giovedì 7 ottobre 2010

Figli in provetta, una legge che fa acqua da tutte le parti



Ieri un giudice fiorentino ha chiesto alla Corte costituzionale di verificare se il divieto di effettuare la fecondazione assistita in vitro usando sperma e ovuli donati da terzi non violi i diritti fondamentali delle persone. E' l'ultimo pezzo di una legge che è stata smontata articolo per articolo perché incostituzionale.

Il governo - parente stretto dell'esecutivo (anche quello guidato dal libertino devoto Silvio Berlusconi) che l'ha scritta nel 2004 seguendo i dettami della Chiesa cattolica - accusa ancora una volta i giudici di essere antidemocratici, perché hanno fatto ricorso. L'idea, secondo ministri come Carlo giovanardi, Maurizio Sacconi e sottosegretari come la cattolicissima Eugenia Roccella, è che i giudici stravolgano la volontà popolare.

Su City di oggi è uscita una telegrafica intervista a Vittorio Angiolini, avvocato e professore di Diritto Costituzionale, che spiega invece come il ricorso del giudice di Firenze fa parte del meccanismo democratico per eccellenza - che negli Usa si pratica da due secoli e in Europa è stato rafforzato dopo la seconda guerra mondiale, per impedire che un altro Hitler, come il primo, venga eletto e possa impazzare democraticamente.

Dovrebbe essere ovvio, ma di questi tempi è necessario anche ripetere l'ovvio (cliccate sull'immagine per ingrandirla, oppure leggete di seguito).

“Il giudice ha posto un problema di equità”

Vittorio Angiolini, avvocato è docente di Diritto costituzionale alla Statale di Milano.
Cosa significa il ricorso di Firenze?

Il giudice ha posto un problema di uguaglianza: è giusto escludere dalle cure contro l’infertilità le coppie che, per fare la fecondazione in vitro, hanno bisogno di un seme donato da qualcun altro?
Risponderà la Corte costituzionale.
Ci vorranno mesi. Se la Consulta verificherà che l’esclusione è conforme alla Costituzione, rimarrà tutto uguale. Altrimenti la Corte ha il potere di rimuovere il divieto.
Il governo dice che il ricorso stravolge la volontà democratica.
È un rimprovero incomprensibile. Se la maggioranza dice che tutti devono mettersi maglioni rossi è una decisione “democratica”, ma non legittima. Ecco, la Consulta serve a impedire che la maggioranza possa violare i diritti fondamentali. Tutte le democrazie hanno corti simili.
Elena Tebano

mercoledì 6 ottobre 2010

Sono gay e va bene così

Questo post è stato scritto per il blog de iMille


Tiziano Ferro ha fatto coming out. Tutti sapevano, lo si aspettava da tempo, alla fine lo ha fatto. È una cosa buona: farà bene a lui – un macigno in meno sulla sua esistenza: “Ora sento che davanti a me c'è una vita piena di opportunità”, ha detto a Repubblica –farà bene a noi. Gli esempi sono importanti.

E invece non tutti sono d’accordo. In attesa del prossimo editoriale di Marcello Veneziani, basta fare un giro su facebook. Ecco cosa ha scritto uno dei miei contatti (un tipo intellettuale e di sinistra):

“Siccome la sessualità è un fatto squisita-mente privato, di cui a nessuno dovrebbe fregare un bel nulla al quadro, ma anche alla cornice, Tiziano Ferro ha pensato bene di rendere noti i cazzi suoi privati: si è recato perfino da una penalista di nome. Domanda spontanea: è idiota di suo o simula? E' cosi irrimediabilmente troglodita, o ha semplicemente un ego ipertrofico da colmare?”

Lo riporto qui, insulti compresi, non per accanirmi contro la singola persona, ma perché esprime un luogo comune molto diffuso – anche a sinistra. È la solita tiritera: “Non mi importa di quello che fate a letto, l’importante è che non me lo facciate sapere”. Lo stesso argomento (non sono riuscita a ritrovare l’articolo: mi aiutate?), lo usò Enzo Biagi criticando la prima coppia lesbica italiana che, nel 1998, a Pisa, si è iscritta a un registro delle unioni civili.

