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mercoledì 4 maggio 2011

Non ci basta vestire le veline

L'intervista a Loredana Lipperini uscita su City il 1° aprile scorso.


Loredana Lipperini
L’autrice di “Ancora dalla parte delle bambine” fa il punto sul nuovo movimento delle donne. A cominciare dalla polemica sul velinismo.

Le donne italiane hanno ripreso a scendere in piazza, prima il 13 febbraio, poi l’8 marzo. A qualche settimana di distanza è possibile dire se e come è servito?
A me sembra che stiano cambiando molte cose. Rimane ancora tanto da fare, ma ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Nella pubblicità e in tv, per esempio.
In questi giorni Striscia la Notizia ha detto di essere disposta a rinunciare alle veline.
Intanto ha cominciato a vestirle e a farle parlare. E Dolce & Gabbana, fortemente contestati per una pubblicità, tanto che poi l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (lo Iap) l’ha fatta ritirare perché offensiva...
Quella della modella stuprata, che alludeva a una violenza di branco contro una ragazza…
Esatto. Ora invece hanno fatto una pubblicità con delle donne arrabbiatissime che stringono una borsa: una specie di re-interpretazione in stile Dolce & Gabbana delle manifestanti. E un’altra con tre signore nerovestite e molto coperte, che guardano con palese disprezzo una modella in guepière. Che è un po’ è un’artigliata cattiva nei confronti delle manifestanti, ma...
In effetti sembrerebbe una sorta di parodia.
C’è una provocazione, ma è anche un passo indietro. Un modo di dire: guardate come siamo bravi, come andiamo incontro alle istanze delle donne. Significa che però sono stati costretti a riconoscerle.
Ma una volta vestite le veline, cosa si fa?
Il problema non sono le varie figure mute e svestite della tv in quanto tali. Ma il fatto, per esempio, che nei talk show seri, quelli in cui si approfondisce, la presenza femminile è di una su quattro. Che siano pochissime le donne direttori o vicedirettori di giornali. Nell’immaginario collettivo c’è quasi solo un modello di femminilità e questo ha delle ricadute dirette sul piano della società, su cui l’Italia è ancora fortemente arretrata.
Cosa intende per immaginario?
La rappresentazione della donna nei mezzi d’informazione, ovvero giornali, pubblicità e televisione. E nelle narrazioni, comprese quelle dei libri e dei film. Quello che avviene in Italia da questo punto di vista non ha paragoni nel resto del mondo.
Perché?
In Italia sono state fatte campagne pubblicitarie che in altri Paesi non sarebbero state neppure concepibili. Lo Iap funziona bene, ma è potuto intervenire solo a posteriori, perché nel nostro Paese non si possono bloccare le pubblicità sessiste prima del lancio, ma solo a cose fatte.
Quali campagne?
Quella dei pannelli solari, con l’immagine di una donna e lo slogan “Montami a costo zero”. Oppure un’altra, con una modella nera in bikini, che recitava: “Fatti la cubana”. O “Te la do gratis”, di una catena di ottici, in cui la signorina si riferiva alla montatura degli occhiali.
C’è chi non le considera neppure offensive, ma divertenti…
Questo intendo quando dico che è importante l’immaginario. Col tempo si ci si è talmente abituati al sessismo, che qualcuno trova queste cose “divertenti”. Se andiamo a vedere la rappresentazione delle donne nelle pubblicità, oggi è quasi sempre quella di un “complemento d’arredo” spogliato, usato per vendere qualsiasi cosa.
Non è sempre stato così?
Prima c’erano dei parametri molto precisi: il nudo serviva a vendere i profumi e a volte il cioccolato, perché secondo i pubblicitari ha una carica erotica indiscutibile. Ora si usa anche per vendere la colla al silicone
Per cambiare il modo di pensare ed agire, bisogna cambiare il modo di rappresentare...
Nel 1985 abbiamo sottoscritto una convenzione internazionale contro la discriminazione delle donne sul lavoro, la Cedaw. Ma ancora non abbiamo raggiunto quegli obiettivi: in Italia una donna su due è disoccupata. Il 13 febbraio è servito molto perché, per la prima volta, la parola immaginario è risuonata tante nelle piazze. E c’è stata la consapevolezza che non si può ottenere dignità e parità sul piano sociale se non si cambia anche quello.
Dopo le manifestazioni, come andrete avanti?
Le donne hanno ricominciato a fare rete e non si fermeranno. Il nuovo movimento femminista che ha portato al 13 febbraio non nasce a caso, ma da un lavoro che è stato fatto moltissimo anche su internet, da tanti gruppi, negli ultimi 3-4 anni. E continueremo a muoverci, con varie forme di pressione, per far sì che le donne nei luoghi della comunicazione possano agire in parità perfetta rispetto agli uomini.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it