giovedì 29 settembre 2011

Basta con la politica fatta solo dagli uomini

Questa intervista è uscita il 28 settembre su City
Donatella Martini fa parte di Donne in Quota, una delle associazioni che sostengono il ricorso per sciogliere la Giunta della Lombardia. Perché c’è soltanto un’assessora.
La Regione Lombardia ha 15 assessori uomini e solo uno che è donna. Voi, per questo motivo, volete addirittura far sciogliere la Giunta Regionale. Non è una misura un po’ estrema?

Se la Giunta viola il proprio statuto, lo prevede la legge. E, per quanto riguarda la presenza - o meglio l’assenza - di donne negli organismi di governo, è già stato fatto in almeno due casi.
Altre Giunte annullate? Dove?
In Campania: il Consiglio di Stato lo scorso 28 luglio ha fatto decadere la Giunta perché c’era una sola donna. In Sardegna, ad agosto: lì di donne non ce n’era neanche una. Lo stesso è successo in una dozzina di Comuni. Compreso quello di Roma: il 26 luglio il Tar ha annullato la giunta del sindaco Gianni Alemanno, che ha dovuto rifarla.
E adesso quante assessore ci sono?
Alemanno ci ha prese in giro: ha aggiunto una sola donna, portandole a due. E infatti le associazioni locali stanno studiando un nuovo ricorso.
Lei ha detto che in Lombardia la presenza di una sola donna su 16 assessori contraddice lo statuto regionale: cosa prevede?
Non fa numeri o percentuali. Ma, all’articolo 11, intitolato “Uguaglianza tra uomini e donne. Pari opportunità”, stabilisce tra l’altro che la Regione debba “garantire e promuovere la democrazia paritaria” e che “promuove il riequilibrio tra entrambi i generi negli organi di governo della Regione” e nelle società o enti ad essa legati.
Da qui il ricorso: come sta andando?
Il primo, quello al Tar, è partito l’estate scorsa dall’associazione Articolo 51 (che è un’associazione di donne di destra), con il sostegno di altri gruppi della società civile, tra cui il nostro. Ma è stato respinto.
Con quali argomentazioni?
Assurde. Ci hanno detto che il principio è giusto, ma che abbiamo ancora tanto cammino da fare. Che vuol dire? Che siccome la politica è indietro, noi dobbiamo rimanere indietro?
E quindi?
Articolo 51 ha fatto un nuovo ricorso, stavolta al Consiglio di Stato. Noi come Donne in Quota consegneremo in questi giorni quello “a sostegno”. E siamo ottimiste.
Ottimiste? Perché?
Nel decreto di annullamento della Giunta campana da parte del Consiglio di Stato c’è scritto che la sentenza del Tar della Lombardia è sbagliata, perché “democrazia paritaria” non vuol dire una donna sola. E questo è un precedente che pesa.
Quanto ci vorrà per avere una risposta?
I tempi sono abbastanza veloci: con il Tar abbiamo avuto la sentenza dopo tre mesi.
Perché è importante che negli organi decisionali ci sia un numero adeguato di donne?
Non esiste vera democrazia se gli organi rappresentativi non sono lo specchio della composizione della società. Dove le donne sono la maggioranza. Alla Camera, però,sono solo il 21%. In Senato il 19%. Troppo poche: se non si supera la soglia del 30% non si riesce a fare la differenza, perché non si ha sufficiente peso decisionale.
Ma c’è una differenza nel modo di fare politica degli uomini e delle donne?
Il politico porta in parlamento gli argomenti che a suo dire sono importanti. E l’esperienza di uomini e donne è diversa. Basti pensare ai problemi del nostro welfare.
Il welfare, cioè il cosiddetto stato sociale: che problemi ha in Italia?
Si basa tutto sul lavoro occulto delle donne. Siamo il Paese in Europa che investe meno nei servizi alle famiglie, nella cura dei bambini e nell’assistenza agli anziani. E poi ci si chiede perché le italiane non fanno figli.
Nel resto d’Europa la situazione è ben diversa. Perché?
Lì, a partire dagli anni’70, si sono mossi i partiti. E hanno iniziato a darsi un’autoregolamentazione interna.
Come mai in Italia questo non succede?
Siamo ancora un Paese maschilista. Da noi l’unico partito che ha nel suo statuto l’uguale rappresentanza tra uomini e donne è il Pd. Ma anche lì molti politici importanti non sanno niente delle questioni di genere. O le ritengono irrilevanti.
Un’obiezione all’uguaglianza di genere imposta dall’alto è: se le donne valgono, si fanno eleggere o nominare.
Non è così. Perché in Italia sono gli uomini che decidono chi candidare o nominare, e scelgono ancora i loro simili. Non capiscono che per decidere del bene comune c’è bisogno anche del punto di vista dell’altra metà del cielo. E se aspettiamo il loro cambiamento culturale, ci arriviamo tra 150 anni.
Elena Tebano elena.tebano [at] rcs.it