E allora lo dico, una volta per tutte: la sessualità non è un fatto privato. Non perché uno debba raccontare cosa gli piace fare a letto (quello lo lasciamo al nostro premier), ma perché l’orientamento sessuale entra nella socialità quotidiana.

Ogni volta che un uomo dice “la mia ragazza”, o “mia moglie”, sta proclamando di essere eterosessuale. Nessuno, però, lo accusa di mettere i suoi panni in piazza. Se un uomo dice “il mio fidanzato” o una donna “la mia compagna”, subito vengono accusati di esibizionismo. Fateci caso, è quasi un riflesso condizionato.

Pretendere che le persone gay e lesbiche non mostrino chi sono è una forma subdola e viscida di omofobia. In questo paese l'omosessualità è ancora repressa, i gay e le lesbiche (anche i trans, ma stiamo parlando di omosessuali) sono discriminati, insultati, persino accoltellati. E se un personaggio pubblico, e amato, dichiara di essere gay è un fatto importante: sfida i pregiudizi e la discriminazione. Dice: “Anch'io ho diritto di esistere”. Rimproverargli quella franchezza significa ribadire che non ce l’ha.

Il mio ‘amico’ di Facebook ha precisato che lui ce l’ha con Tiziano Ferro perché è uno che vive la propria omosessualità “come una colpa” e quindi “alimenta la discriminazione”. Per altro, Ferro ha spiegato che la viveva male, ora non più – ed è diverso. Ma colpevolizzare i gay, accusarli di essere complici della loro discriminazione è una reazione da manuale di psicologia sociale. Come quando si dice: “Non sono io che ce l’ho con gli ebrei, sono loro che vogliono restare diversi, non si comportano come tutti gli altri”.

Tiziano Ferro è nato e cresciuto a Latina, un posto dove la destra ha il 70%. E se qualcuno ha da dirti qualcosa di destra è “frocio”. Tiziano Ferro, a Repubblica, spiega: “La cosa più assurda è che non posso incolpare nessuno: non ho vissuto in un ambiente che nega l'omosessualità, ho fatto tutto da solo, il problema sono sempre stato io”. Forse è vero per il suo ambiente più prossimo, ma non è vero in generale.

Siamo in un Paese in cui, come spiega Ivan Scalfarotto, l’offesa peggiore è “frocio”. Un bambino, qualsiasi bambino, impara che “frocio” è un’offesa prima ancora di sapere cosa significa. Sa, da subito, che è meglio non essere “frocio” – e ci vuole una sicurezza di sé fuori dall’ordinario per non tentare di non esserlo.

Certo, su questo il mio ‘amico’ di facebook ha ragione, meglio non dover passare per questa fase. Nel 2001, l’anno in cui Tiziano Ferro è diventato famoso, Klaus Wowereit è diventato sindaco di Berlino. Quando si è candidato ha detto: “Ich bin schwul – und das ist auch gut so!”. “Sono gay e va bene così”. Punto.

Ma in Italia sono tanti i ragazzi e le ragazze che hanno fatto l’esperienza di Tiziano Ferro: non volere esser gay o lesbiche per paura delle conseguenze. E sapere che lui ha superato tutto questo, e oggi è felice e ha successo, può essere loro solo d’aiuto.

Gli esempi sono importanti. Dopo l’elezione di Barack Obama, gli studenti afroamericani hanno migliorato i loro risultati nei test di ingresso nelle università: solo per il fatto di sapere di poter ottenere di più (“puoi diventare presidente se vuoi!”) hanno iniziato a ottenere di più. Vale per tutti i gruppi subalterni o minoritari. Oggi gli omosessuali italiani sono abituati a considerarsi cittadini di serie b – perché per le istituzioni, che li discriminano, non esistono. Tiziano Ferro ci ha ricordato che i gay e le lesbiche esistono e hanno diritto alla felicità.

