sabato 31 dicembre 2011

Fingere di essere etero fa male: Eva e il fardello dell'invisibilità



Continua l’educazione degli italiani all’omosessualità femminile, via Tutti pazzi per amore 3. Prima abbiamo visto l’introduzione al desiderio lesbico, la critica del machismo omofobo e l'equiparazione de facto tra sessualità omo ed etero (ok, ok, Eva e Claudia tecnicamente non si baciano, mentre le coppie etero sì, ma loro due non stanno insieme né ci staranno mai e di baci di Eva se ne son visti in abbondanza). Nelle ultime puntate, invece, gli sceneggiatori Ivan Cotroneo e Monica Rametta hanno mostrato agli italiani il fardello dell'invisibilità. Ovvero che nascondere la propria omosessualità è una violenza che si compie su se stessi.

La sbandata di Eva per Claudia, infatti, è rientrata e la fidanzata Roberta le annuncia che i suoi genitori verranno a trovarle per Natale. Così scopriamo, insieme a Paolo, che "la controfigura di Rambo" (aka l'antipatica Roberta) non è dichiarata in famiglia. Quando mamma e papà arrivano, lei ed Eva separano i letti e fanno finta di essere etero. La presa di culo di Paolo sulla pantomima è impagabile.

Non è la prima volta che succede in tv, anzi, è quasi un luogo comune. Ma per la prima volta, grazie a Ivan Cotroneo e Monica Rametta (mi piace fare nome e cognomi, perché contano) ci immedesimiamo non più con gli etero perplessi dalla commedia degli equivoci, ma con una donna costretta a nascondere la propria omosessualità. E il gioco delle parti è chiaro: Roberta (quella antipatica) si nasconde, Eva (quella simpatica e molto bella) non lo vuole fare. Da che parte starà mai lo spettatore? Se questo non bastasse ce lo spiega Paolo: "Io voglio sapere come fai ad accettare una situazione del genere? E' ridicola! E' umiliante! E' come se io di fronte alla madre di Laura facessi finta di non stare con lei!".

Ecco, adesso gli italiani lo sanno, anche se non ci avevano mai pensato: dover far finta di non essere quelli che si è umilia e mortifica. E' una violenza ingiusta che spesso si accetta di compiere su se stessi per evitare supposti mali peggiori.

Tutti pazzi per amore è una fiction per famiglie. Sono tanti i genitori che la guardano con i figli gay e lesbiche. La cara vecchia Rai finalmente glielo ha spiegato: "salvare le apparenze" costa; quando i loro figli mentono su se stessi, si fanno male. Eva ha scelto di non auto-umiliarsi, di uscire dall'invisibilità. Il primo giorno del 2012 scopriremo come starà dopo: io non vedo l'ora. Intanto buon anno a tutti e tutte.

martedì 6 dicembre 2011

Son tutti figli di mamma

Per visualizzare i sottotitoli, premete sull'icona CC


Ho sempre diffidato dei "geni", forse perché ho studiato in un posto dove dovevano essercene tanti, ma a guardar bene della famosa equazione rimaneva soprattutto la sregolatezza (neppure di quella divertente). Ma è un altro il motivo per cui il video qui sopra mi irrita. E' molto circolato nei giorni scorsi, con il titolo "Due lesbiche hanno fatto un figlio, e guarda cosa è venuto fuori" (Two Lesbians Raised A Baby And This Is What They Got)

Oggi The Daily Beast pubblica un articolo del ragazzo prodigio in persona, Zach Wahl, che racconta la storia del video e annuncia un libro sulla sua famiglia. Ne viene fuori che il suo discorso è riuscito a dissuadere un po' di omofobi: lui è venuto su benissimo, ergo gay e lesbiche "possono" avere figli. Me ne rallegro.

A me però fa arrabbiare: perché per effetto della discriminazione, un ragazzo di vent'anni è trasformato in una prova. Non più una persona, con tutti i suoi pregi e difetti, ma una prova della bontà delle famiglie gay. No, grazie.

Gay e lesbiche, esattamente come gli etero, possono essere bravi o cattivi genitori, dipende da loro. In comune spesso hanno solo l'esperienza della discriminazione, che non rende automaticamente persone migliori. E i loro figli, come quelli degli altri, possono essere belli o brutti, intelligenti o scemi, noiosi o interessanti. Son tutti figli uguale.

Anche un'altra tipa molto in gamba, Ry Russo Young, intervistata dal New York Times raccontava di come crescendo avesse sentito "una sorta di pressione implicita ad essere etero", per dimostrare al mondo che avere due mamme non ti fa venire su storta.

A me sembra una violenza, anche questa, effetto della discriminazione. Quindi per favore, non fatemi vedere ragazzini prodigio. Che poi Zach sia molto simpatico, questo è un altro discorso: basta vedere la conclusione del suo articolo. E anche lui, a quanto pare, adesso è un po' irritato...

"Mi piacerebbe rispondere a due domande che mi sono state fatte spesso negli ultimi giorni:

Primo: "Sei gay?"

Ho risposto a queste domande altre volte. Ma di recente ho deciso di smettere. Se l'unica domanda che volete farmi, dopo avermi sentito difendere la mia famiglia, è sulla mia sessualità, vuol dire che non avete capito il punto. Che io sia gay, etero, bisex, alto o basso, maschio o femmina, bianco o nero, meritevole e in carriera o nullafacente, non conta niente. Di fatto, sono uno studente meritevole-diventato-attivista per sostenere pubblicamente le sue mamme, ma questa non è - né dovrebbe essere - la norma. Nessuno vuole spendere tutto il suo tempo a difendere la sua famiglia, e non vedo l'ora che la mia non abbia più bisogno di essere difesa.

E per quanto riguarda la seconda domanda...

Sì, sono single"

Carino, vero?


martedì 29 novembre 2011

Le due ragazze si sono baciate (e io sono metrosexual)



Quando ho visto le nuove puntate di Tutti pazzi per amore 3 non credevo ai miei occhi, proprio come Paolo (il protagonista) non credeva ai suoi. Io, però, sorridevo di più. La scorsa settimana gli spettatori della fiction di Rai 1 hanno scoperto che la nuova collega di Paolo, Eva, è lesbica. Ieri l'ha scoperto anche Paolo.

La scena è questa qui sopra. E non poteva essere raccontata meglio: Eva non spiega, semplicemente saluta e bacia la sua fidanzata. Il messaggio è chiaro: non deve certo giustificarsi per com'è. "Va bene così", direbbe il sindaco di Berlino. Paolo è imbarazzato, ma è l'unico, perché è "antico" mentre gli altri sono "metrosexual" cioè "moderni", come insegna la bibbia del cool (Vanity Fair).

Paolo, dunque, rimane visibilmente a disagio e alla fine Eva gli chiede spiegazioni. Lo scambio è spassosissmo: "Quella ragazza chi è? Una tua amica?", "No, mica bacio le mie amiche sulla bocca". Sguardo sollevato di lui. "E' la mia fidanzata". Tracollo di lui.

Tre battute e Ivan Cotroneo e co-sceneggiatori hanno fatto piazza pulita dell'orrida retorica delle "amiche speciali". Quella per cui se le donne si baciano è perché, si sa, tra loro le donne sono tanto affettuose. (L'altra ragione è che ci sia un uomo a portata da attizzare, ma questa è un'altra storia).

Anche se qualcuno la trova demodé, a me è piaciuta pure la discussione su quanto sia figa Sharon Stone. Un po' per la convinzione con cui Eva concorda (brava Anita Caprioli!): rende manifesto il desiderio per un'altra donna, che non è poco per la nostra pruriginosa tv. Un po' per quella vecchia battuta anni '90: se ti piace Jenny Shimizu sei etero, ma se ti piace Sharon Stone, allora sei davvero lesbica.

Alla fine Paolo capisce che le lesbiche sono donne "come tutte le altre" e possono persino scegliere se avere o non avere figli. Si lamenta addirittura con sua moglie che non gliel'ha detto. "Sono tranquillissimo, se pensi che il fatto che Eva sia omosessuale mi sconvolga, ti sbagli". E poi la perla, offerta in diretta tv ai 4.481.000 della puntata (16% di share, il programma più visto della serata): "Io sono metrosexual".

In poco più di 50 minuti tutti hanno capito: l'identità che deve essere ridefinita è quella del maschio oscurantista, non quella della donna che desidera un'altra donna. Eva è serena e trasparente, non ha niente da nascondere, niente di problematico, niente di discutibile. A essere messo in questione è il machismo goffo di Paolo. Con questo candore sulla tv italiana non era mai successo.

La cosa che pure rimane, in questo episodio così bello, è la problematicità della parola "lesbica". Ne abbiamo parlato anche con gli studenti del Best, alla proiezione di Diversamente etero in Bocconi. "Lesbica" - a torto o ragione - suona offensivo per un sacco di persone, anche gay. E infatti nella puntata nessuno lo dice. Ivan Cotroneo, che è bravissimo, l'ha risolto buttandola sul queer: "Mr. non si portano più queste etichette. Diciamo che le piacciono le ragazze". Il fatto è indubitabile, l'etichetta la si può scegliere.

martedì 22 novembre 2011

I baci di Eva a Tutti pazzi per amore



Domenica sera circa 4 milioni di italiani hanno visto questo. Fossimo negli Usa o nel resto d'Europa non ci sarebbe niente di nuovo. Ma siamo in Italia ed è una piccola rivoluzione. Perché stiamo su Rai 1, il programma è il più visto della serata e per la prima volta la lesbica non è sfigata, pericolosa, ex-disastrata, destinata a sparire nel giro di pochissime puntate.

Anzi è un personaggio presentato come desiderabile, tanto che i colleghi (maschi) smaniano per lei e il protagonista della serie Paolo teme che sia stata mandata da sua moglie per tentarlo. Non è un caso che l'autore della serie Tutti pazzi per amore, Ivan Cotroneo, sia uno molto bravo (oltre che gay dichiarato).

Ma torniamo a Eva. Non è condannata alla castità forzata (ha una ragazza e si scopre che stanno insieme perché si baciano), né alla monogamia eterna, che è la versione moderna della castità forzata (viene subito vista con una carrellata di fidanzate). Non sembra nemmeno unicamente interessata a crescer figlie, fuggire da ex mariti violenti, aprire consorzi d'olio d'oliva, limitarsi a sfiorare le labbra della sua compagna (come la protagonista del per altro buono Il Padre delle Spose). Anzi, i 4 milioni e 265 mila spettatori che domenica 20 novembre hanno visto il primo episodio di Tutti pazzi per amore 3 e i 3 milioni 786 mila che hanno visto il secondo hanno sicuramente avuto l'impressione che a Eva con le donne piaccia andarci a letto.

