venerdì 11 febbraio 2011

Voci diverse, una sola manifestazione: "Se non ora, quando?"



La manifestazione del 13 febbraio per la dignità delle donne ha suscitato molte reazioni, spesso contrastanti. Molte femministe D.o.c.g. l'hanno criticata in nome dell'autolesionista pratica della rottura del capello in quattro. Che dire? In linea di principio hanno anche ragione, ma dimenticano che quei principi a cui si appellano oggi non valgono per moltissime donne, anche a causa del fatto che la loro generazione si è arroccata sulle battaglie per la divisione del capello e nel frattempo non si è accorta che il mondo tornava indietro di 40 anni.

Penso che invece la manifestazione di domenica prossima "Se non ora, quando", sia un'occasione fondamentale per ritrovare la più grande e più sprecata pratica del femminismo: la condivisione di obiettivi politici tra donne di diverse condizioni sociali e orizzonti culturali, ma che riguardano tutti. Di seguito l'intevista a City della deputata di Fli Giulia Bongiorno (conosciuta anche come l'avvocata di Giulio Andreotti). Qui, invece, l'appello dei collettivi di "Indecorose e libere".

Donne, venite in piazza: è una questione di dignità

Giulia Bongiorno è presidente della Commissione Giustizia alla Camera, deputata di Fli, e una delle sostenitrici di “Se non ora quando”, la manifestazione del 13 febbraio per la dignità delle donne
Perché avete deciso di scendere in piazza?

In Italia si nega che esista un problema legato alla discriminazione delle donne. Ma la realtà dimostra che le donne vengono escluse dai ruoli di potere, o che comunque la percentuale di coloro che riescono ad accedervi è bassissima.
Molti sostengono che con l’inchiesta sul “caso Ruby” si stia violando la privacy del premier: lei cosa ne pensa?
Sono e resto garantista: ogni imputato – e quindi anche Silvio Berlusconi – è innocente fino a prova contraria. Ma il cosiddetto “caso Ruby” rappresenta una ferita a tutte le donne per la situazione in cui sono maturati i reati contestati al premier. E nemmeno il più grande avvocato sarebbe in grado di produrre una prova capace di cancellare certe offese alla dignità femminile.
Un’offesa alle dignità di tutte le donne? Non al massimo di chi partecipa alle sue feste?
Io rispetto la libertà di autodeterminazione di chiunque e non mi sento di affermare che le ragazze che hanno partecipato a quelle feste nelle residenze del premier sono state sfruttate. Chi vuole organizzare festini hard è libero di farlo, purché non danneggi qualcun altro. Ma non è accettabile “premiare” qualcuno e mandarlo avanti – magari assegnandogli incarichi pubblici – per il solo fatto che si è prestato al bunga bunga o perché è particolarmente attraente.
Il problema quindi è che Berlusconi è il premier e la partecipazione a quelle feste dà dei benefici “pubblici”…
Non cambia nulla se chi organizza queste feste è un uomo o una donna, non è il genere sessuale che importa. Quello che importa è che una simile condotta sconvolge il sistema dei valori e svilisce l’impegno. Senza dimenticare che la gente è comunque portata a seguire l’esempio dei potenti: chi riveste ruoli di potere dovrebbe essere consapevole delle proprie responsabilità.
Secondo molti l’Italia deve affrontare questioni più urgenti e importanti della dignità delle donne: lei cosa ne pensa?
Cosa ci può essere di più importante della dignità di oltre metà della popolazione italiana? La verità è che si nega l’esistenza di un problema legato alla dignità delle donne perché si ha paura che, parlandone, le donne possano prenderne coscienza. Se ci fosse maggior consapevolezza, probabilmente le cose andrebbero diversamente e forse non tutti vogliono che questo accada.
Lei ha anche denunciato l’assenza di una politica per le donne da parte del governo Berlusconi: cosa intende?
Io guardo alle priorità annunciate del governo e mai ho sentito pronunciare la parola “donna”, se non in qualche barzelletta di dubbio gusto.
Perché la manifestazione di domenica prossima fa appello soprattutto alle donne?
Le donne devono assolutamente conquistare una parità di fatto e forse potrebbero riuscirci attraverso questa battaglia. È un’urgenza non più rinviabile.
Un’altra obiezione è che la vostra sia una mobilitazione da “femministe moraliste”, mentre le donne che “vendono” il loro corpo per fare carriera fanno una scelta libera.
Credo sia un modo come un altro per tentare di disinnescare il profondo cambiamento culturale e sociale che si profila all’orizzonte. E se si cerca di minimizzarlo è perché lo si teme.
Lei è una donna di destra, ha appena avuto un figlio da sola, ha una carriera brillantissima. È la dimostrazione che un certo modello “tradizionale” della donna è definitivamente superato?
Da questo punto di vista non mi sembra ci siano novità all’orizzonte: anche oggi, la donna deve fare i salti mortali e dare continue dimostrazioni del proprio valore per conquistare determinate posizioni. E poi per mantenerle.
Per ottenere certi risultati le donne devono ancora fare più fatica?
Molta più di quanto non sia richiesto a un uomo. In particolare, conciliare lavoro e famiglia, poi, rimane un’impresa ardua. Tutto questo ha un prezzo altissimo, che molte donne pagano rinviando la maternità o addirittura rinunciandovi. È essenziale non mollare e impegnarsi per un cambiamento: occorre essere sempre più numerose e sempre più convinte.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it


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