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lunedì 11 giugno 2012

La ministra della famiglia tedesca contro le "femministe"

Di seguito il mio pezzo uscito sul blog La 27esima ora di Corriere.it

Donne libere o in carriera: un altro modello imposto?

Quando è stata nominata, due anni fa,
Kristina Schröder è diventata il più giovane ministro di sempre della Germania. Ed è stata anche la prima ad avere un figlio mentre era in carica, l’anno scorso.

Adesso la 34enne cristianodemocratica responsabile del dicastero tedesco «per la famiglia, gli anziani, le donne e i giovani» ha pubblicato un libro sulla condizione delle donne, insieme alla sua collaboratrice Caroline Waldeck.

Un esempio di donna emancipata, a cui tutte guardano come un modello, viene da pensare. E invece la Schröder è riuscita nell’impresa di far infuriare la maggioranza delle tedesche, e una petizione online contro di lei ha già raccolto oltre 24 mila firme.

La colpa è proprio del libro, «Danke, emanzipiert sind wir selber. Abschied vom Diktat der Rollenbilder» («Grazie, siamo già emancipate da sole. Diciamo no alla dittatura dei ruoli», edito da Piper), in cui rimprovera alle «femministe» di propagandare un modello carrieristico e oppressivo, invece di lasciare le donne libere di scegliere la vita che vogliono.

L’accusa non è nuova, e riecheggia quella circolata in Italia in questi anni nel dibattito sul corpo delle donne. In un contesto del tutto diverso, anche a Lorella Zanardo è stato ingiustamente rimproverato di voler insegnare alle donne come vivere, perché ha criticato l’immagine riduttiva delle femminilità in tv o gli stereotipi sulle donne.

Aggiornamento: Il 6 giugno scorso il governo della cancelliera Angela Merkel ha approvato il Betreuungsgeld, l'«assegno di sostegno» per i genitori che decideranno di tenere i figli a casa invece di mandarli all'asilo. La proposta di legge, che nelle intenzioni dell'esecutivo dovrà essere approvata dal parlamento prima della pausa estiva, prevede che dal 2013 lo Stato paghi 100 euro mensili a tutte le famiglie che decideranno di non mandare i figli in un asilo pubblico nel secondo anno di vita. Dal 2014 il contributo salirà a 150 euro mensili e varrà anche per il terzo anno di vita dei bambini, a prescindere dal reddito dei genitori.

venerdì 1 giugno 2012

Un gps contro le violenze alle donne

Dal Corriere della sera/27esima ora del 1 giugno 2012

Il telefonino anti violenza per le donne vittime di stalking

Stretto in mano mentre si cammina per strada sembra un qualsiasi telefonino, neppure uno dei modelli più avanzati. Invece è un sofisticato dispositivo progettato per aiutare le donne vittime di stalking o violenze domestiche: basta premere il grande tasto centrale per qualche secondo e si attiva la chiamata «geolocalizzata» a un centro anti violenza, dove gli operatori rilevano la posizione di chi chiama, valutano il livello di rischio e in caso di bisogno fanno intervenire immediatamente una volante della Polizia.

A qualsiasi ora del giorno e della notte. Per le donne perseguitate da partner ed ex partner la sensazione del dito su quel pulsante equivale a un ritrovato senso di sicurezza, alla possibilità di tornare a una vita (quasi) normale.

Il silenzio delle donne "normali"

Il Corriere della Sera sta portando avanti una grande inchiesta sui maltrattamenti alle donne, "Storie di violenza". Questo la prima puntata, pubblicata il 17 maggio, e che ho contribuito a scrivere.

Non sta succedendo a me

Quando i vicini di casa sono entrati, Luisa aveva il viso sul tavolo della cucina, il suo ex compagno le impediva di muoversi. «Ricordo che uno di loro ha guardato il coltello del pane sul lavello: ha pensato che avrebbe potuto ammazzarmi». Ora Luisa, 38 anni, toscana, lo racconta «senza vergogna». Nel momento peggiore aveva addirittura perso la voce. «Un’afonia senza spiegazioni, secondo i medici. Non riuscivo a dire a nessuno quello che mi era capitato. Non riuscivo nemmeno a capacitarmi che fosse successo a me: noi eravamo persone normali».

Spesso i maltrattamenti vanno avanti per anni, prima che le donne riescano a lasciarsi alle spalle queste situazioni angosciose. Oppure si concludono con un omicidio: succede ogni tre giorni, in Italia. I cosiddetti «raptus» sono rari: nel 70% dei casi gli uomini uccidono dopo lunghi periodi di vessazioni e stalking.

L'inchiesta del Corriere sulla violenza sulle donne

Il Corriere della Sera sta portando avanti una grande inchiesta sui maltrattamenti alle donne, "Storie di violenza". Questo l'editoriale che la lancia, pubblicato il 15 maggio, e che ho contribuito a scrivere.

Le donne minacciate dalla violenza, è tempo che cadano alibi e steccati

«Non sta succedendo a me». Luisa, 38 anni, toscana, dice di essere andata avanti per mesi con quel pensiero fisso. Mesi durante i quali il fidanzato, da cui attendeva un figlio, alternava momenti di tenerezza a scatti di ira, carezze e botte. Chi lavora con le donne maltrattate spiega che dalla fase «non sta succedendo a me» passano quasi tutte. Quasi tutte le donne vittime di quelle violenze che nascono — e si ripetono — nella coppia.

Sono 59 le donne uccise in Italia dal partner o dall’ex partner nel 2012: nei primi quattro mesi del 2007, cinque anni fa, erano state «solo» 29. Questi numeri raccontano un’emergenza nazionale. Anche perché gli omicidi, spesso, sono solo l’ultimo atto di anni di abusi, vessazioni, maltrattamenti. Storie quotidiane, ci insegna la cronaca. Storie che possono capitare a chiunque.

«La violenza dei numeri, le responsabilità di tutti» è la lettera aperta che verrà consegnata oggi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dalle «Donne in rete contro la violenza», un’associazione che raggruppa 60 centri dei 130 esistenti nel Paese. Un doppio appello: affinché la lotta alla violenza tra le pareti domestiche diventi una priorità per il governo e affinché non vengano tagliati i fondi ai centri che quelle donne soccorrono. E proteggono

Vergogna, sensi di colpa, un «silenzio assordante» — come scrive la psicologa Patrizia Romito — circondano questi reati: secondo l’Istat solo il 7% viene denunciato.

mercoledì 4 maggio 2011

Non ci basta vestire le veline

L'intervista a Loredana Lipperini uscita su City il 1° aprile scorso.