Last but not least, anche l'attrice Anita Caprioli ha rilasciato interviste molto sensate: "Io rivendico non solo uno Stato laico ma anche una televisione laica, che non si fossilizzi in ipocrisie che negano la realtà e contemporaneamente mostri in prima serata ogni sorta di violenza omicida". Moltissimi dirigenti politici nazionali non sarebbero capaci di simili dichiarazioni.

Tutti pazzi per amore 3 è un passo avanti anche rispetto alla storia lesbica di Un posto al sole, andata in onda questa estate. Lì, essenzialmente la storia "serviva" a far recuperare il suo ruolo di madre ad Aurora, che aveva abbandonato la figlia bambina quando aveva scoperto di essere lesbica. Dopo la brevissima storia con l'ex cattiva della soap Marina, Aurora torna single ma recupera il rapporto con la figlia. Giusto in tempo per partire con lei per Milano e scomparire forever dalla soap. Quindi, madre attuale, lesbica in teoria.

In Un posto al sole la lesbica a tempo Marina ("Mi piaci solo tu, non le donne") si consola subito dopo con un baldo tanguero, visibilmente più giovane di lei. La svolta è stata accompagnata da numerose interviste in cui l'attrice Nina Soldano raccontava di avere anche nella vita un compagno più giovane. Ve la immaginate l'attrice che interpreta un lesbica confessare: "Ho una compagna anche nella vita"? (eppure succede).

Molto meglio Eva. Eppure anche qui, in qualche modo, non si sfugge al familismo italiano. Eva si fa "perdonare" di essere lesbica, stragiurando che suo padre è "l'unico uomo della sua vita". Proprio come nel Padre delle Spose era il patriarca Riccardo (Lino Banfi) a sdoganare il lesbismo della figlia. La bravura di Cotroneo sta nel mitigare il tutto con l'ironia della commedia, ma la Regola del Padre torna ancora una volta. Siamo italiani, si sa.

Di visibilità lesbica nella tv italiana partliamo nel documentario "Diversamente etero". Stasera sarà proiettato alla Bocconi di Milano, intervengono Ivan Scalfarotto, la professoressa Francesca Polese e Milena Cannavacciuolo (oltre a me).

domenica 20 novembre 2011

Le nuove generazioni non avranno pensione

La mia intervista su City a Walter Passerini, uscita il 18 novembre 2011
Giornalista, Walter Passerini ha scritto con Ignazio Marino “Senza Pensioni” (Chiarelettere), libro denuncia sulla bomba previdenziale.
Cos’è la bomba previdenziale di cui parlate nel libro?

Il fatto che le future generazioni avranno una pensione tra il 30 e il 45% del loro ultimo reddito. Cioè tra 300 e 500 euro: quasi niente.
Il mese scorso l’Inps ha pubblicato uno studio che lo nega: sostiene che avranno una pensione pari al 70% dello stipendio, se dipendenti, o al 57% se parasubordinati.
Non è uno studio dell’Inps.
E di chi è?
Di Stefano Patriarca, un consulente dell’Inps. Che però non le ha fatte proprie. Sono delle elaborazioni pittoresche e fantasiose, perché assegnano ai precari una continuità di lavoro che essi non hanno.
Cosa intende?
Chi ha fatto le stime tratta i precari come se fossero operai della Fiat, non sa cosa vuol dire essere precari. E cioè avere lunghi periodi di inattività tra un contratto e l’altro.
Quando non si lavora, non si versano neppure i contributi per la pensione, giusto?
Esatto. Un precario fa fatica a raggiungere 40 anni di contributi. Di solito inizia a lavorare stabilmente dopo i 30 anni, ha delle pause, stage, periodi di malattia non pagati. La sua vita lavorativa è costellata di vuoti. Che gli impediranno di avere una pensione superiore al 30% dell’ultimo stipendio.
È pochissimo: chi è già in pensione da qualche anno prende l’80%. Chi ci va oggi circa il 70%: perché questa differenza?
Dal 1° gennaio 1996 il mondo della previdenza è cambiato: dal metodo “retributivo” (la pensione calcolata sulla base dell’ultimo reddito) si è passati a quello contributivo. Che fa dipendere l’assegno dai contributi effettivamente versati.
Ma quindi i venti-trentenni cosa possono fare?
Affidarsi al cosiddetto “secondo pilastro”, cioè la previdenza integrativa: i fondi pensione a cui si aderisce volontariamente versando una piccola percentuale dello stipendio.
Nei fondi pensioni oggi si può versare anche la liquidazione. Ma sono davvero affidabili? Non c’è il rischio che si perdano i soldi?
Parlo di fondi complementari chiusi, non fondi di investimento aperti e non investimenti azionari a rischio. I fondi chiusi operano sul mercato, ma secondo una linea di equilibrio e prudenza. Li hanno alcune categorie, come i giornalisti, i metalmeccanici, i chimici. Vi aderiscono in tutto poco più di cinque milioni di lavoratori il 23% del totale.
Perché così pochi?
In parte per il timore che siano rischiosi. In parte perché la riforma delle pensioni con il metodo contributivo è stata fatta solo a a metà: non sono stati istituiti fondi di categoria per tutti. Né gli incentivi fiscali per chi aderisce ai fondi chiusi.
I fondi integrativi obbligano a sottrarre soldi agli stipendi. Che per i giovani oggi non sono altissimi.
In effetti i giovani sono i più penalizzati. Spesso lavorano da dipendenti ma con contratti di collaborazione: fanno straordinari non pagati, sono licenziabili di fatto, non hanno malattia pagata. Eppure sono loro, insieme agli stranieri, che tengono in piedi i conti dell’Inps.
Perché?
Versano i contributi ma non ritirano le pensioni. E quindi pagano quelle di chi prende l’assegno retributivo, molto più alto rispetto ai contributi effettivamente versati.
Ecco, per loro cosa si può fare?
Prima di tutto far entrare ancora più persone, soprattutto donne e giovani, nel mondo del lavoro, in modo che versino contributi. Poi bisogna far ripartire l’economia: oggi le pensioni costano all’Italia il 14% del Pil, il doppio che nel resto d’Europa. Ma non si può tagliare ancora sulla previdenza: l’unico modo per abbassare il “peso” delle pensioni è aumentare il Pil.
Abbiamo anche un problema di evasione?
Enorme: ogni anno in Italia vengono evasi 270 miliardi di euro di contributi. Troppi datori di lavoro non li pagano o li pagano solo in parte. Ci sono aziende che per l’Inps non esistono.
Come è possibile?
Manca un sistema di controllo e gli ispettori sono pochi.
L’ex premier Silvio Berlusconi aveva promesso all’Ue di alzare a 67 anni entro il 2026 l’età della pensione. Lo faremo?
Lo aveva già fatto il suo governo, prima della lettera! A 67 anni si arriverà già nel 2021.
Lei è d’accordo?
Credo che il sistema migliore sia la cosiddetta forchetta: andare in pensione tra i 62 e i 68 anni con un sistema di incentivi e disincentivi. Chi va prima prende meno, chi va dopo prende di più. Ne beneficerebbe anche il sistema: lasciare il lavoro dopo significa pagare contributi più a lungo e stare meno tempo a carico dell’Inps.
La nuova ministra agli Affari sociali, Elsa Fornero, è un’esperta di previdenza. Cosa cambierà con lei?
È una studiosa molto preparata, che sicuramente cercherà di rendere il sistema più equo. Ma deve sapere che non è possibile fare una riforma delle pensioni senza una riforma del mercato del lavoro che aiuti giovani e precari.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

martedì 15 novembre 2011

L'amore supera la barriera del suono

Su Women Mag di Novembre la mia intervista ad una coppia lesbica con figli, Annie Saltzman-Pini e Micaela Pini

venerdì 7 ottobre 2011

Forzagnocca.it, il nuovo sito del Pdl



La battuta, ahinoi, è nota. Per un po' è diventata realtà. Guardate infatti l'indirizzo della pagina sopra: www.forzagnocca.it La foto è stata scattata stanotte (cliccateci sopra per ingrandirla). Con il segretario del Pdl Angelino Alfano, grande promessa della politica italiana (ci dicono) che a tratti faceva capolino sorridente sotto quel dominio. Sembra che sia una beffa di qualche hacker. Io, lo ammetto, ho pensato che qualche solerte dipendente avesse preso alla lettera le parole del Capo.

In un momento in cui la sopravvivenza del governo Berlusconi è sempre più incerta, il debito dell'Italia desta sempre più preoccupazioni, il consiglio dei ministri non riesce a varare il decreto sviluppo che ci chiedono (e promettono) da almeno sei mesi, e il premier non sa portare a casa la nomina del nuovo governatore della Banca d'Italia, il presidente del Consiglio va alla Camera per assistere alla discussione del ddl che limita la possibilità di usare e pubblicare le intercettazioni. Non si votava neppure, ma lui era lì. Come a dire: a me questo interessa.

Poi, per ostentare il suo famoso ottimismo annuncia che il governo avrà lunga vita, l'unica cosa che serve è cambiare il nome del suo partito: "Cambieremo nome al partito, perché bisogna dare segnali di cambiamento e novità. Ci sono proposte? Fatevi avanti. Anche se mi dicono che il nome che avrebbe maggiore successo è Forza Gnocca".

Ecco fatto. A furor di esperti, è chiaro che stavolta l'operazione di alleggerimento non gli è riuscita. Gli italiani, ormai, hanno poca voglia di scherzare. Stamani, intanto, forzafnocca.it non era più accessibile, rimaneva solo il favicon del Pdl.



giovedì 29 settembre 2011

Basta con la politica fatta solo dagli uomini

Questa intervista è uscita il 28 settembre su City
Donatella Martini fa parte di Donne in Quota, una delle associazioni che sostengono il ricorso per sciogliere la Giunta della Lombardia. Perché c’è soltanto un’assessora.
La Regione Lombardia ha 15 assessori uomini e solo uno che è donna. Voi, per questo motivo, volete addirittura far sciogliere la Giunta Regionale. Non è una misura un po’ estrema?