venerdì 23 settembre 2011

L'outing forzato dei politici omofobi

La lista è comparsa stamattina, uno scarno elenco di nomi, senza commenti, né firme a sostenerne la credibilità. Adesso sembrano parlarne tutti, i giornali istituzionali, quelli d'assalto, blogger ed esponenti di punta del modo lgbt. La maggior parte dei commenti sono contro.

Il migliore, però, l'ha fatto Massimo Corsaro del Pdl, che di quella lista fa parte: "Meglio lì che nella lista degli interisti occulti". Chapeau. E' riuscito a smarcarsi con un commento che la maggior parte degli italiani prenderà come molto "maschio" (W il calcio), senza dire niente di omofobo.

Ma la domanda rimane: è giusta un'operazione del genere? Io sono tra le poche persone in Italia a credere che dai politici si debba pretendere coerenza. Per principio. E non me ne frega niente se è una battaglia persa. Per cui, sì, se il premier Silvio Berlusconi firma e sbandiera una legge che punisce la prostituzione perché sbagliata, voglio sapere se poi va a puttane.

Non perché è un crimine, ma perché è una sfacciata contraddizione con quello che va sostenendo pubblicamente e rappresentando politicamente. Di converso, non me ne frega assolutamente niente di sapere se Marco Pannella si droga o con chi va a letto, perché ha sempre pubblicamente sostenuto la depenalizzazione delle droghe e anche l'amore libero.

E allora veniamo ai politici omofobi. E' giusto denunciare i gay conniventi con le politiche discriminatorie dei loro partiti? E' giusto denunciare persone che vivono in un determinato modo e fanno politica nel modo opposto? Uno degli argomenti di chi risponde "No" è: l'espressione della propria sessualità è un atto di libertà individuale, non può essere forzato. E molti di loro non sono dichiarati perché sennò in quei partiti non potrebbero mai fare politica.

Non sono d'accordo. Chi aspira a un ruolo pubblico ha responsabilità più grandi degli altri cittadini. E fare coming out pubblicamente, se uno/una ha ruoli pubblici, significa combattere l'omofobia: io credo che sia una sorta di dovere (fatta salva l'incolumità personale). E se vogliono stare in istituzioni/partiti o associazioni che li condannano per quel che sono, il problema è loro.

Tutti argomenti a favore della lista outing. Invece così come è fatta è profondamente sbagliata.

1. Ci sono solo politici del centrodestra. Perché? Gli omofobi sono anche a sinistra.

2. La denuncia è anonima. Se fai un'operazione del genere, devi prenderti la responsabilità di quello che fai. Si chiama resistenza civile, si paga anche con il carcere. Devi avere il coraggio di mettere la tua faccia su quella denuncia e di pagarne le conseguenze. Altrimenti sembri altrettanto vigliacco dei politici gay che fan finta di essere etero.

3. Voglio, fatti, circostanze, evenienze. A leggere una scarna lista di nomi, l'impressione è che il loro unico torto sia essere GAY, non omofobi. Voglio che tu mi dica come puoi dimostrare che sono gay. Voglio sapere cosa han fatto, detto e votato. Proprio come faresti quando vuoi denunciare che Berlusconi fa le leggi antiprostituzione e poi frequenta prostitute.

Solo così, quell'operazione può aprire un dibattito e produrre un cambiamento. Fatta come l'ha fatta la listaouting, produrrà solo pettegolezzo. Domani verrà dimenticata, e oggi, quando qualcuno se la prenderà con quei dieci, non dirà "stronzi ipocriti". Dirà brutti froci.

ps: aggiorno con il link all'articolo di Gay.it in cui effettivamente si dice cosa hanno fatto questi dieci. Gay.it pubblica anche un furibondo editoriale di Alessio De Giorgi che condivido pienamente.

mercoledì 21 settembre 2011

Italia, amarla o lasciarla?

