lunedì 28 febbraio 2011

Berlusconi zimbello d'Europa



Ecco come il comico e gionalista inglese Charlie Brooker (uno che scrive per il Guardian) racconta il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. Non ci facciamo una bella figura.

giovedì 24 febbraio 2011

A Milano si lotta per la democrazia




Il deserto della democrazia, a Milano. Ho cercato notizie sull'Associazione dalla parte della democrazia, ma non ne trovo. Della campagna dà notizia Il Giornale berlusconiano. Bisogna dire che stimola la creatività.

Massacrati con le armi italiane

Qui le immagini delle vittime della repressione: sono durissime.

L'Italia ci ha messo un po' a conndanare la repressione del dittatore Muammar Gheddafi e lo ha fatto molto timidamente. Il premier Silvio berlusconi ha addirittura chiamato Ghefddafi, non per dirgli di smetterla, ma per assicurare un pazzo delirante che non lo stava bombardando. Ma soprattutto ha continuato, fino a tre giorni fa, a vendergli le armi con cui ha ucciso, dice Al Arabiya, diecimila persone.


Gliele ha vendute e continua a vendergliele. Leggete cosa scrive Pax Christi:

Libia – Italia: l'imbarazzata complicità
Bloccare il mercato delle armi e rispettare i diritti umani

Il 2 settembre scorso abbiamo espresso il nostro disgusto per lo “spettacolo indecoroso” in onore di Gheddafi preparato dal capo del governo che ha ostentatamente baciato la mano al dittatore trascurando completamente ogni accenno alla violazione dei diritti umani, alla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, a chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Ora la repressione delle rivolte è spietata. Gruppi armati sparano sulla folla che viene anche bombardata.

Pax Christi vuole ricordare che l’Italia è il primo esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. Nel biennio 2008-2009 il governo italiano ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti per oltre 205 milioni di euro, più di un terzo di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE. A differenza dei colleghi europei, il ministro degli Esteri si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi.

L’Italia, complice di tanti affari e orrori, imbarazzata, balbetta.
Eppure non sono mancate le sollecitazioni. Dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa, con la Rete Disarmo e la Tavola della pace avevamo chiesto al Governo di sospendere ogni forma di cooperazione militare con tutti i paesi dell’area.
Ma la vita dei libici vale più del petrolio, del gas e di ogni altro interesse.

E’ urgente rivedere il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 da Berlusconi e Gheddafi – con cui le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio.

Vogliamo ricordare che la legge 185 del 1990 sulle esportazioni di armamenti chiede di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale" e di rifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.

Disarmo, giustizia e democrazia sono la premessa perché il nord Africa e il Mediterraneo diventino, secondo il sogno di La Pira, un “grande nuovo lago di Tiberiade”. Non il bagno di sangue che siamo costretti a guardare di fronte a casa.

Pax Christi Italia
Firenze, 22 febbraio 2011

Fonti e ulteriore documentazione in: Rete Disarmo www.disarmo.org e Unimondo www.unimondo.org

venerdì 11 febbraio 2011

Voci diverse, una sola manifestazione: "Se non ora, quando?"



La manifestazione del 13 febbraio per la dignità delle donne ha suscitato molte reazioni, spesso contrastanti. Molte femministe D.o.c.g. l'hanno criticata in nome dell'autolesionista pratica della rottura del capello in quattro. Che dire? In linea di principio hanno anche ragione, ma dimenticano che quei principi a cui si appellano oggi non valgono per moltissime donne, anche a causa del fatto che la loro generazione si è arroccata sulle battaglie per la divisione del capello e nel frattempo non si è accorta che il mondo tornava indietro di 40 anni.

Penso che invece la manifestazione di domenica prossima "Se non ora, quando", sia un'occasione fondamentale per ritrovare la più grande e più sprecata pratica del femminismo: la condivisione di obiettivi politici tra donne di diverse condizioni sociali e orizzonti culturali, ma che riguardano tutti. Di seguito l'intevista a City della deputata di Fli Giulia Bongiorno (conosciuta anche come l'avvocata di Giulio Andreotti). Qui, invece, l'appello dei collettivi di "Indecorose e libere".

Donne, venite in piazza: è una questione di dignità

Giulia Bongiorno è presidente della Commissione Giustizia alla Camera, deputata di Fli, e una delle sostenitrici di “Se non ora quando”, la manifestazione del 13 febbraio per la dignità delle donne
Perché avete deciso di scendere in piazza?

