Ho scoperto grazie alla segnalazione di un lettore di City, che sul tema esiste un romanzo dello scrittore polacco israeliano Yahiel De-Nur: "La casa delle bambole". Da quello che ho capito, Yahiel De-Nur racconta che anche le ebree venivano costrette alla prostituzione forzata.
In generale, si sa ancora molto poco delle differenze di trattamento tra uomini e donne nei lager. Il perché lo spiega Stefania Maffeo in questo interessantissimo articolo E nei lager nazisti prese sadica forma l'odio contro la donna. E' lungo e per stomaci forti, ma merita di essere letto per intero. Parla a lungo del campo di Ravensbrück, qui in fondo ne riporto un passaggio dedicato alle italiane nel lager.
Di seguito, infine, l'intervista pubblicata su City: cliccate sul testo per ingrandirlo.
Antonella Petricone Fa parte dell’associazione Befree, che ha allestito una mostra a Roma sulla prostituzione forzata nei campi di concentramento tedeschi.Quando si parla dei crimini del nazismo, si pensa al genocidio degli ebrei. Voi mettete in evidenza un ulteriore elemento, poco conosciuto: la prostituzione forzata. Cos’è?L’11 giugno 1942, Heinrich Himmler, il capo supremo delle Ss, autorizzò i comandanti dei lager “a fornire femmine nei bordelli ai detenuti più laboriosi”. Le donne erano costrette a fornire servizi di sottomissione sessuale per motivare i militari e i prigionieri dei campi.Erano ridotte in schiavitù?Di fatto. L’oppressione delle donne, l’esistenza di torture legate al “genere”, è un aspetto poco conosciuto del nazismo e del fascismo. Questa mostra, creata nel 2005 dal gruppo viennese “Die Austeller” e dall’università delle Arti di Berlino, cerca di documentarne una parte.Perché fino a pochi anni fa non se ne sapeva praticamente niente?Le vittime non ne hanno mai parlato per vergogna di essere considerate prostitute. O per paura che le accusassero di collaborazionismo. Nessuna è stata risarcita per lo sfruttamento sessuale nei lager. Anche i nazisti, all’epoca, cercarono di nasconderne il più possibile l’esistenza.I bordelli erano in tutti campi?Sappiamo che strutture di questo tipo, chiamate “edifici speciali”, esistevano in almeno 10 campi. Tra cui Mauthausen, Auschwitz, Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. Le prigioniere fatte prostituire venivano soprattutto dal lager di Ravensbrück (a 80 km da Berlino), che era tutto femminile, e da quello di Auschwitz-Birkenau, anch’esso femminile.Quante donne sono state coinvolte?Almeno duecento.Erano ebree?No. La maggior parte di loro era di origine tedesca, imprigionate nei campi con l’accusa di essere “asociali” - categoria nella quale rientravano sia le persone con problemi mentali, che quelle considerate “immorali”. C’erano anche molte prigioniere politiche: tedesche, polacche, ucraine, russe o dei Paesi Bassi.Ufficialmente, sotto il nazismo la prostituzione era osteggiata. Perché allora aprire dei bordelli nei campi?Era un “divertimento” per “rinfrancare” i militari tedeschi, soprattutto nella Polonia occupata. Inoltre Himmler lo considerava “un incentivo” per la produttività dei deportati, che dovevano lavorare nei lager a sostegno dell’economia tedesca. Era una sorta di “premio di produzione” per i più instancabili.Quindi era usato per “controllare” meglio soldati e internati nei lager?Esatto. Doveva anche servire a prevenire pratiche omosessuali, che il regime considerava peggiori della prostituzione.Ma quali prigionieri potevano “usufruirne”: anche gli ebrei?Assolutamente no. Era un privilegio riservato ai detenuti di origine tedesca, “asociali” oppure criminali comuni, e a quelli “politici” o di guerra - con la sola eccezione dei sovietici, che erano considerati quasi al pari degli ebrei. Bisogna dire che molti prigionieri politici protestarono come poterono contro i bordelli.C’era un diverso trattamento a seconda dei “tipi” di prigionieri...Anche questa era una forma di controllo. C’era un sistema di funzionari tra gli internati: venivano usati per sorvegliare gli altri. Oppure c’era chi lavorava per l’industria tedesca. Erano due delle categorie che potevano “guadagnare” l’accesso al bordello grazie a buoni premio.Era tutto organizzato e pianificato in modo “razionale” - per quanto l’insieme fosse un meccanismo assurdo, folle.Sì, è una delle caratteristiche del nazismo. Gli “edifici speciali” erano confortevoli e ben organizzati. In più avevano ferree regole igieniche. Le donne, prima di essere costrette a prostituirsi, erano visitate, nutrite e tenute in quarantena. Erano obbligate a lavarsi dopo ogni rapporto sessuale e sottoposte a controlli medici.Non per il loro benessere, immagino.Per evitare la diffusione di malattie nei campi. Tutto era organizzato come un sistema produttivo. Non c’era niente di “umano”: le stanze dei bordelli erano dotate di spioncini, perché le sorveglianti potessero controllare che i rapporti sessuali avvenissero a dovere. E, soprattutto, per evitare che prigionieri e prostitute forzate parlassero e solidarizzassero.