L'intervista a Luca Ragazzi e Gustav Hofer uscita su City il 21 settembre 2011
Luca Ragazzi e Gustav Hofer
Il loro documentario ha vinto il Milano Film Festival. È un viaggio lungo l’Italia per rispondere alla domanda: rimanere o emigrare?
Il titolo del vostro documentario (che andrà in onda stanotte su Rai 3 alle 23,55 in versione ridotta) è una domanda: Italy, love it or leave it (“Italia, amarla o lasciarla”). Perché?

Luca : Perché ce lo siamo chiesti davvero. Io e Gustav siamo una coppia. E quando qualche tempo fa ci hanno sfrattati, lui - che è altoatesino e madrelingua tedesco - ha iniziato a dire che dovevamo fare come i nostri amici ed andare all’estero...
Gustav: ...dove si vive meglio: è più facile trovare lavoro, i giovani hanno opportunità, le coppie gay non sono discriminate per legge, c’è meno corruzione e nepotismo.
È una domanda che ormai molti giovani italiani si pongono. Voi cosa avete deciso?
Luca
: Io non ero d’accordo e allora abbiamo fatto un patto. Ci siamo dati sei mesi di tempo per girare l’Italia e vedere se trovavamo più ragioni per restare o per andarcene.
Gustav: Che è il motivo per cui lo abbiamo ribattezzato un “docu-trip” e intitolato la versione ridotta, che andrà (stanotte, ndr.) in tv, Cercasi Italia disperatamente.
A proposito: vi siete spostati con delle vecchie Cinquecento. Vi ha sponsorizzato la Fiat?
Gustav
: Assolutamente no! Ma quella è l’auto simbolo dell’Italia del boom economico, quella che non c’è più. Ce l’hanno prestata, gratis, gli iscritti di Cinquino.net, il sito degli appassionati della Cinquecento. È il motivo per cui le macchine nel film cambiano colore: in ogni città ne abbiamo trovata una diversa. E i proprietari ci hanno fatto anche da assistenti sul set.
Come avete scelto i luoghi da visitare?
Luca
: Ci piaceva dare voce all’Italia che non si vede sui media. Così siamo andati dall’operaia Fiat, che ci ha spiegato come -ancora oggi - si lavora alla catena di montaggio, da quelli degli stabilimenti Bialetti che hanno chiuso per trasferirsi in Romania, ma anche nell’azienda che ricicla plastica nella Campania della “munnezza”, o dai ragazzi che si sono inventati “Il Festival dell’Incompiuto Siciliano”.
L’incompiuto Siciliano sono mostri di cemento, giusto?
Gustav
: Sì, a Giarre i politici, per prendere i finanziamenti dell’Unione europea, hanno costruito una serie di eco-mostri che non servono a nessuno, dal mercato dei fiori, alla pista per automodellismo, al campo di polo. E infatti sono rimasti incompiuti. Il Festival è l’idea, creativa come solo gli italiani sanno essere, di alcuni ragazzi del posto per denunciare questo scempio.
Molte delle storie positive che avete scelto vengono dal Sud. È un caso?
Luca
: No. Volevamo far vedere che il Meridione non è solo mafia, che ci sono tante persone che combattono tutti i giorni contro corruzione e criminalità.
Al Milano Film Festival, dove avete vinto sia il premio della Giuria che quello del Pubblico, la sala ha tributato un’ovazione a uno dei vostri “eroi normali”, l’imprenditore siciliano che ha detto no al pizzo.
Gustav
: È stato importante. Anche perché lui e la sua famiglia in Sicilia hanno pagato cara la scelta di denunciare gli estorsori. Lui si muove con la scorta, la sua impresa è chiusa. E quando la moglie va a fare la spesa in paese nessuno la saluta. Anche la Chiesa locale li ha isolati. A Milano, per la prima volta da 4 anni, ha potuto aprire il finestrino dell’auto e sentire il vento sul viso.
Nel documentario c’è anche una parte dedicata all’attualità e al premier Silvio Berlusconi.
Luca
: Io volevo fare tutto il film senza nominarlo mai, ma non ci siamo riusciti: da qualche parte spuntava per forza.
Come hanno reagito gli intervistati al fatto che siete una coppia gay?
Luca
: Anche su questo l’Italia è più avanti di chi la rappresenta. Siamo stati in un eremo, l’Abbazia di Santa Maria di Pulsano, in Puglia. I monaci - che conoscevano Improvvisamente l’inverno scorso, il nostro documentario sui Dico - ci hanno preparato una camera matrimoniale.
Colpisce che, quando parlate dei motivi per restare in Italia, hanno sempre a che fare con come può essere. Non con com’è.
Luca
: Questo è il grande dolore quotidiano.
Gustav: Ma significa anche capire che quello che noi abbiamo è prezioso, e va valorizzato. Solo noi italiani possiamo farlo
Cosa avete deciso voi, lo lasciamo scoprire agli spettatori. Di certo il pubblico in sala ha applaudito lo scrittore Andrea Camilleri quando vi dice: “Andarsene da un paese che deve essere cambiato è una forma di diserzione”.
Luca
: Lui spiega: andandosene si lascia scoperto un posto che verrà occupato proprio dalle persone a causa delle quali si va via.
Gustav: E allora poi è inutile lamentarsi.
Elena Tebano elena.tebano@rcs.it