"L'università si regge sul lavoro non pagato"




Il governo sta per varare il Ddl Gelmini, una riforma dell'università che stravolgerà la ricerca e la formazione. Ma quasi nessuno sembra preoccuparsene. Silvia Mari, ricercatrice dell'Università Bicocca di Milano, nell'intervista su City racconta la solitaria protesta dei ricercatori.

Silvia Mari è una dei ricercatori della Rete 29 aprile che in questi giorni stanno “bloccando” le università per protesta contro la Riforma Gelmini.

Perché siete entrati in sciopero?
Non siamo in sciopero.
Be’, vi rifiutate di tenere i corsi.
Appunto. I ricercatori, da contratto, fanno ricerca. E non dovrebbero occuparsi della didattica ‘frontale’, ma solo di quella ‘integrativa’. Significa fornire supporto ai professori associati od ordinari, per esempio tenendo le esercitazioni. Ma non essere titolari di corsi propri. Quindi noi non scioperiamo, ci limitiamo ad applicare le regole.
Quanti sono i corsi tenuti da ricercatori?
Il 40%: quasi la metà di tutti gli insegnamenti delle università. La possibilità di usare i ricercatori come docenti era stata introdotta nel 2002, in caso di necessità e solo con il loro consenso. Come vede ha preso un po’ la mano.
Quant’è lo stipendio di un ricercatore?
Appena entrato prende 1.300 euro al mese. Un ricercatore ‘confermato’, che ha superati i 3 anni di prova, ne prende circa 1.800.
E un professore ordinario quanto guadagna?
Lo stipendio di accesso è 3.500 euro al mese. Poi si va su su.
Circa il doppio... ma i corsi dei ricercatori vengono pagati extra?
Raramente. Oggi di fatto l’università si regge sulla nostra manodopera non pagata.
Voi allora chiedete un giusto riconoscimento economico per il vostro lavoro?
Noi siamo i più colpiti dalla Riforma Gelmini, che congela anche gli scatti di anzianità facendoci perdere - nell’arco di una carriera - 150mila euro. In più prevede che i ricercatori a tempo indeterminato spariscano: saranno sostituiti da quelli “a tempo”. Ma la nostra protesta vuole far capire a tutti che il ddl Gelmini è una tragedia per l’intera università: un disastro che soffocherà gli atenei.
Perché?
Tanto per cominciare, la ministra Mariastella Gelmini ha tagliato del 20% il Fondo di finanziamento ordinario, che serve a mantenere le università (dagli stipendi di tutto il personale alla manutenzione delle strutture). Quest’anno è già stato ridotto a 7,200 milioni di euro. Scenderà a 5.700. La Sapienza di Roma, la più grande università d’Europa, quest’anno non avrà i soldi per pagare gli stipendi...
La Sapienza fa parte degli atenei spreconi. E la ministra dice di voler ridurre gli sprechi.
È vero. La Bicocca di Milano, la mia università, fa parte invece degli atenei virtuosi, tanto che per “premio” ha ricevuto fondi in più. E ciononostante quest’anno ce la caviamo solo grazie ai nostri risparmi. Dagli anni prossimi avremo difficoltà a finanziare la gestione normale.
Quale sarà la conseguenza?
Gli atenei saranno costretti a ridurre l’offerta formativa e ad alzare a dismisura le tasse. Una spesa in più per gli studenti, a cui si aggiunge la cancellazione del “diritto allo studio”.
Intende le borse di studio?
Tutto: dagli alloggi gratuiti, alle riduzioni sulla mensa, agli sconti sulle tasse universitarie per gli studenti meritevoli e a basso reddito. Verranno sostituiti dai prestiti di onore, che gli universitari potranno chiedere per pagarsi gli studi. Al posto di ricevere servizi, avranno debiti con le banche...
Non è proprio lo stesso...
No. Il paradosso è che nel ddl il governo trova i soldi per le università private, anche quelle “telematiche”, e per finanziare i collegi universitari privati, che di solito sono religiosi.
Uno dei cavalli di battaglia della ministra sono anche i tagli al personale, che secondo lei è troppo.
Per ogni 5 pensionati, assumerà solo una persona. Ci sarà un ulteriore invecchiamento dell’università: e meno male che bisogna fare spazio ai giovani! Negli atenei europei c’è un professore ogni 15 studenti. In quelle italiane uno ogni 20 se si contano i ricercatori. Se si contano solo i professori, uno ogni 30-40 studenti. E questi sono i dati pre-riforma Gelmini.
Il ddl prevede anche una riforma della struttura delle università. Come?
È uno degli aspetti più pericolosi. Finora c’era il consiglio di amministrazione per la gestione ‘pratica’ degli atenei e il Senato accademico (in cui sono rappresentati professori, ricercatori e studenti) per le decisioni sulla ricerca. Era una garanzia di libertà, senza la quale non c’è conoscenza. La riforma mette tutto in mano al Consiglio di amministrazione, in cui non saranno più rappresentate le varie componenti. Ma in compenso entreranno figure esterne, nominate dall’alto.
Cioè?
Succederà come nelle Asl, dove le nomine dei dirigenti sono “politiche”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ma della riforma non salvate niente?
L’università italiana va migliorata. Ma le riforme non si possono fare a risparmio: necessitano investimenti. Quelli della Gelmini sono solo tagli mascherati.
Eppure a parole tutti dicono di voler investire nella conoscenza.
A parole: i famosi 300 milioni di euro per Alitalia sono stati presi dai fondi per la ricerca. Il paradosso è che le università italiane fanno comunque bene: siamo il 7° Paese al mondo per la produttività scientifica. Ma siamo l’ultimo dell’Occidente per gli investimenti. E questa riforma peggiora di molto le cose. I “cervelli” italiani saranno costretti ancora di più ad andare all’estero. E ci perderemo tutti.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

