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domenica 20 novembre 2011

Le nuove generazioni non avranno pensione

La mia intervista su City a Walter Passerini, uscita il 18 novembre 2011
Giornalista, Walter Passerini ha scritto con Ignazio Marino “Senza Pensioni” (Chiarelettere), libro denuncia sulla bomba previdenziale.
Cos’è la bomba previdenziale di cui parlate nel libro?

Il fatto che le future generazioni avranno una pensione tra il 30 e il 45% del loro ultimo reddito. Cioè tra 300 e 500 euro: quasi niente.
Il mese scorso l’Inps ha pubblicato uno studio che lo nega: sostiene che avranno una pensione pari al 70% dello stipendio, se dipendenti, o al 57% se parasubordinati.
Non è uno studio dell’Inps.
E di chi è?
Di Stefano Patriarca, un consulente dell’Inps. Che però non le ha fatte proprie. Sono delle elaborazioni pittoresche e fantasiose, perché assegnano ai precari una continuità di lavoro che essi non hanno.
Cosa intende?
Chi ha fatto le stime tratta i precari come se fossero operai della Fiat, non sa cosa vuol dire essere precari. E cioè avere lunghi periodi di inattività tra un contratto e l’altro.
Quando non si lavora, non si versano neppure i contributi per la pensione, giusto?
Esatto. Un precario fa fatica a raggiungere 40 anni di contributi. Di solito inizia a lavorare stabilmente dopo i 30 anni, ha delle pause, stage, periodi di malattia non pagati. La sua vita lavorativa è costellata di vuoti. Che gli impediranno di avere una pensione superiore al 30% dell’ultimo stipendio.
È pochissimo: chi è già in pensione da qualche anno prende l’80%. Chi ci va oggi circa il 70%: perché questa differenza?
Dal 1° gennaio 1996 il mondo della previdenza è cambiato: dal metodo “retributivo” (la pensione calcolata sulla base dell’ultimo reddito) si è passati a quello contributivo. Che fa dipendere l’assegno dai contributi effettivamente versati.
Ma quindi i venti-trentenni cosa possono fare?
Affidarsi al cosiddetto “secondo pilastro”, cioè la previdenza integrativa: i fondi pensione a cui si aderisce volontariamente versando una piccola percentuale dello stipendio.
Nei fondi pensioni oggi si può versare anche la liquidazione. Ma sono davvero affidabili? Non c’è il rischio che si perdano i soldi?
Parlo di fondi complementari chiusi, non fondi di investimento aperti e non investimenti azionari a rischio. I fondi chiusi operano sul mercato, ma secondo una linea di equilibrio e prudenza. Li hanno alcune categorie, come i giornalisti, i metalmeccanici, i chimici. Vi aderiscono in tutto poco più di cinque milioni di lavoratori il 23% del totale.
Perché così pochi?
In parte per il timore che siano rischiosi. In parte perché la riforma delle pensioni con il metodo contributivo è stata fatta solo a a metà: non sono stati istituiti fondi di categoria per tutti. Né gli incentivi fiscali per chi aderisce ai fondi chiusi.
I fondi integrativi obbligano a sottrarre soldi agli stipendi. Che per i giovani oggi non sono altissimi.
In effetti i giovani sono i più penalizzati. Spesso lavorano da dipendenti ma con contratti di collaborazione: fanno straordinari non pagati, sono licenziabili di fatto, non hanno malattia pagata. Eppure sono loro, insieme agli stranieri, che tengono in piedi i conti dell’Inps.
Perché?
Versano i contributi ma non ritirano le pensioni. E quindi pagano quelle di chi prende l’assegno retributivo, molto più alto rispetto ai contributi effettivamente versati.
Ecco, per loro cosa si può fare?
Prima di tutto far entrare ancora più persone, soprattutto donne e giovani, nel mondo del lavoro, in modo che versino contributi. Poi bisogna far ripartire l’economia: oggi le pensioni costano all’Italia il 14% del Pil, il doppio che nel resto d’Europa. Ma non si può tagliare ancora sulla previdenza: l’unico modo per abbassare il “peso” delle pensioni è aumentare il Pil.
Abbiamo anche un problema di evasione?
Enorme: ogni anno in Italia vengono evasi 270 miliardi di euro di contributi. Troppi datori di lavoro non li pagano o li pagano solo in parte. Ci sono aziende che per l’Inps non esistono.
Come è possibile?
Manca un sistema di controllo e gli ispettori sono pochi.
L’ex premier Silvio Berlusconi aveva promesso all’Ue di alzare a 67 anni entro il 2026 l’età della pensione. Lo faremo?
Lo aveva già fatto il suo governo, prima della lettera! A 67 anni si arriverà già nel 2021.
Lei è d’accordo?
Credo che il sistema migliore sia la cosiddetta forchetta: andare in pensione tra i 62 e i 68 anni con un sistema di incentivi e disincentivi. Chi va prima prende meno, chi va dopo prende di più. Ne beneficerebbe anche il sistema: lasciare il lavoro dopo significa pagare contributi più a lungo e stare meno tempo a carico dell’Inps.
La nuova ministra agli Affari sociali, Elsa Fornero, è un’esperta di previdenza. Cosa cambierà con lei?
È una studiosa molto preparata, che sicuramente cercherà di rendere il sistema più equo. Ma deve sapere che non è possibile fare una riforma delle pensioni senza una riforma del mercato del lavoro che aiuti giovani e precari.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 20 luglio 2011

Eppela, "Trovate online i soldi per le vostre buone idee"

L'intervista a Nicola Lencioni uscita su City il 20 luglio 2011



Nicola Lencioni ha fondato Eppela, il primo sito di “crowdfunding” italiano. Aiuta chi ha un progetto a trovare i soldi per realizzarlo, grazie al web.

“Crowdfunding”: cos’è?
Un sistema per condividere piccoli progetti online e raccogliere i fondi per trasformarli in realtà: aiuta chi ha un’idea, ma non i soldi per realizzarla. È una novità importante, in un Paese dove è sempre più difficile essere finanziati da banche o istituzioni.
Invece che un unico finanziatore, voi gli cercate tanti micro-finanziatori...
Esatto. Basta creare un progetto, fissare il budget minimo per realizzarlo e una data di scadenza entro cui raccogliere i fondi. A quel punto lo si sottopone alla community di Eppela su www.eppela.com. Il modello è lo stesso del sito americano Kickstarter: finora in Italia non c’era niente del genere.
A quanto ammontano i progetti da finanziare?
Non devono superare i diecimila euro, ma più spesso sono intorno ai cinquemila. Questo - devo dire - in Italia si fa fatica a capirlo: ci sono arrivati anche progetti da 250mila euro, che abbiamo rispedito al mittente.
E i singoli finanziamenti?
Si va dalle donazioni di uno o due euro, fino a un massimo di duemila.
I finanziatori cosa ci guadagnano?
Questo lo decide chi propone il progetto. Chi fa la donazione minima di solito riceve un ringraziamento speciale. Chi fa invece veri e propri acquisti tra i 10 e i 100 euro (o di più) riceve un pezzetto dell’idea da tenere con sé.
Sarebbe?
Se finanzi uno spettacolo con 50 euro, per esempio, oltre al biglietto riceverai l’autografo da tutti gli artisti. E il venerdì prima potrai andare a vedere le prove (cosa che di solito non è possibile comprare).
La condizione, di fatto, è che chi ci mette i soldi sia convinto dell’idea?
Sì, è questo il bello: i donatori non sono solo consumatori finali, ma possono scegliere quali prodotti far produrre. In un certo senso se li fanno fare su misura. I “finanziati”, dal canto loro, possono realizzare in maniera indipendente e autonoma il loro progetto, mantenendone il controllo creativo.
Quanto conta la presentazione?
Moltissimo. In un certo senso il creativo ti deve raccontare una storia: quella del libro che vuole scrivere, della lampada che ha disegnato, del film che vuole produrre. E ti dà una preview: ti fa leggere 5 pagine del romanzo, o lo storyboard del film, ti dice come ha avuto l’idea e come nascerà.
Cosa fate se vi arriva l’idea del secolo, ma non è ben raccontata?
Contattiamo le persone e le aiutiamo, magari finanziandole in parte. In generale stiamo preparando dei tutorial per insegnare alle persone a presentare al meglio le loro idee. Chi sceglie il crowdfunding deve sapere che molto dipende da lui.
Cioè?
La gente ci manda i progetti e pensa che quello basti. Invece devono essere i promotori a spingerli dal basso. Abbiamo avuto un artista che ha proposto un progetto molto interessante, ma dopo una settimana non lo aveva neppure segnalato su twitter. Così non si va da nessuna parte. E infatti quelli che ricevono più fondi sono quelli che meglio usano i social network per promuovere le loro idee. È anche un test: difficilmente convincerai i tuoi futuri acquirenti, se non convinci neppure gli utenti di Eppela.
I singoli progetti “durano”, cioè stanno online, tra i 90 e i 180 giorni. Cosa succede se non raggiungono il finanziamento richiesto?
Non prendono i soldi. È per questo che accettiamo donazioni solo tramite PayPal: i singoli finanziamenti vengono prelevati dal conto virtuale solo alla fine, se si raggiunge la somma minima richiesta.
Voi cosa ci guadagnate?
Il 5% del budget e solo se il finanziamento va in porto. Per questo anche noi abbiamo interesse ad avere progetti validi.
Quanti ne avete ricevuti?
Circa trecento. Quelli sul sito adesso sono una trentina. Non vogliamo aggiungerne più di 2 o 3 a settimana. Siamo aperti da due mesi: ancora non sappiamo quanti saranno finanziati.
Cosa si augura per il suo progetto, Eppela?
Che le persone sfruttino una possibilità nuova. Io ho fondato Eppela perché, come imprenditore, mi sono reso conto che in Italia nessuno ti supporta. Le banche ormai danno i soldi solo a chi li ha già.
Un’ultima cosa: da dove viene il nome?
È la versione toscana di “oplà”. Io abito a Lucca e lo diciamo a mia figlia, che ho adottato un anno e mezzo fa, quando vuole saltare. Torna con la missione del nostro sito, che è aiutare qualcuno a fare il salto.
Elena Tebano elena.tebano [chiocciola] rcs.it