AGGIORNAMENTO in data 18 gennaio 2012
"Iacopo" dell'Abbazia di Santa Maria di Pulsano mi ha scritto per smentire le affermazioni di Luca Ragazzi sul "camera matrimoniale" preparata a lui e Gustav dai monaci stessi, chiedendomi di modificare l'intervista:

"L'affermazione assolutamente falsa e da rimuovere è che avremmo preparato loro una camera matrimoniale, per il semplice fatto che non esistono camere matrimoniali nella nostra abbazia, ma solo stanze singole o a più letti separati. La sistemazione che abbiamo loro dato non ha voluto sottindere minimamente nessun avallo morale del loro orientamento sessuale. Inoltre, non ci riteniamo assolutamente "più avanti" di una Chiesa cattolica che non rappresenterebbe degnamente i cristiani in Italia, come sembra sottindere Luca nella risposta alla sua domanda; Luca ha tutto il diritto di avere questa impressione della Chiesa e di riferirla, ma non può certo argomentarla tirando in ballo la nostra comunità con informazioni false. La nostra vita e le nostre idee sono in piena comunione con l'insegnamento di questa Chiesa; la nostra ospitalità e la nostra rispettosa accoglienza nei confronti dei due registi sono un portato di quanto questa Chiesa ci ha insegnato e non sono sintomatiche di alcuna presa di posizione in campo di materia morale; nello specifico, sono espressione genuina della regola di S.Benedetto che impone di accogliere QUALSIASI visitatore "come se fosse Cristo stesso", senza nessuna forma di discriminazione e senza altri distinguo che richiederebbero una riflessione più profonda e un commento molto più ampio, che questa sede non può dare", scrive "Iacopo" (che si è firmato così senza scrivere il suo cognome).

Quanto da me scritto corrisponde esattamente a quanto è stato detto da Luca Ragazzi e Gustav Hofer nell'intervista che mi hanno rilasciato e quindi l'intervista è corretta. Da me interpellato Luca Ragazzi ha riconosciuto che l'errore è stato suo: "siamo stati noi ad aver frainteso", ha spiegato, aggiungendo che il fraintendimento è dovuto al fatto che i monaci gli avevano detto di aver loro "preparato la camera più bella" e che "i due lettini erano accostati al punto di sembrare contigui".
Elena Tebano

I soldi del comune li investono i cittadini

L'intervista a Lara Pizza uscita su City il 16 settembre 2011
Lara Pizza è assessore al bilancio a Capannori, in Toscana. Con il suo Comune ha affidato ai cittadini 400mila euro perché decidano come investirli.
Cosa significa che fate decidere ai cittadini come spendere i soldi del Comune?