Se la Giunta viola il proprio statuto, lo prevede la legge. E, per quanto riguarda la presenza - o meglio l’assenza - di donne negli organismi di governo, è già stato fatto in almeno due casi.
Altre Giunte annullate? Dove?
In Campania: il Consiglio di Stato lo scorso 28 luglio ha fatto decadere la Giunta perché c’era una sola donna. In Sardegna, ad agosto: lì di donne non ce n’era neanche una. Lo stesso è successo in una dozzina di Comuni. Compreso quello di Roma: il 26 luglio il Tar ha annullato la giunta del sindaco Gianni Alemanno, che ha dovuto rifarla.
E adesso quante assessore ci sono?
Alemanno ci ha prese in giro: ha aggiunto una sola donna, portandole a due. E infatti le associazioni locali stanno studiando un nuovo ricorso.
Lei ha detto che in Lombardia la presenza di una sola donna su 16 assessori contraddice lo statuto regionale: cosa prevede?
Non fa numeri o percentuali. Ma, all’articolo 11, intitolato “Uguaglianza tra uomini e donne. Pari opportunità”, stabilisce tra l’altro che la Regione debba “garantire e promuovere la democrazia paritaria” e che “promuove il riequilibrio tra entrambi i generi negli organi di governo della Regione” e nelle società o enti ad essa legati.
Da qui il ricorso: come sta andando?
Il primo, quello al Tar, è partito l’estate scorsa dall’associazione Articolo 51 (che è un’associazione di donne di destra), con il sostegno di altri gruppi della società civile, tra cui il nostro. Ma è stato respinto.
Con quali argomentazioni?
Assurde. Ci hanno detto che il principio è giusto, ma che abbiamo ancora tanto cammino da fare. Che vuol dire? Che siccome la politica è indietro, noi dobbiamo rimanere indietro?
E quindi?
Articolo 51 ha fatto un nuovo ricorso, stavolta al Consiglio di Stato. Noi come Donne in Quota consegneremo in questi giorni quello “a sostegno”. E siamo ottimiste.
Ottimiste? Perché?
Nel decreto di annullamento della Giunta campana da parte del Consiglio di Stato c’è scritto che la sentenza del Tar della Lombardia è sbagliata, perché “democrazia paritaria” non vuol dire una donna sola. E questo è un precedente che pesa.
Quanto ci vorrà per avere una risposta?
I tempi sono abbastanza veloci: con il Tar abbiamo avuto la sentenza dopo tre mesi.
Perché è importante che negli organi decisionali ci sia un numero adeguato di donne?
Non esiste vera democrazia se gli organi rappresentativi non sono lo specchio della composizione della società. Dove le donne sono la maggioranza. Alla Camera, però,sono solo il 21%. In Senato il 19%. Troppo poche: se non si supera la soglia del 30% non si riesce a fare la differenza, perché non si ha sufficiente peso decisionale.
Ma c’è una differenza nel modo di fare politica degli uomini e delle donne?
Il politico porta in parlamento gli argomenti che a suo dire sono importanti. E l’esperienza di uomini e donne è diversa. Basti pensare ai problemi del nostro welfare.
Il welfare, cioè il cosiddetto stato sociale: che problemi ha in Italia?
Si basa tutto sul lavoro occulto delle donne. Siamo il Paese in Europa che investe meno nei servizi alle famiglie, nella cura dei bambini e nell’assistenza agli anziani. E poi ci si chiede perché le italiane non fanno figli.
Nel resto d’Europa la situazione è ben diversa. Perché?
Lì, a partire dagli anni’70, si sono mossi i partiti. E hanno iniziato a darsi un’autoregolamentazione interna.
Come mai in Italia questo non succede?
Siamo ancora un Paese maschilista. Da noi l’unico partito che ha nel suo statuto l’uguale rappresentanza tra uomini e donne è il Pd. Ma anche lì molti politici importanti non sanno niente delle questioni di genere. O le ritengono irrilevanti.
Un’obiezione all’uguaglianza di genere imposta dall’alto è: se le donne valgono, si fanno eleggere o nominare.
Non è così. Perché in Italia sono gli uomini che decidono chi candidare o nominare, e scelgono ancora i loro simili. Non capiscono che per decidere del bene comune c’è bisogno anche del punto di vista dell’altra metà del cielo. E se aspettiamo il loro cambiamento culturale, ci arriviamo tra 150 anni.
Elena Tebano elena.tebano [at] rcs.it

venerdì 23 settembre 2011

L'outing forzato dei politici omofobi

La lista è comparsa stamattina, uno scarno elenco di nomi, senza commenti, né firme a sostenerne la credibilità. Adesso sembrano parlarne tutti, i giornali istituzionali, quelli d'assalto, blogger ed esponenti di punta del modo lgbt. La maggior parte dei commenti sono contro.

Il migliore, però, l'ha fatto Massimo Corsaro del Pdl, che di quella lista fa parte: "Meglio lì che nella lista degli interisti occulti". Chapeau. E' riuscito a smarcarsi con un commento che la maggior parte degli italiani prenderà come molto "maschio" (W il calcio), senza dire niente di omofobo.

Ma la domanda rimane: è giusta un'operazione del genere? Io sono tra le poche persone in Italia a credere che dai politici si debba pretendere coerenza. Per principio. E non me ne frega niente se è una battaglia persa. Per cui, sì, se il premier Silvio Berlusconi firma e sbandiera una legge che punisce la prostituzione perché sbagliata, voglio sapere se poi va a puttane.

Non perché è un crimine, ma perché è una sfacciata contraddizione con quello che va sostenendo pubblicamente e rappresentando politicamente. Di converso, non me ne frega assolutamente niente di sapere se Marco Pannella si droga o con chi va a letto, perché ha sempre pubblicamente sostenuto la depenalizzazione delle droghe e anche l'amore libero.

E allora veniamo ai politici omofobi. E' giusto denunciare i gay conniventi con le politiche discriminatorie dei loro partiti? E' giusto denunciare persone che vivono in un determinato modo e fanno politica nel modo opposto? Uno degli argomenti di chi risponde "No" è: l'espressione della propria sessualità è un atto di libertà individuale, non può essere forzato. E molti di loro non sono dichiarati perché sennò in quei partiti non potrebbero mai fare politica.

Non sono d'accordo. Chi aspira a un ruolo pubblico ha responsabilità più grandi degli altri cittadini. E fare coming out pubblicamente, se uno/una ha ruoli pubblici, significa combattere l'omofobia: io credo che sia una sorta di dovere (fatta salva l'incolumità personale). E se vogliono stare in istituzioni/partiti o associazioni che li condannano per quel che sono, il problema è loro.

Tutti argomenti a favore della lista outing. Invece così come è fatta è profondamente sbagliata.

1. Ci sono solo politici del centrodestra. Perché? Gli omofobi sono anche a sinistra.

2. La denuncia è anonima. Se fai un'operazione del genere, devi prenderti la responsabilità di quello che fai. Si chiama resistenza civile, si paga anche con il carcere. Devi avere il coraggio di mettere la tua faccia su quella denuncia e di pagarne le conseguenze. Altrimenti sembri altrettanto vigliacco dei politici gay che fan finta di essere etero.

3. Voglio, fatti, circostanze, evenienze. A leggere una scarna lista di nomi, l'impressione è che il loro unico torto sia essere GAY, non omofobi. Voglio che tu mi dica come puoi dimostrare che sono gay. Voglio sapere cosa han fatto, detto e votato. Proprio come faresti quando vuoi denunciare che Berlusconi fa le leggi antiprostituzione e poi frequenta prostitute.

Solo così, quell'operazione può aprire un dibattito e produrre un cambiamento. Fatta come l'ha fatta la listaouting, produrrà solo pettegolezzo. Domani verrà dimenticata, e oggi, quando qualcuno se la prenderà con quei dieci, non dirà "stronzi ipocriti". Dirà brutti froci.

ps: aggiorno con il link all'articolo di Gay.it in cui effettivamente si dice cosa hanno fatto questi dieci. Gay.it pubblica anche un furibondo editoriale di Alessio De Giorgi che condivido pienamente.

mercoledì 21 settembre 2011

Italia, amarla o lasciarla?

L'intervista a Luca Ragazzi e Gustav Hofer uscita su City il 21 settembre 2011
Luca Ragazzi e Gustav Hofer
Il loro documentario ha vinto il Milano Film Festival. È un viaggio lungo l’Italia per rispondere alla domanda: rimanere o emigrare?
Il titolo del vostro documentario (che andrà in onda stanotte su Rai 3 alle 23,55 in versione ridotta) è una domanda: Italy, love it or leave it (“Italia, amarla o lasciarla”). Perché?