lunedì 20 giugno 2011

Battisti ci ha tolto tutto, non è un perseguitato

L'intervista ad Adriano Sabbadin uscita su City il 17 giugno 2011


Adriano Sabbadin è il figlio di Lino, una delle vittime dell’ex terrorista rosso Cesare Battisti. A cui il Brasile ha riconosciuto l’asilo politico, salvandolo dal carcere.

Battisti, in italia, è stato condannato a 4 ergastoli per altrettanti omicidi, tra i quali quello di suo padre. Grazie alla decisione del Brasile non li sconterà. Rilasciato l’8 giugno, ha detto: “Spero che si riesca a voltare la pagina degli anni ‘60 e che tutto possa essere risolto senza vendette tardive”. Cosa ne pensa?
Noi non vogliamo vendette tardive. Ma se lui ora può cambiare pagina, noi non ci riusciamo: abbiamo il ricordo sotto gli occhi.
Quanti anni aveva quando fu ucciso suo padre?
Avevo 17 anni. Mia sorella ne aveva 12, la più piccola ne aveva 6.
Cosa successe?
Un sabato sera, era il 16 dicembre del 1978, verso la chiusura del nostro negozio, entrarono due rapinatori, due ragazzi molto giovani, intimando di consegnare i soldi.
Suo padre aveva una macelleria, giusto?
Sì, c’erano due clienti, la signora che ci aiutava a fare le pulizie e tutta la nostra famiglia. Mia sorella, la seconda, tirò fuori il cassetto dove tenevamo i soldi (allora non c’erano registratori di cassa) e lo consegnò ai rapinatori. Uno disse che non era tutto l’incasso della giornata e iniziò a sparare.
Sparò nel negozio?
Rivolto a mia sorella, che cadde, anche se non era ferita. Ci sono ancora i segni nelle piastrelle sulla parete. Papà vide mia sorella per terra, e reagì. Disse ai due ragazzi: “Calmatevi, calmatevi!”, ma non è stato possibile farli ragionare. È stato tutto un momento di terrore.
Voi eravate sempre lì?
Sì, c’è stata come un rincorsa tra il rapinatore e mio papà. Il rapinatore lo ha ferito alla testa con il calcio della pistola. Poi hanno tentato di scappare. Papà gli ha detto “Fermi o vi sparo” e purtroppo, il momento è stato fatale, ha ferito uno di loro, che poi è morto in ospedale.
Questo non è il giorno in cui suo padre è stato ucciso, vero?
È stato il momento che ha segnato tutta la nostra storia.
Perché Battisti, con i “Proletari armati per il comunismo” (Pac) ha ‘punito’ suo padre per l’uccisione del rapinatore?
Esatto. La vigilia di Natale qualcuno ci ha messo una scatola di tritolo di fronte al negozio. Sono saltati i vetri delle case. A Capodanno abbiamo ricevuto una telefonata, in cui ci hanno detto che saremmo morti tutti entro mezzanotte: ci hanno vegliato le forze dell’ordine.
Vi avevano preso di mira.
Sì. Il 15 febbraio ci è arrivata una telefonata: hanno detto che erano dell’Ufficio igiene, se eravamo aperti. Abbiamo detto di no, che eravamo aperti il giorno dopo.
Il giorno dell’omicidio di suo padre?
Sì, lui era un po’ agitato, non voleva venire. C’era questa macchina che passava più volte. Nel pomeriggio abbiamo chiesto a papà di venire per aiutarci. Erano le quattro e mezzo, rividi passare la macchina. Poi mi sono allontanato pochi passi, per telefonare a un fornitore. Ho sentito sparare. Sono scappato ai piani superiore.
I suoi erano ancora nel negozio.
Sì dopo dieci minuti sono sceso. Sulle scale c’era un altro vicino. Mi ha detto: “Adriano non entrare, non entrare”.
Lei cosa ha fatto?
Gli ho dato una spinta. E ho visto una scena orribile: mio padre a terra, in una pozza di sangue. Mia madre con il grembiule bianco inzuppato di sangue se l’era preso in braccio, urlava come una pazza.
Lei era solo un ragazzo.
È stato terribile, piango ogni volta che lo ricordo. Non posso perdonare Battisti. Scusate, ma è più forte di me.
Lui dice di essere innocente.
Ma come fa a dire di essere innocente? Ad avere questa malvagità? Le sentenze di condanna sono sul sito dell’Associazione vittime del terrorismo, le possono leggere tutti.
Battisti dice di essere stato condannato in un processo ingiusto, in sua assenza.
Era assente perché nel 1981 è evaso.
Gli anni ‘70 sono stati un periodo di violenze politiche. E c’è chi dice che bisogna usare un altro metro per giudicarne i crimini.
Non c'era niente di politico in casa nostra.
Prima di finire nei Pac, Battisti faceva rapine “comuni”.
Era già un delinquente. E non lo dico io. L’ha detto suo fratello.
Il Brasile, però, ha accolto la tesi che sia stato vittima di un “processo politico”. E gli ha attribuito lo status di rifugiato. Il governo italiano farà ricorso. Cosa si aspetta?
Io ho sempre detto che non voglio Battisti alle sbarre, voglio Battisti pentito. Lui sostiene che ora è un altro uomo. Ma il pentimento è una cosa seria, per me. Io voglio Battisti pentito. A noi ha tolto tutto.
Elena Tebano elena.tebano [ chiocciola ] rcs.it

Nucleare, il referendum non risolve i problemi

L'intervista a Fabio Fineschi uscita su City il 10 giugno 2011.

Ingegnere, Fabio Fineschi è esperto di impianti nucleari e di energie sostenibili. Ha una posizione “impopolare”: contro il piano sull’atomo del governo, ma anche contro il referendum.

Lei insegna all’Università di Pisa “Impianti nucleari” ed “Energie e Sviluppo sostenibile”. È insieme nuclearista e ambientalista. Critica il piano per il ritorno all’atomo del governo. Ma anche i promotori del referendum. Perché?