Loredana Lipperini
L’autrice di “Ancora dalla parte delle bambine” fa il punto sul nuovo movimento delle donne. A cominciare dalla polemica sul velinismo.

Le donne italiane hanno ripreso a scendere in piazza, prima il 13 febbraio, poi l’8 marzo. A qualche settimana di distanza è possibile dire se e come è servito?
A me sembra che stiano cambiando molte cose. Rimane ancora tanto da fare, ma ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Nella pubblicità e in tv, per esempio.
In questi giorni Striscia la Notizia ha detto di essere disposta a rinunciare alle veline.
Intanto ha cominciato a vestirle e a farle parlare. E Dolce & Gabbana, fortemente contestati per una pubblicità, tanto che poi l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (lo Iap) l’ha fatta ritirare perché offensiva...
Quella della modella stuprata, che alludeva a una violenza di branco contro una ragazza…
Esatto. Ora invece hanno fatto una pubblicità con delle donne arrabbiatissime che stringono una borsa: una specie di re-interpretazione in stile Dolce & Gabbana delle manifestanti. E un’altra con tre signore nerovestite e molto coperte, che guardano con palese disprezzo una modella in guepière. Che è un po’ è un’artigliata cattiva nei confronti delle manifestanti, ma...
In effetti sembrerebbe una sorta di parodia.
C’è una provocazione, ma è anche un passo indietro. Un modo di dire: guardate come siamo bravi, come andiamo incontro alle istanze delle donne. Significa che però sono stati costretti a riconoscerle.
Ma una volta vestite le veline, cosa si fa?
Il problema non sono le varie figure mute e svestite della tv in quanto tali. Ma il fatto, per esempio, che nei talk show seri, quelli in cui si approfondisce, la presenza femminile è di una su quattro. Che siano pochissime le donne direttori o vicedirettori di giornali. Nell’immaginario collettivo c’è quasi solo un modello di femminilità e questo ha delle ricadute dirette sul piano della società, su cui l’Italia è ancora fortemente arretrata.
Cosa intende per immaginario?
La rappresentazione della donna nei mezzi d’informazione, ovvero giornali, pubblicità e televisione. E nelle narrazioni, comprese quelle dei libri e dei film. Quello che avviene in Italia da questo punto di vista non ha paragoni nel resto del mondo.
Perché?
In Italia sono state fatte campagne pubblicitarie che in altri Paesi non sarebbero state neppure concepibili. Lo Iap funziona bene, ma è potuto intervenire solo a posteriori, perché nel nostro Paese non si possono bloccare le pubblicità sessiste prima del lancio, ma solo a cose fatte.
Quali campagne?
Quella dei pannelli solari, con l’immagine di una donna e lo slogan “Montami a costo zero”. Oppure un’altra, con una modella nera in bikini, che recitava: “Fatti la cubana”. O “Te la do gratis”, di una catena di ottici, in cui la signorina si riferiva alla montatura degli occhiali.
C’è chi non le considera neppure offensive, ma divertenti…
Questo intendo quando dico che è importante l’immaginario. Col tempo si ci si è talmente abituati al sessismo, che qualcuno trova queste cose “divertenti”. Se andiamo a vedere la rappresentazione delle donne nelle pubblicità, oggi è quasi sempre quella di un “complemento d’arredo” spogliato, usato per vendere qualsiasi cosa.
Non è sempre stato così?
Prima c’erano dei parametri molto precisi: il nudo serviva a vendere i profumi e a volte il cioccolato, perché secondo i pubblicitari ha una carica erotica indiscutibile. Ora si usa anche per vendere la colla al silicone
Per cambiare il modo di pensare ed agire, bisogna cambiare il modo di rappresentare...
Nel 1985 abbiamo sottoscritto una convenzione internazionale contro la discriminazione delle donne sul lavoro, la Cedaw. Ma ancora non abbiamo raggiunto quegli obiettivi: in Italia una donna su due è disoccupata. Il 13 febbraio è servito molto perché, per la prima volta, la parola immaginario è risuonata tante nelle piazze. E c’è stata la consapevolezza che non si può ottenere dignità e parità sul piano sociale se non si cambia anche quello.
Dopo le manifestazioni, come andrete avanti?
Le donne hanno ricominciato a fare rete e non si fermeranno. Il nuovo movimento femminista che ha portato al 13 febbraio non nasce a caso, ma da un lavoro che è stato fatto moltissimo anche su internet, da tanti gruppi, negli ultimi 3-4 anni. E continueremo a muoverci, con varie forme di pressione, per far sì che le donne nei luoghi della comunicazione possano agire in parità perfetta rispetto agli uomini.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 9 marzo 2011

Un passo concreto per le donne: le quote nei cda



Per la prima volta, l'Italia potrebbe introdurre il meccanismo delle quote per combattere lòa discriminaizone delle donne sul lavoro: solo per i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa o a partecipazione pubblica, ma è pur sempre un inizio. La legge potrebbe esser approvata al Senato in questi giorni, per poi tornare alla Camera. le quote non sono la perfezione, ma un buono strumento pragmatico. Il senso lo spiega Alessia Mosca (che ha co-firmato la proposta di legge) in questa intervista a City.







Sulle donne basta parole, ora facciamo qualcosa

Deputata del Pd, Alessia Mosca ha scritto con una collega del Pdl la proposta di legge per aumentare la presenza delle donne ai vertici delle aziende.

