lunedì 21 marzo 2011

Giovanni Minerba, "Quando i gay non esistevano"

Ho finalmente ritrovato l'intervista Giovanni Minerba, direttore del TORINO GLBT FILM FESTIVAL, uscita su City nel 2007. Ve la ripropongo qui.

Giovanni Minerba ha inventato “Da Sodoma a Hollywood” il primo festival del cinema omosessuale in Italia. Nel giorno in cui si conclude la XXII edizione, ci racconta oltre 30 anni da gay dichiarato.

Come è nato il Festival?
Nel 1982, io e il mio compagno Ottavio Mai, che adesso non c’è più, decidemmo di improvvisarci filmaker. Non ci vedevamo rappresentati nei film che circolavano allora e abbiamo pensato: facciamoli noi. Da lì è nato tutto.
Perché non vi sentivate rappresentati?
A volte succede anche adesso, ma allora tutti i personaggi gay erano negativi: suicidi, sfruttatori di marchette, anziani che cercavano in modo squallido ragazzi giovani. Tutti stereotipi.
Lei negli anni ’70 ha fatto parte del Fuori, il primo gruppo omosessuale italiano. Era più difficile essere dichiarati, allora?
Ho militato nel Fuori dal 1975, prima ho dovuto attraversare dei passaggi. Per quanto mi riguarda, dichiararmi non è certo stato facile. All’inizio mi sono anche sposato per guarire.
Sposato per “guarire”?
Sì, era il 1971, vivevo a Lecce, macellaio figlio di macellai, l’omosessualità non poteva neanche esistere. Si sapeva, si immaginava, c’erano delle situazioni strane con degli amici, nel senso che si faceva sesso, io lo cercavo anche, ma il tutto non si poteva nominare. Lo stesso succedeva in parrocchia, nonostante si sapesse che il prete era omosessuale. Le dico solo che quando ci fu un diverbio, per altri motivi, con una persona del mio paese, lui mi minacciò: “Stai attento, se no dico a tutti che sei gay”. Quando era lui, più grande di me, il primo a esserlo.
E quando ha deciso di cambiare vita?
Nel 1972-73, quando ho capito che non potevo guarire, neppure con lo psichiatra. Passavo le notti a contemplare il soffitto. Poi una mattina mi sono svegliato e ho preso la decisione. La prima a cui l’ho detto è stata mia moglie. E all’inizio è stato difficile. Poi, quando in paese hanno cominciato a circolare le dicerie, che ci separavamo perché la costringevo a fare cose strane, ho preso il treno da Torino, dove nel frattempo abitavamo già, per andare a parlare anche con le nostre famiglie.
L’hanno capita?
Mia madre e quella di mia moglie all’inizio non hanno capito neppure cosa significasse essere omosessuale! Lo ha spiegato, in maniera piuttosto volgare, mio suocero. Ma quella che l’ha presa peggio di tutti è stata una mia sorella. Per anni non mi ha invitato a casa sua. Poi, dopo che è morto mio padre, e grazie anche a mia nipote che ha fatto tanto per riavvicinarci, le cose sono cambiate. E quest’anno ha deciso, per la prima volta, di venire al festival. È andata bene.
Oggi per i gay è più facile?
Sì, oggi sono molti meno quelli che per paura, o per mentalità, hanno una doppia vita. Trent’anni fa c’era più angoscia. Eppure è incredibile la realtà in cui siamo ancora nel 2007.
In che senso?
Per alcuni versi mi ritrovo ancora fermo: io sono un cittadino che di sicuro ha solo doveri, i diritti no. A cominciare da dover dare prova che noi gay esistiamo, che la realtà è la realtà. E quando sento la Chiesa paragonare l’omosessualità alla pedofilia e all’incesto... proprio non riesco a starci dentro. E allora cerco di farmelo scivolare addosso e di andare avanti, di rispondere con i miei mezzi, prima di tutto il cinema.
È stata la passione per il cinema a farle conoscere il suo compagno Ottavio Mai?
No, ci siamo conosciuti per caso per strada, il 27 agosto del 1977. Ma è stato l’incontro, quello che ti cambia la vita. Da quel momento lui ha iniziato a entrare in politica più di me, prima nel Fuori, poi nel Partito radicale. E io a fare il cinema. Ci siamo scoperti insieme cineasti, lui di lavoro faceva il tassista.
Come è morto Ottavio?
Nessuno si aspettava quello che è successo... ma la sua morte è stata anche colpa della campagna anti-Aids di quegli anni. Ottavio aveva scoperto di essere sieropositivo nel 1987, ma stava bene. Poi il 10 ottobre del 1992 ha avuto una piccola ischemia, indipendente dalla sua malattia. Durante il day hospital, gli hanno messo in stanza un nostro conoscente che aveva l’Aids inoltrato. L’ha sconvolto vedere una persona che prima era pimpante e brillante, stare così male. “Io dovrò trovarmi in queste condizioni”, diceva. Il fine settimana è tornato in ospedale per degli accertamenti e si è ucciso.
Come ha superato una cosa del genere?
Continuando il lavoro che facevamo insieme: è stato lui a darmi questa grande forza. E le persone che avevo intorno: come il mio attuale compagno, Damiano Andresano. Ci siamo conosciuti la notte del compleanno di Ottavio, circa un mese dopo la sua morte. Per me è significativo, come aver trovato qualche tempo dopo un gatto vicino alla sua tomba: sta ancora con me, come voleva lui, e l’ho battezzato Mario, lo stesso nome con cui chiamavano Ottavio in famiglia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 9 marzo 2011

Un passo concreto per le donne: le quote nei cda



Per la prima volta, l'Italia potrebbe introdurre il meccanismo delle quote per combattere lòa discriminaizone delle donne sul lavoro: solo per i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa o a partecipazione pubblica, ma è pur sempre un inizio. La legge potrebbe esser approvata al Senato in questi giorni, per poi tornare alla Camera. le quote non sono la perfezione, ma un buono strumento pragmatico. Il senso lo spiega Alessia Mosca (che ha co-firmato la proposta di legge) in questa intervista a City.







