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giovedì 30 giugno 2011

L’allarme sul deficit ci obbliga alle riforme

L'intervista all'economista Angelo Baglioni uscita su City il 30 giugno 2011.


Economista dell’Università Cattolica di Milano, redattore del sito lavoce.info, Angelo Baglioni spiega cosa significa l’allarme sul rating dell’Italia.

Nell’ultimo mese due importanti agenzie di rating (cioè di valutazione) mondiali, Standard & Poor’s e Moody’s, hanno messo sotto osservazione il Paese Italia. Cosa significa?
Il “rating” è un giudizio di affidabilità che le agenzie internazionali danno su un debitore, che sia uno Stato, un’impresa, o anche una banca. Nel nostro caso hanno messo sotto osservazione l’Italia, con un outlook (cioè una prospettiva) negativo: vuol dire che sono preoccupate che il nostro Paese, nel prossimo anno, possa avere più difficoltà a ripagare il suo debito pubblico.
Da un punto di vista economico questo che conseguenze ha?
Se ci fosse un effettivo abbassamento del rating, la conseguenza sarebbe l’aumento del costo del debito: lo Stato italiano dovrebbe pagare interessi più cari su Btp e Bot, in generale sulle obbligazioni che emette.
E il debito pubblico italiano diventerebbe ancora più pesante...
Esatto. Al momento non è possibile quantificare l’impatto. Ma è bastato l’allarme rating per provocare effetti sul mercato: in questi giorni la differenza sugli interessi tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi ha raggiunto il massimo da quando c’è l’euro.
Tutto questo avviene in un contesto internazionale difficile, con la Grecia così indebitata che è a rischio fallimento. L’Italia corre gli stessi pericoli?
No, finora abbiamo dimostrato sempre la capacità di tenere sotto controllo il disavanzo del settore pubblico, cioè la differenza tra entrate e uscite annuali nei conti dello Stato. Anche negli anni più difficili della crisi, il 2009 e 2010. Tuttavia abbiamo grossi problemi anche noi.
Quali, per esempio?
L’alto rapporto tra debito e reddito nazionale (il Pil), che per l’Italia è circa al 120%. E la bassa crescita economica: al di là della crisi, anche nel decennio precedente il Pil dell’Italia è aumentato al massimo dell’1% all’anno, spesso anche meno.
Il resto d’Europa è cresciuto di più?
Sì. E basta un punto percentuale di crescita del Pil in più, a permettere nel corso degli anni di ripagare in maniera molto più agevole il debito pubblico accumulato.
Il richiamo delle agenzie di rating avviene in un momento in cui il governo chiede al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, di poter spendere di più. È un caso?
Le valutazioni sul rating tengono assolutamente conto del quadro politico. La paura per l’Italia però non è tanto che aumenti la spesa. Ma che l’attuale debolezza del governo non gli permetta di fare le riforme indispensabili per aumentare la crescita. Standard & Poor’s ha espresso un’esplicita preoccupazione per l’immobilismo del Paese.
Di che riforme ci sarebbe bisogno?
Lo ha detto nelle sue considerazioni finali il governatore (fino a novembre, ndr) della Banca d’Italia Mario Draghi: la burocrazia eccessiva e la lentezza della giustizia civile scoraggiano gli investimenti e danneggiano le imprese. Secondo Draghi ci costano un punto percentuale all’anno in termini di crescita del Pil.
Perché?
Se un investitore sa che per recuperare soldi da un debitore che non paga ci mette 10 anni, è chiaro che è disincentivato a investire. Se sa che le procedure della pubblica amministrazione sono troppo laboriose, o che ci vogliono anni affinché lo Stato gli restituisca dei crediti fiscali, è chiaro che preferisce investire altrove. In più c’è un problema di mercato del lavoro.
Quale?
È diviso in due: c’è una fascia di persone (giovani ma non solo) che ha contratti molto precari, mentre c’è un’altra fascia che è iper-garantita.
Perché tutti a parole vogliono le riforme e poi nessuno le fa?
Perché richiedono scelte impopolari. Per esempio, la lentezza della giustizia avvantaggia categorie come gli avvocati, che vengono pagati tanto più quanto più è lungo il processo. È stato proposto di pagarli a forfait, per ogni causa, in modo da incentivarli a concluderle prima. Sarebbe una piccola riforma, ma efficace: però si scontra contro una lobby forte e il governo l’ha evitata.
Gli avvertimenti delle agenzie di rating sono una sorta di ultima chiamata?
Sì, siamo molto in ritardo: avremmo dovuto fare le riforme molto tempo fa. Finora grazie all’euro l’Italia ha goduto di tassi di interesse molto bassi. Adesso, con questo contesto internazionale, non potremo più avere sconti. E le riforme non possono più essere rimandate.
Elena Tebano elena.tebano [chiocciola] rcs.it