Le vostre non sono proprio quote “rosa”...
Vogliamo che nei consigli di amministrazione sia riservato il 30% dei posti al genere meno rappresentato. Si tratti di uomini o donne. La regola varrà solo per le aziende quotate in borsa o a partecipazione pubblica (come le “municipalizzate”),
Vero è che, quasi sempre, sono le donne ad essere in minoranza nei vertici delle aziende.
Oggi nei consigli di amministrazione (i “cda”) delle società quotate le donne sono solo il 7% dei consiglieri. In quelle municipalizzate meno del 2%.
La vostra proposta di legge è “bipartisan”, è stata votata dalla Camera, oggi tocca al Senato: non dovrebbe essere difficile approvarla...
Sì, è co-firmata da me e Lella Golfo del Pdl. Ma se c’è sostegno trasversale, c’è anche ostilità trasversale. Confindustria ha sollevato obiezioni che il governo ha fatto proprie. Abbiamo cercato un compromesso.
Compromesso? Cioè?
Nella nostra proposta la quota riservata sarebbe stata del 30%, da subito e per tre mandati dei cda, cioè i prossimi nove anni. Pena lo scioglimento del consiglio di amministrazione. Confindustria e governo volevano che le soglie fossero graduali e la sanzione solo pecuniaria. Alla fine abbiamo trovato un accordo: al primo mandato dei cda la soglia sarà del 20%, dal secondo mandato, cioè dal 2015, salirà al 30%.
In ogni caso le quote sono temporanee?
Le quote sono pensate come uno strumento provvisorio: servono a sbloccare un circolo vizioso. Le aziende oggi sono guidate da uomini, che tendono a scegliere altri uomini. Noi vogliamo interrompere questo automatismo per un periodo di tempo sufficiente a creare un nuovo equilibrio.
E dopo?
Tolto il tappo e dopo 9 anni, se le donne saranno all’altezza non avranno bisogno di un’imposizione normativa.
Spesso si dice che se le donne non sono ai livelli alti dell’economia è perché non lo vogliono.
Varie ricerche hanno dimostrato che le donne vorrebbero fare di più di quello che fanno, ma non possono. Vorrebbero avere più figli e vorrebbero poter lavorare anche avendo figli. Ma, in assenza di servizi di assistenza pubblici, le donne devono sottrarre tempo al lavoro per curare i figli. O spendere tutto lo stipendio in baby sitter.
Per questo molte rinunciano a investire sul lavoro?
Spesso è una scelta “forzata”: il divario salariale e di carriera tra uomini e donne è ancora molto alto. E quindi, se qualcuno deve rinunciare al lavoro, rinuncia chi guadagna meno o ha meno prospettive di avanzare.
Le quote sono una questione di equità?
Non solo: una serie di studi ha valutato i profitti delle aziende in base alla composizione dei consigli di amministrazione. Si è visto che più sono differenziati e più alta è la presenza di donne, più migliorano i risultati delle imprese. La cosa interessante è che la regola vale solo se le donne sono scelte per le loro competenze e non per legami familiari, perché “figlie” o “mogli di”.
Sta alle singole aziende scegliere bene?
Certo: le donne qualificate non mancano. In più questa legge è un grande incentivo. Uno dei problemi del nostro Paese è il rinnovamento della classe dirigente. Se costringiamo le aziende a mettere ai loro vertici il 30% di persone nuove (le donne, che al momento sono fuori) si genera indirettamente un cambio della classe dirigente. Forse è questo che fa davvero paura.
Non si tratta di maschilismo?
Sicuramente c’è un maschilismo diffuso. Ma fa anche molta paura l’idea di dover cedere le leve del comando: chi è già nei luoghi dei poteri si oppone per conservarlo.
In effetti a parole tutti vogliono fare qualcosa per le donne, ma poi quando si tratta di prendere decisioni concrete, le cose cambiano.
Noi abbiamo iniziato da questa legge che tocca una parte molto piccola dell’economia per metterci in linea con i Paesi europei. Ma anche perché pensiamo che a cascata possa influenzare le altre aziende, che abbia un valore simbolico più forte di quello “numerico”.
Lei per la media dei politici italiani è molto giovane, 35 anni, e molto colta (ha un dottorato). Cosa ne pensa del “velinismo” in politica?
Si discute molto delle donne, ma il punto è che il discorso vale anche per gli uomini: ce ne sono troppi incompetenti, che hanno ruoli politici e istituzionali senza averne i meriti, ma solo perché messi lì da qualcuno. È ora di cambiare.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 17 novembre 2010

"Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti"


Mary Akrami ha 34 anni è un grande coraggio: ogni giorno lotta perché alle donne dell'Afghanistan, il suo Paese, vengano riconosciuti i diritti umani fondamentali. Venerdì sarà a Milano per parlare alla conferenza mondiale di Science for Peace. Nell'intervista a City racconta del suo lavoro e dei pregiudizi dell'occidente sulle donne come lei (cliccate sulle immagini per ingrandirle).

Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti

Mary Akrami è un'attivista per i diritti umani, lotta per l’istruzione delle donne afghane. E ha fondato le prime case protette per quelle vittime di violenza.
Come è cambiata la vita delle donne afghane dopo la caduta dei talebani?
È migliorata tantissimo. Ora le donne possono andare a scuola, hanno una migliore tutela della salute. Finalmente ci sono centri di aiuto per quelle vittime di violenza. E si è sviluppato un movimento che cerca di far riconoscere i diritti umani anche a loro. Eppure rispetto alla situazione pre-talebani, siamo messe peggio.
Cioè?
La nostra cultura riservava alle donne un ruolo molto migliore. Ma abbiamo avuto l’impatto negativo di decenni di guerra, a cominciare da quella contro i sovietici. Le persone sono state violate.
Violate?
Siamo cresciuti, io compresa, assistendo a violenze di ogni tipo: sparatorie, bombardamenti, uccisioni. Non potevamo avere nessun tipo di aspettativa, se non sopravvivere. Come facevamo a pensare nel modo giusto? A sapere che esistono i diritti umani?
In Europa molti pensano che le discriminazioni delle afghane siano conseguenza delle religione islamica. Sta dicendo che non è così?
L’Islam è stata la prima religione a riconoscere diritti alle donne. Ma purtroppo, a causa dell’ignoranza, le persone non sanno qual è il vero Islam.
Quando gli occidentali pensano ai diritti delle donne in Afghanistan, pensano al burqa. Per voi è quella la priorità?
No! Le donne in Afghanistan, prima di tutto vogliono avere accesso ai diritti fondamentali: la salute, l’istruzione, i servizi minimi come l’acqua e l’igiene. Sono priorità di tutti gli esseri umani, ma per noi sono ancora difficili da ottenere.
Il suo centro lavora proprio per far accedere le donne a questi diritti fondamentali...
Il nostro principale obiettivo è promuovere lo sviluppo di donne e bambini. A partire dalla cosa più importante: l’istruzione.
Cosa fate di preciso?
Insegniamo alle donne l’inglese e l’informatica. Insegniamo agli uomini una mentalità più egualitaria. Fondiamo scuole basandoci sulle comunità locali e i loro bisogni. Lavoriamo con le autorità locali per sostenere progetti che permettano alle donne di essere economicamente indipendenti.
Oggi solo il 12% delle donne afghane sa leggere e scrivere. Qual è l’ostacolo maggiore alla diffusione dell’istruzione?
La sicurezza. Le persone hanno difficoltà a spostarsi, rischiano la vita, e anche i nostri centri sono spesso vittime di attacchi. Se devi preoccuparti di sopravvivere, l’istruzione non è una priorità.
Le donne sono le più esposte: almeno il 52% delle afghane ha subito violenze fisiche. Eppure molte non le denunciano neppure. Perché?
Non si sentono sicure. Come fai a denunciare che tuo marito ti picchia, se poi devi tornare casa sua? La nostra organizzazione è stata la prima a fondare i consultori e le case protette per le vittime. Spesso le donne denunciano le violenze dopo che sono venute in contatto con i nostri centri, perché sanno di avere un’alternativa. Ne ospitiamo circa 200: è un risultato importante, anche se purtroppo non è abbastanza.
In Afghanistan la metà delle donne in carcere sono accusate di adulterio o di essere fuggite di casa. Sono crimini?
Non per la legge. Ma purtroppo, ancora una volta a causa dell’ignoranza, in alcune zone “tribali” questi sono considerati crimini. Noi abbiamo iniziato a lavorare con la polizia dal 2007 per ovviare a questi problemi.
Cosa fate?
Abbiamo consulenti nelle caserme. Indirizzano le donne vittime di violenza o accusate di crimini inesistenti alle case protette, che le ricevono 24 ore su 24. Prima non c’erano posti sicuri per loro e la polizia per “proteggerle” dalle ritorsioni delle loro comunità le teneva in carcere.
Un altro problema sono i matrimoni forzati: il 70-80% del totale. E la metà delle spose hanno meno di 16 anni. Come si evita tutto ciò?
Con l’educazione. Gli afghani, uomini e donne, non sanno neppure che le cose possono essere diverse. Né hanno idea di quali sono i loro diritti di esseri umani.
Se gli Usa se ne vanno dal Paese, il vostro lavoro sarà pregiudicato?
Sì. Il nostro governo non è in grado di creare opportunità di pace e di sviluppo da solo. In più, come la società, è dominato dagli uomini: non ci aiuterebbe abbastanza.
Nel suo Paese molte attiviste per i diritti umani sono state uccise. Lei ha paura?
(Sospira). È una domanda difficile. Il mio lavoro può essere molto rischioso. Ma mi affido a Dio: credo in Dio. E poi ogni giorno che usciamo vivi da casa non sappiamo se torneremo vivi a casa - ma se sfuggiamo alle sfide che abbiamo davanti, la nostra vita non ha nessuna possibilità. Bisogna pensare al futuro, aprire la porta agli altri. Io poi non ce la faccio a stare ferma di fronte alle vittime: devo fare qualcosa.
Qual è il pregiudizio peggiore degli occidentali sull’Afghanistan?
Che siamo Al Qaeda. Quando me lo dicono mi viene voglia di piangere. Poi mi arrabbio. Osama Bin Laden non è afghano. Noi siamo un popolo pieno di umanità. Ma siamo stati violati dalla guerra importata dagli stranieri. Ora abbiamo bisogno di educazione per tornare quelli che eravamo: persone buone, generose, ospitali.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

giovedì 18 marzo 2010

Aborto da varietà

Questo post è stato scritto per il blog di Donne della realtà. Lo ripubblico qui


Domenica pomeriggio, fascia protetta, come ama ricordare la conduttrice Barbara D’Urso. In mezzo ai balletti d’intrattenimento, Domenica 5 sfrutta l’onda lunga del Grande fratello 10: non c’è niente di meglio di un po’ di gossip per intrattenere spettatori mezzo assopiti. La settimana prima è uscita dalla Casa Veronica Ciardi. È bella, tatuata, eccessiva, ha sedotto gli uomini più interessanti e la donna più sexy del reality.

È anche la più odiata, perché non perde occasione per litigare con gli altri concorrenti. Veronica è una macchina da ascolti. Non può mancare l’intervista con la D’Urso. Parla dei suoi amori, soprattutto, ma anche degli anni da adolescente ribelle: furtarelli in casa, anoressia, un padre assente. Poi il tono si fa più serio e la conduttrice chiede se vuole raccontare quello che è successo con il suo primo fidanzatino: “Io penso che sia utile parlarne”, premette.

E così, in mezzo al varietà del pomeriggio, arriva la confessione choc, talmente succulenta da essere rilanciata poco più tardi da un comunicato degli addetti stampa Mediaset. Veronica annuisce e racconta che a 15 anni ha abortito. Nello stesso modo in cui riferisce di un flirt, del gioco del Gf, delle notti da cubista in discoteca.

Il video è qui sopra, lo si può vedere. Stupisce il tono banalizzante con cui viene raccontata una vicenda che, per una donna, non può non essere intima. Non una parola sul fatto che, per abortire, una minorenne ha bisogno del consenso dei genitori o dell’autorizzazione di un giudice. Però c’è la professione di colpa: “Io sono molto credente, questo è un peso che mi porterò dietro sempre, anche nell’aldilà”, dice la ragazza, “Io sono una di quelle persone che pensano che l’aborto è uccidere”. Segue applauso e inquadratura sul pubblico.

La D’Urso le chiede cosa consiglierebbe a una ragazza che si trovasse nella stessa situazione. “Io avendola passata, non lo so se in questi casi, se è giusto… io consiglio di portarla avanti, di portare avanti la gravidanza”. Altro applauso del pubblico. E poi si può passare ad altro. Almeno su questo, per fortuna, la D’Urso mette una pezza e ricorda che, in una cosa tanto difficile, la cosa migliore è parlarne ai genitori. E con questo lo spezzone della tv-verità è concluso.

Il messaggio, però, è agghiacciante. Veronica è il prototipo della “donnaccia”: appariscente, facili costumi, intemperanze. Nelle puntate precedenti, una delle ospiti di Domenica 5 (una 85enne che professa: “le donne sono madri, figlie, sorelle”) l’ha definita “ragazza disperata”. Ha tutta una serie di aggravanti: ha baciato, in quattro mesi circa, quattro ragazzi, ha finito per mettersi con una donna. È l’oggetto perfetto del disprezzo sociale.

La ciliegina sulla torta è l’aborto. Che viene esibito e insieme condannato.
Tutto questo in un momento in cui la regolamentazione dell’interruzione di gravidanza, che per le donne è stata una conquista di libertà – per quanto dolorosa – viene quotidianamente messa in discussione. Banalizzare l’aborto in questo modo contribuisce alla battaglia oscurantista: fa passare l’idea che le donne scelgano di interrompere una gravidanza come fosse niente, e che coloro che lo fanno siano delle irresponsabili. Da biasimare, sempre.