Luca : Perché ce lo siamo chiesti davvero. Io e Gustav siamo una coppia. E quando qualche tempo fa ci hanno sfrattati, lui - che è altoatesino e madrelingua tedesco - ha iniziato a dire che dovevamo fare come i nostri amici ed andare all’estero...
Gustav: ...dove si vive meglio: è più facile trovare lavoro, i giovani hanno opportunità, le coppie gay non sono discriminate per legge, c’è meno corruzione e nepotismo.
È una domanda che ormai molti giovani italiani si pongono. Voi cosa avete deciso?
Luca
: Io non ero d’accordo e allora abbiamo fatto un patto. Ci siamo dati sei mesi di tempo per girare l’Italia e vedere se trovavamo più ragioni per restare o per andarcene.
Gustav: Che è il motivo per cui lo abbiamo ribattezzato un “docu-trip” e intitolato la versione ridotta, che andrà (stanotte, ndr.) in tv, Cercasi Italia disperatamente.
A proposito: vi siete spostati con delle vecchie Cinquecento. Vi ha sponsorizzato la Fiat?
Gustav
: Assolutamente no! Ma quella è l’auto simbolo dell’Italia del boom economico, quella che non c’è più. Ce l’hanno prestata, gratis, gli iscritti di Cinquino.net, il sito degli appassionati della Cinquecento. È il motivo per cui le macchine nel film cambiano colore: in ogni città ne abbiamo trovata una diversa. E i proprietari ci hanno fatto anche da assistenti sul set.
Come avete scelto i luoghi da visitare?
Luca
: Ci piaceva dare voce all’Italia che non si vede sui media. Così siamo andati dall’operaia Fiat, che ci ha spiegato come -ancora oggi - si lavora alla catena di montaggio, da quelli degli stabilimenti Bialetti che hanno chiuso per trasferirsi in Romania, ma anche nell’azienda che ricicla plastica nella Campania della “munnezza”, o dai ragazzi che si sono inventati “Il Festival dell’Incompiuto Siciliano”.
L’incompiuto Siciliano sono mostri di cemento, giusto?
Gustav
: Sì, a Giarre i politici, per prendere i finanziamenti dell’Unione europea, hanno costruito una serie di eco-mostri che non servono a nessuno, dal mercato dei fiori, alla pista per automodellismo, al campo di polo. E infatti sono rimasti incompiuti. Il Festival è l’idea, creativa come solo gli italiani sanno essere, di alcuni ragazzi del posto per denunciare questo scempio.
Molte delle storie positive che avete scelto vengono dal Sud. È un caso?
Luca
: No. Volevamo far vedere che il Meridione non è solo mafia, che ci sono tante persone che combattono tutti i giorni contro corruzione e criminalità.
Al Milano Film Festival, dove avete vinto sia il premio della Giuria che quello del Pubblico, la sala ha tributato un’ovazione a uno dei vostri “eroi normali”, l’imprenditore siciliano che ha detto no al pizzo.
Gustav
: È stato importante. Anche perché lui e la sua famiglia in Sicilia hanno pagato cara la scelta di denunciare gli estorsori. Lui si muove con la scorta, la sua impresa è chiusa. E quando la moglie va a fare la spesa in paese nessuno la saluta. Anche la Chiesa locale li ha isolati. A Milano, per la prima volta da 4 anni, ha potuto aprire il finestrino dell’auto e sentire il vento sul viso.
Nel documentario c’è anche una parte dedicata all’attualità e al premier Silvio Berlusconi.
Luca
: Io volevo fare tutto il film senza nominarlo mai, ma non ci siamo riusciti: da qualche parte spuntava per forza.
Come hanno reagito gli intervistati al fatto che siete una coppia gay?
Luca
: Anche su questo l’Italia è più avanti di chi la rappresenta. Siamo stati in un eremo, l’Abbazia di Santa Maria di Pulsano, in Puglia. I monaci - che conoscevano Improvvisamente l’inverno scorso, il nostro documentario sui Dico - ci hanno preparato una camera matrimoniale.
Colpisce che, quando parlate dei motivi per restare in Italia, hanno sempre a che fare con come può essere. Non con com’è.
Luca
: Questo è il grande dolore quotidiano.
Gustav: Ma significa anche capire che quello che noi abbiamo è prezioso, e va valorizzato. Solo noi italiani possiamo farlo
Cosa avete deciso voi, lo lasciamo scoprire agli spettatori. Di certo il pubblico in sala ha applaudito lo scrittore Andrea Camilleri quando vi dice: “Andarsene da un paese che deve essere cambiato è una forma di diserzione”.
Luca
: Lui spiega: andandosene si lascia scoperto un posto che verrà occupato proprio dalle persone a causa delle quali si va via.
Gustav: E allora poi è inutile lamentarsi.
Elena Tebano elena.tebano@rcs.it

AGGIORNAMENTO in data 18 gennaio 2012
"Iacopo" dell'Abbazia di Santa Maria di Pulsano mi ha scritto per smentire le affermazioni di Luca Ragazzi sul "camera matrimoniale" preparata a lui e Gustav dai monaci stessi, chiedendomi di modificare l'intervista:

"L'affermazione assolutamente falsa e da rimuovere è che avremmo preparato loro una camera matrimoniale, per il semplice fatto che non esistono camere matrimoniali nella nostra abbazia, ma solo stanze singole o a più letti separati. La sistemazione che abbiamo loro dato non ha voluto sottindere minimamente nessun avallo morale del loro orientamento sessuale. Inoltre, non ci riteniamo assolutamente "più avanti" di una Chiesa cattolica che non rappresenterebbe degnamente i cristiani in Italia, come sembra sottindere Luca nella risposta alla sua domanda; Luca ha tutto il diritto di avere questa impressione della Chiesa e di riferirla, ma non può certo argomentarla tirando in ballo la nostra comunità con informazioni false. La nostra vita e le nostre idee sono in piena comunione con l'insegnamento di questa Chiesa; la nostra ospitalità e la nostra rispettosa accoglienza nei confronti dei due registi sono un portato di quanto questa Chiesa ci ha insegnato e non sono sintomatiche di alcuna presa di posizione in campo di materia morale; nello specifico, sono espressione genuina della regola di S.Benedetto che impone di accogliere QUALSIASI visitatore "come se fosse Cristo stesso", senza nessuna forma di discriminazione e senza altri distinguo che richiederebbero una riflessione più profonda e un commento molto più ampio, che questa sede non può dare", scrive "Iacopo" (che si è firmato così senza scrivere il suo cognome).

Quanto da me scritto corrisponde esattamente a quanto è stato detto da Luca Ragazzi e Gustav Hofer nell'intervista che mi hanno rilasciato e quindi l'intervista è corretta. Da me interpellato Luca Ragazzi ha riconosciuto che l'errore è stato suo: "siamo stati noi ad aver frainteso", ha spiegato, aggiungendo che il fraintendimento è dovuto al fatto che i monaci gli avevano detto di aver loro "preparato la camera più bella" e che "i due lettini erano accostati al punto di sembrare contigui".
Elena Tebano

I soldi del comune li investono i cittadini

L'intervista a Lara Pizza uscita su City il 16 settembre 2011
Lara Pizza è assessore al bilancio a Capannori, in Toscana. Con il suo Comune ha affidato ai cittadini 400mila euro perché decidano come investirli.
Cosa significa che fate decidere ai cittadini come spendere i soldi del Comune?

Dovranno proporre in prima persona dei progetti da realizzare. Di solito i cittadini si limitano a scegliere i loro amministratori. Invece noi diamo la possibilità di stabilire in concreto come investire 400mila euro, una cifra consistente per il bilancio del Comune di Capannori, che ha 46mila abitanti.
In pratica come funziona?
Abbiamo estratto a sorte 80 persone. Domani (oggi per chi legge, ndr.) si riuniranno per la prima volta per arrivare a proporre nuove opere pubbliche: illuminazioni, strade, parcheggi, fontane. A dicembre, tutta la popolazione potrà votare quelli a cui dare la priorità.
Perché avete sorteggiato i rappresentanti?
Per evitare i cosiddetti “specialisti della partecipazione” e raggiungere le persone comuni, che di solito alle riunioni non vanno. Per questo abbiamo escluso chiunque abbia una carica politica o sia presidente di un’associazione - fosse anche quella dei donatori di sangue. I nostri 80 cittadini, 40 uomini e 40 donne, sono un campione rappresentativo degli abitanti del Comune, immigrati compresi. Con una sola eccezione.
Quale?
I giovani tra i 18 e i 35 anni sono iper-rappresentati. Vogliamo che esprimano le loro idee. In Italia tra i politici i giovani sono pochissimi e noi volevamo “compensare”: ne abbiamo messi un 10% in più.
Anche per gli stranieri avete fatto un’eccezione: in Italia senza cittadinanza non possono votare, ma voi li avete inclusi...
Sono 4 su 80. E quando si tratterà di decidere i progetti da finanziare, potranno farlo anche tutti gli immigrati residenti. Vivono il nostro territorio e anche loro hanno il diritto di essere riconosciuti.
Come hanno reagito le persone?
Nessuno ancora sapeva del progetto: sono stati chiamati da una società specializzata in campionamenti e si sono sentiti chiedere se avevano voglia di prendersi questa responsabilità. Le risposte sono state quasi tutte positive.
Ma non c’è il rischio che queste persone, che non hanno esperienze amministrative, facciano progetti campati per aria?
No, perché è coinvolta la parte tecnica del Comune. Se ci propongono di costruire una scuola, i tecnici diranno: guardate, con 400mila euro è impossibile. Oppure se propongono un parcheggio, saranno i nostri uffici a verificare che non ci siano vincoli urbanistici o problemi idrogeologici.
E se invece i cittadini si mettono a litigare?
Questa è la sfida. Noi abbiamo previsto due riunioni plenarie, per illustrare come è stato speso il budget negli anni scorsi, quali sono i fattori da tenere in considerazione, etc. Poi gli 80 si divideranno in 4 gruppi, scelti per aree geografiche, ognuno con un budget di 100mila euro. E avranno tempo fino a dicembre per decidere. Chiaro è che sono chiamati ad assumersi delle responsabilità. Spesso si sentono critiche, ma le persone non sanno il lavoro che c’è dietro alle scelte. Ora toccheranno con mano.
Insomma, è una prova di democrazia...
Esatto, vogliamo far loro sperimentare direttamente il meccanismo della democrazia. L’amministrazione dal canto suo si mette a nudo. Trasparenza e partecipazione erano due capisaldi del programma con cui la nostra giunta di centrosinistra si è presentata alle elezioni.
È la prima volta che fate questo progetto: pensate di ripeterlo nei prossimi anni?
È un progetto sperimentale, quindi dipende tutto da come andrà. Noi ci crediamo molto.
Il governo ha appena approvato la nuova manovra economica: come influirà sui Comuni?
Abbiamo davanti anni tristissimi. Purtroppo si continua a tagliare sugli enti locali, quelli più vicini ai cittadini. Già negli ultimi tre anni ci siamo visti togliere 2,5 milioni di trasferimenti erariali. Tutto questo quando con la crisi i bisogni dei nostri cittadini aumentano.
Un’ultima cosa: il mondo della politica come ha reagito all’idea di far decidere alle gente comune? Se i cittadini spesso diffidano della politica, l’impressione è che la sfiducia sia reciproca...
Un po’ è vero. C’è un po’ di paura a delegare: i consiglieri comunali magari hanno paura di sentirsi esautorati del loro ruolo e a volte anche di una eccessiva trasparenza. Ma se dobbiamo far recuperare alla gente fiducia nei confronti della politica, il primo passo dobbiamo farlo noi.
Elena Tebano elena.tebano@rcs.it.

martedì 13 settembre 2011

Il nuovo documentario di Luca e Gustav

Giovedì prossimo Luca Ragazzi e Gustav Hofer presentano in anteprima il loro nuovo documentario al Milano Film Festival, "Italy, love it or leave it". Io ci sarò.
E ne approfitto per ripubblicare l'intervista su "Improvvisamente l'inverno scorso" uscita su City. Cliccate sulle immagini per ingrandirle (e leggere il testo).


mercoledì 20 luglio 2011

Eppela, "Trovate online i soldi per le vostre buone idee"

L'intervista a Nicola Lencioni uscita su City il 20 luglio 2011



Nicola Lencioni ha fondato Eppela, il primo sito di “crowdfunding” italiano. Aiuta chi ha un progetto a trovare i soldi per realizzarlo, grazie al web.