In Italia si nega che esista un problema legato alla discriminazione delle donne. Ma la realtà dimostra che le donne vengono escluse dai ruoli di potere, o che comunque la percentuale di coloro che riescono ad accedervi è bassissima.
Molti sostengono che con l’inchiesta sul “caso Ruby” si stia violando la privacy del premier: lei cosa ne pensa?
Sono e resto garantista: ogni imputato – e quindi anche Silvio Berlusconi – è innocente fino a prova contraria. Ma il cosiddetto “caso Ruby” rappresenta una ferita a tutte le donne per la situazione in cui sono maturati i reati contestati al premier. E nemmeno il più grande avvocato sarebbe in grado di produrre una prova capace di cancellare certe offese alla dignità femminile.
Un’offesa alle dignità di tutte le donne? Non al massimo di chi partecipa alle sue feste?
Io rispetto la libertà di autodeterminazione di chiunque e non mi sento di affermare che le ragazze che hanno partecipato a quelle feste nelle residenze del premier sono state sfruttate. Chi vuole organizzare festini hard è libero di farlo, purché non danneggi qualcun altro. Ma non è accettabile “premiare” qualcuno e mandarlo avanti – magari assegnandogli incarichi pubblici – per il solo fatto che si è prestato al bunga bunga o perché è particolarmente attraente.
Il problema quindi è che Berlusconi è il premier e la partecipazione a quelle feste dà dei benefici “pubblici”…
Non cambia nulla se chi organizza queste feste è un uomo o una donna, non è il genere sessuale che importa. Quello che importa è che una simile condotta sconvolge il sistema dei valori e svilisce l’impegno. Senza dimenticare che la gente è comunque portata a seguire l’esempio dei potenti: chi riveste ruoli di potere dovrebbe essere consapevole delle proprie responsabilità.
Secondo molti l’Italia deve affrontare questioni più urgenti e importanti della dignità delle donne: lei cosa ne pensa?
Cosa ci può essere di più importante della dignità di oltre metà della popolazione italiana? La verità è che si nega l’esistenza di un problema legato alla dignità delle donne perché si ha paura che, parlandone, le donne possano prenderne coscienza. Se ci fosse maggior consapevolezza, probabilmente le cose andrebbero diversamente e forse non tutti vogliono che questo accada.
Lei ha anche denunciato l’assenza di una politica per le donne da parte del governo Berlusconi: cosa intende?
Io guardo alle priorità annunciate del governo e mai ho sentito pronunciare la parola “donna”, se non in qualche barzelletta di dubbio gusto.
Perché la manifestazione di domenica prossima fa appello soprattutto alle donne?
Le donne devono assolutamente conquistare una parità di fatto e forse potrebbero riuscirci attraverso questa battaglia. È un’urgenza non più rinviabile.
Un’altra obiezione è che la vostra sia una mobilitazione da “femministe moraliste”, mentre le donne che “vendono” il loro corpo per fare carriera fanno una scelta libera.
Credo sia un modo come un altro per tentare di disinnescare il profondo cambiamento culturale e sociale che si profila all’orizzonte. E se si cerca di minimizzarlo è perché lo si teme.
Lei è una donna di destra, ha appena avuto un figlio da sola, ha una carriera brillantissima. È la dimostrazione che un certo modello “tradizionale” della donna è definitivamente superato?
Da questo punto di vista non mi sembra ci siano novità all’orizzonte: anche oggi, la donna deve fare i salti mortali e dare continue dimostrazioni del proprio valore per conquistare determinate posizioni. E poi per mantenerle.
Per ottenere certi risultati le donne devono ancora fare più fatica?
Molta più di quanto non sia richiesto a un uomo. In particolare, conciliare lavoro e famiglia, poi, rimane un’impresa ardua. Tutto questo ha un prezzo altissimo, che molte donne pagano rinviando la maternità o addirittura rinunciandovi. È essenziale non mollare e impegnarsi per un cambiamento: occorre essere sempre più numerose e sempre più convinte.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it


domenica 6 febbraio 2011

Manuale d'istruzioni per dittatori




I fatti li sapete. E se non li sapete, ve li riassumo con la parole (perfette) di Michele Brambilla sulla Stampa:

L’altro ieri (giovedì, ndr.) alla Commissione bicamerale è stato respinto un «pezzo» del federalismo; il governo ha cercato di farlo passare ugualmente con un decreto, che ieri il Presidente della Repubblica ha però dichiarato irricevibile, chiarendo che una cosa del genere deve passare dal Parlamento. E infatti si tornerà a discuterne alle Camere. Ulteriore chiarimento per i non addetti ai lavori: una riforma passata alla Bicamerale avrebbe avuto il marchio di un riforma condivisa; una che invece passa alle Camere con un voto di maggioranza ha quello della riforma di parte.