Perché l’energia nucleare è un male necessario. È illusorio pensare che ne possiamo fare a meno.
Allora può votare No al referendum. Così sosterrebbe la legge che consente di costruire centrali e produrre energia nucleare in Italia.
Ma il piano,annunciato e poi sospeso, dal governo considera il nucleare in modo del tutto sbagliati: come un business e come una soluzione temporanea, in attesa di risolvere i problemi energetici con le fonti rinnovabili.
E cosa c’è di sbagliato in questo?
L’energia solare ed eolica sono le uniche rinnovabili che oggi possiamo espandere in Italia. Ma hanno un limite: non sono disponibili sempre. Se le nuvole coprono il sole o il vento non soffia, non producono energia.
Però è possibile immagazzinare l’energia prodotta per usarla quando serve, no?
Oggi le rinnovabili producono in Italia il 2,2% dell’elettricità necessaria. Gli studi più ottimistici dicono che si può arrivare al 6-10%. Anche mettendo a punto nuovi sistemi di accumulo di energia (che oggi non ci sono), si è calcolato che tra 50anni si potrà arrivare a coprire con le rinnovabili il 77% dell’energia totale necessaria. Ma serviranno sempre fonti affidabili, che danno energia quando e dove ci serve.
Non vanno bene gas e petrolio?
Quelli si esauriranno: abbiamo già consumato oltre la metà delle risorse. E noi dobbiamo pensare ai nostri nipoti e pronipoti. Oltretutto i combustibili fossili servono anche per l’industria chimica: se bruceremo tutto il petrolio per produrre elettricità, con cosa faremo la plastica? Per non parlare dell’effetto serra causato dalla combustione di carbone e petrolio.
L’alternativa è solo il nucleare?
Prima di tutto è ridurre i consumi: dobbiamo mettercelo in testa. Poi c’è il nucleare: ma, se si abbassa il fabbisogno generale, diminuisce la quantità di energia che siamo costretti a produrre così. In ogni caso, il nucleare previsto dal governo non va bene.
Ci sono nucleari “diversi”?
Il governo vuole costruire 8 centrali di terza generazione. Che bruciano solo l’uranio “235”. Ovvero meno dell’1% dell’uranio disponibile sulla terra: un’altra fonte destinata ad esaurirsi. Invece le centrali di quarta generazione, a cui si sta ancora lavorando, potranno usare tutto l’uranio, più il torio. E darci energia per millenni.
Rimane che il nucleare, come dimostra il disastro di Fukushima, è molto pericoloso. Secondo la statistica, con i reattori ora in funzione ci sarà un incidente grave ogni 20 anni. E infatti tra Cernobyl e Fukushima ne sono passati 25.
Il nucleare è e rimarrà sempre ad alto rischio: prima di decidere se ne vale la pena, dobbiamo sapere che “porta pena”.
Appunto: ne vale la pena?
Sì, ma costruendo il numero minore possibile di reattori: meno centrali ci sono, meno incidenti ci sono. Proprio perché può avere costi sociali altissimi, il nucleare non può essere considerato - come dicevo - solo un business.
Invece lei diceva che il governo lo tratta come un affare...
Lascia in mano ai privati, che pensano in termini del loro vantaggio economico, il compito di costruire le centrali. Da qui la scelta di farne 8. Io penso che invece ne servano una o due, costruite con l’obiettivo di aiutarci a sviluppare quelle di quarta generazione di cui parlavo prima. Che ridurranno anche la durata delle scorie.
Le scorie sono un altro problema: rimangono pericolose per 100mila anni. L’umanità, per dire, esiste da 50mila.
Con le centrali di quarta generazione le scorie saranno pericolose per 300 anni. Un tempo gestibile. Ma se non facciamo ricerca su impianti in funzione, ai quei reattori non arriveremo mai.
Lei parla dal punto di vista “dell’umanità”. Ma perché fare tutto questo in Italia? Non abbiamo un deserto del Nevada, dove sperimentare: come il Giappone abbiamo poco territorio, e un disastro ne renderebbe gran parte inabitabile. E abbiamo minore organizzazione e più corruzione: non aiutano in caso di incidenti.
Infatti dobbiamo pensare a una politica nucleare europea. In cui ognuno fa la sua parte, anche economica. A quel punto, se l’Ue decidesse di fare un reattore da noi, dovremmo accettarlo. Tagliarci fuori del tutto dal nucleare, però, ci taglia fuori dal futuro.
Ma alla fine al referendum come voterà?
Non ritirerò la scheda. Anche se so che così favorisco in parte la posizione sbagliata del governo. Ma votare sì significa rinunciare alla ricerca sul nucleare. Un errore.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Un Sì affinché la legge sia uguale per tutti

L'intervista a Stefano Rodotà uscita su city il 9 giugno 2011


Giurista, Stefano Rodotà ha contribuito a scrivere la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea. Adesso dice Sì al referendum sul legittimo impedimento.

Professore,lei come voterà al referendum sul legittimo impedimento (la scheda verde)?

Voterò Sì, per una ragione molto semplice: tutti i cittadini devono essere trattati allo stesso modo di fronte alla giustizia. Non si possono dare privilegi al presidente del Consiglio o ai ministri quando sono giudicati dalla magistratura.
Oggi la legge consente una sorta di “assenza giustificata” dai processi a premier e ministri.
Sì, possono appunto fare riferimento a un “legittimo impedimento” che impedisce loro di andare in udienza.
Sembra una cosa ragionevole, però.
Ma infatti la legge già prevede questa possibilità, per tutti i cittadini: chiunque - imputato o testimone che sia - abbia una ragione per non potersi presentare davanti ai giudici, può comunicarla ai magistrati. Che la valutano e stabiliscono se è sufficiente oppure no, e, nel caso, un’altra data per il processo.
Ma allora perché la maggioranza ha voluto introdurre una legge specifica sul legittimo impedimento?
Perché la norma originaria prevedeva che fosse il presidente del Consiglio a stabilire quando l’impedimento era legittimo, se l’assenza dall’udienza era giustificata.
Un’auto-giustificazione: ora non è più così?
No, perché la Corte costituzionale ha eliminato proprio quella parte della legge e lasciato al giudice il compito di valutare se la giustificazione è “apprezzabile” oppure no.
Anche perché altrimenti il legittimo impedimento rischia di essere usato come un’arma impropria di difesa. Non prevede che il processo venga sospeso, ma allunga i tempi del dibattimento, quindi “aiuta” a fare andare il reato in prescrizione e renderlo non perseguibile.
Esatto. Tolta la possibilità del presidente del Consiglio di autogiustificarsi, il legittimo impedimento “ripete” una possibilità che è già garantita a tutti i cittadini.
Ma allora che bisogno c’è, a questo punto, di cancellarlo con un referendum?
Serve a eliminare qualsiasi residuo di privilegio. Se il presidente del Consiglio ritiene di non potersi presentare ai suoi processi, lo faccia sulla base delle norme generali, non di una legge che è stata fatta apposta per lui.
Quindi secondo lei il Sì al referendum è una sorta di messaggio al parlamento contro le cosiddette leggi “ad personam”.
In questi anni ci sono state moltissime leggi scritte solo per favorire Silvio Berlusconi e sottrarlo ai processi o eliminare quelli che potevano essere considerati reati. È importante che adesso i cittadini, esprimendosi in modo diretto, dicano no a questa prepotenza. È un modo per ricostruire la legalità e dare un segnale al parlamento. I quattro referendum, nonostante siano stati proposti da forze diverse, condividono questo.
Cosa, di preciso?
Tutelano dei beni comuni: l’acqua come patrimonio di tutti i cittadini, l’ambiente, che non deve essere messo a rischio dalle centrali nucleari, e la legalità - anch’essa un bene di tutti. La vecchia formula scritta nelle aule di tribunale, “La legge è uguale per tutti”, deve tornare a corrispondere alla realtà. E non essere una specie di inganno dietro al quale il potente può farsi le leggi a proprio misura.
I sostenitori del legittimo impedimento, però, negano che sia un privilegio. Sostengono che serve a garantire la governabilità, visto che il premier non è un cittadino come tutti gli altri, perché - appunto - deve governare.
Silvio Berlusconi può pensare di sé e del suo rapporto con la giustizia quello che gli pare. Ma non può, sulla base delle sue convinzioni personali, pretendere che ci sia una legge speciale che lo protegga.
All’estero come funziona? In Francia qualcosa di simile al legittimo impedimento c’è.
In nessun Paese del mondo il primo ministro ha una tutela del genere. In Francia ce l’ha il Presidente della Repubblica, e in Spagna il re. Mai il premier. Negli altri Paesi i presidenti del Consiglio, quando vanno a processo, sono trattati come tutti gli altri cittadini. È successo anche a quello che viene considerato l’uomo più potente del mondo.
Chi?
Il presidente Usa: Bill Clinton quando ci fu il caso Lewinsky non si sottrasse e dovette rispondere a un procuratore speciale che indagava sul suo conto. In Italia non si tratta di discutere se ci sono persecuzioni. Abbiamo piuttosto un problema di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Il sì del sindaco leghista ai referendum sull’acqua

L'intervista ad attilio Fontana pubblicata su City l'8 giugno 2011

Attilio Fontana è il primo cittadino (appena rieletto) di Varese. Leghista, è favorevole ai referendum sull’acqua pubblica di domenica e lunedì prossimi.