“Crowdfunding”: cos’è?
Un sistema per condividere piccoli progetti online e raccogliere i fondi per trasformarli in realtà: aiuta chi ha un’idea, ma non i soldi per realizzarla. È una novità importante, in un Paese dove è sempre più difficile essere finanziati da banche o istituzioni.
Invece che un unico finanziatore, voi gli cercate tanti micro-finanziatori...
Esatto. Basta creare un progetto, fissare il budget minimo per realizzarlo e una data di scadenza entro cui raccogliere i fondi. A quel punto lo si sottopone alla community di Eppela su www.eppela.com. Il modello è lo stesso del sito americano Kickstarter: finora in Italia non c’era niente del genere.
A quanto ammontano i progetti da finanziare?
Non devono superare i diecimila euro, ma più spesso sono intorno ai cinquemila. Questo - devo dire - in Italia si fa fatica a capirlo: ci sono arrivati anche progetti da 250mila euro, che abbiamo rispedito al mittente.
E i singoli finanziamenti?
Si va dalle donazioni di uno o due euro, fino a un massimo di duemila.
I finanziatori cosa ci guadagnano?
Questo lo decide chi propone il progetto. Chi fa la donazione minima di solito riceve un ringraziamento speciale. Chi fa invece veri e propri acquisti tra i 10 e i 100 euro (o di più) riceve un pezzetto dell’idea da tenere con sé.
Sarebbe?
Se finanzi uno spettacolo con 50 euro, per esempio, oltre al biglietto riceverai l’autografo da tutti gli artisti. E il venerdì prima potrai andare a vedere le prove (cosa che di solito non è possibile comprare).
La condizione, di fatto, è che chi ci mette i soldi sia convinto dell’idea?
Sì, è questo il bello: i donatori non sono solo consumatori finali, ma possono scegliere quali prodotti far produrre. In un certo senso se li fanno fare su misura. I “finanziati”, dal canto loro, possono realizzare in maniera indipendente e autonoma il loro progetto, mantenendone il controllo creativo.
Quanto conta la presentazione?
Moltissimo. In un certo senso il creativo ti deve raccontare una storia: quella del libro che vuole scrivere, della lampada che ha disegnato, del film che vuole produrre. E ti dà una preview: ti fa leggere 5 pagine del romanzo, o lo storyboard del film, ti dice come ha avuto l’idea e come nascerà.
Cosa fate se vi arriva l’idea del secolo, ma non è ben raccontata?
Contattiamo le persone e le aiutiamo, magari finanziandole in parte. In generale stiamo preparando dei tutorial per insegnare alle persone a presentare al meglio le loro idee. Chi sceglie il crowdfunding deve sapere che molto dipende da lui.
Cioè?
La gente ci manda i progetti e pensa che quello basti. Invece devono essere i promotori a spingerli dal basso. Abbiamo avuto un artista che ha proposto un progetto molto interessante, ma dopo una settimana non lo aveva neppure segnalato su twitter. Così non si va da nessuna parte. E infatti quelli che ricevono più fondi sono quelli che meglio usano i social network per promuovere le loro idee. È anche un test: difficilmente convincerai i tuoi futuri acquirenti, se non convinci neppure gli utenti di Eppela.
I singoli progetti “durano”, cioè stanno online, tra i 90 e i 180 giorni. Cosa succede se non raggiungono il finanziamento richiesto?
Non prendono i soldi. È per questo che accettiamo donazioni solo tramite PayPal: i singoli finanziamenti vengono prelevati dal conto virtuale solo alla fine, se si raggiunge la somma minima richiesta.
Voi cosa ci guadagnate?
Il 5% del budget e solo se il finanziamento va in porto. Per questo anche noi abbiamo interesse ad avere progetti validi.
Quanti ne avete ricevuti?
Circa trecento. Quelli sul sito adesso sono una trentina. Non vogliamo aggiungerne più di 2 o 3 a settimana. Siamo aperti da due mesi: ancora non sappiamo quanti saranno finanziati.
Cosa si augura per il suo progetto, Eppela?
Che le persone sfruttino una possibilità nuova. Io ho fondato Eppela perché, come imprenditore, mi sono reso conto che in Italia nessuno ti supporta. Le banche ormai danno i soldi solo a chi li ha già.
Un’ultima cosa: da dove viene il nome?
È la versione toscana di “oplà”. Io abito a Lucca e lo diciamo a mia figlia, che ho adottato un anno e mezzo fa, quando vuole saltare. Torna con la missione del nostro sito, che è aiutare qualcuno a fare il salto.
Elena Tebano elena.tebano [chiocciola] rcs.it

giovedì 30 giugno 2011

L’allarme sul deficit ci obbliga alle riforme

L'intervista all'economista Angelo Baglioni uscita su City il 30 giugno 2011.


Economista dell’Università Cattolica di Milano, redattore del sito lavoce.info, Angelo Baglioni spiega cosa significa l’allarme sul rating dell’Italia.

Nell’ultimo mese due importanti agenzie di rating (cioè di valutazione) mondiali, Standard & Poor’s e Moody’s, hanno messo sotto osservazione il Paese Italia. Cosa significa?
Il “rating” è un giudizio di affidabilità che le agenzie internazionali danno su un debitore, che sia uno Stato, un’impresa, o anche una banca. Nel nostro caso hanno messo sotto osservazione l’Italia, con un outlook (cioè una prospettiva) negativo: vuol dire che sono preoccupate che il nostro Paese, nel prossimo anno, possa avere più difficoltà a ripagare il suo debito pubblico.
Da un punto di vista economico questo che conseguenze ha?
Se ci fosse un effettivo abbassamento del rating, la conseguenza sarebbe l’aumento del costo del debito: lo Stato italiano dovrebbe pagare interessi più cari su Btp e Bot, in generale sulle obbligazioni che emette.
E il debito pubblico italiano diventerebbe ancora più pesante...
Esatto. Al momento non è possibile quantificare l’impatto. Ma è bastato l’allarme rating per provocare effetti sul mercato: in questi giorni la differenza sugli interessi tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi ha raggiunto il massimo da quando c’è l’euro.
Tutto questo avviene in un contesto internazionale difficile, con la Grecia così indebitata che è a rischio fallimento. L’Italia corre gli stessi pericoli?
No, finora abbiamo dimostrato sempre la capacità di tenere sotto controllo il disavanzo del settore pubblico, cioè la differenza tra entrate e uscite annuali nei conti dello Stato. Anche negli anni più difficili della crisi, il 2009 e 2010. Tuttavia abbiamo grossi problemi anche noi.
Quali, per esempio?
L’alto rapporto tra debito e reddito nazionale (il Pil), che per l’Italia è circa al 120%. E la bassa crescita economica: al di là della crisi, anche nel decennio precedente il Pil dell’Italia è aumentato al massimo dell’1% all’anno, spesso anche meno.
Il resto d’Europa è cresciuto di più?
Sì. E basta un punto percentuale di crescita del Pil in più, a permettere nel corso degli anni di ripagare in maniera molto più agevole il debito pubblico accumulato.
Il richiamo delle agenzie di rating avviene in un momento in cui il governo chiede al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, di poter spendere di più. È un caso?
Le valutazioni sul rating tengono assolutamente conto del quadro politico. La paura per l’Italia però non è tanto che aumenti la spesa. Ma che l’attuale debolezza del governo non gli permetta di fare le riforme indispensabili per aumentare la crescita. Standard & Poor’s ha espresso un’esplicita preoccupazione per l’immobilismo del Paese.
Di che riforme ci sarebbe bisogno?
Lo ha detto nelle sue considerazioni finali il governatore (fino a novembre, ndr) della Banca d’Italia Mario Draghi: la burocrazia eccessiva e la lentezza della giustizia civile scoraggiano gli investimenti e danneggiano le imprese. Secondo Draghi ci costano un punto percentuale all’anno in termini di crescita del Pil.
Perché?
Se un investitore sa che per recuperare soldi da un debitore che non paga ci mette 10 anni, è chiaro che è disincentivato a investire. Se sa che le procedure della pubblica amministrazione sono troppo laboriose, o che ci vogliono anni affinché lo Stato gli restituisca dei crediti fiscali, è chiaro che preferisce investire altrove. In più c’è un problema di mercato del lavoro.
Quale?
È diviso in due: c’è una fascia di persone (giovani ma non solo) che ha contratti molto precari, mentre c’è un’altra fascia che è iper-garantita.
Perché tutti a parole vogliono le riforme e poi nessuno le fa?
Perché richiedono scelte impopolari. Per esempio, la lentezza della giustizia avvantaggia categorie come gli avvocati, che vengono pagati tanto più quanto più è lungo il processo. È stato proposto di pagarli a forfait, per ogni causa, in modo da incentivarli a concluderle prima. Sarebbe una piccola riforma, ma efficace: però si scontra contro una lobby forte e il governo l’ha evitata.
Gli avvertimenti delle agenzie di rating sono una sorta di ultima chiamata?
Sì, siamo molto in ritardo: avremmo dovuto fare le riforme molto tempo fa. Finora grazie all’euro l’Italia ha goduto di tassi di interesse molto bassi. Adesso, con questo contesto internazionale, non potremo più avere sconti. E le riforme non possono più essere rimandate.
Elena Tebano elena.tebano [chiocciola] rcs.it

lunedì 20 giugno 2011

Battisti ci ha tolto tutto, non è un perseguitato

L'intervista ad Adriano Sabbadin uscita su City il 17 giugno 2011


Adriano Sabbadin è il figlio di Lino, una delle vittime dell’ex terrorista rosso Cesare Battisti. A cui il Brasile ha riconosciuto l’asilo politico, salvandolo dal carcere.