Il ministro dell'Interno Roberto Maroni aveva detto che, se il decreto in questione non fosse passato, la Lega avrebbe chiesto le elezioni subito. E quindi il governo doveva salvare la faccia (e anche il culo): da lì un decreto d'emergenza, che però violava tutte le procedure.

La violazione era talmente smaccata, che la ammette anche Il Giornale della famiglia Berlsconi (ovvero, come si dice in marketinghese, l'House Organ del premier):

"Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. [...] In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop".


Così il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, con tutta tranquillità riduce la divisione dei poteri (caposaldo della democrazia) a questione di forma, addirittura "burocratica". Ma siamo sempre all'allusione: la vera bordata arriva dopo:

Più probabilmente, [Bossi e Berlusconi] sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere ­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri , dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.


A me sono queste cose che fanno davvero paura. Un giornalista, un direttore di giornale, non ha più nessun pudore a scagliarsi contro la divisione dei poteri. Cioè, appunto, la democrazia. E rivendica che, in nome del fatto che è stato eletto, un capo del governo possa fare tutto. Anche Adolf Hitler è stato eletto, e ha usato quel consenso per diventare il più sanguinario dittatore della storia. Come ha fatto? Ha scardinato mano mano tutte le garanzie democratiche. Tipo, appunto, la divisione dei poteri.

Berlusconi passa, ma restano quelli che - per sostenere il suo governo - affossano la base della democrazia. Sono loro che mi fanno davvero paura.

Ecco l'editoriale di Sallusti sul Giornale


L'EDITORIALE "La fatica di governare"
di Alessandro Sallusti

Governare è impresa disperata a meno che non si voglia sottostare agli organi di altri poteri, dal capo dello Stato ai magistrati, dai sindacati ai mezzi di informazione

Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. L’opposizione esulta, felice di avere ri­tardato di qualche setti­mana (tanto ci vorrà per rimediare)l’entrata in vi­gore di una riforma che modernizza l’Italia e aiu­ta la gente a vivere me­glio e un po’ meno tassa­ta.

In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop. Più probabilmente, sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri, dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.

Poteri che hanno un filo rosso comune: essere ex, neo o post comuni­sti. Cioè parte di una sini­stra che non accetta la prima regola di una de­mocrazia: per cinque an­ni è legittimato a gover­nare chi vince le elezio­ni. Questo proprio non gli entra in testa, voglio­no comandare anche quando perdono e per farlo sono disposti a tut­to, compreso il fatto che leggi e forme devono es­sere piegate sempre e so­lo a loro vantaggio.

Se di regole e rispetto delle istituzioni parlia­mo, perché nessuno di questi signori pone il problema che il presi­dente della Camera non può usare il potere e i mezzi in dotazione alla carica per fare cadere il primo ministro? Perché non porre il problema che se uno passa all’op­posizione deve lasciare libero il posto nelle com­missioni parlamentari che occupava in quanto maggioranza? Perché la legge viene applicata con violenza contro i giornalisti che rivelano segreti d’ufficio solo se questi sono del Giornale mentre quelli di Repub­blica sono liberi di fare di tutto impunemente? L’elenco dei «perché» sarebbe lungo chilome­tri.

Ma si può riassumer­li in uno: perché Berlu­sconi e Bossi non avreb­bero il diritto di governa­re? La risposta è una so­la: hanno il consenso della gente, e si sa, per la sinistra, insegna la sto­ria, la gente è pericolo­sa. Se poi chiede più fe­deralismo e meno tasse, cioè più libertà, è addirit­tura da internare. Cosa già successa in Paesi tan­to cari soltanto qualche anno fa a chi oggi ci vuo­le insegnare la democra­zia e le sue regole.

martedì 1 febbraio 2011

L'occidente ha paura della democrazia araba



Le rivolte in Tunisia ed Egitto sono state ribattezzate "la prima rivoluzione araba", la prima per la democrazia. Eppure Usa ed Europa, che a parole "esportano" democrazia, nei fatti preferirebbero che tutto restasse com'era. Il perché lo spiega l'intellettuale marocchina Rita El Khayat, in questa intervista a City.

L’Occidente ha paura della democrazia araba

Etnopsichiatra marocchina, Rita El Khayat è stata candidata al premio Nobel per la Pace. È impegnata nella lotta per la democrazia nel Mondo Arabo.