Lei ha detto più volte che ai due quesiti sull’acqua (scheda rossa e gialla) voterà SI. Perché?
Perché non sempre i privati sono meglio del pubblico. Si dovrebbe fare una distinzione tra le situazioni che funzionano e quelle che non funzionano.
Invece se il referendum non raggiungerà il quorum, oppure se vinceranno i NO al primo quesito (scheda rossa), da gennaio prossimo gli acquedotti andranno in mano ai privati...
Sono due le ipotesi previste: da una parte la cessione del 40% dell’azienda pubblica a privati, attraverso un bando di gara. Dall’altra un bando di gara per la gestione di tutta l’erogazione del servizio (cioè degli acquedotti), a cui può partecipare chiunque.
E che quindi con ogni probabilità finirebbe per dare in mano ai privati tutto il servizio...
Sì, l’affidamento “in house” (cioè direttamente a una società pubblica) è previsto solo se c’è una serie di ipotesi che la rendono di fatto impraticabile. Questo va molto oltre le liberalizzazioni chieste a suo tempo all’Italia dall’Unione europea.
Chi è a favore della legge (e quindi per il NO al referendum) sostiene che la gestione privata ridurrà gli sprechi e le inefficienze.
Dipende. Nel nostro Paese ci sono situazioni assolutamente chiare in cui la gestione privata è stata peggiore di quella pubblica: ha diminuito la qualità del servizio, ma al contempo ha fatto aumentare le tariffe.
Il privato dovrebbe essere migliore perché obbedisce alla legge della concorrenza. Ma, di fatto, una volta che scelto il gestore dei servizi idrici, quello opera in regime di monopolio.
Certo, non è che i cittadini possono inventarsi un altro acquedotto a cui attaccarsi. L’altro argomento è che, togliendo di mezzo il pubblico, si favorisce l’investimento di capitali privati. Ma questo succede - ed è giusto così - solo se l’investitore ci vede in tornaconto economico.
E quindi?
Vuol dire che il gestore dell’acquedotto guadagna se alza le tariffe delle bollette. Ma non capisco perché allora non possano fare la stessa cosa le società pubbliche e investire quei soldi nel miglioramento dei servizi.
E qui si arriva al secondo referendum sull’acqua (la scheda gialla), quello per abrogare la norma che permette di aumentare le tariffe del 7% per rientrare degli investimenti.
A me va benissimo che si possano alzare le tariffe. Ma non vedo perché non possa farlo il pubblico. In Lombardia sono dieci anni che non tocchiamo la bollettazione dell’acqua. Se ci lasciassero aumentare le tariffe, potremmo ricominciare a investire.
Suggerisce di votare NO sulla scheda gialla ?
Io voterò SI in entrambi i casi.
Varese affida i servizi idrici a una società in cui i privati ci sono già: Aspem. Perché adesso vota SI al referendum, contro la possibilità che entrino i privati? Perché prima è stata fatta una semplice fusione e ora sarà necessaria una gara d’appalto?
Abbiamo scelto A2a per ragioni di mercato, non perché ci ha costretto la legge: era l’operatore che garantiva il servizio migliore.
Finora ha fatto valutazioni di efficienza. I promotori del referendum invece dicono che l’acqua è un bene di cui nessuno può fare a meno, e perciò deve rimanere pubblico.
Sono d’accordo. L’acqua è deve rimanere di tutti. Anche nell‘erogazione, perché conta chi gestisce i rubinetti, non chi li possiede “in teoria”. In più il pubblico può fare investimenti che hanno valenza sociale, che il privato (giustamente) può rifiutarsi di fare.
Per esempio?
Collegare all’acquedotto una casa sperduta nel bosco. Per un privato può essere antieconomico, il pubblico può decidere di farlo anche se ci perde soldi.
C’è però il timore che la gestione pubblica sia inquinata da interessi di partito: i vertici delle società vengono nominati su base politica.
Sono laico da questo punto di vista: se la gestione pubblica non funziona, perde dei soldi, è inefficiente, va benissimo che venga eliminata. Ma se funziona e dà anche utili economici, spiegatemi per quale motivo dobbiamo regalarla ai privati.
La legge che il referendum vuole eliminare è stata approvata da un governo Berlusconi, la maggioranza di cui fa parte la Lega. Il suo partito ha cambiato idea?
Quella sul referendum è una mia posizione personale che ho sempre sostenuto, fin dai tempi dell’approvazione delle legge. Che comunque nella sua sostanza era stata impostata dal precedente governo di centrosinistra e dalla ministra Linda Lanzillotta.
Ma ora la sua posizione è condivisa da gran parte della Lega. Anche il governatore del Veneto Luca Zaia ha annunciato che voterà sì.
La Lega, nonostante tutto, è un partito che ha molta più libertà interna di tanti altri. E il referendum è uno di quei momenti in cui i cittadini possono esprimersi direttamente: è giusto farlo valere in quanto tale.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Vogliono chiudere la nostra tv libera

L'intervista a Tommaso Tessarolo uscita su city il 23 maggio 2011.

Tommaso Tessarolo è general manager di Current TV, il canale satellitare aperto da Al Gore per “democratizzare” la tv italiana. Sky vuole chiuderlo.

L’annuncio è arrivato la settimana scorsa: Sky toglierà dalla sua piattaforma Current Tv, il canale satellitare di informazione fondato dall’ex vicepresidente Usa e premio Nobel Al Gore. Cosa significa per voi?
Significa chiudere. Vuol dire che la tv premiata l’anno scorso con l’Hot Bird Tv Award 201 0, come Miglior canale news europeo (a pari merito con BBC World News, per intenderci) non potrà più trasmettere.
Ma non potete spostarvi sul digitale terrestre, o su altre piattaforme satellitari?
Per farlo ci vuole tempo. Invece l’annuncio di Sky è arrivato all’improvviso: in due mesi non si può sconvolgere un’intera struttura come la nostra. Di fatto una notizia del genere equivale a una lettera di licenziamento per tutti noi che lavoriamo a Current.
Lei ha parlato di qualità: ma Sky non mette in dubbio la bontà della vostra programmazione. Dice soltanto che non fate abbastanza ascolti e che “tra il 2011 ed il 2010 la perdita di ascolti di Current Tv è prossima al 40%”.
Abbiamo citato fonti e pubblicato grafici e tabelle: Current in tra anni ha segnato un costante trend di crescita.
E allora i dati di Sky come si spiegano?
Il presunto crollo del 40% di ascolti in primetime che si attribuisce a Current si fonda su un inganno: Sky infatti ha ricavato questo dato comparando i primi quattro mesi del 2011 con i primi 4 mesi del 2010.
Cosa hanno di particolare?
Il 25 marzo 2010 Current ha trasmesso lo straordinario evento “Rai per una notte”, ospitando Michele Santoro a cui non era stato permesso di andare in onda con Annozero. E ha segnato un record storico per un canale terzo della piattaforma Sky: il 2,50% di share nazionale, superiore persino a Skytg24 che trasmetteva in contemporanea lo stesso evento.
Dice che si tratta di un evento eccezionale e che non va considerato ai fini degli ascolti?
Esatto: se dal raffronto 2010-2011 dello stesso periodo si esclude “Rai per una notte”, e si evita di falsare il dato comparativo, il risultato assicura a Current una crescita del 15% in prima serata.
Il vostro fondatore, Al Gore, dice che Sky vi chiude perché vuole entrare “nel business del digitale terrestre e, per questo, ha bisogno del consenso di Berlusconi”. Perché la vostra chiusura dovrebbe far piacere al premier e proprietario di Mediaset?
Siamo il solo canale televisivo che ha il coraggio di dire la verità anche di fronte al potere. Abbiamo mandato in onda per la prima volta in assoluto il documentario “Citizen Berlusconi” nel 2009. E, appunto, abbiamo ospitato Santoro quando la Rai gli ha bloccato la trasmissione. Lo scenario di business descritto da Al Gore è verosimile: non si spiega perché hanno scelto di cancellare proprio Current, quando a parità di ascolti ci sono altri canali che costano a Sky molto più del nostro.
Siete una tv “anti-berlusconiana”, allora?
Siamo stati i soli a mandare in onda documentari scomodi, vietati sui circuiti main stream perché parlano di personaggi controversi - di destra o di sinistra - come Chavez (“La Minaccia”). Oppure sulla Lega (“Camicie Verdi”). Il nostro obiettivo è informare, non convincere. Mostriamo i fatti, facciamo sentire le opinioni più differenti e lasciamo che sia il pubblico a farsi un’idea. Ma è proprio questo che dà fastidio: facciamo informazione davvero indipendente.
Sky, però, nega che la decisione sia politica. L’amministratore delegato Tom Mockridge sostiene che è solo economica: la vostra rete voleva 10 milioni di euro per rinnovare la collaborazione, troppo.
Non è vero! Abbiamo pubblicato i documenti che provano la nostra versione: il fax inviato il 22 aprile 2011 a firma Tom Mockridge che comunicava a Current la cancellazione del canale senza offerte di rinnovo. Poi il 10 maggio i fondatori di Current Al Gore e Joel Hyatt, sono riusciti a incontrare James Murdoch, figlio del proprietario di Sky. Solo dopo, il 13 maggio è arrivata l’offerta di Sky Italia: 1 milione, la cifra che avrebbero pagato per chiudere il canale. Una cifra cioè da impedirci di sopravvivere.
Contro la vostra chiusura si sono mobilitati i vostri spettatori via web...
È stata una reazione massiccia e commovente.
Cosa farete adesso?
Continueremo a protestare con l’aiuto del pubblico affinché Sky ci avanzi una proposta economica accettabile per mantenere il canale e il suo staff in vita. Intanto oggi a Milano ci sarà un presidio fronte la sede Sky in via Rogoredo 1.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Sono cresciuto tra i fondamentalisti

