lunedì 28 dicembre 2009

Bambini che non possono giocare

Questo post è stato scritto per il blog iMille. Lo riprendo qui

Nel 1936, quando ancora l'asticella si superava come un ostacolo, Gretel Bergman fece il record tedesco di salto in alto: un metro e 60 cm. Era di gran lunga la saltatrice migliore della Germania. Un giorno prima della cerimonia di apertura, però, le comunicarono che non avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Berlino. Era ebrea e nello Stato Nazionalsocialista gli ebrei non potevano gareggiare.

Settantatré anni dopo, ad Anguillara, in Italia, è Radwan a non poter gareggiare. Radwan è un bambino che gioca a calcio. Non è ebreo e a escluderlo non sono leggi razziali, ma un'apparente condizione burocratica (laziale): la sua “colpa” è essere figlio di un immigrato che aspetta il rinnovo del permesso di soggiorno. Lo scrive su Repubblica del 24 dicembre Vladimiro Polchi, per ricordarci che questo Natale siamo tutti più barbari. La questione è in campo da un po', ne ha parlato anche La Stampa:

“Il Consiglio Federale della Figc” spiega il quotidiano torinese “ha specificato che per il tesseramento di calciatori extra-comunitari in ambito dilettantistico per la stagione 2009-2010, d’ora in poi sarà necessario presentare (oltre alla documentazione già prevista) il permesso di soggiorno con scadenza 31/1/2010”.

Già la dicitura è folle: i permessi di soggiorno non scadono con l'anno, ma in base alla data in cui sono stati emessi. In più, a causa di questa direttiva, la Figc del Lazio ha deciso di non ammettere ufficialmente nelle squadre i minori in attesa di permesso di soggiorno. Solo l'anno scorso 13mila bimbi “stranieri” hanno iniziato a giocare a calcio in Italia. A occhio, saranno oltre un migliaio i bambini cresciuti nel nostro Paese, ma con i documenti di un altro Stato, che ogni anno si iscrivono nelle squadre giovanili in Lazio.

A questi bimbi oggi neghiamo il diritto di giocare. Che è come dire la condizione di bambini. Ecco infatti cosa recita l'articolo 31 della Convenzione sui diritti dell'infanzia (che ha anche valore costituzionale):

"Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l'organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali".

C'è qualcosa di perfidamente ironico nel parlare di integrazione a ogni pie' sospinto, ma poi impedire di giocare a calcio ai bimbi che di quell'integrazione dovrebbero essere i primi portatori: se abbiamo un fattore di identità nazionale è proprio la spropositata passione degli italiani per il pallone. Ma le “violazioni” non finiscono qui: c'è anche la Carta Europea dello Sport, firmata a Rodi nel maggio 1992, che stabilisce all’articolo 4 la non discriminazione sportiva, ovvero:

“L’accesso agli impianti o alle attività sportive sarà garantito senza alcuna distinzione di sesso, razza, colore, lingua, religione, opinioni politiche o qualsiasi altra opinione, origine nazionale o sociale, appartenenza ad una minoranza nazionale, ricchezza, nascita o qualsiasi altro status.”

Oltretutto la decisione della Figc del Lazio è un errore grossolano (lo spiega anche Polchi su Repubblica): il cedolino che certifica la richiesta di rinnovo equivale a un permesso di soggiorno temporaneo. Allo stesso tempo rivela quello che ormai abbiamo iniziato a considerare normale: che alcuni bambini abbiano meno diritti degli altri in base a una condizione burocratica. Che ci siano persone di serie B. Per gli stranieri, oggi in Italia, è così.

Nel 1951 Hannah Arendt – ebrea tedesca sopravvissuta al nazismo, forse il più grande pensatore politico del secolo scorso – scrisse Le origini del totalitarismo, in cui analizzava quello nazista e quello sovietico. Ecco come descrive i presupposti sociali e politici su cui poi si svilupparono gli stati totalitari (perdonatemi la lunga citazione).

“Molto peggiore del danno causato ai diritti sovrani in materia di nazionalità ed espulsione fu quello dell'illegalità introdotta nella vita interna dei vari paesi, quando un numero crescente di residenti dovette vivere al di fuori dell'ordinamento giuridico statale. L'apolide, privo del diritto alla residenza, e del diritto al lavoro, era continuamente costretto a violare la legge. Era passibile di pene detentive senza aver commesso alcun delitto. Nel suo caso, l'intera gerarchia di valori propria dei paesi civili era capovolta. Poiché era un'anomalia non contemplata dalla legge, egli poteva normalizzarsi soltanto commettendo un'infrazione alla norma che fosse contemplata, cioè un delitto.

Per stabilire se qualcuno è stato spinto ai margini dell'ordinamento giuridico, basta chiedersi se giuridicamente sarebbe avvantaggiato dall'aver commesso un reato comune. Se un piccolo furto con scasso migliora la sua posizione legale, almeno temporaneamente, si può star sicuri che egli è stato privato dei diritti umani. Perché allora un reato diventa il modo migliore per riacquistare una specie di eguaglianza umana, sia pure come eccezione riconosciuta alla norma”.

Oggi gli immigrati prigionieri nei Centri di identificazione ed espulsione non hanno diritto alle visite dei loro parenti, come invece avviene per le persone incriminate di reati. Né sanno quando finirà la loro detenzione, come invece avviene per i detenuti comuni. Oggi un bimbo che abita nel Lazio non può giocare nel campionato di calcio, se aspetta il rinnovo del permesso di soggiorno. Potrebbe se fosse rinchiuso in riformatorio.


ps: La foto di questo post è di Paolo Longo.

martedì 22 dicembre 2009

Un augurio a chi non vuole sentirsi complice

Mentre un anno terribile per il nostro Paese si accinge a finire, prendo in prestito le parole di un bellissimo articolo di Chiara Volpato su Simone De Beauvoir pubblicato sul blog Donne della realtà

Le pagine, nel La forza delle cose, sul rapporto con la Francia nel difficile periodo della guerra di Algeria: Simone non si sentiva più a suo agio nel suo paese; troppo spesso al caffè, per la strada captava brandelli di conversazione che la ferivano, troppo spesso assisteva a pubbliche prese di posizione o si trovava a leggere articoli che la indignavano, segni di un imbarbarimento del sentire comune provocato dal desiderio dei suoi concittadini di continuare a essere dei colonizzatori, padroni del territorio e dell’anima altrui. Con la consueta lucidità arriva a dire: “Io e altri eravamo stati trattati da antifrancesi: lo diventai. Non sopportavo più i miei concittadini.” E più sotto: “E forse anche peggio, perché di quella gente di cui non sopportavo più nemmeno la vicinanza, mi trovavo nolente o volente a essere complice. Questo soprattutto non riuscivo a perdonarle. Perché ragionassi diversamente avrebbero dovuto fin dall’infanzia formarmi come una SS o un para, invece d’inculcarmi una coscienza cristiana, democratica, umanistica; una coscienza insomma. Per vivere avevo bisogno di avere stima di me stessa, mi vedevo invece con gli occhi delle donne violentate, degli uomini a cui erano state rotte le ossa, con gli occhi dei bimbi impazziti: una francese”.


Per chi sente come la De Beauvoir e non ha più voglia di sentirsi complice

mercoledì 2 dicembre 2009

Essere fondamentalisti ora è un reato?



