostare i dati economici a queste riflessioni sulle violenze. Ma si tratta di fenomeni solo apparentemente diversi: mostrano tutti che in Italia c'è un crescente abisso tra generazioni e generi. Forse dovremmo ricominciare a ripensare tutti a che tipo di Paese stiamo costruendo.

giovedì 29 ottobre 2009

Libia, le violenze taciute sulle donne



Oggi il Corriere della sera intervista una delle profughe soccorse nei giorni scorsi al largo dell'Italia. Era a bordo di una barcarola stipata di 300 persone, una è morta di stenti mentre l'Italia e Malta facevano il tiraemolla su chi doveva soccorrere quei poveracci.

La vicenda di per sé è tragica. Credo che tra qualche decennio i posteri guarderanno a noi come noi guardiamo agli schiavisti o ai nazisti ("Ma come facevano a vivere tranquilli mentre intorno a loro succedevano queste cose?"). Ma se si legge tra le righe lo è ancora di più. Scrive il giornalista del Corriere:

"Dopo aver attraversato il Sudan Marhaout ha raccontato di essere rimasta tre mesi in Libia in attesa dell’imbarco. Ora è rico­verata nel reparto di ginecologia, al ter­zo piano dell’Ospedale di Modica. Con lei altre sette compagne di viaggio: tut­te incinte tra il quarto e l’ottavo mese".
Il giornalista si ferma lì e non scrive o chiede niente. Per pudore? Per distrazione? Penso la prima, perché comunque rileva il particolare. Il punto è: com'è possibile che le donne passate dalla Libia siano tutte incinte? E' un caso? E soprattutto: è una loro scelta?

Io temo di no: sono molte le sopravvissute (come quella nel video sopra) che raccontano di violenze sessuali alle migranti, in particolare in Libia. Dove le violenze sono all'ordine del giorno. Le provano le foto scattate di nascoso dai detenuti. E c'è anche chi, nel XXI secolo, finisce ai lavori forzati. Eppure l'Italia sbandiera i suoi accordi diplomatici con la Libia.

martedì 20 ottobre 2009

Aborto, ecco come funziona davvero la Ru486

L'agenzia del Farmaco (Aifa) ha finalmente approvato la Ru486, altrimenti detta mifegyne, altrimenti detta pillola abortiva. Permette di effettuare le interruzioni volontarie di gravidanza (Igv) senza doversi sottoporre a un intervento chirurgico.

Sulla Ru486 si è aperto uno scontro politico enorme, che ha come reale obiettivo la legge 194 sulle interruzioni volontarie di gravidanza. E sulla pillola abortiva (che molti continuano a scambiare con la pillola del giorno dopo) si è detto tutto e il contrario di tutto. Che potrà essereve venduta in farmacia (non è vero) e usata per l'aborto a domicilio (non è vero). Che è come prendere un'aspirirna (non è vero) ma insieme che è pericolosissima, più dell'aborto chirurgico (non è vero).

Sia chi la bollava come "kill pill" sia chi era favorevole alla sua introduzione, ha avuto tutto l'interesse a tirare i fatti dalla sua parte. Il risultato? Un sacco di malintesti, fraintendimenti, strumentalizzazioni.

Io ho il sospetto che, uno dei motivi dell'opposizione, è che permetterebbe a ogni singolo medico non obiettore di fare molte più Ivg: una volta somministrata le due pillole, la donna non ha bisogno di altre cure, e in caso di problemi si tratta di fornire alla donna "assistenza", cosa a cui nessuno può opporre l'obiezione di coscienza.

Quindi nelle zone in cui la quasi totalità di ginecologi obietta all'aborto, si può aggirare più facilmente il loro blocco - quello che spinge molte donne a fare gli aborti clandestini nelle criniche private, come documentarono tempo fa Le Iene a Napoli.

C'è un'altra cosa che nessuno dice mai: le Igv fatte con la pillola abortiva costano al Sistema sanitario nazionale molto meno di quelle fatte con l'intervento chirurgico. A parità di sicurezza (e se la donna è d'accordo) mi sembra un motivo più che valido per sostenere questo metodo.

Qui di seguito la ginecologa milanese Anna Taglioretti spiega come funziona davvero la Ru 486. L'intervista, pubblicata su City, si intitola non a caso "Pillola abortiva, troppi malintesi". Cliccate sul testo per ingrandirlo.


giovedì 15 ottobre 2009

Pirati



Lo so, finora questo era un blog serio(so). Ma non resisto: è troppo bello.