È incredibile.Sì, avevano previsto tutto, e in modo da evitare qualsiasi forma di ribellione o sabotaggio. Un sistema di burocratizzazione dell’orrore e dello sterminioCosa ne è stato delle donne prostituite?Non è chiaro. Erano tenute in condizioni fisiche migliori delle altre internate. Ma se rimanevano incinte, per esempio, venivano costrette ad abortire - alcune ne sono morte. La viennese Irma Trksak, una delle sopravvissute all’inferno di Ravensbrück, racconta di quando furono liberate alla fine della guerra. Le ha descritte così: “Erano rottami umani. Ogni giorno dovevano concedersi a un’infinità di uomini. Uscirono dai lager distrutte, rovinate per sempre, molte sull’orlo della morte”.Elena Tebanoelena.tebano[chiocciola]rcs.it
Da E nei lager nazisti prese sadica forma l'odio contro la donna
Le italiane furono l'ultima nazionalità ad arrivare: il primo trasporto formato da 14 donne giunse il 30 giugno 1944 da Torino; ad esse, al momento della partenza, fu detto che "sarebbero andate a lavorare in Germania". Questo costituì il momento in cui il campo esplose e l'ordine, la disciplina, la perfezione tedesca saltarono di fronte alla deportazione in massa ed alla limitata capacità di ricezione delle strutture. In campo le italiane non avevano compagne che potevano informarle sulle regole, sui pericoli ed anche sulle tecniche di sopravvivenza. Non conoscevano le lingue del lager: tedesco e polacco. Nessuno capiva l'italiano ma, soprattutto, nessuno voleva rispondere ad un'italiana che non si sa bene perché, per quale oscura ragione, fosse finita a Ravensbrück. Al primo trasporto di italiane fece seguito un secondo che arrivò il 5 agosto, proveniente da Verona con 50 deportate. Un terzo trasporto arrivò l'11 ottobre da Bolzano con circa 110 donne.
Le impressioni delle donne di tutti e tre i trasporti corrispondevano: lo smarrimento, lo sconforto di sentirsi non solo sottospecie umana, merce di proprietà esclusiva dei padroni SS, ma in più rifiutate all'inizio anche delle altre deportate, disperate come le italiane, ma senza l'etichetta vergognosa di essere state alleate e quindi complici dei nazisti. Le notizie sull'Italia, la caduta del fascismo, il capovolgersi della guerra non arrivarono fino a Ravensbrück, almeno non alla massa. A questo va aggiunto che le italiane arrivate a Ravensbrück non erano personaggi dell'antifascismo conosciuti a livello internazionale, con un nome da esibire come biglietto da visita, come successe, ad esempio, ad alcuni deportati in certi lager maschili. Ad eccezione di Teresa Noce, nessuna aveva un passato eroico per essere accolta fra le grandi politiche del campo, quelle che avevano potere, godevano rispetto e fiducia. Le italiane appartenevano agli strati sociali più diversi: c'erano antifasciste con anni di militanza clandestina alle spalle, partigiane arrestate durante i rastrellamenti, staffette denunciate dalle spie, ma c'erano anche moltissime donne prese in ostaggio al posto dei fratelli, dei mariti, dei figli, ricercati per attività clandestina.
C'erano interi nuclei familiari: madri e figlie, sorelle, anche donne arrestate senza motivo; c'erano ebree, operaie, insegnanti, poche borghesi, molte casalinghe. Erano per la maggioranza donne robuste, ben sfruttabili per lavorare. Queste italiane che provenivano da estrazioni sociali e culturali diverse, che raramente avevano una formazione politica alle spalle, ma soltanto come unico elemento di coesione l'avversione, l'odio nei confronti dei nazisti e dei fascisti che le avevano arrestate e spesso torturate, queste italiane trovarono forza di reagire, di non lasciarsi andare, di resistere alla disumanizzazione. Impararono il numero a memoria, gli ordini in tedesco ed in polacco, impararono a muoversi, a difendersi, svilupparono le tecniche di sopravvivenza, si passarono i consigli e le informazioni necessarie per non cadere nelle trappole delle corvées più pesanti o dei Kommando più faticosi, impararono a sfuggire alle sorveglianti, si strinsero insieme, svilupparono un rapporto di grande solidarietà, tipico delle piccole minoranze, e non si lasciarono schiacciare dal desiderio, peraltro molto forte di lasciarsi andare, di gettare la spugna.
Nessuna di loro arriverà ad avere in campo un posto buono, un posto importante, ma, nonostante la loro condizione, resistettero. Ci fu, in quella situazione estrema, una grande solidarietà. Maturarono nel lager una coscienza democratica. Altri cinque trasporti arrivarono tra il novembre del '44 ed il gennaio del '45, ma di quelli non abbiamo molte notizie.