La Digos ha perquisito le case di tre musulmani, a Vittorio Veneto e Roncade, in provincia di Treviso, perché hanno scaricato da internet materiali da siti islamici. Lo riporta Treviso Oggi, secondo cui i siti inneggiavano alla guerra santa.

L'Ansa, invece, scrive qualcosa di diverso:

ISLAM: PERQUISIZIONI IN CASE IMMIGRATI NEL TREVIGIANO
(ANSA) - TREVISO, 2 DIC - La polizia di Treviso ha compiuto nelle ultime ore tre perquisizioni domiciliari nelle abitazioni di cittadini immigrati a Vittorio Veneto e a Roncade, nell'ambito di un'attività di monitoraggio dell'estremismo islamico.
Gli immigrati interessati dalle perquisizioni, che non risultano indagati, sono stati controllati in relazione alla loro attività di ricerca su Internet di documenti raccolti in siti web arabi, contenenti in particolare fotografie ed interventi di esponenti religiosi fondamentalisti. Secondo quanto si è appreso, nei loro confronti non sarebbero state formulate contestazioni.(ANSA).


Ormai, nel nostro paese, abbiamo rinunciato al principio di uguaglianza. E' reato scaricare i discorsi dei fondamentalisti? E' reato essere integralisti religiosi? Non mi risulta, tant'è vero che abbiamo Paola Binetti in parlamento, ed è libera di dire tutto quello che crede (anche affermazioni assolutamente false, come quella che l'omosessualità è una malattia).

Tanto è vero che i tre "integralisti" in questione non risultano neppure indagati. Non potrei essere più lontana dal fanatismo religioso (sono ateo, o meglio: sono agnostica se per dio si intende un supposto creatore dell'universo, sono atea se per dio si intende un signore che ti dice con chi devi andare a letto) perché sono una convinta figlia dell'Illuminismo, per quanto démodé questo possa apparire.

E soprattutto ci tengo alla libertà di pensiero ed espressione: è l'unica cosa che può rendere un paese o una civiltà superiore a un'altra. E' il primo principio della democrazia e dello stato di diritto: il loro presupposto. Se i tre in questione sono sospettati di terrorismo, è un'altra cosa. Ma in quel caso non si perquisiscono gratis: le indagini per terrorismo sono molto delicate e tra le prime regole c'è quella di non far sapere ai sospettati che li si tiene d'occhio - almeno finché non si ha abbastanza per arrestarli e avviare un processo.

Quindi della due l'una: o la perquisizione della Digos trevigiana è opera di incompetenti (e voglio sperare di no). Oppure ci troviamo di fronte a una gravissima violazione delle libertà civile e dei diritti delle persone. Perquisire la casa di una persona solo perché legge documenti che non si condividono è una barbarie. Molto pericolosa.

Emma Bonino: "Il reato di clandestinità è una farsa"

Di Emma Bonino ammiro il coraggio e le scelte sui diritti civili. Anche se non condivido, per esempio, le sue ideee sull'economia. Ma credo che le vada riconosciuta una dirittura che pochi altri suoi colleghi hanno. Sarebbe un'ottima presidente della Repubblica, secondo me.

In questa intervista a City dice chiaro e tondo che il reato di clandestinità serve a mandare un messaggio politico, non ad essere applicato. Ma siamo il Paese dell'ipocrisia istituzionalizzata, e la Lega continua a vantarsi della sua lotta ai clandestini...

lunedì 30 novembre 2009

Rom, se anche il Pd rinuncia alla politica

Questo post è stato scritto per il blog de iMille. Lo riprendo qui

Centosessantasette: 1-6-7. Sono gli sgomberi di campi rom e sinti effettuati a Milano dalla giunta Moratti. L'ultimo è stato giovedì 26 novembre: la polizia ha costretto un gruppo di 30 rom romeni ad andarsene da una caserma abbandonata in zona Forlanini (tra la tangenziale e l'areoporto di Linate per intendersi, non certo un paradiso). La maggior parte dei rom veniva dal campo abusivo di via Rubattino, un'altra zona periferica e degradata di Milano, da cui erano stati sgomberati il 19 novembre. La decisione di chiudere il campo di Rubattino ha suscitato polemiche in città: in via Rubattino abitavano molti bambini, che così hanno dovuto cambiare scuola. I genitori dei loro compagni di classe e le maestre avevano chiesto di non interrompere il percorso di educazione e inserimento dei bimbi, che stava funzionando, ma nessuno ha dato loro ascolto.

A Milano infatti la politica nei confronti dei rom è solo una: sgomberare, sgomberare, sgomberare. Ma come dimostrano il numero degli interventi, 167, e il fatto che le persone si spostano da un'area disastrata e pericolosa all'altra, non è molto efficace. Se ne è accorto anche un consigliere regionale del Pdl, Alessandro Colucci. “Lo sgombero, come si è visto in questi giorni, non può essere una soluzione, è solo una misura parziale: gli zingari, infatti, il giorno dopo si accampano in un’altra area”, ha detto all'indomani della cacciata numero 167. Colucci poi aggiunge: “Il problema dei campi Rom è legato alle aree dismesse e al degrado che viene a formarsi intorno a queste. Uno dei temi da trattare è anche e soprattutto questo: il recupero delle ex aree industriali dimesse, in un’ottica di programmazione territoriale su scala metropolitana”. Delle persone non ci si preoccupa, ma degli interessi immobiliari sì.

Anche alla base dello sgombero drammatico di Ponticelli, nel maggio 2008 a Napoli, c'erano interessi immobiliari molto materiali: un investimento da 67 milioni di euro per il recupero della zona in cui si trovava il campo. Faceva gola alla camorra e purtroppo ha "accecato" anche i locali esponenti del Pd. Lo ha spiegato il corrispondente del Corriere della Sera Marco Imarisio, nei suoi pezzi da Ponticelli e in un libro, “I giorni della vergogna”. Da pressoché tutti gli altri mezzi di informazione, però, quei fatti sono stati spiegati come la supposta reazione della popolazione, esasperata dai rom, al tentato rapimento di un bimba da parte di una zingara. E dalla finta protesta popolare di Ponticelli si è arrivati all'ordinanza del ministro dell'Interno Roberto Maroni di schedare e prendere le impronte a tutti i rom, su base etnica. La storia è “vecchia”, ma vale la pena di ricordarla, perché esemplifica un modo diffusissimo di trattare la questione rom, e dove questo porta: all'esasperazione dei conflitti sociali.

Adesso facciamo un bel salto e andiamo a Pisa. La città toscana, fermamente governata dal Pd, ha promosso il progetto più avanzato in Italia sul fronte dell'integrazione dei rom (lo definisce così il rapporto della Fundamental Rights Agency dell’Unione Europea). Si chiama “Le Città sottili” e prevede l’inserimento abitativo dei Rom e la chiusura dei cosiddetti “campi nomadi”. Elaborato nel 2002, le Città sottili prendeva atto del fatto che “praticamente tutti i rom che vivono sul territorio pisano” (erano circa 450) “appartengono a gruppi che ormai da decenni non praticano più il nomadismo”.

I Comuni della zona pisana si sono impegnati a trovare alloggio alle famiglie rom presenti nei campi. La Società della Salute, l’ente pubblico incaricato dell’attuazione del programma, ha preso in affitto degli appartamenti e li ha poi subaffittati alle famiglie Rom, che dovevano pagare una parte del canone di affitto in base alle effettive capacità economiche. La restante parte del canone veniva pagata dalle amministrazioni locali. Il programma prevedeva anche una specifica assistenza di operatori specializzati per la ricerca di lavoro: man mano che i rom avessero trovato un impiego, avrebbero pagato quote crescenti di affitto. Altri alloggi "minimi" progettati sulle esigenze abitative della famiglie allargate tipiche dei rom, invece, sono stati costruiti ex-novo al posto delle baracche del campo nomadi di Coltano (a Sud della città). Il tutto realizzato e deciso insieme a rappresentanti dei rom.


