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domenica 12 settembre 2010

"Precario della scuola da 25 anni, voglio lavorare"



L'intervista pubblicata su City, a Pietro Di Grusa, uno dei precari della scuola che hanno fatto lo sciopero della fame contro i tagli della ministra Mariastella Gelmini (Cliccate sull'immagine per ingrandire).

Bidello palermitano, precario, Pietro Di Grusa ha perso il posto con i tagli della Gelmini. Il 14 agosto ha iniziato un digiuno di protesta.

Signor Di Grusa, come sta?
Non ho più le flebo, ho lasciato l’ospedale e sono tornato in piazza a protestare.
Ma è ancora in sciopero della fame?
Sono stato quasi 20 giorni senza toccare cibo, poi - dopo che mi hanno ricoverato - ho iniziato a mangiare degli omogeneizzati. Sono stati i miei figli a chiedermelo, mi hanno detto: “meglio un padre povero che un padre morto”.
Ma perché è arrivato a una forma di protesta così estrema?
Perché ormai è l’unico modo per far sentire le nostre ragioni, nessuno ci ascolta e io ero disperato: dopo 25 anni in graduatoria, non mi fanno più lavorare.
Quanto tempo, scusi?
Sono entrato in graduatoria come collaboratore scolastico 25 anni fa: ero il numero 2223. Adesso mi trovo in posizione numero 2985.
È andato addirittura indietro...
Sì! In tutti questi anni ho fatto delle supplenze temporanee, per pochi giorni alla volta. Poi lo scorso anno scolastico, dopo che ho vinto un ricorso, ho avuto l’incarico per 10 mesi.
E poi?
Ho perso il lavoro nel 2009, con i tagli alla scuola della (ministra dell’istruzione Mariastella, ndr) Gelmini. Sono anche sotto sfratto. E il cosiddetto decreto “salva precari” non mi ha salvato per nulla: mi ha dato del punteggio in più, ma non un lavoro. E neppure il diritto all’assegno di disoccupazione speciale. È da agosto dell’anno scorso che non percepisco stipendio.
Ma in tutti questi anni, come ha fatto ad andare avanti?
Come potevo, e intanto aspettavo la famosa graduatoria. È per questo che io non mi sento un precario della scuola, ma un precario del lavoro, in generale.
Cioè?
Ho fatto di tutto: sei mesi in fabbrica, e poi mi rimandavano a casa, perché non c’era più bisogno. Ho lavorato in nero, perché per poco nessuno ti fa il contratto... Ho fatto l’elettricista, il fontaniere (idraulico, ndr.), l’autista... i mestieri che ci sono - ma sempre sei mesi, un anno.
È una situazione difficilissima...
È sempre stato così: un dramma. Al Sud funziona così: i nostri governi e i nostri governanti mantengono la Sicilia in questa situazione, perché il precariato alla politica serve. È un serbatoio di voti.
Lei quanti anni ha?
Ne ho 49, ma c’è gente che ne ha 58, ha fatto tre-quattro anni di supplenze annuali e ora... Con questi tagli della Gelmini, ci ritroviamo tutti in mezzo a una strada.
Vale anche per gli insegnanti e il personale tecnico-amministrativo...
A fare lo sciopero della fame con me c’erano anche Giacomo Russo, Salvo Altadonna e Caterina Altamore. Caterina è una maestra di 37 anni, che ha iniziato a lavorare 14 anni fa, ed è andata anche a Brescia, dalla Sicilia, pur di avere un posto. Che bisogna fare di più? Siamo tutte persone che tengono alla scuola e che l’hanno vista massacrare dai tagli della legge 133 del governo.
Tagli che in tre anni arrivano a 8 miliardi.
Sì: è la distruzione della scuola pubblica. E intanto la vergogna è che per la scuola privata trovano i soldi: un miliardo e mezzo di euro.
Ha iniziato la protesta a Palermo, ora è a Roma: perché?
Abbiamo fatto un presidio di fronte alla Camera,a Montecitorio, perché ci vedano i politici. Domani (oggi per chi legge, ndr.) ci sarà una manifestazione di tutti i precari del nostro settore.
La ministra Gelmini vi ha accusato di essere solo pochi manifestanti politicizzati...
Ci ha detto che noi quattro che abbiamo fatto lo sciopero della fame siamo stai manipolati da qualche partitino. Ma non è vero, io davanti a me non ho mai voluto nessuna bandiera. La mia bandiera è la mia persona e quella dell’Italia.
Cosa chiedete al governo?
Chiediamo alla Gelmini di ripensarci. Di investire nella scuola pubblica, non in quella privata che fa diventare il ricco più ricco.
Ma se non ci fossero stati questi tagli, lei avrebbe lavorato?
Sì, probabilmente sì. Ma io sono venuto qui a Roma, dopo che mi hanno dimesso dall’ospedale, non solo per me, ma per la scuola. Ho raccolto 65 euro, perché io di soldi non ne ho, ho fatto il biglietto e ho messo la mia persona a disposizione.
La ministra dice anche che nella scuola c’erano troppi precari, persone di cui non c’era bisogno, illuse dai precedenti governi.
Non è vero. Abbiamo un bidello a piano, uno ogni 800 alunni. Ci sono maestre che devono fare didattica con 33 alunni e due disabili, spesso senza sostegno: ma come fanno? Così la scuola diventa un campo di concentramento. Lo Stato non si deve permettere di fare tagli nella sanità e nella scuola pubblica: sono due comparti troppo importanti. La scuola è il futuro: senza finisce tutto.
E lei intanto come fa?
Mi ha aiutato la Caritas, mi ha pagato qualche bollettina della luce. Sa, una persona perde di dignità... ma la vergogna non è mia, è di chi ci governa.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it