domenica 3 ottobre 2010

Il miracolo dei rifiuti? Una discarica nel parco




Francesco Paolo Oreste fa il poliziotto a Napoli. Ed è anche consigliere comunale di Boscoreale (con il Pd, che è all'opposizione). In questa intervista a City racconta il paradosso di una discarica pericolosissima, nel Parco naturale del Vesuvio.

Poliziotto e consigliere comunale di Boscoreale, Francesco Paolo Oreste è in prima fila nella lotta contro la discarica aperta dal governo nel Parco naturale del Vesuvio.

Il suo paese, Boscoreale, ha proclamato il lutto cittadino contro l’ampliamento della discarica nel Parco del Vesuvio. Ma secondo il sindaco di Terzigno il premier ha garantito che non si farà...

Conosce il detto napoletano “il gallo sulla monnezza”?
No, sarebbe?
Indica chi sta impettito a pavoneggiarsi, ma comunque sta nello schifo. Ecco, noi di parole ne abbiamo sentite tante e ormai giudichiamo solo dai fatti.
Quali parole?
Si ricorda l’inceneritore di Acerra vantato come la soluzione del caos rifiuti? È chiuso da due giorni e non ha mai funzionato a pieno regime. Il capo della protezione Civile Guido Bertolaso venne qui e ci assicurò che a Terzigno sarebbero finiti solo i rifiuti domestici. Invece sugli atti sta scritto che ci buttano anche rifiuti industriali altamente tossici. Qualche giorno fa hanno fermato un camion con residui radioattivi d’ospedale.
Ma la discarica di Terzigno è in un parco naturale, giusto?
Sì, in un’ex cava di pietra lavica che fu chiusa (facendo perdere il lavoro a un bel po’ di gente) perché deturpava il paesaggio del parco. Evidentemente secondo il governo la discarica è bella...
Come è possibile?
In nome dell’emergenza, il commissario può derogare, cioè ignorare le leggi che creerebbero ostacoli inutili. Questo va bene, ma una cosa è evitare i cavilli, un’altra è tradire lo spirito della legge che garantisce il diritto alla salute.
Nel sito in questione c’era già una discarica che fu chiusa anni fa.
Nel 1994 perché era fuori legge: uno di quei buchi in cui la camorra faceva sparire i rifiuti tossici. E infatti bisognerebbe chiedersi perché, quando si trattava di scegliere nuovi siti per lo smaltimento, Bertolaso ha sempre indicato quello...
Cosa intende dire?
Perché scegliere un luogo controllato dalla camorra? Di certo è che quelle cave, che prima non valevano niente, sono all’improvviso diventate preziosissime.
Per la protezione civile è un posto adatto.
Il governo aveva bisogno far sparire la monnezza in fretta, per dimostrare che aveva fatto il miracolo. Ne ha scelto uno comodo, non uno adatto.
Perché?
La cava è in un parco, a 200 metri da zone abitate, in area sismica. C’è una guaina che separa il percolato (il veleno prodotto dai rifiuti) dal terreno, perché non finisca nella falda acquifera. In teoria dura 20 anni (che già sono pochi), ma con il suolo in continuo movimento, quanto può tenere? E se piove e si riempie di acqua che succede?