A sette anni di distanza le “case minime” costruite a Coltano stanno per essere consegnate. Ma il Comune di Pisa ha deciso di chiudere il programma delle Città sottili, che oltretutto non è più stato esteso ai rom arrivati a Pisa dopo il 2002. Significa che il Comune non contribuirà più agli affitti e molte famiglie rom si troveranno sotto sfratto. In più la Giunta comunale eletta a inizio 2008 ha adottato una nuova politica di sgomberi. Anche il centrosinistra – che pure sui rom ha espresso le politiche più avanzate in Italia – cambia idea e ricalca le strategie del centrodestra: spostare il problema un po' più in là, grazie agli sgomberi.

Perché? Sicuramente una politica come quella delle Città sottili richiede soldi. E i comuni, i cui fondi sono stati falcidiati dal governo Berlusconi, ora preferiscono metterli altrove – anche se così si aggravano i problemi. La parola rom, infatti, fa venire l'orticaria al centrosinista, che solo a sentirla teme di perdere voti. E in materia anche il Pd ora preferisce adottare politiche di apparenza. Le politiche dell'apparenza, come le descrive Tommaso Vitale, un sociologo di Milano che si occupa prorio di Rom, seguono questa logica:
1.Le politiche sociali non portano consenso politico
2. Tenere aperti i problemi, ri mestare nel torbido, permette di ottenere consenso
3. Il consenso si crea attraverso iniziative il cui successo si verifica nel brevissimo periodo, meglio se nel presente, se l’azione ha successo per il semplice fatto di farla e non per le sue conseguenze
4. Il consenso si ottiene attraverso una comunicazione pubblica che giustifica l’azione in base ad una logica manichea
5. Interventi semplici, unici (che riducono la varietà degli strumenti da predisporre) aumentano il consenso
6. Il consenso si ottiene attraverso una presenza del politico nei luoghi del disagio
Altrimenti detto: sgomberi e ronde. Il risultato? Il problema è solo rimandato. E alla lunga, politicamente, fa vincere chi specula sulla paura di una "minaccia" sempre presente: destra e Lega.

domenica 29 novembre 2009

Anne Maass: "Un antitrust della politica contro i troppi uomini in parlamento"

La psicologa sociale Anne Maass, insieme alle colleghe Chiara Volpato e Angelica Mucchi Faina, ha proposto di adottare un limite alla presenza degli uomini in politica: oggi in Italia sono l'80% dei parlamentari, la totalità dei primi ministri dalla prima Guerra Mondiale, la (quasi) totalità dei ministri pesanti (Interno, Difesa, Esteri, Economia, Finanza).

Oltretutto le ricerche dimostrano che quando in parlamento ci sono troppi uopmini, si legifera meno sulle questioni sociali e dei servizi alle persone, che invece a parole tutti considerano centrali di questi tempi. Ecco l'intervista su City ad Anne Maass. Cliccate sul testo per ingrandirlo.


Ru486, nuovo stop e vecchie ipocrisie

Il nuovo stop del governo all'uso della pillola abortiva Ru486 in ospedale (si parla di "vendita", ma riguarda solo le strutture sanitarie: non verrà mai distribuita in farmacia), secondo la Commissione sanità del Senato (saldamente in mani ai cattolici), il ministro della Salute Maurizio Sacconi e la sottosegretaria Egugenia Roccella, dovrebbe servire a verificare la compatibilità della pillola con la legge 194.

In realtà è solo un modo per ritardarne l'adozione. Il dibattito, infatti, parte in mala fede: non c'è reale volontà di discutere le modalità d'uso del farmaco. Ma solo di contrastarlo. Ancora una volta si fanno battaglie politche sul corpo delle donne e sulla loro salute. Qui di seguito l'articolo su City in cui spiego brevemente perché. Cliccate sul testo per ingrandirlo.

ps: Ecco cosa vuol dire che la commissione Sanità del Senato è in mano ai cattolici: se tra i membri del Pd, per esempio, c'è Ignazio Marino, cattolico saldamente laico, ci sono anche due teodem: Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi.

lunedì 23 novembre 2009

Kailash Satyarthi, L'uomo che liberava i bambini

L'intervista su City a Kailash Satyarthi, attivista indiano per i diritti civili, che si batte contro il lavoro minorile.

venerdì 13 novembre 2009

L'omofobico spot anti-omofobia della Carfagna

Questo post è stato scritto per il blog de iMille. Lo riprendo da lì.

Alle associazioni glbt gli spot contro l'omofobia della ministra Mara Carfagna sono piaciuti. Il ministero delle Pari opportunità, il 9 novembre scorso, li ha presentati come una grande conquista: è “la prima campagna contro l'omofobia organizzata da un governo in Italia”, ha spiegato orgogliosa la Carfagna, che in passato aveva definito “costituzionalmente sterili” gli omosessuali. Dopo l'affossamento (con voti bipartisan e argomentazioni assurde) del disegno di legge sull'omofobia, questa è la prima risposta concreta del governo alle ripetute aggressioni dei mesi scorsi contro omosessuali e trans. E agli impegni sottoscritti dall'Italia con il trattato di Lisbona. “Un primo segno”, l'ha definito il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso.

A me, invece, sembra l'ennesimo segno dell'omofobia dilagante in Italia. Gli spot, infatti, confermano e convalidano la mentalità che dovrebbero combattere. Tanto per cominciare, non hanno neppure il coraggio di nominare l'omosessualità. Nelle immagini i gay, le lesbiche e i trans non esistono. Si vedono, all'inizio, solo un uomo e una donna, che in qualche modo fanno pensare a una coppia etero. La parte migliore della campagna è quella che segue: paragona l'orientamento sessuale ad altre caratteristiche (fisiche) personali: la somiglianza con i genitori, la grandezza dei piedi. Un messaggio giusto: l'omosessualità è una delle varianti naturali della sessualità umana, una caratteristica come altre delle persone.

Eppure anche questo brandello di messaggio positivo è ambiguo: l'omosessualità viene tacciata di irrilevanza e confinata nel privato. È il trito luogo comune (molto di destra) del “non mi importa quello che fate a letto, l'importante è che non me lo facciate vedere”. Trascura il fatto che l'orientamento sessuale diventa rilevante nel momento in cui qualcuno ti discrimina, o ti accoltella, in suo nome. Fa a pugni con decenni di conquiste dell'orgoglio omosessuale. Rinforza il divieto di esistenza sociale per chi è gay, lesbica o trans.

Per capire la distanza di questa posizione dalle battaglie culturali del movimento glbt, basta confrontare questa campagna con quella della Regione Toscana dell'ottobre 2007, realizzata con la consulenza di Alessio De Giorgi (fondatore di gay.it).


Lì lo slogan era “L'orientamento sessuale non è una scelta”. Quel manifesto aveva fatto discutere, dividendo i sostenitori della teoria secondo cui l'orientamento sessuale è innato da quelli (tra cui molte associazioni lesbiche) che vedono la sessualità come una scelta. Ma in ogni caso rivendicava con chiarezza la differenza e la legittimità della condizione omosessuale.