Sulle donne basta parole, ora facciamo qualcosa

Deputata del Pd, Alessia Mosca ha scritto con una collega del Pdl la proposta di legge per aumentare la presenza delle donne ai vertici delle aziende.

Le vostre non sono proprio quote “rosa”...
Vogliamo che nei consigli di amministrazione sia riservato il 30% dei posti al genere meno rappresentato. Si tratti di uomini o donne. La regola varrà solo per le aziende quotate in borsa o a partecipazione pubblica (come le “municipalizzate”),
Vero è che, quasi sempre, sono le donne ad essere in minoranza nei vertici delle aziende.
Oggi nei consigli di amministrazione (i “cda”) delle società quotate le donne sono solo il 7% dei consiglieri. In quelle municipalizzate meno del 2%.
La vostra proposta di legge è “bipartisan”, è stata votata dalla Camera, oggi tocca al Senato: non dovrebbe essere difficile approvarla...
Sì, è co-firmata da me e Lella Golfo del Pdl. Ma se c’è sostegno trasversale, c’è anche ostilità trasversale. Confindustria ha sollevato obiezioni che il governo ha fatto proprie. Abbiamo cercato un compromesso.
Compromesso? Cioè?
Nella nostra proposta la quota riservata sarebbe stata del 30%, da subito e per tre mandati dei cda, cioè i prossimi nove anni. Pena lo scioglimento del consiglio di amministrazione. Confindustria e governo volevano che le soglie fossero graduali e la sanzione solo pecuniaria. Alla fine abbiamo trovato un accordo: al primo mandato dei cda la soglia sarà del 20%, dal secondo mandato, cioè dal 2015, salirà al 30%.
In ogni caso le quote sono temporanee?
Le quote sono pensate come uno strumento provvisorio: servono a sbloccare un circolo vizioso. Le aziende oggi sono guidate da uomini, che tendono a scegliere altri uomini. Noi vogliamo interrompere questo automatismo per un periodo di tempo sufficiente a creare un nuovo equilibrio.
E dopo?
Tolto il tappo e dopo 9 anni, se le donne saranno all’altezza non avranno bisogno di un’imposizione normativa.
Spesso si dice che se le donne non sono ai livelli alti dell’economia è perché non lo vogliono.
Varie ricerche hanno dimostrato che le donne vorrebbero fare di più di quello che fanno, ma non possono. Vorrebbero avere più figli e vorrebbero poter lavorare anche avendo figli. Ma, in assenza di servizi di assistenza pubblici, le donne devono sottrarre tempo al lavoro per curare i figli. O spendere tutto lo stipendio in baby sitter.
Per questo molte rinunciano a investire sul lavoro?
Spesso è una scelta “forzata”: il divario salariale e di carriera tra uomini e donne è ancora molto alto. E quindi, se qualcuno deve rinunciare al lavoro, rinuncia chi guadagna meno o ha meno prospettive di avanzare.
Le quote sono una questione di equità?
Non solo: una serie di studi ha valutato i profitti delle aziende in base alla composizione dei consigli di amministrazione. Si è visto che più sono differenziati e più alta è la presenza di donne, più migliorano i risultati delle imprese. La cosa interessante è che la regola vale solo se le donne sono scelte per le loro competenze e non per legami familiari, perché “figlie” o “mogli di”.
Sta alle singole aziende scegliere bene?
Certo: le donne qualificate non mancano. In più questa legge è un grande incentivo. Uno dei problemi del nostro Paese è il rinnovamento della classe dirigente. Se costringiamo le aziende a mettere ai loro vertici il 30% di persone nuove (le donne, che al momento sono fuori) si genera indirettamente un cambio della classe dirigente. Forse è questo che fa davvero paura.
Non si tratta di maschilismo?
Sicuramente c’è un maschilismo diffuso. Ma fa anche molta paura l’idea di dover cedere le leve del comando: chi è già nei luoghi dei poteri si oppone per conservarlo.
In effetti a parole tutti vogliono fare qualcosa per le donne, ma poi quando si tratta di prendere decisioni concrete, le cose cambiano.
Noi abbiamo iniziato da questa legge che tocca una parte molto piccola dell’economia per metterci in linea con i Paesi europei. Ma anche perché pensiamo che a cascata possa influenzare le altre aziende, che abbia un valore simbolico più forte di quello “numerico”.
Lei per la media dei politici italiani è molto giovane, 35 anni, e molto colta (ha un dottorato). Cosa ne pensa del “velinismo” in politica?
Si discute molto delle donne, ma il punto è che il discorso vale anche per gli uomini: ce ne sono troppi incompetenti, che hanno ruoli politici e istituzionali senza averne i meriti, ma solo perché messi lì da qualcuno. È ora di cambiare.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it