Al contempo dà l’impressione che un’esperienza del genere, a 15 anni, non lasci nessuna cicatrice emotiva reale. E ancora una volta delle donne si fa spettacolo: mortificante.

giovedì 11 febbraio 2010

Le donne oggetto in tv, tre proposte concrete

Gabriella Cims si è occupata a lungo e a livello istituzionale di normative per tv, web e videocelluari - il mondo del nuovo audiovisivo. Conosce bene i media, anche all'estero.

E si è stufata di sentire solo discorsi sul "dilagare del velinismo" in tv. Ecco perché ha fatto una serie di proposte concrete, per evitare che le donne siano usate come "pezzi di carne". Le spiega nell'intervista a City. Cliccate sul testo per ingrandirlo.

mercoledì 27 gennaio 2010

Il giorno della Memoria, "Prostitute forzate nei lager nazisti"

Il Museo della Liberazione di Roma ospita in questi giorni una mostra sulle prstitute forzate nei lager nazisti. Si tratta di un fenomeno pressoché sconosciuto. Ne parla a City una delle curatrici italiane, Antonella Petricone.

Ho scoperto grazie alla segnalazione di un lettore di City, che sul tema esiste un romanzo dello scrittore polacco israeliano Yahiel De-Nur: "La casa delle bambole". Da quello che ho capito, Yahiel De-Nur racconta che anche le ebree venivano costrette alla prostituzione forzata.

In generale, si sa ancora molto poco delle differenze di trattamento tra uomini e donne nei lager. Il perché lo spiega Stefania Maffeo in questo interessantissimo articolo E nei lager nazisti prese sadica forma l'odio contro la donna. E' lungo e per stomaci forti, ma merita di essere letto per intero. Parla a lungo del campo di Ravensbrück, qui in fondo ne riporto un passaggio dedicato alle italiane nel lager.

Di seguito, infine, l'intervista pubblicata su City: cliccate sul testo per ingrandirlo.


Antonella Petricone Fa parte dell’associazione Befree, che ha allestito una mostra a Roma sulla prostituzione forzata nei campi di concentramento tedeschi.
Quando si parla dei crimini del nazismo, si pensa al genocidio degli ebrei. Voi mettete in evidenza un ulteriore elemento, poco conosciuto: la prostituzione forzata. Cos’è?
L’11 giugno 1942, Heinrich Himmler, il capo supremo delle Ss, autorizzò i comandanti dei lager “a fornire femmine nei bordelli ai detenuti più laboriosi”. Le donne erano costrette a fornire servizi di sottomissione sessuale per motivare i militari e i prigionieri dei campi.
Erano ridotte in schiavitù?
Di fatto. L’oppressione delle donne, l’esistenza di torture legate al “genere”, è un aspetto poco conosciuto del nazismo e del fascismo. Questa mostra, creata nel 2005 dal gruppo viennese “Die Austeller” e dall’università delle Arti di Berlino, cerca di documentarne una parte.
Perché fino a pochi anni fa non se ne sapeva praticamente niente?
Le vittime non ne hanno mai parlato per vergogna di essere considerate prostitute. O per paura che le accusassero di collaborazionismo. Nessuna è stata risarcita per lo sfruttamento sessuale nei lager. Anche i nazisti, all’epoca, cercarono di nasconderne il più possibile l’esistenza.
I bordelli erano in tutti campi?
Sappiamo che strutture di questo tipo, chiamate “edifici speciali”, esistevano in almeno 10 campi. Tra cui Mauthausen, Auschwitz, Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. Le prigioniere fatte prostituire venivano soprattutto dal lager di Ravensbrück (a 80 km da Berlino), che era tutto femminile, e da quello di Auschwitz-Birkenau, anch’esso femminile.
Quante donne sono state coinvolte?
Almeno duecento.
Erano ebree?
No. La maggior parte di loro era di origine tedesca, imprigionate nei campi con l’accusa di essere “asociali” - categoria nella quale rientravano sia le persone con problemi mentali, che quelle considerate “immorali”. C’erano anche molte prigioniere politiche: tedesche, polacche, ucraine, russe o dei Paesi Bassi.
Ufficialmente, sotto il nazismo la prostituzione era osteggiata. Perché allora aprire dei bordelli nei campi?
Era un “divertimento” per “rinfrancare” i militari tedeschi, soprattutto nella Polonia occupata. Inoltre Himmler lo considerava “un incentivo” per la produttività dei deportati, che dovevano lavorare nei lager a sostegno dell’economia tedesca. Era una sorta di “premio di produzione” per i più instancabili.
Quindi era usato per “controllare” meglio soldati e internati nei lager?
Esatto. Doveva anche servire a prevenire pratiche omosessuali, che il regime considerava peggiori della prostituzione.
Ma quali prigionieri potevano “usufruirne”: anche gli ebrei?
Assolutamente no. Era un privilegio riservato ai detenuti di origine tedesca, “asociali” oppure criminali comuni, e a quelli “politici” o di guerra - con la sola eccezione dei sovietici, che erano considerati quasi al pari degli ebrei. Bisogna dire che molti prigionieri politici protestarono come poterono contro i bordelli.
C’era un diverso trattamento a seconda dei “tipi” di prigionieri...
Anche questa era una forma di controllo. C’era un sistema di funzionari tra gli internati: venivano usati per sorvegliare gli altri. Oppure c’era chi lavorava per l’industria tedesca. Erano due delle categorie che potevano “guadagnare” l’accesso al bordello grazie a buoni premio.
Era tutto organizzato e pianificato in modo “razionale” - per quanto l’insieme fosse un meccanismo assurdo, folle.
Sì, è una delle caratteristiche del nazismo. Gli “edifici speciali” erano confortevoli e ben organizzati. In più avevano ferree regole igieniche. Le donne, prima di essere costrette a prostituirsi, erano visitate, nutrite e tenute in quarantena. Erano obbligate a lavarsi dopo ogni rapporto sessuale e sottoposte a controlli medici.
Non per il loro benessere, immagino.
Per evitare la diffusione di malattie nei campi. Tutto era organizzato come un sistema produttivo. Non c’era niente di “umano”: le stanze dei bordelli erano dotate di spioncini, perché le sorveglianti potessero controllare che i rapporti sessuali avvenissero a dovere. E, soprattutto, per evitare che prigionieri e prostitute forzate parlassero e solidarizzassero.
È incredibile.
Sì, avevano previsto tutto, e in modo da evitare qualsiasi forma di ribellione o sabotaggio. Un sistema di burocratizzazione dell’orrore e dello sterminio
Cosa ne è stato delle donne prostituite?
Non è chiaro. Erano tenute in condizioni fisiche migliori delle altre internate. Ma se rimanevano incinte, per esempio, venivano costrette ad abortire - alcune ne sono morte. La viennese Irma Trksak, una delle sopravvissute all’inferno di Ravensbrück, racconta di quando furono liberate alla fine della guerra. Le ha descritte così: “Erano rottami umani. Ogni giorno dovevano concedersi a un’infinità di uomini. Uscirono dai lager distrutte, rovinate per sempre, molte sull’orlo della morte”.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it