Lo slogan scelto dalla Carfagna recita: “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Sottintende, cioè, che essere diversi è sbagliato. Oltretutto “diverso” è l'epiteto pruriginoso usato per gli omosessuali. Non dice: essere gay, lesbiche e trans va bene. Ma che l'omofobia – un concetto piuttosto remoto per la maggioranza degli italiani – va rifiutata.

La presentazione della campagna sul sito del ministero è ancora peggio: “Capita ancora troppo spesso che gli omosessuali vengano giudicati non in quanto persone capaci come altre di aiutare e di amare il prossimo, ma in base a un aspetto privato: il loro orientamento sessuale. Vittima di questa superficialità discriminatoria non è solo l’omosessuale, è la società intera. Siamo tutti noi. Perché siamo costretti ad assistere ad aggressioni e molestie contro innocenti, gesti che consideriamo estranei alla vita civile”.

Un'infiorata di pregiudizi
: si sente il bisogno di riassicurare tutti che le persone glbt possono aiutare e amare gli altri. Perché? È quello il dubbio che fa impugnare i randelli agli omofobi? Si parla dell'affettività come di un aspetto privato. Si riduce la violenza omofobica a “superficialità”. Si dice che va evitata perché lejavascript:void(0) aggressioni non sono belle da vedere. Presupposti tutti molto discutibili, anche a volersi mettere dalla parte del senso comune.

In tutto ciò le persone glbt sono sempre vittime senza volto. Anche le immagini dello spot rimandano a questa idea: è ambientato in un'ambulanza, fa pensare a qualcuno che è vulnerabile o ferito. E nessuno dei protagonisti è identificabile come gay, lesbica, trans. Non c'è orgoglio, non c'è neppure il diritto di esserci.

giovedì 12 novembre 2009

Otto Bitjoka: "Lavoriamo in Italia e vogliamo contare"

Otto Bitjoka è un dirigente di banca milanese che si è inventato la fondazione Ethnoland. E' immigrato in Italia dal Cameroun 33 anni fa, ed è fiero delle sue origini bantù. Stufo di sentir parlare di immigrazione senza che nessuno si preoccupi di ascoltare cosa hanno da dire gli immigrati, ha convocato per il prossimo 28 novembre gli Stati generali dell'immigrazione.

Il nome è un omaggio allo spirito della Rivoluzione francese (Bitjoka è anche filosofo e quindi filgio dei lumi), l'intenzione più conntemporanea che mai: far capire all'Italia che senza gli immigrati e le loro sclete non va da nessuna parte. Ecco l'intervista uscita oggi su City.

mercoledì 11 novembre 2009

Lavoratori, ma "clandestini" per legge

Questo post è stato pubblicato da iMille. Lo riprendo qui

L’emergenza sicurezza è ormai sparita da giornali e tv: in compenso è entrata nei codici penali grazie al pacchetto sicurezza varato dal governo e voluto dalla Lega. La traccia più evidente è l’aggravante di “clandestinità”: mette nero su bianco l’equazione “clandestino = criminale”, che rappresenta la più grande vittoria culturale dei leghisti. Il risultato è che “un’infrazione amministrativa (la mancanza di documenti)” fa immediatamente dell’immigrato un “infiltrato di nascosto per commettere chissà quale crimine”, come spiega Giuseppe Faso nel suo Lessico del razzismo democratico.

Lo diamo per scontato anche noi ogni volta che usiamo quelle parole. Peccato che non sia vero. Lo dimostra la più grande ricerca fatta in Italia sui “clandestini”, quella del Naga (un centro milanese che offre assistenza sanitaria e legale anche agli irregolari) in collaborazione con tre ricercatori, Carlo Devillanova (Università Bocconi), Francesco Fasani (University College London) e Tommaso Frattini (Università degli Studi di Milano). Fatta su una banca dati di 47.500 persone su nove anni (dal 2000 al 2008) confuta un bel po’ di luoghi comuni e mette per la prima volta un argine all’abitudine di dire tutto e il contrario di tutto sui migranti senza permesso di soggiorno – tanto non li conosce nessuno.

Lungi dall’essere tutti criminali, i “clandestini” lavorano più di noi e, quasi sempre, per noi. In generale il 62% del campione è occupato: la percentuale sale al 65% tra le donne. Già così significa che gli irregolari lavorano più degli italiani (tra cui il tasso di occupazione è del 59%). Ma se si considera coloro che sono in Italia da almeno tre anni, si scopre che oltre sette su dieci (il 76%) lavorano. La percentuale di occupati in Lombardia (una delle più alte del Paese) è del 71%. Inoltre, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è maggiore che tra la popolazione italiana – tanto per sfatare un altro mito sulla (mancata) emancipazione delle straniere.

Se si guarda al tipo di lavoro, si scopre che la maggioranza delle donne (81%) è occupata nei servizi di collaborazione domestica (pulizie a domicilio, assistenza agli anziani, baby sitting) e nelle imprese di pulizie. Gli uomini si dividono soprattutto tra muratori, artigiani o operai specializzati, occupati in attività commerciali e servizi e addetti alle pulizie.

Il quadro è molto più roseo della propaganda sulla sicurezza che vuole i clandestini solo puttane o spacciatori. Eppure le ombre non mancano: gli irregolari infatti fanno lavori molto de-qualificati rispetto al loro livello di istruzione, “servili” dice il direttore sanitario del Naga Stefano Dalla Valle. Il 70% delle donne con una formazione universitaria, ad esempio, lavora come collaboratrice domestica; il 49% degli operai edili ha almeno un livello di istruzione superiore. Uno spreco, in un Paese come il nostro che soffre la perenne mancanza di tecnici.

Ma il rapporto del Naga racconta qualcosa di più. A partire dal 2003 la permanenza media dei migranti irregolari è aumentata: la percentuale degli immigrati con meno di un anno permanenza è scesa dal 53% del 2003 al 25% del 2008. Quella di chi ha una permanenza tra uno e due anni è rimasta grosso modo intorno al 20%, mentre tutti i tre gruppi con maggiore “anzianità migratoria” sono molto aumentati. In particolare, quelli qui da 4 o più anni sono aumentati dal 10% nel 2003 al 30% nel 2008. Di solito i migranti, quando smettono di essere irregolari, smettono anche di andare al Naga e si rivolgono alle Asl.

Detto altrimenti, dall’esplosione della questione sicurezza per gli immigrati è diventato sempre più difficile uscire dalla clandestinità. C’è un’ipocrisia di fondo nel dibattito italiano sull’immigrazione: non si dice che praticamente l’unico modo per lavorare qui è entrare da clandestini. Le leggi (anche quelle fatte dal centrosinistra) da anni prevedono che venga rilasciato il permesso di soggiorno solo a chi è stato assunto mentre è ancora nel suo Paese. Ovvero se mia nonna ottantenne sta male, io devo trovare Tizio o Caio in Ucraina, Egitto o nelle Filippine, e senza conoscerlo decidere di affidargliela – aspettando un anno perché gli spediscano il permesso e possa arrivare. Vorrei sapere chi lo fa.

I paletti messi dal centrodestra alle altre forme di ingresso (sponsor, ricongiungimenti familiari) ha reso praticamente nulle le alternative alla irregolarità. Di fatto, in Italia, è la legge a creare “la piaga della clandestinità”. E, con il pacchetto sicurezza, a trasformare lavoratori senza permesso di soggiorno in criminali.

giovedì 5 novembre 2009

I valori civili non sono quelli del crocifisso



"Comunque non lo leveremo il crocefisso! Possono morire! Il crocefisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche! Possono morire! Possono morire! Loro e quei finti organismi internazionali che non contano nulla!"