Battisti, in italia, è stato condannato a 4 ergastoli per altrettanti omicidi, tra i quali quello di suo padre. Grazie alla decisione del Brasile non li sconterà. Rilasciato l’8 giugno, ha detto: “Spero che si riesca a voltare la pagina degli anni ‘60 e che tutto possa essere risolto senza vendette tardive”. Cosa ne pensa?
Noi non vogliamo vendette tardive. Ma se lui ora può cambiare pagina, noi non ci riusciamo: abbiamo il ricordo sotto gli occhi.
Quanti anni aveva quando fu ucciso suo padre?
Avevo 17 anni. Mia sorella ne aveva 12, la più piccola ne aveva 6.
Cosa successe?
Un sabato sera, era il 16 dicembre del 1978, verso la chiusura del nostro negozio, entrarono due rapinatori, due ragazzi molto giovani, intimando di consegnare i soldi.
Suo padre aveva una macelleria, giusto?
Sì, c’erano due clienti, la signora che ci aiutava a fare le pulizie e tutta la nostra famiglia. Mia sorella, la seconda, tirò fuori il cassetto dove tenevamo i soldi (allora non c’erano registratori di cassa) e lo consegnò ai rapinatori. Uno disse che non era tutto l’incasso della giornata e iniziò a sparare.
Sparò nel negozio?
Rivolto a mia sorella, che cadde, anche se non era ferita. Ci sono ancora i segni nelle piastrelle sulla parete. Papà vide mia sorella per terra, e reagì. Disse ai due ragazzi: “Calmatevi, calmatevi!”, ma non è stato possibile farli ragionare. È stato tutto un momento di terrore.
Voi eravate sempre lì?
Sì, c’è stata come un rincorsa tra il rapinatore e mio papà. Il rapinatore lo ha ferito alla testa con il calcio della pistola. Poi hanno tentato di scappare. Papà gli ha detto “Fermi o vi sparo” e purtroppo, il momento è stato fatale, ha ferito uno di loro, che poi è morto in ospedale.
Questo non è il giorno in cui suo padre è stato ucciso, vero?
È stato il momento che ha segnato tutta la nostra storia.
Perché Battisti, con i “Proletari armati per il comunismo” (Pac) ha ‘punito’ suo padre per l’uccisione del rapinatore?
Esatto. La vigilia di Natale qualcuno ci ha messo una scatola di tritolo di fronte al negozio. Sono saltati i vetri delle case. A Capodanno abbiamo ricevuto una telefonata, in cui ci hanno detto che saremmo morti tutti entro mezzanotte: ci hanno vegliato le forze dell’ordine.
Vi avevano preso di mira.
Sì. Il 15 febbraio ci è arrivata una telefonata: hanno detto che erano dell’Ufficio igiene, se eravamo aperti. Abbiamo detto di no, che eravamo aperti il giorno dopo.
Il giorno dell’omicidio di suo padre?
Sì, lui era un po’ agitato, non voleva venire. C’era questa macchina che passava più volte. Nel pomeriggio abbiamo chiesto a papà di venire per aiutarci. Erano le quattro e mezzo, rividi passare la macchina. Poi mi sono allontanato pochi passi, per telefonare a un fornitore. Ho sentito sparare. Sono scappato ai piani superiore.
I suoi erano ancora nel negozio.
Sì dopo dieci minuti sono sceso. Sulle scale c’era un altro vicino. Mi ha detto: “Adriano non entrare, non entrare”.
Lei cosa ha fatto?
Gli ho dato una spinta. E ho visto una scena orribile: mio padre a terra, in una pozza di sangue. Mia madre con il grembiule bianco inzuppato di sangue se l’era preso in braccio, urlava come una pazza.
Lei era solo un ragazzo.
È stato terribile, piango ogni volta che lo ricordo. Non posso perdonare Battisti. Scusate, ma è più forte di me.
Lui dice di essere innocente.
Ma come fa a dire di essere innocente? Ad avere questa malvagità? Le sentenze di condanna sono sul sito dell’Associazione vittime del terrorismo, le possono leggere tutti.
Battisti dice di essere stato condannato in un processo ingiusto, in sua assenza.
Era assente perché nel 1981 è evaso.
Gli anni ‘70 sono stati un periodo di violenze politiche. E c’è chi dice che bisogna usare un altro metro per giudicarne i crimini.
Non c'era niente di politico in casa nostra.
Prima di finire nei Pac, Battisti faceva rapine “comuni”.
Era già un delinquente. E non lo dico io. L’ha detto suo fratello.
Il Brasile, però, ha accolto la tesi che sia stato vittima di un “processo politico”. E gli ha attribuito lo status di rifugiato. Il governo italiano farà ricorso. Cosa si aspetta?
Io ho sempre detto che non voglio Battisti alle sbarre, voglio Battisti pentito. Lui sostiene che ora è un altro uomo. Ma il pentimento è una cosa seria, per me. Io voglio Battisti pentito. A noi ha tolto tutto.
Elena Tebano elena.tebano [ chiocciola ] rcs.it

Nucleare, il referendum non risolve i problemi

L'intervista a Fabio Fineschi uscita su City il 10 giugno 2011.

Ingegnere, Fabio Fineschi è esperto di impianti nucleari e di energie sostenibili. Ha una posizione “impopolare”: contro il piano sull’atomo del governo, ma anche contro il referendum.

Lei insegna all’Università di Pisa “Impianti nucleari” ed “Energie e Sviluppo sostenibile”. È insieme nuclearista e ambientalista. Critica il piano per il ritorno all’atomo del governo. Ma anche i promotori del referendum. Perché?

Perché l’energia nucleare è un male necessario. È illusorio pensare che ne possiamo fare a meno.
Allora può votare No al referendum. Così sosterrebbe la legge che consente di costruire centrali e produrre energia nucleare in Italia.
Ma il piano,annunciato e poi sospeso, dal governo considera il nucleare in modo del tutto sbagliati: come un business e come una soluzione temporanea, in attesa di risolvere i problemi energetici con le fonti rinnovabili.
E cosa c’è di sbagliato in questo?
L’energia solare ed eolica sono le uniche rinnovabili che oggi possiamo espandere in Italia. Ma hanno un limite: non sono disponibili sempre. Se le nuvole coprono il sole o il vento non soffia, non producono energia.
Però è possibile immagazzinare l’energia prodotta per usarla quando serve, no?
Oggi le rinnovabili producono in Italia il 2,2% dell’elettricità necessaria. Gli studi più ottimistici dicono che si può arrivare al 6-10%. Anche mettendo a punto nuovi sistemi di accumulo di energia (che oggi non ci sono), si è calcolato che tra 50anni si potrà arrivare a coprire con le rinnovabili il 77% dell’energia totale necessaria. Ma serviranno sempre fonti affidabili, che danno energia quando e dove ci serve.
Non vanno bene gas e petrolio?
Quelli si esauriranno: abbiamo già consumato oltre la metà delle risorse. E noi dobbiamo pensare ai nostri nipoti e pronipoti. Oltretutto i combustibili fossili servono anche per l’industria chimica: se bruceremo tutto il petrolio per produrre elettricità, con cosa faremo la plastica? Per non parlare dell’effetto serra causato dalla combustione di carbone e petrolio.
L’alternativa è solo il nucleare?
Prima di tutto è ridurre i consumi: dobbiamo mettercelo in testa. Poi c’è il nucleare: ma, se si abbassa il fabbisogno generale, diminuisce la quantità di energia che siamo costretti a produrre così. In ogni caso, il nucleare previsto dal governo non va bene.
Ci sono nucleari “diversi”?
Il governo vuole costruire 8 centrali di terza generazione. Che bruciano solo l’uranio “235”. Ovvero meno dell’1% dell’uranio disponibile sulla terra: un’altra fonte destinata ad esaurirsi. Invece le centrali di quarta generazione, a cui si sta ancora lavorando, potranno usare tutto l’uranio, più il torio. E darci energia per millenni.
Rimane che il nucleare, come dimostra il disastro di Fukushima, è molto pericoloso. Secondo la statistica, con i reattori ora in funzione ci sarà un incidente grave ogni 20 anni. E infatti tra Cernobyl e Fukushima ne sono passati 25.
Il nucleare è e rimarrà sempre ad alto rischio: prima di decidere se ne vale la pena, dobbiamo sapere che “porta pena”.
Appunto: ne vale la pena?
Sì, ma costruendo il numero minore possibile di reattori: meno centrali ci sono, meno incidenti ci sono. Proprio perché può avere costi sociali altissimi, il nucleare non può essere considerato - come dicevo - solo un business.
Invece lei diceva che il governo lo tratta come un affare...
Lascia in mano ai privati, che pensano in termini del loro vantaggio economico, il compito di costruire le centrali. Da qui la scelta di farne 8. Io penso che invece ne servano una o due, costruite con l’obiettivo di aiutarci a sviluppare quelle di quarta generazione di cui parlavo prima. Che ridurranno anche la durata delle scorie.
Le scorie sono un altro problema: rimangono pericolose per 100mila anni. L’umanità, per dire, esiste da 50mila.
Con le centrali di quarta generazione le scorie saranno pericolose per 300 anni. Un tempo gestibile. Ma se non facciamo ricerca su impianti in funzione, ai quei reattori non arriveremo mai.
Lei parla dal punto di vista “dell’umanità”. Ma perché fare tutto questo in Italia? Non abbiamo un deserto del Nevada, dove sperimentare: come il Giappone abbiamo poco territorio, e un disastro ne renderebbe gran parte inabitabile. E abbiamo minore organizzazione e più corruzione: non aiutano in caso di incidenti.
Infatti dobbiamo pensare a una politica nucleare europea. In cui ognuno fa la sua parte, anche economica. A quel punto, se l’Ue decidesse di fare un reattore da noi, dovremmo accettarlo. Tagliarci fuori del tutto dal nucleare, però, ci taglia fuori dal futuro.
Ma alla fine al referendum come voterà?
Non ritirerò la scheda. Anche se so che così favorisco in parte la posizione sbagliata del governo. Ma votare sì significa rinunciare alla ricerca sul nucleare. Un errore.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Un Sì affinché la legge sia uguale per tutti

L'intervista a Stefano Rodotà uscita su city il 9 giugno 2011


Giurista, Stefano Rodotà ha contribuito a scrivere la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea. Adesso dice Sì al referendum sul legittimo impedimento.

Professore,lei come voterà al referendum sul legittimo impedimento (la scheda verde)?

