
Giovanni Minerba ha inventato “Da Sodoma a Hollywood” il primo festival del cinema omosessuale in Italia. Nel giorno in cui si conclude la XXII edizione, ci racconta oltre 30 anni da gay dichiarato.
Come è nato il Festival?
Nel 1982, io e il mio compagno Ottavio Mai, che adesso non c’è più, decidemmo di improvvisarci filmaker. Non ci vedevamo rappresentati nei film che circolavano allora e abbiamo pensato: facciamoli noi. Da lì è nato tutto.
Perché non vi sentivate rappresentati?
A volte succede anche adesso, ma allora tutti i personaggi gay erano negativi: suicidi, sfruttatori di marchette, anziani che cercavano in modo squallido ragazzi giovani. Tutti stereotipi.
Lei negli anni ’70 ha fatto parte del Fuori, il primo gruppo omosessuale italiano. Era più difficile essere dichiarati, allora?
Ho militato nel Fuori dal 1975, prima ho dovuto attraversare dei passaggi. Per quanto mi riguarda, dichiararmi non è certo stato facile. All’inizio mi sono anche sposato per guarire.
Sposato per “guarire”?
Sì, era il 1971, vivevo a Lecce, macellaio figlio di macellai, l’omosessualità non poteva neanche esistere. Si sapeva, si immaginava, c’erano delle situazioni strane con degli amici, nel senso che si faceva sesso, io lo cercavo anche, ma il tutto non si poteva nominare. Lo stesso succedeva in parrocchia, nonostante si sapesse che il prete era omosessuale. Le dico solo che quando ci fu un diverbio, per altri motivi, con una persona del mio paese, lui mi minacciò: “Stai attento, se no dico a tutti che sei gay”. Quando era lui, più grande di me, il primo a esserlo.
E quando ha deciso di cambiare vita?
Nel 1972-73, quando ho capito che non potevo guarire, neppure con lo psichiatra. Passavo le notti a contemplare il soffitto. Poi una mattina mi sono svegliato e ho preso la decisione. La prima a cui l’ho detto è stata mia moglie. E all’inizio è stato difficile. Poi, quando in paese hanno cominciato a circolare le dicerie, che ci separavamo perché la costringevo a fare cose strane, ho preso il treno da Torino, dove nel frattempo abitavamo già, per andare a parlare anche con le nostre famiglie.
L’hanno capita?
Mia madre e quella di mia moglie all’inizio non hanno capito neppure cosa significasse essere omosessuale! Lo ha spiegato, in maniera piuttosto volgare, mio suocero. Ma quella che l’ha presa peggio di tutti è stata una mia sorella. Per anni non mi ha invitato a casa sua. Poi, dopo che è morto mio padre, e grazie anche a mia nipote che ha fatto tanto per riavvicinarci, le cose sono cambiate. E quest’anno ha deciso, per la prima volta, di venire al festival. È andata bene.
Oggi per i gay è più facile?
Sì, oggi sono molti meno quelli che per paura, o per mentalità, hanno una doppia vita. Trent’anni fa c’era più angoscia. Eppure è incredibile la realtà in cui siamo ancora nel 2007.
In che senso?
Per alcuni versi mi ritrovo ancora fermo: io sono un cittadino che di sicuro ha solo doveri, i diritti no. A cominciare da dover dare prova che noi gay esistiamo, che la realtà è la realtà. E quando sento la Chiesa paragonare l’omosessualità alla pedofilia e all’incesto... proprio non riesco a starci dentro. E allora cerco di farmelo scivolare addosso e di andare avanti, di rispondere con i miei mezzi, prima di tutto il cinema.
È stata la passione per il cinema a farle conoscere il suo compagno Ottavio Mai?
No, ci siamo conosciuti per caso per strada, il 27 agosto del 1977. Ma è stato l’incontro, quello che ti cambia la vita. Da quel momento lui ha iniziato a entrare in politica più di me, prima nel Fuori, poi nel Partito radicale. E io a fare il cinema. Ci siamo scoperti insieme cineasti, lui di lavoro faceva il tassista.
Come è morto Ottavio?
Nessuno si aspettava quello che è successo... ma la sua morte è stata anche colpa della campagna anti-Aids di quegli anni. Ottavio aveva scoperto di essere sieropositivo nel 1987, ma stava bene. Poi il 10 ottobre del 1992 ha avuto una piccola ischemia, indipendente dalla sua malattia. Durante il day hospital, gli hanno messo in stanza un nostro conoscente che aveva l’Aids inoltrato. L’ha sconvolto vedere una persona che prima era pimpante e brillante, stare così male. “Io dovrò trovarmi in queste condizioni”, diceva. Il fine settimana è tornato in ospedale per degli accertamenti e si è ucciso.
Come ha superato una cosa del genere?
Continuando il lavoro che facevamo insieme: è stato lui a darmi questa grande forza. E le persone che avevo intorno: come il mio attuale compagno, Damiano Andresano. Ci siamo conosciuti la notte del compleanno di Ottavio, circa un mese dopo la sua morte. Per me è significativo, come aver trovato qualche tempo dopo un gatto vicino alla sua tomba: sta ancora con me, come voleva lui, e l’ho battezzato Mario, lo stesso nome con cui chiamavano Ottavio in famiglia.
Elena Tebano
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