Ignazio La Russa, ministro della Difesa, La vita in Diretta, 4 novembre 2009



La sentenza della Corte europea per i diritti dell'uomo che impone all'Italia di togliere i crocifissi dalle aule scolastiche ha scatenato reazioni unanimi tra i politici italiani. Quello che cambia è solo la violenza dei toni e l'ignoranza di chi le ha espresse. Trovo inqualificabile, ad esempio, la sparata del ministro della Difesa Ignazio La Russa (nel video). Il "possono morire" è da dimissioni, in un paese civile.

Il ministro della Difesa, poi, parla di "finti organismi internazionali che non contano nulla", scordando che la Corte è un'emanazione della Convenzione europea del 1950, firmata anche dall'Italia. Per lui, che è ministro della Difesa, ha valore vincolante, proprio come la Convenzione di Ginevra. Anche il disprezzo dei trattati internazionali da parte di un ministro così importante è da dimissioni, in un paese civile.

La ministra dell'Istruzione Gelmini,invece, ha criticato la sentenza con l'argomentazione ufficiale della Chiesa e del Vaticano: "La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi", ha detto. Anche il Consiglio di stato, nel 2006, aveva stabilito che il crocifisso dovesse restare perché rappresenta "i più alti valori civili" riconosciuti anche dalla Costituzione.

Delle due l'una: l'argomento è sbagliato oppure ipocrita. Il crocifisso non rappresenta i nostri valori civili anche perché lo Stato italiano è nato anticlericale. Si è costituito prendendo dei pezzi del proprio territorio a quello pontificio, con le armi, e la battaglia di valori accompagnò quella materiale. Non è un caso che una delle città più laiche (laica, non atea) d'Italia sia Torino, capitale di quello Stato anticlericale.

Fu il dittatore Benito Mussolini, che aveva bisogno di essere riconosciuto come "uomo della provvidenza" (la definizione è vaticana, non mia), a tirare la Chiesa dentro lo Stato, con i patti lateranensi del 1929. Questo non ce lo dovremmo scordare. Oggi la gente comune legge la sentenza della Corte per i diritti umani (non dell'Ue!) come una risposta alle richieste dei musulmani, stile Adel Smith. In realtà si è pronunciata sul ricorso di un'atea dichiarata.

Invece la sentenza della Corte europea è anche anti-islamica, almeno se ci si riferisce all'Islam intergralista di Adel Smith. Si basa infatti sul principio della libertà religiosa e della separazione tra Stato e Chiesa tramite cui questo viene garantito. E affonda le sue radici nel cuore dei valori civili europei: quelli della rivoluzione francese, che fu assolutamente anticlericale. Se ci sono "valori occidentali" e un fondamento dell'identità politica europea sono i diritti umani e civili inventati nel 1789. Io mi riconosco nell'evoluzione di quei valori, non nel cristianesimo.

sabato 31 ottobre 2009

Padri, figli e figlie


La disoccupazione in Italia è più bassa che in Europa: 7,4% contro il 9,7% della zona euro. Bene, si dirà. Se però si vanno a vedere meglio i dati si scopre che in Italia c'è un'enorme differenza tra giovani e adulti. Un ragazzo su quattro, infatti, è disoccupato: tra gli under 24 il 24% è in cerca di lavoro. Una percentuale molto più alta che nel resto d'Europa.

Non solo, numerose ricerche (come quella della Banca d'Italia) hanno dimostrato che nel nostro Paese c'è sempre più differenza tra i salari dei giovani e quelli dei lavoratori anziani. I nostri stipendi medi sembrano più alti perché gli over 50 sono pagati molto più che nel resto d'Europa, soprattutto in confronto con i venti e trentenni, che invece hanno stipendi (e condizioni di lavoro) da fame. Inoltre i loro salari sono destinati a crescere meno di quelli dei loro genitori. I padri stanno meglio dei figli.

Per non parlare delle figlie: quelle sono messe proprio male. La ministra Mara Carfagna forse non se ne è accorta, ma nell'ultimo rapporto del World Economic Forum l'Italia è scesa dal 67° al 72° posto nel mondo nella classifica delle disuguaglianze di genere. L'Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede di poco la Tanzania ed è terzultima in Europa, riassume il Corriere della Sera. Perché?

"A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice su «partecipazione e opportunità nell'economia» (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878".
In questo Paese essere donne giovani conviene molto poco. E la vera differenza, nel lavoro, sarà sempre di più quella tra genitori e figli. La cosa che mi ha colpito, è che questa condizione è forse il minimo comun denominatore degli italiani, "nuovi" o "vecchi" che siano. Ecco cosa scriveva Randa Ghazy, scrittrice ventenne figlia di genitori immigrati dall'Egitto, su Internazionale della scorsa settimana:

"Trovo raccapricciante l’omicidio di Sanaa, la ragazza d’origine marocchina uccisa dal padre perché conviveva con un italiano: è l’ennesima dimostrazione di come le donne siano ancora usate come strumento di ostentazione per uomini desiderosi di difendere il loro onore e la loro virilità. Fatti come questo sono raccapriccianti perché dimostrano un tragico divario culturale tra genitori e figli nei casi di integrazione mancata.

Ci sono, però, anche altre cose che mi fanno arrabbiare. L’11 ottobre un uomo di Osimo, in provincia di Ancona, ha accoltellato la figlia perché si era messa con un albanese. Due anni fa a Monza un direttore di banca in pensione ha sparato al figlio gay perché, a suo dire, era una “persona problematica”. Quindi, perché non analizziamo questi episodi di violenza familiare da un punto di vista sociologico? Perché diventano solo un’occasione per attaccare i musulmani?"



Una riflessione simile - ma dal punto di vista del rapporto tra i generi - era stato fatto da alcune intellettuali come Chiara Volpato, Anne Maas e Angelica Mucchi Faina. Può sembrare strano accostare i dati economici a queste riflessioni sulle violenze. Ma si tratta di fenomeni solo apparentemente diversi: mostrano tutti che in Italia c'è un crescente abisso tra generazioni e generi. Forse dovremmo ricominciare a ripensare tutti a che tipo di Paese stiamo costruendo.

giovedì 29 ottobre 2009

Libia, le violenze taciute sulle donne



Oggi il Corriere della sera intervista una delle profughe soccorse nei giorni scorsi al largo dell'Italia. Era a bordo di una barcarola stipata di 300 persone, una è morta di stenti mentre l'Italia e Malta facevano il tiraemolla su chi doveva soccorrere quei poveracci.

La vicenda di per sé è tragica. Credo che tra qualche decennio i posteri guarderanno a noi come noi guardiamo agli schiavisti o ai nazisti ("Ma come facevano a vivere tranquilli mentre intorno a loro succedevano queste cose?"). Ma se si legge tra le righe lo è ancora di più. Scrive il giornalista del Corriere:

"Dopo aver attraversato il Sudan Marhaout ha raccontato di essere rimasta tre mesi in Libia in attesa dell’imbarco. Ora è rico­verata nel reparto di ginecologia, al ter­zo piano dell’Ospedale di Modica. Con lei altre sette compagne di viaggio: tut­te incinte tra il quarto e l’ottavo mese".
Il giornalista si ferma lì e non scrive o chiede niente. Per pudore? Per distrazione? Penso la prima, perché comunque rileva il particolare. Il punto è: com'è possibile che le donne passate dalla Libia siano tutte incinte? E' un caso? E soprattutto: è una loro scelta?