Be’, per questo ci sono i controlli.
Sì, peccato che la discarica sia stata militarizzata, grazie alla procedura d’emergenza prevista dal decreto Bertolaso. E gli amministratori non possono entrarci. Non sappiamo davvero cosa succede: finora tutte le nostre richieste ufficiali di informazioni non sono state ascoltate.
Quando le avete fatte?
Le ultime questa estate, dopo che da otto mesi le nostre città erano invase da una puzza tremenda. Una sera è stata vista una nube sulla discarica, il giorno dopo il terreno ha tremato e nei pressi della cava abbiamo trovato crepe nei muri.
Cosa potrebbe essere?
I biogas emessi dalla spazzatura, che creano dei geyser. Non riescono a controllarli e sono pericolosi.
Tutto questo riguarda la discarica che c’è, ma il governo vorrebbe mettercene un’altra...
Sì, quattro volte più grande: la prevede il famoso decreto Bertolaso. Si immagina? Lì intorno ci sono i vigneti della Lacrima Christi. Le albicocche del Vesuvio già non si possono vendere come frutta da tavola. Solo per le conserve, ma così finiscono ovunque e la gente se le mangia senza saperlo. In questa zona negli ultimi anni i tumori al seno sono aumentati del 400%.
In qualche modo il problema rifiuti va risolto, no?
Noi vogliamo risolverlo: Boscoreale fa il 70% di raccolta differenziata. Paghiamo una tassa sui rifiuti più alta perché portiamo l’umido a smaltire in Sicilia dove poi lo rivendono. Ci becchiamo lavoro e spese in più, la discarica e anche i tumori...
La spazzatura che va in discarica di chi è?
Di Napoli e di altri comuni del napoletano. Il decreto dell’emergenza, oltre a riaprire il sito di Terzigno, prevedeva che venissero sciolti i Comuni che non facevano la differenziata. Però questa parte del decreto -chissà perché - non è mai stata applicata.
Nei vostri comuni ci sono state anche proteste violente. Lei le giustifica?
No. Sono due anni che chiediamo dialogo. Ma l’Italia si è accorta di noi solo quando dei facinorosi hanno bruciato i camion della monnezza. Eppure questo danneggia noi: legittima il pungo duro. Venerdì scorso qualcuno ha fatto manganellare i cittadini che stavano facendo un sit-in. La tv ha censurato quelle immagini. Io ho l’impressione che a molti non interessi risolvere i problemi.
Perché?
La differenziata conviene ai cittadini e all’ambiente. Ma c’è una classe dirigente che preferisce il caos, perché così, in nome dell’emergenza, gestisce potere e milioni di euro. Il risultato è che distruggono il territorio: dal punto di vista igienico- sanitario, economico e da quello del senso della democrazia.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it