L'intervista a Emidio Picariello uscita su City il 13 maggio 2011

Nato in una famiglia di Testimoni di Geova, Emidio Picariello in “Geova non vuole che mi sposi” (Editori Riuniti) ha raccontato come ne è uscito.
Lei descrive una sorta di mondo parallelo, in cui come Testimone di Geova non poteva festeggiare i compleanni, o leggere Topolino. Come è possibile?
Perché i Testimoni di Geova prendono alla lettera la Bibbia. E, per quanto riguarda i compleanni, nella Bibbia ne sono raccontati solo tre. Sono festeggiati da persone malvagie e in tutti muore qualcuno. Quindi non si celebrano.
Topolino che c’entra, mica è nella Bibbia?
Ci sconsigliò di leggerlo un “sorvegliante di distretto”, uno dei pastori di più alto livello. E i miei, che erano particolarmente fondamentalisti, si adeguarono.
Con quale argomento?
Il cattivo esempio: Paperino è un nullafacente che sfugge ai suoi doveri. Paperone è un avaro, Gastone è fortunato, ma la fortuna non esiste, perché Geova ci ha lasciato il libero arbitrio. Qui, Quo e Qua sono disobbedienti. E Amelia è una strega, colpevole di spiritismo, la cosa peggiore che ci sia.
Dal suo libro emerge una religione quasi medioevale, che nega le più elementari libertà civili: le donne sono subordinate agli uomini, tanto che sua madre non poteva chiedere a suo padre di andare a prendere il vino...
No, poteva solo dire “è finito il vino”, perché l’uomo - dice la Bibbia - è il capo della donna. E lei non può comandarlo, né parlare nelle pubbliche assemblee.
Lei non poteva neppure essere “troppo” amico dei bimbi che non erano Testimoni.
La Bibbia dice: “Le cattive compagnie corrompono le utili abitudini”. E quindi le famiglie più “spirituali” frequentano le “persone del mondo” solo quando è necessario. Quando ho iniziato a frequentare il mio primo vero amico, alle superiori, ho dovuto convincermi che lo facevo per predicargli la verità, visto che non era credente.
Sono aspetti dei Testimoni di Geova che la gente comune non conosce. Perché?
Perché non si vogliono far sapere.Gli stessi Testimoni di Geova li scoprono solo dopo un po’. All’inizio si vedono solo gli aspetti positivi: le persone sono accoglienti, attente ai tuoi bisogni: nelle sette di solito si entra per bisogno. Poi quando sei dentro, ci sei. A quel punto scattano gli obblighi.
Ha detto che i suoi genitori sono fondamentalisti. Cosa li rende tali?
I fondamentalisti sono persone che costruiscono tutta la propria vita sulla religione: la fede è il centro di qualunque scelta. La religione è l’unica cosa per cui vale la pena di vivere e condiziona tutto ciò che si fa.
E questo secondo lei succede anche con altri fanatismi, come quello islamico?
Anche con quello islamico o cattolico. È come se tu avessi qualcuno che prende le decisioni per conto tuo. Ti consente di non farti carico dei tuoi problemi, ti sgrava del peso di te stesso. Deleghi a qualcun’altro.
Cioè?
Non devi preoccuparti di scegliere il partner migliore per te, ma quello più “spirituale” possibile. Non devi preoccuparti di trovare un lavoro che ti soddisfi, ma quello che lascia più tempo per predicare. Non devi essere responsabile della tua vita: se va male, sono prove del diavolo. Se va bene, è una benedizione di Geova.
Ma perché una persona dovrebbe volere una cosa del genere?
Quanto meno sei in grado di gestire una cosa, tanto più diventi rigido nel delegarla a qualcun’altro. Pensi ai malati di gioco d’azzardo che fanno un contratto con i casinò e li pagano ogni mese perché non li facciano entrare. È lo stesso meccanismo di chi si sceglie una religione che gli vieta di essere gay, o gli impone regole rigide di altro tipo.
Oggi si teme molto il fondamentalismo islamico. E c’è l’idea che per combatterlo, si debba tornare alle radici cristiane. Lei è d’accordo?
No. Quando ero bambino e mi dicevano “Buon Natale”, che io come Testimone di Geova non festeggiavo, mi sentivo ancor più Testimone di Geova. Ero rinforzato nella mia identità “diversa”. Più sei fondamentalista, di qualsiasi altra religione, più uno Stato “cattolico” rafforza il tuo fondamentalismo. Per questo lo Stato dovrebbe essere più laico possibile.
Lei ha abbandonato la sua religione, ora è un “disassociato”. Come ci è arrivato?
Grazie al fondamentalismo dei miei! Quando mi sono reso conto che non riuscivo ad aderire alle regole di mio padre, quel “io non ce la faccio” mi ha concesso una possibilità nuova: potevo non essere così.
Così, però, per i suoi lei è “morto”, non hanno neanche partecipato alle sue nozze (da qui il titolo del libro): ne valeva la pena?
La libertà intellettuale, emotiva e spirituale che ti dà prenderti la responsabilità della tua vita, anche dei tuoi fallimenti, è impagabile.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

domenica 29 maggio 2011

Michela Marzano, l'italiana tra i migliori di Francia

Ripubblico qui l'intervista a Michela Marzano uscita su City il 24 ottobre 2008


A 38 anni Michela Marzano è stata nominata dal “Nouvel Observateur” una dei 50 maggiori pensatori di Francia. Per l’Italia invece è solo un “cervello in fuga”.
Perché lei è tra i 50 più influenti pensatori di Francia e non tra quelli d’Italia?

Perché sono dovuta venire a lavorare qui. Sono stata indicata dal settimanale come una degli otto trentenni della ‘nuova guardia’ francese, che pensano in modo nuovo i problemi della società di oggi. Ma, in Italia, quei trentenni non avrebbero mai trovato spazio per esprimersi.
Come mai?
Per fare carriera in Italia devi entrare in una logica di potere, pensare: chi sarà in commissione al concorso? A chi posso far piacere per avere una borsa di studio? La selezione è sempre più basata sui legami personali. Così, di fatto, non hai più la possibilità di pensare in maniera libera. Né di fare davvero qualcosa di nuovo.
Lei di che cosa si occupa?
Di filosofia del corpo. Cioè di tutti quei problemi, dalla sessualità alla medicina, che sono legati a come lo percepiamo e viviamo: bioetica, eutanasia, fecondazione artificiale, rapporto tra i sessi.
Detto così sembra un po’ astratto...
Non lo è. Riguarda domande che tutti si pongono nella vita quotidiana. Per esempio quella della libertà sessuale: oggi viene intesa come obbligo a essere sessualmente disinibiti, in particolare per le donne.
Un obbligo a essere emancipate?
Sì. Soprattutto i media dicono alle donne: “devi essere libera dai tabù della morale cristiana”. Ma anche: “devi essere magra, disinibita, provocante, perché questo è emancipazione”. Invece essere liberi è poter decidere come vivere la propria sessualità, senza dover seguire dei modelli già pronti. Oggi si parla tanto di libertà, ma spesso è una libertà vuota, falsa.
E questo vale solo per le donne?
Vale per tutti. Prenda la fecondazione artificiale: la tecnica ci permette di diventare genitori in modi finora impensabili. Ma cosa significa allora essere padri e madri? Generare dal proprio sperma e dai propri ovuli, o desiderare un figlio?
Di solito dicendo “filosofia”, uno pensa a Platone, non a queste cose...
Perché in Italia si fa solo storia della filosofia. Platone e gli altri servono a prestarti dei concetti, strumenti per capire meglio quello che succede. In Italia, invece, della società parlano solo i giornalisti: gli accademici rimangono nella torre d’avorio.
Lei crede che la gente comune possa capire questioni così complesse?
Penso non solo che chiunque le possa capire, ma che chiunque sia interessato a farlo. Basta parlarne in maniera comprensibile. La gente vuole avere chiavi di lettura per potersi fare le proprie opinioni.
Per quelli come lei, in Italia, c’è un’etichetta: “cervello in fuga”. Come ci si sente?
Contrastati. Da una parte sono fiera. Ci tengo ad essere definita una filosofa italiana e non franco-italiana: mi sembra di tenere alto il nome del mio Paese all’estero.
E invece il lato negativo qual è?
C’è la frustrazione, la rabbia quasi: è ingiusto che per fare tutto quello che ho fatto debba restare qui.
È sicura che in Italia non avrebbe potuto ottenere gli stessi risultati?
Quando dieci anni fa ho finito il dottorato in filosofia alla Scuola Normale di Pisa, le opportunità che avevo erano o lasciar perdere la ricerca, o rimanere precaria per anni e mettermi in coda a fare la portaborse,
Anche con un dottorato alla Normale?
Cosa ancora più grave: significa che una persona su cui lo Stato ha investito soldi e risorse e che ha studiato e fatto ricerca ad alti livelli, non può restituire alla società quello che ha ricevuto.
E in Francia non è così?
Non è che qui sia tutto più facile o sia pieno di posti di lavoro nella ricerca. Ma c’è la possibilità, anche se minima, che venga riconosciuto il merito indipendentemente dai rapporti accademici. Ti dà speranza. In Italia manca anche quella.
Cosa pensa del progetto di riforma dell’università della ministra Mariastella Gelmini: migliorerà le cose?
Temo proprio di no: taglia i fondi alla ricerca. E prevede, ogni 5 ricercatori o 5 professori che vanno in pensione, di sostituirne solo uno. Altro che nuova guardia!
Così le università invecchiano di più...
Già oggi l’età media dei professori, in Italia, è quasi 60 anni.Tutti i governi parlano di voler rinnovare l’istruzione e la ricerca, di voler investire nel sapere, ma poi nessuno lo fa.
Quando si dice innovazione si pensa sempre a ingegneria, chimica, medicina. Le scienze sociali, invece, possono servire?
Credere che la sola ricerca valida sia quella scientifica è un grande errore. Nel momento in cui non si pensa e non si discute più insieme del mondo che ci circonda, la società diventa sempre più conflittuale e impaurita. Muore lentamente.
Perchè a 18 anni ha deciso che da grande voleva fare la filosofa?
Mi sono accorta che con i ragionamenti conquistavo una libertà enorme: potevo ribattere a delle verità che cadevano dall’alto. Dimostrare a mio padre e agli adulti che non avevano sempre ragione loro.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

lunedì 21 marzo 2011

Giovanni Minerba, "Quando i gay non esistevano"

Ho finalmente ritrovato l'intervista Giovanni Minerba, direttore del TORINO GLBT FILM FESTIVAL, uscita su City nel 2007. Ve la ripropongo qui.