Voterò Sì, per una ragione molto semplice: tutti i cittadini devono essere trattati allo stesso modo di fronte alla giustizia. Non si possono dare privilegi al presidente del Consiglio o ai ministri quando sono giudicati dalla magistratura.
Oggi la legge consente una sorta di “assenza giustificata” dai processi a premier e ministri.
Sì, possono appunto fare riferimento a un “legittimo impedimento” che impedisce loro di andare in udienza.
Sembra una cosa ragionevole, però.
Ma infatti la legge già prevede questa possibilità, per tutti i cittadini: chiunque - imputato o testimone che sia - abbia una ragione per non potersi presentare davanti ai giudici, può comunicarla ai magistrati. Che la valutano e stabiliscono se è sufficiente oppure no, e, nel caso, un’altra data per il processo.
Ma allora perché la maggioranza ha voluto introdurre una legge specifica sul legittimo impedimento?
Perché la norma originaria prevedeva che fosse il presidente del Consiglio a stabilire quando l’impedimento era legittimo, se l’assenza dall’udienza era giustificata.
Un’auto-giustificazione: ora non è più così?
No, perché la Corte costituzionale ha eliminato proprio quella parte della legge e lasciato al giudice il compito di valutare se la giustificazione è “apprezzabile” oppure no.
Anche perché altrimenti il legittimo impedimento rischia di essere usato come un’arma impropria di difesa. Non prevede che il processo venga sospeso, ma allunga i tempi del dibattimento, quindi “aiuta” a fare andare il reato in prescrizione e renderlo non perseguibile.
Esatto. Tolta la possibilità del presidente del Consiglio di autogiustificarsi, il legittimo impedimento “ripete” una possibilità che è già garantita a tutti i cittadini.
Ma allora che bisogno c’è, a questo punto, di cancellarlo con un referendum?
Serve a eliminare qualsiasi residuo di privilegio. Se il presidente del Consiglio ritiene di non potersi presentare ai suoi processi, lo faccia sulla base delle norme generali, non di una legge che è stata fatta apposta per lui.
Quindi secondo lei il Sì al referendum è una sorta di messaggio al parlamento contro le cosiddette leggi “ad personam”.
In questi anni ci sono state moltissime leggi scritte solo per favorire Silvio Berlusconi e sottrarlo ai processi o eliminare quelli che potevano essere considerati reati. È importante che adesso i cittadini, esprimendosi in modo diretto, dicano no a questa prepotenza. È un modo per ricostruire la legalità e dare un segnale al parlamento. I quattro referendum, nonostante siano stati proposti da forze diverse, condividono questo.
Cosa, di preciso?
Tutelano dei beni comuni: l’acqua come patrimonio di tutti i cittadini, l’ambiente, che non deve essere messo a rischio dalle centrali nucleari, e la legalità - anch’essa un bene di tutti. La vecchia formula scritta nelle aule di tribunale, “La legge è uguale per tutti”, deve tornare a corrispondere alla realtà. E non essere una specie di inganno dietro al quale il potente può farsi le leggi a proprio misura.
I sostenitori del legittimo impedimento, però, negano che sia un privilegio. Sostengono che serve a garantire la governabilità, visto che il premier non è un cittadino come tutti gli altri, perché - appunto - deve governare.
Silvio Berlusconi può pensare di sé e del suo rapporto con la giustizia quello che gli pare. Ma non può, sulla base delle sue convinzioni personali, pretendere che ci sia una legge speciale che lo protegga.
All’estero come funziona? In Francia qualcosa di simile al legittimo impedimento c’è.
In nessun Paese del mondo il primo ministro ha una tutela del genere. In Francia ce l’ha il Presidente della Repubblica, e in Spagna il re. Mai il premier. Negli altri Paesi i presidenti del Consiglio, quando vanno a processo, sono trattati come tutti gli altri cittadini. È successo anche a quello che viene considerato l’uomo più potente del mondo.
Chi?
Il presidente Usa: Bill Clinton quando ci fu il caso Lewinsky non si sottrasse e dovette rispondere a un procuratore speciale che indagava sul suo conto. In Italia non si tratta di discutere se ci sono persecuzioni. Abbiamo piuttosto un problema di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Il sì del sindaco leghista ai referendum sull’acqua

L'intervista ad attilio Fontana pubblicata su City l'8 giugno 2011

Attilio Fontana è il primo cittadino (appena rieletto) di Varese. Leghista, è favorevole ai referendum sull’acqua pubblica di domenica e lunedì prossimi.

Lei ha detto più volte che ai due quesiti sull’acqua (scheda rossa e gialla) voterà SI. Perché?
Perché non sempre i privati sono meglio del pubblico. Si dovrebbe fare una distinzione tra le situazioni che funzionano e quelle che non funzionano.
Invece se il referendum non raggiungerà il quorum, oppure se vinceranno i NO al primo quesito (scheda rossa), da gennaio prossimo gli acquedotti andranno in mano ai privati...
Sono due le ipotesi previste: da una parte la cessione del 40% dell’azienda pubblica a privati, attraverso un bando di gara. Dall’altra un bando di gara per la gestione di tutta l’erogazione del servizio (cioè degli acquedotti), a cui può partecipare chiunque.
E che quindi con ogni probabilità finirebbe per dare in mano ai privati tutto il servizio...
Sì, l’affidamento “in house” (cioè direttamente a una società pubblica) è previsto solo se c’è una serie di ipotesi che la rendono di fatto impraticabile. Questo va molto oltre le liberalizzazioni chieste a suo tempo all’Italia dall’Unione europea.
Chi è a favore della legge (e quindi per il NO al referendum) sostiene che la gestione privata ridurrà gli sprechi e le inefficienze.
Dipende. Nel nostro Paese ci sono situazioni assolutamente chiare in cui la gestione privata è stata peggiore di quella pubblica: ha diminuito la qualità del servizio, ma al contempo ha fatto aumentare le tariffe.
Il privato dovrebbe essere migliore perché obbedisce alla legge della concorrenza. Ma, di fatto, una volta che scelto il gestore dei servizi idrici, quello opera in regime di monopolio.
Certo, non è che i cittadini possono inventarsi un altro acquedotto a cui attaccarsi. L’altro argomento è che, togliendo di mezzo il pubblico, si favorisce l’investimento di capitali privati. Ma questo succede - ed è giusto così - solo se l’investitore ci vede in tornaconto economico.
E quindi?
Vuol dire che il gestore dell’acquedotto guadagna se alza le tariffe delle bollette. Ma non capisco perché allora non possano fare la stessa cosa le società pubbliche e investire quei soldi nel miglioramento dei servizi.
E qui si arriva al secondo referendum sull’acqua (la scheda gialla), quello per abrogare la norma che permette di aumentare le tariffe del 7% per rientrare degli investimenti.
A me va benissimo che si possano alzare le tariffe. Ma non vedo perché non possa farlo il pubblico. In Lombardia sono dieci anni che non tocchiamo la bollettazione dell’acqua. Se ci lasciassero aumentare le tariffe, potremmo ricominciare a investire.
Suggerisce di votare NO sulla scheda gialla ?
Io voterò SI in entrambi i casi.
Varese affida i servizi idrici a una società in cui i privati ci sono già: Aspem. Perché adesso vota SI al referendum, contro la possibilità che entrino i privati? Perché prima è stata fatta una semplice fusione e ora sarà necessaria una gara d’appalto?
Abbiamo scelto A2a per ragioni di mercato, non perché ci ha costretto la legge: era l’operatore che garantiva il servizio migliore.
Finora ha fatto valutazioni di efficienza. I promotori del referendum invece dicono che l’acqua è un bene di cui nessuno può fare a meno, e perciò deve rimanere pubblico.
Sono d’accordo. L’acqua è deve rimanere di tutti. Anche nell‘erogazione, perché conta chi gestisce i rubinetti, non chi li possiede “in teoria”. In più il pubblico può fare investimenti che hanno valenza sociale, che il privato (giustamente) può rifiutarsi di fare.
Per esempio?
Collegare all’acquedotto una casa sperduta nel bosco. Per un privato può essere antieconomico, il pubblico può decidere di farlo anche se ci perde soldi.
C’è però il timore che la gestione pubblica sia inquinata da interessi di partito: i vertici delle società vengono nominati su base politica.
Sono laico da questo punto di vista: se la gestione pubblica non funziona, perde dei soldi, è inefficiente, va benissimo che venga eliminata. Ma se funziona e dà anche utili economici, spiegatemi per quale motivo dobbiamo regalarla ai privati.
La legge che il referendum vuole eliminare è stata approvata da un governo Berlusconi, la maggioranza di cui fa parte la Lega. Il suo partito ha cambiato idea?
Quella sul referendum è una mia posizione personale che ho sempre sostenuto, fin dai tempi dell’approvazione delle legge. Che comunque nella sua sostanza era stata impostata dal precedente governo di centrosinistra e dalla ministra Linda Lanzillotta.
Ma ora la sua posizione è condivisa da gran parte della Lega. Anche il governatore del Veneto Luca Zaia ha annunciato che voterà sì.
La Lega, nonostante tutto, è un partito che ha molta più libertà interna di tanti altri. E il referendum è uno di quei momenti in cui i cittadini possono esprimersi direttamente: è giusto farlo valere in quanto tale.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Vogliono chiudere la nostra tv libera

L'intervista a Tommaso Tessarolo uscita su city il 23 maggio 2011.

Tommaso Tessarolo è general manager di Current TV, il canale satellitare aperto da Al Gore per “democratizzare” la tv italiana. Sky vuole chiuderlo.