Fabio Granata: "Da destra dico sì a gay e immigrati"

Ci sono dei minimi comun denominatori di civiltà che dovrebbero essere patrimonio di tutti i partiti politici e di tutta la società. Uno fra questi è il rispetto dei diritti civili, che non sono diritti dei gay, degli immigrati, delle donne. Sono i diritti di tutti, da cui purtroppo certe categorie sono escluse.

In Europa succede così: la destra tedesca, tanto per fare un esempio, è guidata da una donna e da un gay, il leader dei verdi è di origine turca. Ma lo stesso accade in Francia, Olanda, Inghilterra, per non parlare di Svezia e Norvegia. L'Italia invece sembra stare in un altro secolo.

Eppure non tutta la destra italiana è misogina, omofoba, xenofoba: c'è una parte che si vuole europea - anche se non trova spazio, almeno per ora, sui banchi del governo. Si può non essere d'accordo, ma almeno è un'interlocutrice credibile. Qui di seguito l'intervista uscita su City a Fabio Granata, deputato del Pdl ed estensore di una proposta di legge per abbassare i tempi per l'accesso alla cittadinanza italiana, da 10 a 5 anni.


La legge sull'omofobia NON era incostituzionale


Ho già scritto che gli argomenti usati dal centrodestra e da parte del Pd per rigettare la legge sull'Omofobia firmata dall'Onorevole Paola Concia (Pd) erano solo delle bieche scuse. Lo ripete, con ben altri argomenti (anche se un po' in "legalese") un'associazione che si occupa di diritti civili, la Rete Lenford. Sintetizzo per voi il comunicato (che, qui vuole si può leggere integralmente qui di seguito).

Il punto è: che l'orientamento sessuale non può essere messo sullo stesso piano di incesto, pedofilia, zoofilia, necrofilia, che da un punto di vista medico sono "disturbi del comportamento sessuale". E che proteggere le vittime di violenze omofobiche non viola il principio di uguaglianza dando una doppia protezione alle medesime. La protezione, spiega la Rete Lenford, è "semplice", perché il nucleo e il movente dei reati che essi subiscono è quello dell'odio nei confronti delle persone gay, lesbiche, bisessuali o trans. Infine, conclude l'associazione per i diritti civili, l'espressione "orientamento sessuale" compare già nella legislazione penale italiana, e anche questo argomento, non tiene.

La Rete Lenford dimostra che la "pregiudiziale di costituzionalità", una volta per tutte, è solo uno stratagemma per fermare una legge che nessuno aveva la faccia tosta di bloccare apertamente. Invece di dire che questo paese tollera le aggressione a gay e lesbiche, perché in fondo chissenefrega, hanno preferito attarcsi al cavillo. E tutti immediatamente hanno scoperto il valore della "costituzionalità". Strano, perché questa è la stessa camera che ha votato il lodo Alfano, poi dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Alé!


Eccoo il comunicato integrale della Rete Lenford
Ieri, 13 ottobre 2009, la Camera dei Deputati ha votato, approvandola, una pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’UDC contro il testo unificato, concernente l’introduzione della circostanza aggravante inerente all’orientamento o alla discriminazione sessuale.

Accogliendo con un sì l’approvazione della pregiudiziale, la Camera ne ha fatto proprio il contenuto.

Tuttavia le supposte violazioni delle norme costituzionali indicate nella pregiudiziale, che di seguito si specificano, sono inesistenti.

Secondo gli estensori della questione pregiudiziale il progetto di legge introduceva, in violazione dell’art. 3, un trattamento differenziato fondato su un elemento irragionevole, che risiederebbe nel fatto che l’espressione “orientamento sessuale” comprenderebbe “qualunque orientamento, ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera”.

Questa affermazione è del tutto incongruente ed errata.

Infatti, nel suo significato semantico l’espressione “orientamento sessuale” non corrisponde a nessuno dei fenomeni sopra elencati, essendo una condizione personale ascritta e avendo una sua precisa definizione scientifica come attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso una persona del proprio sesso o del sesso opposto.

Neppure nel suo contenuto legislativo, la dizione “orientamento sessuale” può dirsi comprensiva delle sopra menzionate condotte erotiche che invece non sono condizioni personali ascritte, ma vengono fatte rientrare dalla scienza medica nella categoria dei disturbi del comportamento sessuale.