Giovanni Minerba ha inventato “Da Sodoma a Hollywood” il primo festival del cinema omosessuale in Italia. Nel giorno in cui si conclude la XXII edizione, ci racconta oltre 30 anni da gay dichiarato.

Come è nato il Festival?
Nel 1982, io e il mio compagno Ottavio Mai, che adesso non c’è più, decidemmo di improvvisarci filmaker. Non ci vedevamo rappresentati nei film che circolavano allora e abbiamo pensato: facciamoli noi. Da lì è nato tutto.
Perché non vi sentivate rappresentati?
A volte succede anche adesso, ma allora tutti i personaggi gay erano negativi: suicidi, sfruttatori di marchette, anziani che cercavano in modo squallido ragazzi giovani. Tutti stereotipi.
Lei negli anni ’70 ha fatto parte del Fuori, il primo gruppo omosessuale italiano. Era più difficile essere dichiarati, allora?
Ho militato nel Fuori dal 1975, prima ho dovuto attraversare dei passaggi. Per quanto mi riguarda, dichiararmi non è certo stato facile. All’inizio mi sono anche sposato per guarire.
Sposato per “guarire”?
Sì, era il 1971, vivevo a Lecce, macellaio figlio di macellai, l’omosessualità non poteva neanche esistere. Si sapeva, si immaginava, c’erano delle situazioni strane con degli amici, nel senso che si faceva sesso, io lo cercavo anche, ma il tutto non si poteva nominare. Lo stesso succedeva in parrocchia, nonostante si sapesse che il prete era omosessuale. Le dico solo che quando ci fu un diverbio, per altri motivi, con una persona del mio paese, lui mi minacciò: “Stai attento, se no dico a tutti che sei gay”. Quando era lui, più grande di me, il primo a esserlo.
E quando ha deciso di cambiare vita?
Nel 1972-73, quando ho capito che non potevo guarire, neppure con lo psichiatra. Passavo le notti a contemplare il soffitto. Poi una mattina mi sono svegliato e ho preso la decisione. La prima a cui l’ho detto è stata mia moglie. E all’inizio è stato difficile. Poi, quando in paese hanno cominciato a circolare le dicerie, che ci separavamo perché la costringevo a fare cose strane, ho preso il treno da Torino, dove nel frattempo abitavamo già, per andare a parlare anche con le nostre famiglie.
L’hanno capita?
Mia madre e quella di mia moglie all’inizio non hanno capito neppure cosa significasse essere omosessuale! Lo ha spiegato, in maniera piuttosto volgare, mio suocero. Ma quella che l’ha presa peggio di tutti è stata una mia sorella. Per anni non mi ha invitato a casa sua. Poi, dopo che è morto mio padre, e grazie anche a mia nipote che ha fatto tanto per riavvicinarci, le cose sono cambiate. E quest’anno ha deciso, per la prima volta, di venire al festival. È andata bene.
Oggi per i gay è più facile?
Sì, oggi sono molti meno quelli che per paura, o per mentalità, hanno una doppia vita. Trent’anni fa c’era più angoscia. Eppure è incredibile la realtà in cui siamo ancora nel 2007.
In che senso?
Per alcuni versi mi ritrovo ancora fermo: io sono un cittadino che di sicuro ha solo doveri, i diritti no. A cominciare da dover dare prova che noi gay esistiamo, che la realtà è la realtà. E quando sento la Chiesa paragonare l’omosessualità alla pedofilia e all’incesto... proprio non riesco a starci dentro. E allora cerco di farmelo scivolare addosso e di andare avanti, di rispondere con i miei mezzi, prima di tutto il cinema.
È stata la passione per il cinema a farle conoscere il suo compagno Ottavio Mai?
No, ci siamo conosciuti per caso per strada, il 27 agosto del 1977. Ma è stato l’incontro, quello che ti cambia la vita. Da quel momento lui ha iniziato a entrare in politica più di me, prima nel Fuori, poi nel Partito radicale. E io a fare il cinema. Ci siamo scoperti insieme cineasti, lui di lavoro faceva il tassista.
Come è morto Ottavio?
Nessuno si aspettava quello che è successo... ma la sua morte è stata anche colpa della campagna anti-Aids di quegli anni. Ottavio aveva scoperto di essere sieropositivo nel 1987, ma stava bene. Poi il 10 ottobre del 1992 ha avuto una piccola ischemia, indipendente dalla sua malattia. Durante il day hospital, gli hanno messo in stanza un nostro conoscente che aveva l’Aids inoltrato. L’ha sconvolto vedere una persona che prima era pimpante e brillante, stare così male. “Io dovrò trovarmi in queste condizioni”, diceva. Il fine settimana è tornato in ospedale per degli accertamenti e si è ucciso.
Come ha superato una cosa del genere?
Continuando il lavoro che facevamo insieme: è stato lui a darmi questa grande forza. E le persone che avevo intorno: come il mio attuale compagno, Damiano Andresano. Ci siamo conosciuti la notte del compleanno di Ottavio, circa un mese dopo la sua morte. Per me è significativo, come aver trovato qualche tempo dopo un gatto vicino alla sua tomba: sta ancora con me, come voleva lui, e l’ho battezzato Mario, lo stesso nome con cui chiamavano Ottavio in famiglia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 17 novembre 2010

"Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti"


Mary Akrami ha 34 anni è un grande coraggio: ogni giorno lotta perché alle donne dell'Afghanistan, il suo Paese, vengano riconosciuti i diritti umani fondamentali. Venerdì sarà a Milano per parlare alla conferenza mondiale di Science for Peace. Nell'intervista a City racconta del suo lavoro e dei pregiudizi dell'occidente sulle donne come lei (cliccate sulle immagini per ingrandirle).

Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti

Mary Akrami è un'attivista per i diritti umani, lotta per l’istruzione delle donne afghane. E ha fondato le prime case protette per quelle vittime di violenza.
Come è cambiata la vita delle donne afghane dopo la caduta dei talebani?
È migliorata tantissimo. Ora le donne possono andare a scuola, hanno una migliore tutela della salute. Finalmente ci sono centri di aiuto per quelle vittime di violenza. E si è sviluppato un movimento che cerca di far riconoscere i diritti umani anche a loro. Eppure rispetto alla situazione pre-talebani, siamo messe peggio.
Cioè?
La nostra cultura riservava alle donne un ruolo molto migliore. Ma abbiamo avuto l’impatto negativo di decenni di guerra, a cominciare da quella contro i sovietici. Le persone sono state violate.
Violate?
Siamo cresciuti, io compresa, assistendo a violenze di ogni tipo: sparatorie, bombardamenti, uccisioni. Non potevamo avere nessun tipo di aspettativa, se non sopravvivere. Come facevamo a pensare nel modo giusto? A sapere che esistono i diritti umani?
In Europa molti pensano che le discriminazioni delle afghane siano conseguenza delle religione islamica. Sta dicendo che non è così?
L’Islam è stata la prima religione a riconoscere diritti alle donne. Ma purtroppo, a causa dell’ignoranza, le persone non sanno qual è il vero Islam.
Quando gli occidentali pensano ai diritti delle donne in Afghanistan, pensano al burqa. Per voi è quella la priorità?
No! Le donne in Afghanistan, prima di tutto vogliono avere accesso ai diritti fondamentali: la salute, l’istruzione, i servizi minimi come l’acqua e l’igiene. Sono priorità di tutti gli esseri umani, ma per noi sono ancora difficili da ottenere.
Il suo centro lavora proprio per far accedere le donne a questi diritti fondamentali...
Il nostro principale obiettivo è promuovere lo sviluppo di donne e bambini. A partire dalla cosa più importante: l’istruzione.
Cosa fate di preciso?
Insegniamo alle donne l’inglese e l’informatica. Insegniamo agli uomini una mentalità più egualitaria. Fondiamo scuole basandoci sulle comunità locali e i loro bisogni. Lavoriamo con le autorità locali per sostenere progetti che permettano alle donne di essere economicamente indipendenti.
Oggi solo il 12% delle donne afghane sa leggere e scrivere. Qual è l’ostacolo maggiore alla diffusione dell’istruzione?
La sicurezza. Le persone hanno difficoltà a spostarsi, rischiano la vita, e anche i nostri centri sono spesso vittime di attacchi. Se devi preoccuparti di sopravvivere, l’istruzione non è una priorità.
Le donne sono le più esposte: almeno il 52% delle afghane ha subito violenze fisiche. Eppure molte non le denunciano neppure. Perché?
Non si sentono sicure. Come fai a denunciare che tuo marito ti picchia, se poi devi tornare casa sua? La nostra organizzazione è stata la prima a fondare i consultori e le case protette per le vittime. Spesso le donne denunciano le violenze dopo che sono venute in contatto con i nostri centri, perché sanno di avere un’alternativa. Ne ospitiamo circa 200: è un risultato importante, anche se purtroppo non è abbastanza.
In Afghanistan la metà delle donne in carcere sono accusate di adulterio o di essere fuggite di casa. Sono crimini?
Non per la legge. Ma purtroppo, ancora una volta a causa dell’ignoranza, in alcune zone “tribali” questi sono considerati crimini. Noi abbiamo iniziato a lavorare con la polizia dal 2007 per ovviare a questi problemi.
Cosa fate?
Abbiamo consulenti nelle caserme. Indirizzano le donne vittime di violenza o accusate di crimini inesistenti alle case protette, che le ricevono 24 ore su 24. Prima non c’erano posti sicuri per loro e la polizia per “proteggerle” dalle ritorsioni delle loro comunità le teneva in carcere.
Un altro problema sono i matrimoni forzati: il 70-80% del totale. E la metà delle spose hanno meno di 16 anni. Come si evita tutto ciò?
Con l’educazione. Gli afghani, uomini e donne, non sanno neppure che le cose possono essere diverse. Né hanno idea di quali sono i loro diritti di esseri umani.
Se gli Usa se ne vanno dal Paese, il vostro lavoro sarà pregiudicato?
Sì. Il nostro governo non è in grado di creare opportunità di pace e di sviluppo da solo. In più, come la società, è dominato dagli uomini: non ci aiuterebbe abbastanza.
Nel suo Paese molte attiviste per i diritti umani sono state uccise. Lei ha paura?
(Sospira). È una domanda difficile. Il mio lavoro può essere molto rischioso. Ma mi affido a Dio: credo in Dio. E poi ogni giorno che usciamo vivi da casa non sappiamo se torneremo vivi a casa - ma se sfuggiamo alle sfide che abbiamo davanti, la nostra vita non ha nessuna possibilità. Bisogna pensare al futuro, aprire la porta agli altri. Io poi non ce la faccio a stare ferma di fronte alle vittime: devo fare qualcosa.
Qual è il pregiudizio peggiore degli occidentali sull’Afghanistan?
Che siamo Al Qaeda. Quando me lo dicono mi viene voglia di piangere. Poi mi arrabbio. Osama Bin Laden non è afghano. Noi siamo un popolo pieno di umanità. Ma siamo stati violati dalla guerra importata dagli stranieri. Ora abbiamo bisogno di educazione per tornare quelli che eravamo: persone buone, generose, ospitali.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