Da E nei lager nazisti prese sadica forma l'odio contro la donna
Le italiane furono l'ultima nazionalità ad arrivare: il primo trasporto formato da 14 donne giunse il 30 giugno 1944 da Torino; ad esse, al momento della partenza, fu detto che "sarebbero andate a lavorare in Germania". Questo costituì il momento in cui il campo esplose e l'ordine, la disciplina, la perfezione tedesca saltarono di fronte alla deportazione in massa ed alla limitata capacità di ricezione delle strutture. In campo le italiane non avevano compagne che potevano informarle sulle regole, sui pericoli ed anche sulle tecniche di sopravvivenza. Non conoscevano le lingue del lager: tedesco e polacco. Nessuno capiva l'italiano ma, soprattutto, nessuno voleva rispondere ad un'italiana che non si sa bene perché, per quale oscura ragione, fosse finita a Ravensbrück. Al primo trasporto di italiane fece seguito un secondo che arrivò il 5 agosto, proveniente da Verona con 50 deportate. Un terzo trasporto arrivò l'11 ottobre da Bolzano con circa 110 donne.

Le impressioni delle donne di tutti e tre i trasporti corrispondevano: lo smarrimento, lo sconforto di sentirsi non solo sottospecie umana, merce di proprietà esclusiva dei padroni SS, ma in più rifiutate all'inizio anche delle altre deportate, disperate come le italiane, ma senza l'etichetta vergognosa di essere state alleate e quindi complici dei nazisti. Le notizie sull'Italia, la caduta del fascismo, il capovolgersi della guerra non arrivarono fino a Ravensbrück, almeno non alla massa. A questo va aggiunto che le italiane arrivate a Ravensbrück non erano personaggi dell'antifascismo conosciuti a livello internazionale, con un nome da esibire come biglietto da visita, come successe, ad esempio, ad alcuni deportati in certi lager maschili. Ad eccezione di Teresa Noce, nessuna aveva un passato eroico per essere accolta fra le grandi politiche del campo, quelle che avevano potere, godevano rispetto e fiducia. Le italiane appartenevano agli strati sociali più diversi: c'erano antifasciste con anni di militanza clandestina alle spalle, partigiane arrestate durante i rastrellamenti, staffette denunciate dalle spie, ma c'erano anche moltissime donne prese in ostaggio al posto dei fratelli, dei mariti, dei figli, ricercati per attività clandestina.

C'erano interi nuclei familiari: madri e figlie, sorelle, anche donne arrestate senza motivo; c'erano ebree, operaie, insegnanti, poche borghesi, molte casalinghe. Erano per la maggioranza donne robuste, ben sfruttabili per lavorare. Queste italiane che provenivano da estrazioni sociali e culturali diverse, che raramente avevano una formazione politica alle spalle, ma soltanto come unico elemento di coesione l'avversione, l'odio nei confronti dei nazisti e dei fascisti che le avevano arrestate e spesso torturate, queste italiane trovarono forza di reagire, di non lasciarsi andare, di resistere alla disumanizzazione. Impararono il numero a memoria, gli ordini in tedesco ed in polacco, impararono a muoversi, a difendersi, svilupparono le tecniche di sopravvivenza, si passarono i consigli e le informazioni necessarie per non cadere nelle trappole delle corvées più pesanti o dei Kommando più faticosi, impararono a sfuggire alle sorveglianti, si strinsero insieme, svilupparono un rapporto di grande solidarietà, tipico delle piccole minoranze, e non si lasciarono schiacciare dal desiderio, peraltro molto forte di lasciarsi andare, di gettare la spugna.

Nessuna di loro arriverà ad avere in campo un posto buono, un posto importante, ma, nonostante la loro condizione, resistettero. Ci fu, in quella situazione estrema, una grande solidarietà. Maturarono nel lager una coscienza democratica. Altri cinque trasporti arrivarono tra il novembre del '44 ed il gennaio del '45, ma di quelli non abbiamo molte notizie.

domenica 29 novembre 2009

Anne Maass: "Un antitrust della politica contro i troppi uomini in parlamento"

La psicologa sociale Anne Maass, insieme alle colleghe Chiara Volpato e Angelica Mucchi Faina, ha proposto di adottare un limite alla presenza degli uomini in politica: oggi in Italia sono l'80% dei parlamentari, la totalità dei primi ministri dalla prima Guerra Mondiale, la (quasi) totalità dei ministri pesanti (Interno, Difesa, Esteri, Economia, Finanza).

Oltretutto le ricerche dimostrano che quando in parlamento ci sono troppi uopmini, si legifera meno sulle questioni sociali e dei servizi alle persone, che invece a parole tutti considerano centrali di questi tempi. Ecco l'intervista su City ad Anne Maass. Cliccate sul testo per ingrandirlo.


giovedì 29 ottobre 2009

Libia, le violenze taciute sulle donne



Oggi il Corriere della sera intervista una delle profughe soccorse nei giorni scorsi al largo dell'Italia. Era a bordo di una barcarola stipata di 300 persone, una è morta di stenti mentre l'Italia e Malta facevano il tiraemolla su chi doveva soccorrere quei poveracci.

La vicenda di per sé è tragica. Credo che tra qualche decennio i posteri guarderanno a noi come noi guardiamo agli schiavisti o ai nazisti ("Ma come facevano a vivere tranquilli mentre intorno a loro succedevano queste cose?"). Ma se si legge tra le righe lo è ancora di più. Scrive il giornalista del Corriere:

"Dopo aver attraversato il Sudan Marhaout ha raccontato di essere rimasta tre mesi in Libia in attesa dell’imbarco. Ora è rico­verata nel reparto di ginecologia, al ter­zo piano dell’Ospedale di Modica. Con lei altre sette compagne di viaggio: tut­te incinte tra il quarto e l’ottavo mese".
Il giornalista si ferma lì e non scrive o chiede niente. Per pudore? Per distrazione? Penso la prima, perché comunque rileva il particolare. Il punto è: com'è possibile che le donne passate dalla Libia siano tutte incinte? E' un caso? E soprattutto: è una loro scelta?

