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domenica 29 maggio 2011

Michela Marzano, l'italiana tra i migliori di Francia

Ripubblico qui l'intervista a Michela Marzano uscita su City il 24 ottobre 2008


A 38 anni Michela Marzano è stata nominata dal “Nouvel Observateur” una dei 50 maggiori pensatori di Francia. Per l’Italia invece è solo un “cervello in fuga”.
Perché lei è tra i 50 più influenti pensatori di Francia e non tra quelli d’Italia?

Perché sono dovuta venire a lavorare qui. Sono stata indicata dal settimanale come una degli otto trentenni della ‘nuova guardia’ francese, che pensano in modo nuovo i problemi della società di oggi. Ma, in Italia, quei trentenni non avrebbero mai trovato spazio per esprimersi.
Come mai?
Per fare carriera in Italia devi entrare in una logica di potere, pensare: chi sarà in commissione al concorso? A chi posso far piacere per avere una borsa di studio? La selezione è sempre più basata sui legami personali. Così, di fatto, non hai più la possibilità di pensare in maniera libera. Né di fare davvero qualcosa di nuovo.
Lei di che cosa si occupa?
Di filosofia del corpo. Cioè di tutti quei problemi, dalla sessualità alla medicina, che sono legati a come lo percepiamo e viviamo: bioetica, eutanasia, fecondazione artificiale, rapporto tra i sessi.
Detto così sembra un po’ astratto...
Non lo è. Riguarda domande che tutti si pongono nella vita quotidiana. Per esempio quella della libertà sessuale: oggi viene intesa come obbligo a essere sessualmente disinibiti, in particolare per le donne.
Un obbligo a essere emancipate?
Sì. Soprattutto i media dicono alle donne: “devi essere libera dai tabù della morale cristiana”. Ma anche: “devi essere magra, disinibita, provocante, perché questo è emancipazione”. Invece essere liberi è poter decidere come vivere la propria sessualità, senza dover seguire dei modelli già pronti. Oggi si parla tanto di libertà, ma spesso è una libertà vuota, falsa.
E questo vale solo per le donne?
Vale per tutti. Prenda la fecondazione artificiale: la tecnica ci permette di diventare genitori in modi finora impensabili. Ma cosa significa allora essere padri e madri? Generare dal proprio sperma e dai propri ovuli, o desiderare un figlio?
Di solito dicendo “filosofia”, uno pensa a Platone, non a queste cose...
Perché in Italia si fa solo storia della filosofia. Platone e gli altri servono a prestarti dei concetti, strumenti per capire meglio quello che succede. In Italia, invece, della società parlano solo i giornalisti: gli accademici rimangono nella torre d’avorio.
Lei crede che la gente comune possa capire questioni così complesse?
Penso non solo che chiunque le possa capire, ma che chiunque sia interessato a farlo. Basta parlarne in maniera comprensibile. La gente vuole avere chiavi di lettura per potersi fare le proprie opinioni.
Per quelli come lei, in Italia, c’è un’etichetta: “cervello in fuga”. Come ci si sente?
Contrastati. Da una parte sono fiera. Ci tengo ad essere definita una filosofa italiana e non franco-italiana: mi sembra di tenere alto il nome del mio Paese all’estero.
E invece il lato negativo qual è?
C’è la frustrazione, la rabbia quasi: è ingiusto che per fare tutto quello che ho fatto debba restare qui.
È sicura che in Italia non avrebbe potuto ottenere gli stessi risultati?
Quando dieci anni fa ho finito il dottorato in filosofia alla Scuola Normale di Pisa, le opportunità che avevo erano o lasciar perdere la ricerca, o rimanere precaria per anni e mettermi in coda a fare la portaborse,
Anche con un dottorato alla Normale?
Cosa ancora più grave: significa che una persona su cui lo Stato ha investito soldi e risorse e che ha studiato e fatto ricerca ad alti livelli, non può restituire alla società quello che ha ricevuto.
E in Francia non è così?
Non è che qui sia tutto più facile o sia pieno di posti di lavoro nella ricerca. Ma c’è la possibilità, anche se minima, che venga riconosciuto il merito indipendentemente dai rapporti accademici. Ti dà speranza. In Italia manca anche quella.
Cosa pensa del progetto di riforma dell’università della ministra Mariastella Gelmini: migliorerà le cose?
Temo proprio di no: taglia i fondi alla ricerca. E prevede, ogni 5 ricercatori o 5 professori che vanno in pensione, di sostituirne solo uno. Altro che nuova guardia!
Così le università invecchiano di più...
Già oggi l’età media dei professori, in Italia, è quasi 60 anni.Tutti i governi parlano di voler rinnovare l’istruzione e la ricerca, di voler investire nel sapere, ma poi nessuno lo fa.
Quando si dice innovazione si pensa sempre a ingegneria, chimica, medicina. Le scienze sociali, invece, possono servire?
Credere che la sola ricerca valida sia quella scientifica è un grande errore. Nel momento in cui non si pensa e non si discute più insieme del mondo che ci circonda, la società diventa sempre più conflittuale e impaurita. Muore lentamente.
Perchè a 18 anni ha deciso che da grande voleva fare la filosofa?
Mi sono accorta che con i ragionamenti conquistavo una libertà enorme: potevo ribattere a delle verità che cadevano dall’alto. Dimostrare a mio padre e agli adulti che non avevano sempre ragione loro.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it