Molti italiani hanno scoperto che Tunisia ed Egitto erano dittature solo dopo le proteste di questi giorni. Finora Hosni Mubarak era il “presidente egiziano”, non un “dittatore”. Com’è possibile professoressa El Khayat?
È incredibile, visto che gente come Mubarak o il tunisino Ben Alì è stata al potere 20 o 30 anni. Sarebbe impensabile in Francia o Germania. Invece con i Paesi Arabi si è fatto finta di niente perché Stati Uniti, Israele ed Europa avevano l’interesse a sostenere le dittature dei Paesi Arabi.
Interesse? Perché?
L’Egitto è stato il primo Paese Arabo a riconoscere Israele. In cambio della tranquillità ai confini, gli israeliani e i loro alleati hanno chiuso un occhio sulla dittatura egiziana. Ma come è possibile che Israele, che si definisce un Paese democratico, abbia così tanti legami con una dittatura come l’Egitto?
Nei giorni scorsi, in effetti, Israele ha continuato a chiedere di sostenere Mubarak.
Esatto. E finora anche il patto tra Usa, Europa e dittatori arabi è stato: voi tenete tutto il potere nei vostri Paesi, in cambio ci fate avere petrolio, gas, materie prime a buon prezzo. Pensi agli accordi dell’Italia con la Libia. Pensi all’Algeria: la gente muore di fame e i milioni di dollari guadagnati col petrolio stanno nelle banche occidentali.
Ma secondo lei, quindi Usa ed Europa, in un certo senso, hanno paura dell’avvento della democrazia nei Paesi Arabi?
Con la democrazia sarebbero molto meno controllabili. I dittatori come Mubarak, invece, fanno quello che l’Occidente chiede loro. A rimetterci sono i popoli arabi, schiacciati dai Paesi Occidentali che ci considerano come dei bambini inadatti alla democrazia, utili solo perché comprano i prodotti occidentali, ma nulla più.
Perché le rivolte sono scoppiate proprio ora?
Intanto per la maggiore circolazione delle informazioni. Gli egiziani sono meno istruiti dei tunisini, ma anche chi è analfabeta guarda la tv. Moltissimo ha fatto internet: non è un caso che Mubarak abbia bloccato il web. Ma soprattutto era tempo.
Era tempo? Cioè?
Tunisini ed egiziani sono diventati consapevoli del fatto che non possono più andare avanti così. C’è la povertà, c’è la mancanza di libertà. di futuro. In più la situazione delle donne è insostenibile.
Nelle immagini delle proteste egiziane si vedono soprattutto uomini, al contrario di quanto è successo con le manifestazioni in Iran nel 2009, per esempio. Perché?
Dipende dalle condizioni arcaiche in cui vivono. Molte di loro non sanno neppure cosa succede nel mondo, perché vivono chiuse in casa, non sono abituate a uscire in pubblico. Sono comandate dagli uomini e se gli uomini dicono loro che non possono uscire in strada, loro obbediscono.
Cosa pensa che succederà in Egitto?
Penso che, se non è una questione di giorni è una questione di settimane, ma Mubarak dovrà cedere. È una marionetta in mano agli Stati Uniti. Il presidente Usa Barack Obama ha chiesto per l’Egitto “una transizione ordinata alla democrazia”: significa che Mubarak dovrà andarsene.
Pensa che le proteste si allargheranno ad altri Paesi Arabi. Compreso il suo, il Marocco?
In Algeria ieri (l’altroieri per chi legge, ndr.) due persone di sono date fuoco per protesta: in Tunisia è iniziato tutto così. In Marocco la situazione è diversa: ci sono state riforme dalla fine degli anni ‘90. Il nuovo sovrano Mohammed VI, che regna da 11 anni, ha migliorato la condizione delle donne e conduce una battaglia personale contro la povertà. La nostra società è molto più dinamica di quella egiziana che è regredita negli anni a condizioni medievali.
C’è il pericolo che dopo le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto possano andare al potere i fondamentalisti islamici?
Sì, è una possibilità. È successo anche in Marocco: dopo l’arrivo della democrazia i fondamentalisti hanno provato a prendersela per sé. Ma è una delle possibilità, non l’unica. Anche perché finora le rivolte sono state portate avanti dal popolo, non dai fondamentalisti
Di cosa c’è bisogno perché le rivolte in Tunisia ed Egitto portino davvero alla democrazia?
Intanto che l’Occidente eviti di sostenere nuove dittature e di decidere per i popoli arabi. E poi di una rivoluzione antropologica: quella politica non basta. Bisogna migliorare l’istruzione, promuovere l’uguaglianza tra uomini e donne, migliorare le condizioni sanitarie. È l’unica strada per raggiungere davvero la democrazia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it