Io temo di no: sono molte le sopravvissute (come quella nel video sopra) che raccontano di violenze sessuali alle migranti, in particolare in Libia. Dove le violenze sono all'ordine del giorno. Le provano le foto scattate di nascoso dai detenuti. E c'è anche chi, nel XXI secolo, finisce ai lavori forzati. Eppure l'Italia sbandiera i suoi accordi diplomatici con la Libia.

martedì 20 ottobre 2009

Aborto, ecco come funziona davvero la Ru486

L'agenzia del Farmaco (Aifa) ha finalmente approvato la Ru486, altrimenti detta mifegyne, altrimenti detta pillola abortiva. Permette di effettuare le interruzioni volontarie di gravidanza (Igv) senza doversi sottoporre a un intervento chirurgico.

Sulla Ru486 si è aperto uno scontro politico enorme, che ha come reale obiettivo la legge 194 sulle interruzioni volontarie di gravidanza. E sulla pillola abortiva (che molti continuano a scambiare con la pillola del giorno dopo) si è detto tutto e il contrario di tutto. Che potrà essereve venduta in farmacia (non è vero) e usata per l'aborto a domicilio (non è vero). Che è come prendere un'aspirirna (non è vero) ma insieme che è pericolosissima, più dell'aborto chirurgico (non è vero).

Sia chi la bollava come "kill pill" sia chi era favorevole alla sua introduzione, ha avuto tutto l'interesse a tirare i fatti dalla sua parte. Il risultato? Un sacco di malintesti, fraintendimenti, strumentalizzazioni.

Io ho il sospetto che, uno dei motivi dell'opposizione, è che permetterebbe a ogni singolo medico non obiettore di fare molte più Ivg: una volta somministrata le due pillole, la donna non ha bisogno di altre cure, e in caso di problemi si tratta di fornire alla donna "assistenza", cosa a cui nessuno può opporre l'obiezione di coscienza.

Quindi nelle zone in cui la quasi totalità di ginecologi obietta all'aborto, si può aggirare più facilmente il loro blocco - quello che spinge molte donne a fare gli aborti clandestini nelle criniche private, come documentarono tempo fa Le Iene a Napoli.

C'è un'altra cosa che nessuno dice mai: le Igv fatte con la pillola abortiva costano al Sistema sanitario nazionale molto meno di quelle fatte con l'intervento chirurgico. A parità di sicurezza (e se la donna è d'accordo) mi sembra un motivo più che valido per sostenere questo metodo.

Qui di seguito la ginecologa milanese Anna Taglioretti spiega come funziona davvero la Ru 486. L'intervista, pubblicata su City, si intitola non a caso "Pillola abortiva, troppi malintesi". Cliccate sul testo per ingrandirlo.


giovedì 15 ottobre 2009

Pirati



Lo so, finora questo era un blog serio(so). Ma non resisto: è troppo bello.

Fabio Granata: "Da destra dico sì a gay e immigrati"

Ci sono dei minimi comun denominatori di civiltà che dovrebbero essere patrimonio di tutti i partiti politici e di tutta la società. Uno fra questi è il rispetto dei diritti civili, che non sono diritti dei gay, degli immigrati, delle donne. Sono i diritti di tutti, da cui purtroppo certe categorie sono escluse.

In Europa succede così: la destra tedesca, tanto per fare un esempio, è guidata da una donna e da un gay, il leader dei verdi è di origine turca. Ma lo stesso accade in Francia, Olanda, Inghilterra, per non parlare di Svezia e Norvegia. L'Italia invece sembra stare in un altro secolo.

Eppure non tutta la destra italiana è misogina, omofoba, xenofoba: c'è una parte che si vuole europea - anche se non trova spazio, almeno per ora, sui banchi del governo. Si può non essere d'accordo, ma almeno è un'interlocutrice credibile. Qui di seguito l'intervista uscita su City a Fabio Granata, deputato del Pdl ed estensore di una proposta di legge per abbassare i tempi per l'accesso alla cittadinanza italiana, da 10 a 5 anni.


La legge sull'omofobia NON era incostituzionale


Ho già scritto che gli argomenti usati dal centrodestra e da parte del Pd per rigettare la legge sull'Omofobia firmata dall'Onorevole Paola Concia (Pd) erano solo delle bieche scuse. Lo ripete, con ben altri argomenti (anche se un po' in "legalese") un'associazione che si occupa di diritti civili, la Rete Lenford. Sintetizzo per voi il comunicato (che, qui vuole si può leggere integralmente qui di seguito).

Il punto è: che l'orientamento sessuale non può essere messo sullo stesso piano di incesto, pedofilia, zoofilia, necrofilia, che da un punto di vista medico sono "disturbi del comportamento sessuale". E che proteggere le vittime di violenze omofobiche non viola il principio di uguaglianza dando una doppia protezione alle medesime. La protezione, spiega la Rete Lenford, è "semplice", perché il nucleo e il movente dei reati che essi subiscono è quello dell'odio nei confronti delle persone gay, lesbiche, bisessuali o trans. Infine, conclude l'associazione per i diritti civili, l'espressione "orientamento sessuale" compare già nella legislazione penale italiana, e anche questo argomento, non tiene.

La Rete Lenford dimostra che la "pregiudiziale di costituzionalità", una volta per tutte, è solo uno stratagemma per fermare una legge che nessuno aveva la faccia tosta di bloccare apertamente. Invece di dire che questo paese tollera le aggressione a gay e lesbiche, perché in fondo chissenefrega, hanno preferito attarcsi al cavillo. E tutti immediatamente hanno scoperto il valore della "costituzionalità". Strano, perché questa è la stessa camera che ha votato il lodo Alfano, poi dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Alé!


Eccoo il comunicato integrale della Rete Lenford
Ieri, 13 ottobre 2009, la Camera dei Deputati ha votato, approvandola, una pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’UDC contro il testo unificato, concernente l’introduzione della circostanza aggravante inerente all’orientamento o alla discriminazione sessuale.

Accogliendo con un sì l’approvazione della pregiudiziale, la Camera ne ha fatto proprio il contenuto.

Tuttavia le supposte violazioni delle norme costituzionali indicate nella pregiudiziale, che di seguito si specificano, sono inesistenti.

Secondo gli estensori della questione pregiudiziale il progetto di legge introduceva, in violazione dell’art. 3, un trattamento differenziato fondato su un elemento irragionevole, che risiederebbe nel fatto che l’espressione “orientamento sessuale” comprenderebbe “qualunque orientamento, ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera”.

Questa affermazione è del tutto incongruente ed errata.

Infatti, nel suo significato semantico l’espressione “orientamento sessuale” non corrisponde a nessuno dei fenomeni sopra elencati, essendo una condizione personale ascritta e avendo una sua precisa definizione scientifica come attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso una persona del proprio sesso o del sesso opposto.

Neppure nel suo contenuto legislativo, la dizione “orientamento sessuale” può dirsi comprensiva delle sopra menzionate condotte erotiche che invece non sono condizioni personali ascritte, ma vengono fatte rientrare dalla scienza medica nella categoria dei disturbi del comportamento sessuale.