mercoledì 6 ottobre 2010

"L'università si regge sul lavoro non pagato"




Il governo sta per varare il Ddl Gelmini, una riforma dell'università che stravolgerà la ricerca e la formazione. Ma quasi nessuno sembra preoccuparsene. Silvia Mari, ricercatrice dell'Università Bicocca di Milano, nell'intervista su City racconta la solitaria protesta dei ricercatori.

Silvia Mari è una dei ricercatori della Rete 29 aprile che in questi giorni stanno “bloccando” le università per protesta contro la Riforma Gelmini.

Perché siete entrati in sciopero?
Non siamo in sciopero.
Be’, vi rifiutate di tenere i corsi.
Appunto. I ricercatori, da contratto, fanno ricerca. E non dovrebbero occuparsi della didattica ‘frontale’, ma solo di quella ‘integrativa’. Significa fornire supporto ai professori associati od ordinari, per esempio tenendo le esercitazioni. Ma non essere titolari di corsi propri. Quindi noi non scioperiamo, ci limitiamo ad applicare le regole.
Quanti sono i corsi tenuti da ricercatori?
Il 40%: quasi la metà di tutti gli insegnamenti delle università. La possibilità di usare i ricercatori come docenti era stata introdotta nel 2002, in caso di necessità e solo con il loro consenso. Come vede ha preso un po’ la mano.
Quant’è lo stipendio di un ricercatore?
Appena entrato prende 1.300 euro al mese. Un ricercatore ‘confermato’, che ha superati i 3 anni di prova, ne prende circa 1.800.
E un professore ordinario quanto guadagna?
Lo stipendio di accesso è 3.500 euro al mese. Poi si va su su.
Circa il doppio... ma i corsi dei ricercatori vengono pagati extra?
Raramente. Oggi di fatto l’università si regge sulla nostra manodopera non pagata.
Voi allora chiedete un giusto riconoscimento economico per il vostro lavoro?
Noi siamo i più colpiti dalla Riforma Gelmini, che congela anche gli scatti di anzianità facendoci perdere - nell’arco di una carriera - 150mila euro. In più prevede che i ricercatori a tempo indeterminato spariscano: saranno sostituiti da quelli “a tempo”. Ma la nostra protesta vuole far capire a tutti che il ddl Gelmini è una tragedia per l’intera università: un disastro che soffocherà gli atenei.
Perché?
Tanto per cominciare, la ministra Mariastella Gelmini ha tagliato del 20% il Fondo di finanziamento ordinario, che serve a mantenere le università (dagli stipendi di tutto il personale alla manutenzione delle strutture). Quest’anno è già stato ridotto a 7,200 milioni di euro. Scenderà a 5.700. La Sapienza di Roma, la più grande università d’Europa, quest’anno non avrà i soldi per pagare gli stipendi...
La Sapienza fa parte degli atenei spreconi. E la ministra dice di voler ridurre gli sprechi.
È vero. La Bicocca di Milano, la mia università, fa parte invece degli atenei virtuosi, tanto che per “premio” ha ricevuto fondi in più. E ciononostante quest’anno ce la caviamo solo grazie ai nostri risparmi. Dagli anni prossimi avremo difficoltà a finanziare la gestione normale.
Quale sarà la conseguenza?
Gli atenei saranno costretti a ridurre l’offerta formativa e ad alzare a dismisura le tasse. Una spesa in più per gli studenti, a cui si aggiunge la cancellazione del “diritto allo studio”.
Intende le borse di studio?
Tutto: dagli alloggi gratuiti, alle riduzioni sulla mensa, agli sconti sulle tasse universitarie per gli studenti meritevoli e a basso reddito. Verranno sostituiti dai prestiti di onore, che gli universitari potranno chiedere per pagarsi gli studi. Al posto di ricevere servizi, avranno debiti con le banche...
Non è proprio lo stesso...
No. Il paradosso è che nel ddl il governo trova i soldi per le università private, anche quelle “telematiche”, e per finanziare i collegi universitari privati, che di solito sono religiosi.
Uno dei cavalli di battaglia della ministra sono anche i tagli al personale, che secondo lei è troppo.
Per ogni 5 pensionati, assumerà solo una persona. Ci sarà un ulteriore invecchiamento dell’università: e meno male che bisogna fare spazio ai giovani! Negli atenei europei c’è un professore ogni 15 studenti. In quelle italiane uno ogni 20 se si contano i ricercatori. Se si contano solo i professori, uno ogni 30-40 studenti. E questi sono i dati pre-riforma Gelmini.
Il ddl prevede anche una riforma della struttura delle università. Come?
È uno degli aspetti più pericolosi. Finora c’era il consiglio di amministrazione per la gestione ‘pratica’ degli atenei e il Senato accademico (in cui sono rappresentati professori, ricercatori e studenti) per le decisioni sulla ricerca. Era una garanzia di libertà, senza la quale non c’è conoscenza. La riforma mette tutto in mano al Consiglio di amministrazione, in cui non saranno più rappresentate le varie componenti. Ma in compenso entreranno figure esterne, nominate dall’alto.
Cioè?
Succederà come nelle Asl, dove le nomine dei dirigenti sono “politiche”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ma della riforma non salvate niente?
L’università italiana va migliorata. Ma le riforme non si possono fare a risparmio: necessitano investimenti. Quelli della Gelmini sono solo tagli mascherati.
Eppure a parole tutti dicono di voler investire nella conoscenza.
A parole: i famosi 300 milioni di euro per Alitalia sono stati presi dai fondi per la ricerca. Il paradosso è che le università italiane fanno comunque bene: siamo il 7° Paese al mondo per la produttività scientifica. Ma siamo l’ultimo dell’Occidente per gli investimenti. E questa riforma peggiora di molto le cose. I “cervelli” italiani saranno costretti ancora di più ad andare all’estero. E ci perderemo tutti.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

domenica 3 ottobre 2010

Il miracolo dei rifiuti? Una discarica nel parco




Francesco Paolo Oreste fa il poliziotto a Napoli. Ed è anche consigliere comunale di Boscoreale (con il Pd, che è all'opposizione). In questa intervista a City racconta il paradosso di una discarica pericolosissima, nel Parco naturale del Vesuvio.

Poliziotto e consigliere comunale di Boscoreale, Francesco Paolo Oreste è in prima fila nella lotta contro la discarica aperta dal governo nel Parco naturale del Vesuvio.

Il suo paese, Boscoreale, ha proclamato il lutto cittadino contro l’ampliamento della discarica nel Parco del Vesuvio. Ma secondo il sindaco di Terzigno il premier ha garantito che non si farà...