Io temo di no: sono molte le sopravvissute (come quella nel video sopra) che raccontano di violenze sessuali alle migranti, in particolare in Libia. Dove le violenze sono all'ordine del giorno. Le provano le foto scattate di nascoso dai detenuti. E c'è anche chi, nel XXI secolo, finisce ai lavori forzati. Eppure l'Italia sbandiera i suoi accordi diplomatici con la Libia.

venerdì 25 settembre 2009

Della Carfagna non s'ha da parlare



"Io non posso avere il problema del ministro Carfagna. Non posso avere il problema di una persona che tre anni prima di entrare in politica era a Piazza Grande a fare la showgirl",

Filippo Facci, giornalista di Libero, 25 settembre 2009



"Garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria",

Mara Carfagna, minista per le Pari opportunità, 25 settembre 2009



Ieri sera ad Annozero il giornalista Filippo Facci ha raccontato di essersene andato via da Il Giornale in polemica col neo-direttore Vittorio Fetri e schifato dalla censura preventiva su Mara Carfagna. Facci ha spiegato che l'unica censura l'ha avuta sulla ministra delle Pari opportunità: su di lei non poteva scrivere. Non si poteva criticare. Il passaggio in questione è dal minuto 1 e 20 secondi del video sopra. Guardatelo.

Sempre ieri, per una strana coincidenza, la ministra ex showgirl ha avuto modo di pronunciarsi pubblicamente su una questione che riguarda il suo ministero: l'annullamento per mancanza di donne della giunta provinciale di Taranto. La giunta è di centrosinistra, tanto per non risparmiare a Pd e compagnia la solita brutta figura.

Lo Statuto della provincia di Taranto infatti recita, all'articolo 48, che "il presidente della Provincia nomina i componenti della Giunta, tra cui un Vice Presidente, secondo le modalità previste per legge e nel rispetto del principio delle pari opportunità, ai sensi dell’art. 27 della legge n. 81 del 25.3.1993, sì da assicurare la presenza nella Giunta di entrambi i sessi". Siccome di donne in giunta non ce n'erano, il Tar ha accettato un ricorso che chiedeva di scioglierla.

Ecco come ha commentato la vicenda la Carfagna: "Un buon amministratore, un politico attento, dovrebbe mostrare sensibilità nei confronti delle donne e garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria. Se questa sensibilità viene a mancare, come nel caso della Provincia di Taranto, ben venga un intervento del Tar a rimettere le cose a posto".

Peccato che lo statuto, dicendo che la giunta deve avere anche componenti donna, stabilisce proprio che ci sia un obbligo di presenza di donne, quindi una sorta di quote rosa. La ministra non se ne è accorta perché l'articolo 48 non quantifica la quota in questione, cioè è non dice se deve essere dell'1% o del 99%. Però, appunto, dice che almeno una minima quota di donne deve esserci.

Ecco il pezzo su City: cliccate sull'immagine qua sotto per ingrandirla.

venerdì 28 agosto 2009

"Italiane pronte a scendere in piazza"

"Il sessismo e il razzismo sono i due rovesci della stessa medaglia"

Chiara Volpato, New York Times, 26 agosto 2009




Oggi l'Unità ha tradotto in italiano l'appello di Chiara Volpato sul New York Times. Lo condivido e riposto di seguito, con un invito: facciamo qualcosa.

"Fuori dell'Italia molti sembrano dare per scontato che il primo ministro Silvio Berlusconi riesca a farla franca malgrado i suoi comportamenti sessisti perché gli uomini li perdonano e le donne, quanto meno, li tollerano. Ma le cose non stanno più così. Oggi ci sono due Italie: una ha assorbito l'ideologia berlusconiana vuoi per interesse personale vuoi per incapacità a resistere ai suoi enormi poteri di persuasione; l'altra sta reagendo. Era ora.

Il comportamento di Berlusconi è stato oltraggioso. Quando una studentessa gli ha chiesto consiglio sui suoi problemi economici, le ha suggerito di sposare un uomo ricco come suo figlio. (Berlusconi ha poi detto che stava scherzando.) Ha fatto commenti pesanti sulla bellezza delle candidate parlamentari del suo partito e ha inserito delle divette nel governo. Al ministero delle Pari Opportunità ha designato una ex modella con cui aveva pubblicamente flirtato. Questa primavera sua moglie lo ha accusato di frequentare delle minorenni e ha chiesto il divorzio.

Ma perchè gli italiani sopportano tutto questo? Al confronto degli altri Paesi europei, in Italia le idee conservatrici sono dure a morire in parte per la nostra famosa cultura patriarcale, ma anche a causa dell'enorme influenza della Chiesa Cattolica, la cui ingerenza sociale e politica negli affari dello Stato sembra essersi fatta ancora più pesante da quando Berlusconi è diventato primo ministro nel 1994. (La chiesa, ad esempio, ha minacciato di scomunicare i medici che prescrivono la pillola abortiva e le pazienti che la usano.)

Inoltre in Italia la discriminazione su base sessuale si è dimostrata più resistente che nel resto d'Europa. L'Italia figura al 67esimo posto su 130 Paesi presi in considerazione in un recente rapporto del World Economic Forum sul Global Gender Gap Index tanto da essere superata da Uganda, Namibia, Kazakistan e Sri Lanka. Secondo l'OCSE poco meno della metà delle donne italiane hanno un lavoro rispetto ad una media generale di due terzi.

Al tempo stesso gli uomini italiani hanno 80 minuti in più al giorno di tempo libero - la differenza maggiore tra i 18 Paesi presi in considerazione. Ciò si deve probabilmente al tempo in più che le donne italiane dedicano ad un lavoro non pagato: la pulizia della casa. Non deve sorprendere, quindi, se molte donne italiane non se la sentono di assumersi l'ulteriore peso consistente nell'allevare dei figli. Di conseguenza l'indice di natalità del Paese e' straordinariamente basso.

I media italiani aggravano questa triste realtà presentando un quadro delle donne incomprensibile al resto d'Europa. Le emittenti televisive private hanno iniziato a trasmettere immagini di donne poco vestite e di bellezze silenziose che fungono da soprammobili mentre uomini più anziani e vestiti di tutto punto conducono gli spettacoli. (Vale la pena sottolineare che Berlusconi è proprietario dei principali canali televisivi privati.)