Peraltro, è proprio l’asserita arbitraria assimilazione tra “orientamento sessuale” da un lato, e condotte erotiche quali incesto, pedofilia, zoofilia ecc. dall’altro, che costituisce una disparità di trattamento del tutto irragionevole, e ciò perché, com’è evidente, l’orientamento sessuale è cosa ben diversa dalle predette condotte, che si caratterizzano tutte come indirizzate a specifiche categorie di soggetti che non possono catalogarsi in base all’orientamento sessuale. Così, ad esempio, un pedofilo è tale in virtù dell’età della sua vittima, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia o meno il suo stesso sesso. Analogamente, un necrofilo è tale in virtù del fatto che la sua vittima è morta, cioè, ancora, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia il suo stesso sesso o quello opposto. Inutile dilungarsi sulle altre condotte.

Del resto, l’ordinamento italiano e sovranazionale già sanziona, con norme di natura penale, le condotte sopra elencate, che sono considerate dannose per la vittima, mentre protegge espressamente l’orientamento sessuale, per esempio contro le discriminazioni nei luoghi di lavori o nella definizione dei requisiti per lo status di rifugiato.

Risulta chiara ed evidente la confusione del legislatore, voluta o non voluta resta comunque il dubbio, nell’accomunare una condizione personale a dei comportamenti che nulla hanno in comune, ingenerando in ogni caso, proprio con tale sovrapposizione, una vera e propria discriminazione ai danni delle persone omosessuali.

Secondariamente, nella pregiudiziale approvata si sostiene che “chi subisce violenza, presumibilmente per ragioni di orientamento sessuale, riceverebbe una protezione privilegiata rispetto a chi subisce violenza tout court”.

Questa visione rispecchia proprio il problema che la proposta di legge presumeva di risolvere.

Infatti, la violenza per ragioni di orientamento sessuale non è mera violenza, ma è qualcosa di più o, se si vuole, qualcosa di diverso. In altre parole, nella violenza di stampo sessuale o omofobico la peculiarità di sesso (l’essere donna) o di orientamento sessuale (l’essere omosessuale) della vittima non è neutrale né rispetto al reato, del quale costituisce il fondamento, la motivazione e, in senso tecnico, il movente, né l’autore del reato stesso, che si trova in uno stato soggettivo di odio rispetto alla vittima.

Si vorrebbe far credere, nella mente degli estensori della questione pregiudiziale, che l’elemento soggettivo in capo all’autore del reato (“l’interiorità dell’animo” quale “autentico movente”), sarebbe difficilmente accertabile, e quindi di per sé contrario al principio di uguaglianza, perché irragionevolmente discriminatorio.

A questa visione basta rispondere che il codice penale ben conosce ipotesi di dolo specifico e che le difficoltà di accertamento del reato non possono, da sole, giustificare un rifiuto di tutela da parte del legislatore, che è chiamato, in virtù dei suoi doveri costituzionali, a porre fine alle discriminazioni e non ad alimentarle attraverso considerazioni di ordine pratico che la legge, invece, assegna sempre al giudice perché le risolva nel corso di un procedimento giudiziario, con gli strumenti che il diritto processuale mette a sua disposizione.

Quale ulteriore asserita motivazione di incostituzionalità della proposta di legge, basata sull’art. 25 della Costituzione, ed in particolare sul principio nullum crimen sine lege, mancherebbe una definizione dell’espressione “orientamento sessuale”, mancanza che renderebbe imprecisato l’oggetto dell’aggravante.

Si tratta, anche qui, di un’opinione del tutto incongruente, per le stesse ragioni evidenziate sopra e in più perché la nozione di orientamento sessuale è già presente nella legislazione penale italiana. Infatti dal combinato disposto degli articoli 10 e 18 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e dall'articolo 38 dello Statuto dei lavoratori risulta una fattispecie penale tra i cui elementi vi è proprio l'orientamento sessuale.

Infine, Avvocatura per i diritti LGBT si dichiara estremamente rammaricata dal fatto che è stata sollevata una questione pregiudiziale che, lungi dal dare seguito ai dubbi sollevati nella I Commissione permanente della Camera dei Deputati, ha invece inteso uccidere sul nascere qualsiasi dibattito in Aula, impedendo la discussione sulla proposta di legge presentata dall’On. Concia.

Avvocatura per i diritti LGBT, in conclusione, evidenzia che le censure di incostituzionalità sollevate dagli estensori della pregiudiziale risultano, a seguito di analisi, in realtà del tutto inesistenti e sembrano esprimere invece, surrettiziamente, la scelta politica degli estensori di impedire che il problema dell’omofobia sia affrontato anche attraverso l’introduzione di una tutela di legge penale.

Roma, 14 ottobre 2009.

AVVOCATURA PER I DIRITTI LGBT - RETE LENFORD info@retelenford.it

Ps: Ringrazio Anna per la segnalazione.

mercoledì 14 ottobre 2009

Paola Concia: "Questo è un parlamento di ignoranti"


"Le mie opinioni sull'omosessualità potevano essere individuate come un reato" Paola Binetti, 13 ottobre


Le discriminazioni razziste sono "più uguali" di quelle omofobe. In Italia, infatti, sono perseguite anche grazie a un'aggravante, che rende i reati più pesanti. Così vuole la legge Mancino, approvata nel lontano 1993. Se invece le discriminazioni o le violenze sono contro gay e trans, l'aggravante non c'è. Lo ha deciso ieri la Camera. Questo perché - secondo l'Udc, il Cilicio antidemocratico e (udite udite) anche la modella delle Pari Opportunità - violerebbe il principio di uguaglianza. Non capiso perché in un caso (i delitti razzisti) l'aggravante è costituzionale, mentre nell'altro (i delitti omofobi) no.

A tutto giò si aggiunge che i mal-destri hanno difeso la loro scelta sostenendo che se perseguivano le discriminazioni contro l'orientamento sessuale avrebbero incluso la pedofilia o l'incesto. Una falsità, perché l'omosessualità è una variante naturale, se pur minoritaria, della sessualità umana. E non ha niente a che vedere con incesto e pedofilia, che sono crimini, non orientamenti sessuali.

E' evidente che questi argomenti sono solo un pretesto per non approvare una legge richiesta anche dall'Unione europea con Trattato di Lisbona, che l'Italia ha firmato. La deputata del Pd Paola Concia, che aveva formuulato la proposta di legge sull'omofobia, ieri era furiosa (come mostra il video).

In questo Paese i diritti civili (di tutti) sono ancora un tabù. Ma vorrei che le varie Mara Carfagna, Paola Binetti e Rocco Buttiglione la smettessero con le loro giustificazioni ipocrite e dicessero una volta per tutte quello che pensano: che per loro gay e trans non sono cittadini come gli altri e che non hanno i diritti riservati agli altri cittadini. L'articolo in proposito uscito oggi su City.

mercoledì 7 ottobre 2009

Scuole al collasso, mancano i soldi per tutto

Il sindacato Flc-Cgil della Scuola ha annunciato che il Ministero dell'Istruzione (Miur) ha finalmente stanziato i soldi per l'anno 2009 per le supplenze e la gestione degli istituti. Sarebbero 150 milioni di euro per coprire le assenze brevi e 60 milioni di euro per il funzionamento ordinario. Lo dice un sindacato, perché dal Miur ancora non sono arrivati annunci ufficiali.

Sempre la Flc-Cgil fa i conti sui tagli dei docenti e scopre che le cifre "ufficiali" non tornano. O meglio: tornano quelle originarie, di 42mila posti in meno. Il punto è che rimane praticamente impossibili avere notizie certe dal Ministero.