Dovranno proporre in prima persona dei progetti da realizzare. Di solito i cittadini si limitano a scegliere i loro amministratori. Invece noi diamo la possibilità di stabilire in concreto come investire 400mila euro, una cifra consistente per il bilancio del Comune di Capannori, che ha 46mila abitanti.
In pratica come funziona?
Abbiamo estratto a sorte 80 persone. Domani (oggi per chi legge, ndr.) si riuniranno per la prima volta per arrivare a proporre nuove opere pubbliche: illuminazioni, strade, parcheggi, fontane. A dicembre, tutta la popolazione potrà votare quelli a cui dare la priorità.
Perché avete sorteggiato i rappresentanti?
Per evitare i cosiddetti “specialisti della partecipazione” e raggiungere le persone comuni, che di solito alle riunioni non vanno. Per questo abbiamo escluso chiunque abbia una carica politica o sia presidente di un’associazione - fosse anche quella dei donatori di sangue. I nostri 80 cittadini, 40 uomini e 40 donne, sono un campione rappresentativo degli abitanti del Comune, immigrati compresi. Con una sola eccezione.
Quale?
I giovani tra i 18 e i 35 anni sono iper-rappresentati. Vogliamo che esprimano le loro idee. In Italia tra i politici i giovani sono pochissimi e noi volevamo “compensare”: ne abbiamo messi un 10% in più.
Anche per gli stranieri avete fatto un’eccezione: in Italia senza cittadinanza non possono votare, ma voi li avete inclusi...
Sono 4 su 80. E quando si tratterà di decidere i progetti da finanziare, potranno farlo anche tutti gli immigrati residenti. Vivono il nostro territorio e anche loro hanno il diritto di essere riconosciuti.
Come hanno reagito le persone?
Nessuno ancora sapeva del progetto: sono stati chiamati da una società specializzata in campionamenti e si sono sentiti chiedere se avevano voglia di prendersi questa responsabilità. Le risposte sono state quasi tutte positive.
Ma non c’è il rischio che queste persone, che non hanno esperienze amministrative, facciano progetti campati per aria?
No, perché è coinvolta la parte tecnica del Comune. Se ci propongono di costruire una scuola, i tecnici diranno: guardate, con 400mila euro è impossibile. Oppure se propongono un parcheggio, saranno i nostri uffici a verificare che non ci siano vincoli urbanistici o problemi idrogeologici.
E se invece i cittadini si mettono a litigare?
Questa è la sfida. Noi abbiamo previsto due riunioni plenarie, per illustrare come è stato speso il budget negli anni scorsi, quali sono i fattori da tenere in considerazione, etc. Poi gli 80 si divideranno in 4 gruppi, scelti per aree geografiche, ognuno con un budget di 100mila euro. E avranno tempo fino a dicembre per decidere. Chiaro è che sono chiamati ad assumersi delle responsabilità. Spesso si sentono critiche, ma le persone non sanno il lavoro che c’è dietro alle scelte. Ora toccheranno con mano.
Insomma, è una prova di democrazia...
Esatto, vogliamo far loro sperimentare direttamente il meccanismo della democrazia. L’amministrazione dal canto suo si mette a nudo. Trasparenza e partecipazione erano due capisaldi del programma con cui la nostra giunta di centrosinistra si è presentata alle elezioni.
È la prima volta che fate questo progetto: pensate di ripeterlo nei prossimi anni?
È un progetto sperimentale, quindi dipende tutto da come andrà. Noi ci crediamo molto.
Il governo ha appena approvato la nuova manovra economica: come influirà sui Comuni?
Abbiamo davanti anni tristissimi. Purtroppo si continua a tagliare sugli enti locali, quelli più vicini ai cittadini. Già negli ultimi tre anni ci siamo visti togliere 2,5 milioni di trasferimenti erariali. Tutto questo quando con la crisi i bisogni dei nostri cittadini aumentano.
Un’ultima cosa: il mondo della politica come ha reagito all’idea di far decidere alle gente comune? Se i cittadini spesso diffidano della politica, l’impressione è che la sfiducia sia reciproca...
Un po’ è vero. C’è un po’ di paura a delegare: i consiglieri comunali magari hanno paura di sentirsi esautorati del loro ruolo e a volte anche di una eccessiva trasparenza. Ma se dobbiamo far recuperare alla gente fiducia nei confronti della politica, il primo passo dobbiamo farlo noi.
Elena Tebano elena.tebano@rcs.it.

martedì 13 settembre 2011

Il nuovo documentario di Luca e Gustav

Giovedì prossimo Luca Ragazzi e Gustav Hofer presentano in anteprima il loro nuovo documentario al Milano Film Festival, "Italy, love it or leave it". Io ci sarò.
E ne approfitto per ripubblicare l'intervista su "Improvvisamente l'inverno scorso" uscita su City. Cliccate sulle immagini per ingrandirle (e leggere il testo).