Peraltro, è proprio l’asserita arbitraria assimilazione tra “orientamento sessuale” da un lato, e condotte erotiche quali incesto, pedofilia, zoofilia ecc. dall’altro, che costituisce una disparità di trattamento del tutto irragionevole, e ciò perché, com’è evidente, l’orientamento sessuale è cosa ben diversa dalle predette condotte, che si caratterizzano tutte come indirizzate a specifiche categorie di soggetti che non possono catalogarsi in base all’orientamento sessuale. Così, ad esempio, un pedofilo è tale in virtù dell’età della sua vittima, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia o meno il suo stesso sesso. Analogamente, un necrofilo è tale in virtù del fatto che la sua vittima è morta, cioè, ancora, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia il suo stesso sesso o quello opposto. Inutile dilungarsi sulle altre condotte.

Del resto, l’ordinamento italiano e sovranazionale già sanziona, con norme di natura penale, le condotte sopra elencate, che sono considerate dannose per la vittima, mentre protegge espressamente l’orientamento sessuale, per esempio contro le discriminazioni nei luoghi di lavori o nella definizione dei requisiti per lo status di rifugiato.

Risulta chiara ed evidente la confusione del legislatore, voluta o non voluta resta comunque il dubbio, nell’accomunare una condizione personale a dei comportamenti che nulla hanno in comune, ingenerando in ogni caso, proprio con tale sovrapposizione, una vera e propria discriminazione ai danni delle persone omosessuali.

Secondariamente, nella pregiudiziale approvata si sostiene che “chi subisce violenza, presumibilmente per ragioni di orientamento sessuale, riceverebbe una protezione privilegiata rispetto a chi subisce violenza tout court”.

Questa visione rispecchia proprio il problema che la proposta di legge presumeva di risolvere.

Infatti, la violenza per ragioni di orientamento sessuale non è mera violenza, ma è qualcosa di più o, se si vuole, qualcosa di diverso. In altre parole, nella violenza di stampo sessuale o omofobico la peculiarità di sesso (l’essere donna) o di orientamento sessuale (l’essere omosessuale) della vittima non è neutrale né rispetto al reato, del quale costituisce il fondamento, la motivazione e, in senso tecnico, il movente, né l’autore del reato stesso, che si trova in uno stato soggettivo di odio rispetto alla vittima.

Si vorrebbe far credere, nella mente degli estensori della questione pregiudiziale, che l’elemento soggettivo in capo all’autore del reato (“l’interiorità dell’animo” quale “autentico movente”), sarebbe difficilmente accertabile, e quindi di per sé contrario al principio di uguaglianza, perché irragionevolmente discriminatorio.

A questa visione basta rispondere che il codice penale ben conosce ipotesi di dolo specifico e che le difficoltà di accertamento del reato non possono, da sole, giustificare un rifiuto di tutela da parte del legislatore, che è chiamato, in virtù dei suoi doveri costituzionali, a porre fine alle discriminazioni e non ad alimentarle attraverso considerazioni di ordine pratico che la legge, invece, assegna sempre al giudice perché le risolva nel corso di un procedimento giudiziario, con gli strumenti che il diritto processuale mette a sua disposizione.

Quale ulteriore asserita motivazione di incostituzionalità della proposta di legge, basata sull’art. 25 della Costituzione, ed in particolare sul principio nullum crimen sine lege, mancherebbe una definizione dell’espressione “orientamento sessuale”, mancanza che renderebbe imprecisato l’oggetto dell’aggravante.

Si tratta, anche qui, di un’opinione del tutto incongruente, per le stesse ragioni evidenziate sopra e in più perché la nozione di orientamento sessuale è già presente nella legislazione penale italiana. Infatti dal combinato disposto degli articoli 10 e 18 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e dall'articolo 38 dello Statuto dei lavoratori risulta una fattispecie penale tra i cui elementi vi è proprio l'orientamento sessuale.

Infine, Avvocatura per i diritti LGBT si dichiara estremamente rammaricata dal fatto che è stata sollevata una questione pregiudiziale che, lungi dal dare seguito ai dubbi sollevati nella I Commissione permanente della Camera dei Deputati, ha invece inteso uccidere sul nascere qualsiasi dibattito in Aula, impedendo la discussione sulla proposta di legge presentata dall’On. Concia.

Avvocatura per i diritti LGBT, in conclusione, evidenzia che le censure di incostituzionalità sollevate dagli estensori della pregiudiziale risultano, a seguito di analisi, in realtà del tutto inesistenti e sembrano esprimere invece, surrettiziamente, la scelta politica degli estensori di impedire che il problema dell’omofobia sia affrontato anche attraverso l’introduzione di una tutela di legge penale.

Roma, 14 ottobre 2009.

AVVOCATURA PER I DIRITTI LGBT - RETE LENFORD info@retelenford.it

Ps: Ringrazio Anna per la segnalazione.