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domenica 6 febbraio 2011

Manuale d'istruzioni per dittatori




I fatti li sapete. E se non li sapete, ve li riassumo con la parole (perfette) di Michele Brambilla sulla Stampa:

L’altro ieri (giovedì, ndr.) alla Commissione bicamerale è stato respinto un «pezzo» del federalismo; il governo ha cercato di farlo passare ugualmente con un decreto, che ieri il Presidente della Repubblica ha però dichiarato irricevibile, chiarendo che una cosa del genere deve passare dal Parlamento. E infatti si tornerà a discuterne alle Camere. Ulteriore chiarimento per i non addetti ai lavori: una riforma passata alla Bicamerale avrebbe avuto il marchio di un riforma condivisa; una che invece passa alle Camere con un voto di maggioranza ha quello della riforma di parte.


Il ministro dell'Interno Roberto Maroni aveva detto che, se il decreto in questione non fosse passato, la Lega avrebbe chiesto le elezioni subito. E quindi il governo doveva salvare la faccia (e anche il culo): da lì un decreto d'emergenza, che però violava tutte le procedure.

La violazione era talmente smaccata, che la ammette anche Il Giornale della famiglia Berlsconi (ovvero, come si dice in marketinghese, l'House Organ del premier):

"Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. [...] In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop".


Così il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, con tutta tranquillità riduce la divisione dei poteri (caposaldo della democrazia) a questione di forma, addirittura "burocratica". Ma siamo sempre all'allusione: la vera bordata arriva dopo:

Più probabilmente, [Bossi e Berlusconi] sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere ­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri , dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.


A me sono queste cose che fanno davvero paura. Un giornalista, un direttore di giornale, non ha più nessun pudore a scagliarsi contro la divisione dei poteri. Cioè, appunto, la democrazia. E rivendica che, in nome del fatto che è stato eletto, un capo del governo possa fare tutto. Anche Adolf Hitler è stato eletto, e ha usato quel consenso per diventare il più sanguinario dittatore della storia. Come ha fatto? Ha scardinato mano mano tutte le garanzie democratiche. Tipo, appunto, la divisione dei poteri.

Berlusconi passa, ma restano quelli che - per sostenere il suo governo - affossano la base della democrazia. Sono loro che mi fanno davvero paura.

Ecco l'editoriale di Sallusti sul Giornale


L'EDITORIALE "La fatica di governare"
di Alessandro Sallusti

Governare è impresa disperata a meno che non si voglia sottostare agli organi di altri poteri, dal capo dello Stato ai magistrati, dai sindacati ai mezzi di informazione

Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. L’opposizione esulta, felice di avere ri­tardato di qualche setti­mana (tanto ci vorrà per rimediare)l’entrata in vi­gore di una riforma che modernizza l’Italia e aiu­ta la gente a vivere me­glio e un po’ meno tassa­ta.

In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop. Più probabilmente, sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri, dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.

Poteri che hanno un filo rosso comune: essere ex, neo o post comuni­sti. Cioè parte di una sini­stra che non accetta la prima regola di una de­mocrazia: per cinque an­ni è legittimato a gover­nare chi vince le elezio­ni. Questo proprio non gli entra in testa, voglio­no comandare anche quando perdono e per farlo sono disposti a tut­to, compreso il fatto che leggi e forme devono es­sere piegate sempre e so­lo a loro vantaggio.

Se di regole e rispetto delle istituzioni parlia­mo, perché nessuno di questi signori pone il problema che il presi­dente della Camera non può usare il potere e i mezzi in dotazione alla carica per fare cadere il primo ministro? Perché non porre il problema che se uno passa all’op­posizione deve lasciare libero il posto nelle com­missioni parlamentari che occupava in quanto maggioranza? Perché la legge viene applicata con violenza contro i giornalisti che rivelano segreti d’ufficio solo se questi sono del Giornale mentre quelli di Repub­blica sono liberi di fare di tutto impunemente? L’elenco dei «perché» sarebbe lungo chilome­tri.

Ma si può riassumer­li in uno: perché Berlu­sconi e Bossi non avreb­bero il diritto di governa­re? La risposta è una so­la: hanno il consenso della gente, e si sa, per la sinistra, insegna la sto­ria, la gente è pericolo­sa. Se poi chiede più fe­deralismo e meno tasse, cioè più libertà, è addirit­tura da internare. Cosa già successa in Paesi tan­to cari soltanto qualche anno fa a chi oggi ci vuo­le insegnare la democra­zia e le sue regole.

mercoledì 6 maggio 2009

La falsa promessa del federalismo fiscale


"La prima cosa che faremo è il federalismo fiscale, perché i nostri sindaci sono stanchi di andare a elemosinare soldi a Roma", Umberto Bossi, 15 aprile 2008



"Il federalismo fiscale è legge". Il 29 aprile, quando il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega voluto dalla Lega, erano queste le parole d'ordine su tutti i media. Il partito di Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Roberto Maroni ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia.

In campagna elettorale la Lega aveva promesso che il 90% delle tasse sarebbe rimasto dove viene pagato. E con "federalismo fiscale" questo ci si aspetterebbe. In realtà la legge approvata dal centrodestra è un carrozzone vuoto. Il suo contenuto dovrà deciderlo il governo e sicuramente non mancheranno le lotte intestine.

Ecco alcuni punti della legge sòla (come si dice a Roma):

1. Non si sa di preciso quali sono i compiti amministrativi che spettano alle regioni e agli enti locali, né i livelli minimi di servizi che le une e gli altri devono offrire.

2. Non si sa quali tasse nazionali dovranno essere sostituite da quelle locali e quindi quante "resteranno" nei territori che le pagano.

3. Non si sa quanto costerà l'attuazione del federalismo fiscale.

Però "è legge" e siamo tutti contenti.