City ci ha provato. Nell'inchiesta di oggi sulla scuola, racconta cosa significa per gli istituti cercare di risolvere la cronica mancanza di fondi. Di certo non giova all'insegnamento. Cliccate sul testo degli articoli per ingrandirli.


giovedì 1 ottobre 2009

L'Aquila, i cittadini e la ricostruzione-miracolo



"Stiamo riuscendo nel miracolo"

Silvio Berlusconi, 29 settembre 2009



Per il suo compleanno il premier Silvio Berlusconi è andato all'Aquila per consegnare le prime 500 c.a.s.e.. Almeno così si è letto su tutti i giornali e visto in tutti i tg. "Quello che è stato fatto è un miracolo", ha chiosato Berlusconi. Ma i comitati dei cittadini dell'Aquila raccontano una situazione diversa. A partire dai 500 appartamenti.

Qui di seguito l'intervista su City a una maestra aquilana, Enza Blundo, che racconta la ricostruzione-miracolo vista dal basso. Intanto rimangono anche i dubbi sui criteri per l'assegnazione delle c.a.s.e.: a quanto pare un algoritmo complicatissimo, che però ha messo tutti i medici e le loro badanti nei siti migliori. Cliccate sull'intervista per ingrandire il testo.


mercoledì 30 settembre 2009

Mister X e lo scudo fiscale di Tremonti

Mister X è l'evasore (o ancora peggio il criminale) italiano che con lo scudo fiscale del ministro dell'Economia Giulio Tremonti rimarrà tale. Il Fisco, infatti, non potrà mettere il becco nei suoi conti per il valore di tutta la cifra condonata. E oltre a risparmiare il 45% di tasse, Mister X, potrà anche mettersi al sicuro dalle indagini.

Il condono di Tremonti, infatti, grazia una serie di reati gravi come il falso in bilancio e la fatturazione falsa, le false comunicazioni sociali e la distruzione di documenti contabili, e meno che non si sia già andati a processo. Sono molti i casi su cui gli inquirenti dovranno smettere di indagare, da quello sui diritti Mediaset (guarda caso) a quello sull'eredità degli Agnelli.

I vari Mister X italiani ringraziano. Qui di seguito due degli articoli usciti oggi su City, per spiegare in breve come funzionerà la mega-sanatoria di Tremonti. Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

martedì 29 settembre 2009

All'estero si scommette sulle gaffe di Berlusconi



"Sapete come si dice: 'tutto suona bene in italiano'? Ecco forse non è più così", Rachel Maddow, 29 settembre 2009


Il più grande sito di scommesse irlandese permette di puntare su questa domanda "Chi sarà il prossimo leader mondiale a ricevere gli insulti del premier italiano?”. Il discutibile senso dell'umorismo di Silvio Berlusconi è diventato motivo di scommesse e barzellette in tutto il mondo. la pessima figura ce la facciamo anche noi.

Per i media americani il suo senso dell'umorismo è addirittura "scioccante". Qui sopra, nel video (in inglese), il servizio sul caso del Rachel Maddow show. La giornalista è sconvolta per le batture, rivendicate e ribadite, a proposito dell'abbronzatura del presidente Usa Barack Obama e della first lady MIchelle. "Chi è quel tipo?", ripete la giornalista e "Non ci crederete, sono andati al mare insieme".

Poi conclude: "Sapete come si dice: 'tutto suona bene in italiano'? Ecco forse non è più così". Giudicate voi.

lunedì 28 settembre 2009

Westerwelle, il vicecancelliere è gay



Angela Merkel, cancelliera cristiano-democratica della Germania, è stata riconfermata alla guida del governo. Non condivido la sua visione del mondo, ma mi fa piacere che una donna che pensa da donna riesca ad arrivare ai vertici della politica. Non è scontato. Ed è ben altrra cosa da Margaret Thatcher.

Ma i tedeschi (di destra) ci danno anche un'altra lezione. Il futuro vicepremier e forse anche ministro degli Esteri è Guido Westerwelle, il leader della Fdp (liberali, sono il terzo partito tedesco). Bene, Westerwelle è gay dichiarato e da anni si presenta nelle occasioni ufficiali con il suo compagno, il manager dello sport Michael Mronz. Questo ne fa, a occhio, il gay dichiarato più potente del mondo. La cosa bella? La questione non è entrata minimamente nel dibattito elettorale: Westerwelle è stato giudicato per le sue proposte.

In Italia, tranne la lodevole eccezione di Nichi Vendola, infatti, se uno è gay (o una è lesbica) si ritiene debba fare politica solo sui diritti delle minoranze. Un bel ghetto. E mentre in Germania una donna e un gay si possono permettere di portare la destra alla vittoria, da noi c'è un premier che racconta barzellette piccanti. Una presidente del Consiglio o un vicepremier gay o lesbica sono inimmaginabili. In fondo il Vaticano ce l'abbiamo in casa...

venerdì 25 settembre 2009

Della Carfagna non s'ha da parlare



"Io non posso avere il problema del ministro Carfagna. Non posso avere il problema di una persona che tre anni prima di entrare in politica era a Piazza Grande a fare la showgirl",

Filippo Facci, giornalista di Libero, 25 settembre 2009



"Garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria",

Mara Carfagna, minista per le Pari opportunità, 25 settembre 2009



Ieri sera ad Annozero il giornalista Filippo Facci ha raccontato di essersene andato via da Il Giornale in polemica col neo-direttore Vittorio Fetri e schifato dalla censura preventiva su Mara Carfagna. Facci ha spiegato che l'unica censura l'ha avuta sulla ministra delle Pari opportunità: su di lei non poteva scrivere. Non si poteva criticare. Il passaggio in questione è dal minuto 1 e 20 secondi del video sopra. Guardatelo.

Sempre ieri, per una strana coincidenza, la ministra ex showgirl ha avuto modo di pronunciarsi pubblicamente su una questione che riguarda il suo ministero: l'annullamento per mancanza di donne della giunta provinciale di Taranto. La giunta è di centrosinistra, tanto per non risparmiare a Pd e compagnia la solita brutta figura.

Lo Statuto della provincia di Taranto infatti recita, all'articolo 48, che "il presidente della Provincia nomina i componenti della Giunta, tra cui un Vice Presidente, secondo le modalità previste per legge e nel rispetto del principio delle pari opportunità, ai sensi dell’art. 27 della legge n. 81 del 25.3.1993, sì da assicurare la presenza nella Giunta di entrambi i sessi". Siccome di donne in giunta non ce n'erano, il Tar ha accettato un ricorso che chiedeva di scioglierla.

Ecco come ha commentato la vicenda la Carfagna: "Un buon amministratore, un politico attento, dovrebbe mostrare sensibilità nei confronti delle donne e garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria. Se questa sensibilità viene a mancare, come nel caso della Provincia di Taranto, ben venga un intervento del Tar a rimettere le cose a posto".

Peccato che lo statuto, dicendo che la giunta deve avere anche componenti donna, stabilisce proprio che ci sia un obbligo di presenza di donne, quindi una sorta di quote rosa. La ministra non se ne è accorta perché l'articolo 48 non quantifica la quota in questione, cioè è non dice se deve essere dell'1% o del 99%. Però, appunto, dice che almeno una minima quota di donne deve esserci.

Ecco il pezzo su City: cliccate sull'immagine qua sotto per ingrandirla.