Conosce il detto napoletano “il gallo sulla monnezza”?
No, sarebbe?
Indica chi sta impettito a pavoneggiarsi, ma comunque sta nello schifo. Ecco, noi di parole ne abbiamo sentite tante e ormai giudichiamo solo dai fatti.
Quali parole?
Si ricorda l’inceneritore di Acerra vantato come la soluzione del caos rifiuti? È chiuso da due giorni e non ha mai funzionato a pieno regime. Il capo della protezione Civile Guido Bertolaso venne qui e ci assicurò che a Terzigno sarebbero finiti solo i rifiuti domestici. Invece sugli atti sta scritto che ci buttano anche rifiuti industriali altamente tossici. Qualche giorno fa hanno fermato un camion con residui radioattivi d’ospedale.
Ma la discarica di Terzigno è in un parco naturale, giusto?
Sì, in un’ex cava di pietra lavica che fu chiusa (facendo perdere il lavoro a un bel po’ di gente) perché deturpava il paesaggio del parco. Evidentemente secondo il governo la discarica è bella...
Come è possibile?
In nome dell’emergenza, il commissario può derogare, cioè ignorare le leggi che creerebbero ostacoli inutili. Questo va bene, ma una cosa è evitare i cavilli, un’altra è tradire lo spirito della legge che garantisce il diritto alla salute.
Nel sito in questione c’era già una discarica che fu chiusa anni fa.
Nel 1994 perché era fuori legge: uno di quei buchi in cui la camorra faceva sparire i rifiuti tossici. E infatti bisognerebbe chiedersi perché, quando si trattava di scegliere nuovi siti per lo smaltimento, Bertolaso ha sempre indicato quello...
Cosa intende dire?
Perché scegliere un luogo controllato dalla camorra? Di certo è che quelle cave, che prima non valevano niente, sono all’improvviso diventate preziosissime.
Per la protezione civile è un posto adatto.
Il governo aveva bisogno far sparire la monnezza in fretta, per dimostrare che aveva fatto il miracolo. Ne ha scelto uno comodo, non uno adatto.
Perché?
La cava è in un parco, a 200 metri da zone abitate, in area sismica. C’è una guaina che separa il percolato (il veleno prodotto dai rifiuti) dal terreno, perché non finisca nella falda acquifera. In teoria dura 20 anni (che già sono pochi), ma con il suolo in continuo movimento, quanto può tenere? E se piove e si riempie di acqua che succede?
Be’, per questo ci sono i controlli.
Sì, peccato che la discarica sia stata militarizzata, grazie alla procedura d’emergenza prevista dal decreto Bertolaso. E gli amministratori non possono entrarci. Non sappiamo davvero cosa succede: finora tutte le nostre richieste ufficiali di informazioni non sono state ascoltate.
Quando le avete fatte?
Le ultime questa estate, dopo che da otto mesi le nostre città erano invase da una puzza tremenda. Una sera è stata vista una nube sulla discarica, il giorno dopo il terreno ha tremato e nei pressi della cava abbiamo trovato crepe nei muri.
Cosa potrebbe essere?
I biogas emessi dalla spazzatura, che creano dei geyser. Non riescono a controllarli e sono pericolosi.
Tutto questo riguarda la discarica che c’è, ma il governo vorrebbe mettercene un’altra...
Sì, quattro volte più grande: la prevede il famoso decreto Bertolaso. Si immagina? Lì intorno ci sono i vigneti della Lacrima Christi. Le albicocche del Vesuvio già non si possono vendere come frutta da tavola. Solo per le conserve, ma così finiscono ovunque e la gente se le mangia senza saperlo. In questa zona negli ultimi anni i tumori al seno sono aumentati del 400%.
In qualche modo il problema rifiuti va risolto, no?
Noi vogliamo risolverlo: Boscoreale fa il 70% di raccolta differenziata. Paghiamo una tassa sui rifiuti più alta perché portiamo l’umido a smaltire in Sicilia dove poi lo rivendono. Ci becchiamo lavoro e spese in più, la discarica e anche i tumori...
La spazzatura che va in discarica di chi è?
Di Napoli e di altri comuni del napoletano. Il decreto dell’emergenza, oltre a riaprire il sito di Terzigno, prevedeva che venissero sciolti i Comuni che non facevano la differenziata. Però questa parte del decreto -chissà perché - non è mai stata applicata.
Nei vostri comuni ci sono state anche proteste violente. Lei le giustifica?
No. Sono due anni che chiediamo dialogo. Ma l’Italia si è accorta di noi solo quando dei facinorosi hanno bruciato i camion della monnezza. Eppure questo danneggia noi: legittima il pungo duro. Venerdì scorso qualcuno ha fatto manganellare i cittadini che stavano facendo un sit-in. La tv ha censurato quelle immagini. Io ho l’impressione che a molti non interessi risolvere i problemi.
Perché?
La differenziata conviene ai cittadini e all’ambiente. Ma c’è una classe dirigente che preferisce il caos, perché così, in nome dell’emergenza, gestisce potere e milioni di euro. Il risultato è che distruggono il territorio: dal punto di vista igienico- sanitario, economico e da quello del senso della democrazia.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

martedì 29 giugno 2010

Il razzismo comincia dalle parole "normali"

In Italia va di moda prendersela con il "politicamente corretto". Senza esserci mai passati, però. Intanto politici, giornalisti e quant'altri continuano a usare parole che escludono.

Giuseppe Faso, grandissimo osservatore del razzismo quotidiano, le ha riunite nel Lessico del razzismo democratico, ri-pubblicato quest'anno per Derive Approdi.

In questa intervista uscita su City spiega perché il razzismo si nasconde anche in termini apparentemente neutri, come "degrado" o "disperati". Cliccate sul testo per ingrandirlo.

Errata corrige: Ho fatto un errore nell'intervista: ho attribuito a Tacito una frase di Tucidide. Ovviamente Giuseppe Faso l'aveva citata correttamente, la confusione è tutta mia...


mercoledì 23 giugno 2010

I giocattoli sono una cosa seria

Vincenzo Capuano è un collezionista e uno studioso di giocattoli antichi. In questa intervista su City spiega quanto i giocattoli ci dicono di noi e degli adulti che diventeranno i bambini che li usano. Cliccate sul testo per ingrandirlo.


lunedì 7 giugno 2010

Le immigrate che non si accontentano

Renée Etogo ha 34 anni e svariati titoli di studio. Lavora a Milano nel marketing di Extrabanca. Ed è stata selezionata tra i 25 studenti eccellenti di Talea, la scuola di leadership per gli immigrati di seconda generazione.

Fa parte della "marea" di immigrati molto diversa da quell'immagine che la politica ci vende, con tutti gli stereotipi sui disperati, i poveracci, i delinquenti.

E nell'intervista a City spiega quanto è importante iniziare a pensare e pensarsi diversamente affinché questo Paese sia un po' più civile. Cliccate sul testo per ingrandirlo.


mercoledì 26 maggio 2010

Famiglie gay, istruzioni per l'uso

Marta Levi è assessore (o assessora) per le Pari opportunità a Torino, ha patrocinato “Il libro di Tommy” che spiega alle scuole come accogliere i figli di genitori gay o lesbiche. Scritto dall'assistente sociale Maria Tina Scarano e dalla psicologa Giuliana Beppato è un “manuale educativo su scuola e omogenitorialità” diretto alle insegnanti della scuola per l’infanzia.

Nei giorni in cui il Comune di Udine vota contro la campagna anti-omofobia (ma come si fa a criticare la lotta alle discriminazioni?) fa piacere vedere un'amministrazione che punta sulla scuola per eliminare i pregiudizi. Cliccate sul testo per ingrandirlo.

Se il tema vi interessa, c'è anche la mia intervista a Giuseppina La Delfa delle Famiglie Arcobaleno, che racconta la sua esperienza di co-mamma lesbica.


mercoledì 19 maggio 2010

Ci vuole un villaggio per fare un pedofilo

Si è molto parlato di pedofilia, negli ultimi mesi, a causa dei casi che hanno coinvolto la Chiesa cattolica. Però se ne è parlato male: senza cercare di capire davvero come si può evitare che individui pericolosi possano nuocere. O come aiutare davvero le vittime.

Patricia Zanco, un'attrice di teatro sociale, porta in scena uno spettacolo che racconta la storia vera di Trichiano, in provincia di Belluno, dopo un maestro ha moltestato bambine per 30 anni, grazie al silenzio di chi sapeva o sospettava.

Nell'intervista a City spiega che lo spettacolo è nato dal lavoro dell'associazione Dafne, fondata dai familiari delle vittime. Son temi di cui dobbiamo imparare a discutere bene: il rischio è non fare niente. Oppure farsi prendere dalla paranoia e vedere molestatori dappertutto, che è il rovescio della medaglia. Così si rischia, come è successo, di mandare in carcere maestre innocenti per niente. Anche il caso di Rignano Flaminio sembra essere uno di questi.


lunedì 10 maggio 2010

Diversity management, lavoro a misura di dipendente

Paolo Arnaldi è il responsabile del personale in tutta l'Europa occidentale per Citigroup, la grande banca multinazionale. Citi, insieme a Johnson & Johnson è stata una delle prime aziende ad aderire al progetto di Ivan Scalfarotto, Parks, un'associazione che aiuta le imprese a rendere il luogo di lavoro più gay friendly. Ovvero a evitare un aspetto delle tante discriminazioni che ancora ci sono nel mondo del lavoro (italiano). Cliccate sul testo per ingrandirlo.