L’annuncio è arrivato la settimana scorsa: Sky toglierà dalla sua piattaforma Current Tv, il canale satellitare di informazione fondato dall’ex vicepresidente Usa e premio Nobel Al Gore. Cosa significa per voi?
Significa chiudere. Vuol dire che la tv premiata l’anno scorso con l’Hot Bird Tv Award 201 0, come Miglior canale news europeo (a pari merito con BBC World News, per intenderci) non potrà più trasmettere.
Ma non potete spostarvi sul digitale terrestre, o su altre piattaforme satellitari?
Per farlo ci vuole tempo. Invece l’annuncio di Sky è arrivato all’improvviso: in due mesi non si può sconvolgere un’intera struttura come la nostra. Di fatto una notizia del genere equivale a una lettera di licenziamento per tutti noi che lavoriamo a Current.
Lei ha parlato di qualità: ma Sky non mette in dubbio la bontà della vostra programmazione. Dice soltanto che non fate abbastanza ascolti e che “tra il 2011 ed il 2010 la perdita di ascolti di Current Tv è prossima al 40%”.
Abbiamo citato fonti e pubblicato grafici e tabelle: Current in tra anni ha segnato un costante trend di crescita.
E allora i dati di Sky come si spiegano?
Il presunto crollo del 40% di ascolti in primetime che si attribuisce a Current si fonda su un inganno: Sky infatti ha ricavato questo dato comparando i primi quattro mesi del 2011 con i primi 4 mesi del 2010.
Cosa hanno di particolare?
Il 25 marzo 2010 Current ha trasmesso lo straordinario evento “Rai per una notte”, ospitando Michele Santoro a cui non era stato permesso di andare in onda con Annozero. E ha segnato un record storico per un canale terzo della piattaforma Sky: il 2,50% di share nazionale, superiore persino a Skytg24 che trasmetteva in contemporanea lo stesso evento.
Dice che si tratta di un evento eccezionale e che non va considerato ai fini degli ascolti?
Esatto: se dal raffronto 2010-2011 dello stesso periodo si esclude “Rai per una notte”, e si evita di falsare il dato comparativo, il risultato assicura a Current una crescita del 15% in prima serata.
Il vostro fondatore, Al Gore, dice che Sky vi chiude perché vuole entrare “nel business del digitale terrestre e, per questo, ha bisogno del consenso di Berlusconi”. Perché la vostra chiusura dovrebbe far piacere al premier e proprietario di Mediaset?
Siamo il solo canale televisivo che ha il coraggio di dire la verità anche di fronte al potere. Abbiamo mandato in onda per la prima volta in assoluto il documentario “Citizen Berlusconi” nel 2009. E, appunto, abbiamo ospitato Santoro quando la Rai gli ha bloccato la trasmissione. Lo scenario di business descritto da Al Gore è verosimile: non si spiega perché hanno scelto di cancellare proprio Current, quando a parità di ascolti ci sono altri canali che costano a Sky molto più del nostro.
Siete una tv “anti-berlusconiana”, allora?
Siamo stati i soli a mandare in onda documentari scomodi, vietati sui circuiti main stream perché parlano di personaggi controversi - di destra o di sinistra - come Chavez (“La Minaccia”). Oppure sulla Lega (“Camicie Verdi”). Il nostro obiettivo è informare, non convincere. Mostriamo i fatti, facciamo sentire le opinioni più differenti e lasciamo che sia il pubblico a farsi un’idea. Ma è proprio questo che dà fastidio: facciamo informazione davvero indipendente.
Sky, però, nega che la decisione sia politica. L’amministratore delegato Tom Mockridge sostiene che è solo economica: la vostra rete voleva 10 milioni di euro per rinnovare la collaborazione, troppo.
Non è vero! Abbiamo pubblicato i documenti che provano la nostra versione: il fax inviato il 22 aprile 2011 a firma Tom Mockridge che comunicava a Current la cancellazione del canale senza offerte di rinnovo. Poi il 10 maggio i fondatori di Current Al Gore e Joel Hyatt, sono riusciti a incontrare James Murdoch, figlio del proprietario di Sky. Solo dopo, il 13 maggio è arrivata l’offerta di Sky Italia: 1 milione, la cifra che avrebbero pagato per chiudere il canale. Una cifra cioè da impedirci di sopravvivere.
Contro la vostra chiusura si sono mobilitati i vostri spettatori via web...
È stata una reazione massiccia e commovente.
Cosa farete adesso?
Continueremo a protestare con l’aiuto del pubblico affinché Sky ci avanzi una proposta economica accettabile per mantenere il canale e il suo staff in vita. Intanto oggi a Milano ci sarà un presidio fronte la sede Sky in via Rogoredo 1.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

“È chiaro chi ha perso, non chi ha vinto”

Da City del 18 maggio 2011

Marco Revelli, sociologo e politologo, insegna all’Università del Piemonte Orientale.
Professore, l’esito del primo turno del voto amministrativo segna la “fine del berlusconismo”, come dice la sinistra?
Se non è la fine, è una grande breccia: Berlusconi ha personalizzato e radicalizzato le elezioni, ha chiesto un voto su di lui. Ed è stato punito dagli elettori. A Milano ha danneggiato anche Letizia Moratti.
La Lega ha perso voti al Nord e a Milano. Perché?
L’abbraccio con Berlusconi, a lungo una forza, è diventato mortale. Il bunga bunga non piace: gli elettorati del centrodestra non vogliono un capo del governo incapace di controllare se stesso e la propria sessualità.
Il Pd fa bene a cantare vittoria?
No. È chiaro chi ha perso, non altrettanto chi ha vinto. L’unico successo vero del Pd è stato a Torino.
A Milano alla sinistra è andata bene, però.
Giuliano Pisapia è un outsider imposto dal basso con le primarie. A Napoli Luigi De Magistris è stato imposto nel ballottaggio.
Per il Pd cosa significa?
Che vince solo se accetta di rinnovare la sua classe dirigente, con figure non rigorosamente di partito.
Come peserà il voto sul governo?
Ha fatto quello che non ha fatto il voto di fiducia del 14 dicembre, grazie a un po’ di parlamentari comprati. E nei partiti carismatici, se entra in crisi il capo carismatico, le varie componenti iniziano a litigare.
Elena Tebano

Sono cresciuto tra i fondamentalisti

L'intervista a Emidio Picariello uscita su City il 13 maggio 2011

Nato in una famiglia di Testimoni di Geova, Emidio Picariello in “Geova non vuole che mi sposi” (Editori Riuniti) ha raccontato come ne è uscito.
Lei descrive una sorta di mondo parallelo, in cui come Testimone di Geova non poteva festeggiare i compleanni, o leggere Topolino. Come è possibile?
Perché i Testimoni di Geova prendono alla lettera la Bibbia. E, per quanto riguarda i compleanni, nella Bibbia ne sono raccontati solo tre. Sono festeggiati da persone malvagie e in tutti muore qualcuno. Quindi non si celebrano.
Topolino che c’entra, mica è nella Bibbia?
Ci sconsigliò di leggerlo un “sorvegliante di distretto”, uno dei pastori di più alto livello. E i miei, che erano particolarmente fondamentalisti, si adeguarono.
Con quale argomento?
Il cattivo esempio: Paperino è un nullafacente che sfugge ai suoi doveri. Paperone è un avaro, Gastone è fortunato, ma la fortuna non esiste, perché Geova ci ha lasciato il libero arbitrio. Qui, Quo e Qua sono disobbedienti. E Amelia è una strega, colpevole di spiritismo, la cosa peggiore che ci sia.
Dal suo libro emerge una religione quasi medioevale, che nega le più elementari libertà civili: le donne sono subordinate agli uomini, tanto che sua madre non poteva chiedere a suo padre di andare a prendere il vino...
No, poteva solo dire “è finito il vino”, perché l’uomo - dice la Bibbia - è il capo della donna. E lei non può comandarlo, né parlare nelle pubbliche assemblee.
Lei non poteva neppure essere “troppo” amico dei bimbi che non erano Testimoni.
La Bibbia dice: “Le cattive compagnie corrompono le utili abitudini”. E quindi le famiglie più “spirituali” frequentano le “persone del mondo” solo quando è necessario. Quando ho iniziato a frequentare il mio primo vero amico, alle superiori, ho dovuto convincermi che lo facevo per predicargli la verità, visto che non era credente.
Sono aspetti dei Testimoni di Geova che la gente comune non conosce. Perché?
Perché non si vogliono far sapere.Gli stessi Testimoni di Geova li scoprono solo dopo un po’. All’inizio si vedono solo gli aspetti positivi: le persone sono accoglienti, attente ai tuoi bisogni: nelle sette di solito si entra per bisogno. Poi quando sei dentro, ci sei. A quel punto scattano gli obblighi.
Ha detto che i suoi genitori sono fondamentalisti. Cosa li rende tali?
I fondamentalisti sono persone che costruiscono tutta la propria vita sulla religione: la fede è il centro di qualunque scelta. La religione è l’unica cosa per cui vale la pena di vivere e condiziona tutto ciò che si fa.
E questo secondo lei succede anche con altri fanatismi, come quello islamico?
Anche con quello islamico o cattolico. È come se tu avessi qualcuno che prende le decisioni per conto tuo. Ti consente di non farti carico dei tuoi problemi, ti sgrava del peso di te stesso. Deleghi a qualcun’altro.
Cioè?
Non devi preoccuparti di scegliere il partner migliore per te, ma quello più “spirituale” possibile. Non devi preoccuparti di trovare un lavoro che ti soddisfi, ma quello che lascia più tempo per predicare. Non devi essere responsabile della tua vita: se va male, sono prove del diavolo. Se va bene, è una benedizione di Geova.
Ma perché una persona dovrebbe volere una cosa del genere?
Quanto meno sei in grado di gestire una cosa, tanto più diventi rigido nel delegarla a qualcun’altro. Pensi ai malati di gioco d’azzardo che fanno un contratto con i casinò e li pagano ogni mese perché non li facciano entrare. È lo stesso meccanismo di chi si sceglie una religione che gli vieta di essere gay, o gli impone regole rigide di altro tipo.
Oggi si teme molto il fondamentalismo islamico. E c’è l’idea che per combatterlo, si debba tornare alle radici cristiane. Lei è d’accordo?
No. Quando ero bambino e mi dicevano “Buon Natale”, che io come Testimone di Geova non festeggiavo, mi sentivo ancor più Testimone di Geova. Ero rinforzato nella mia identità “diversa”. Più sei fondamentalista, di qualsiasi altra religione, più uno Stato “cattolico” rafforza il tuo fondamentalismo. Per questo lo Stato dovrebbe essere più laico possibile.
Lei ha abbandonato la sua religione, ora è un “disassociato”. Come ci è arrivato?
Grazie al fondamentalismo dei miei! Quando mi sono reso conto che non riuscivo ad aderire alle regole di mio padre, quel “io non ce la faccio” mi ha concesso una possibilità nuova: potevo non essere così.
Così, però, per i suoi lei è “morto”, non hanno neanche partecipato alle sue nozze (da qui il titolo del libro): ne valeva la pena?
La libertà intellettuale, emotiva e spirituale che ti dà prenderti la responsabilità della tua vita, anche dei tuoi fallimenti, è impagabile.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it