Le conseguenze di anni di lavaggio del cervello sono sotto gli occhi di tutti: una recente ricerca ha evidenziato che tra le adolescenti la principale ambizione è diventare velina. Alle giovani donne e alle ragazze si insegna che il loro corpo, e non le loro capacità e conoscenze, è la chiave del successo.

Al contempo il sessismo esibito in televisione consolida le idee scioviniste tra i ceti culturalmente più deboli della popolazione. I ricercatori che studiano la oggettivazione e mercificazione del corpo femminile non debbono fare altro che osservare l'Italia per vedere le tristi conseguenze di questo fenomeno. I ritratti delle donne fanno venire in mente i momenti più bui del passato del Paese.

Durante il fascismo, nella prima metà del ventesimo secolo, abbondavano le immagini denigratorie delle popolazioni delle colonie italiane in Africa. Le donne venivano ritratte come oggetti sessuali e gli uomini come nemici barbari. Negli ultimi anni, con l'afflusso di immigranti in Italia, sono tornati in auge questi rozzi stereotipi. Basti un esempio: il capo della Lega Nord, Umberto Bossi, ha chiamato gli immigranti "bingo bongo".

Questi atteggiamenti in parte riflettono i sentimenti di insicurezza economica e sociale aggravatisi nell'ultimo decennio circa. Le risposte a queste realtà, vale a dire il sessismo e il razzismo, sono i due rovesci della stessa medaglia. Di questi tempi ci sono tuttavia segni di cambiamento.

Le italiane stanno denunciando il comportamento sessista di Berlusconi con una serie di strategie: si sono rivolte alla Corte Europea per i Diritti Umani e hanno realizzato un documentario sulla mercificazione del corpo femminile: 'Il corpo delle donne' di Lorella Zanardo.

A giugno poco prima del G8 dell'Aquila un piccolo gruppo di professoresse universitarie italiane, me compresa, ha invitato le First Ladies dei Paesi partecipanti a boicottare l'avvenimento in segno di protesta. Nel giro di pochi giorni 15.000 donne e uomini hanno firmato la nostra petizione per indurre le First ladies al boicottaggio. Ovviamente lo scopo principale non era quello di convincere le First Ladies a modificare i loro programmi di viaggio, ma nel prendere posizione contro il comportamento sessista di Berlusconi.

Oggi quanti dissentono fanno fatica ad avere una certa visibilità. Il suddetto appello alle First Ladies, ad esempio, ha ottenuto una notevole attenzione da parte dei mezzi di comunicazione internazionali, ma sulle pagine dei giornali nazionali se ne e' parlato ben poco e radio e televisione lo hanno praticamente ignorato. A dispetto di questi ostacoli, si ha la sensazione che Berlusconi abbia esagerato e che i recenti scandali sessuali stiano erodendo la sua popolarità. Basta guardare i sondaggi.

Tradizionalmente le donne, unitamente alle classi a basso reddito, sono state grandi sostenitrici di Berlusconi forse perche' guardano molto le sue emittenti televisive. Sebbene all'epoca delle elezioni europee, Berlusconi potesse contare ancora su un considerevole sostegno, i recenti scandali hanno fatto scendere l'indice di approvazione di cui gode al di sotto del 50% con un crollo notevole tra le donne.

Il desiderio di far sentire la nostra voce e di mobilitarci che si va diffondendo tra noi è egregiamente sintetizzato in una lettera inviata di recente da una lettrice italiana all'Unità: "sono pronta. Decidete il luogo, il giorno e l'ora. Sono pronta a scendere in piazza". Ma in realtà cosa possono fare le donne italiane?

Un passo importante consiste nel far conoscere il dissenso, un compito arduo se si tiene conto del fatto che la libertà di parola vale solo nel senso più ampio del termine per pochi giornali indipendenti e, principalmente, per Internet. Dobbiamo cominciare a realizzare una documentazione sistematica dei casi di discriminazione contro le donne. Inoltre abbiamo bisogno di una migliore organizzazione.

I movimenti già esistenti che dovrebbero essere i primi a far sentire il dissenso (come la principale forza di opposizione, il Partito democratico che appare paralizzato dalle lotte interne) non sono apparsi sensibili ai molti segnali provenienti dalla base.

Le donne dovranno esercitare una maggiore pressione sui partiti di opposizione affinché si facciano portavoce del loro dissenso. Ma anzitutto le donne (e gli uomini) che protestano debbono far sentire la propria voce con maggiore fiducia. Il nostro Paese, a lungo caratterizzato da atteggiamenti anacronistici e superati nei confronti delle donne, è finalmente pronto a scendere in piazza".

Chiara Volpato è docente di psicologia sociale all'Università di Milano.
Di Chiara Volpato - (c) New York Times
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto per l'Unità


Ancora una volta la foto viene dall'album di Marco Mazzei sulla manifestazione "Usciamo dal Silenzio" in difesa dei diritti civili e della 194 del 14 febbraio 2006, a Milano

giovedì 11 giugno 2009

Iran, una speranza "verde" per le donne


"Ciò di cui noi abbiamo bisogno qui in Iran è un’evoluzione dei diritti civili. Vogliamo eliminare l’attuale status giuridico che impone alle donne la tutela di un uomo. Le donne devono decidere da sole il proprio destino"

Zahra Rahnavard, giugno 2009


Domani, l'Iran va al voto. Tra i candidati che sfideranno il presidente Mahmoud Ahmadinejad c'è anche un architetto, Mir Hossein Mussavi.

Ex primo ministro, moderato riformista, ha soprattutto un punto di forza: sua moglie Zahra Rahnavard. Per la prima volta una donna compare accanto a un candidato presidente e parla in pubblico. Non è una qualunque: Zahra Rahnavard è l’unica donna iraniana ad essere stata rettrice di un'università. Ed è stata anche consigliera governativa.

Ma soprattutto è impegnata per l'eguaglianza dei diritti delle donne. E alla gente piace. Questa foto viene dal blog di un'iraniano di 22 anni, Amir Sadeghi (vi consiglio di vedere quelle sui suoi siti, sono molto belle). Le persone cerchiate hanno qualcosa di verde in sostegno di Mussavi.

Domani penserò alle donne e agli uomini iraniani che vogliono cambiare le cose.

(Cliccate sull'immagine per ingrandirla e cercare i dettagli verdi)