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domenica 20 novembre 2011

Le nuove generazioni non avranno pensione

La mia intervista su City a Walter Passerini, uscita il 18 novembre 2011
Giornalista, Walter Passerini ha scritto con Ignazio Marino “Senza Pensioni” (Chiarelettere), libro denuncia sulla bomba previdenziale.
Cos’è la bomba previdenziale di cui parlate nel libro?

Il fatto che le future generazioni avranno una pensione tra il 30 e il 45% del loro ultimo reddito. Cioè tra 300 e 500 euro: quasi niente.
Il mese scorso l’Inps ha pubblicato uno studio che lo nega: sostiene che avranno una pensione pari al 70% dello stipendio, se dipendenti, o al 57% se parasubordinati.
Non è uno studio dell’Inps.
E di chi è?
Di Stefano Patriarca, un consulente dell’Inps. Che però non le ha fatte proprie. Sono delle elaborazioni pittoresche e fantasiose, perché assegnano ai precari una continuità di lavoro che essi non hanno.
Cosa intende?
Chi ha fatto le stime tratta i precari come se fossero operai della Fiat, non sa cosa vuol dire essere precari. E cioè avere lunghi periodi di inattività tra un contratto e l’altro.
Quando non si lavora, non si versano neppure i contributi per la pensione, giusto?
Esatto. Un precario fa fatica a raggiungere 40 anni di contributi. Di solito inizia a lavorare stabilmente dopo i 30 anni, ha delle pause, stage, periodi di malattia non pagati. La sua vita lavorativa è costellata di vuoti. Che gli impediranno di avere una pensione superiore al 30% dell’ultimo stipendio.
È pochissimo: chi è già in pensione da qualche anno prende l’80%. Chi ci va oggi circa il 70%: perché questa differenza?
Dal 1° gennaio 1996 il mondo della previdenza è cambiato: dal metodo “retributivo” (la pensione calcolata sulla base dell’ultimo reddito) si è passati a quello contributivo. Che fa dipendere l’assegno dai contributi effettivamente versati.
Ma quindi i venti-trentenni cosa possono fare?
Affidarsi al cosiddetto “secondo pilastro”, cioè la previdenza integrativa: i fondi pensione a cui si aderisce volontariamente versando una piccola percentuale dello stipendio.
Nei fondi pensioni oggi si può versare anche la liquidazione. Ma sono davvero affidabili? Non c’è il rischio che si perdano i soldi?
Parlo di fondi complementari chiusi, non fondi di investimento aperti e non investimenti azionari a rischio. I fondi chiusi operano sul mercato, ma secondo una linea di equilibrio e prudenza. Li hanno alcune categorie, come i giornalisti, i metalmeccanici, i chimici. Vi aderiscono in tutto poco più di cinque milioni di lavoratori il 23% del totale.
Perché così pochi?
In parte per il timore che siano rischiosi. In parte perché la riforma delle pensioni con il metodo contributivo è stata fatta solo a a metà: non sono stati istituiti fondi di categoria per tutti. Né gli incentivi fiscali per chi aderisce ai fondi chiusi.
I fondi integrativi obbligano a sottrarre soldi agli stipendi. Che per i giovani oggi non sono altissimi.
In effetti i giovani sono i più penalizzati. Spesso lavorano da dipendenti ma con contratti di collaborazione: fanno straordinari non pagati, sono licenziabili di fatto, non hanno malattia pagata. Eppure sono loro, insieme agli stranieri, che tengono in piedi i conti dell’Inps.
Perché?
Versano i contributi ma non ritirano le pensioni. E quindi pagano quelle di chi prende l’assegno retributivo, molto più alto rispetto ai contributi effettivamente versati.
Ecco, per loro cosa si può fare?
Prima di tutto far entrare ancora più persone, soprattutto donne e giovani, nel mondo del lavoro, in modo che versino contributi. Poi bisogna far ripartire l’economia: oggi le pensioni costano all’Italia il 14% del Pil, il doppio che nel resto d’Europa. Ma non si può tagliare ancora sulla previdenza: l’unico modo per abbassare il “peso” delle pensioni è aumentare il Pil.
Abbiamo anche un problema di evasione?
Enorme: ogni anno in Italia vengono evasi 270 miliardi di euro di contributi. Troppi datori di lavoro non li pagano o li pagano solo in parte. Ci sono aziende che per l’Inps non esistono.
Come è possibile?
Manca un sistema di controllo e gli ispettori sono pochi.
L’ex premier Silvio Berlusconi aveva promesso all’Ue di alzare a 67 anni entro il 2026 l’età della pensione. Lo faremo?
Lo aveva già fatto il suo governo, prima della lettera! A 67 anni si arriverà già nel 2021.
Lei è d’accordo?
Credo che il sistema migliore sia la cosiddetta forchetta: andare in pensione tra i 62 e i 68 anni con un sistema di incentivi e disincentivi. Chi va prima prende meno, chi va dopo prende di più. Ne beneficerebbe anche il sistema: lasciare il lavoro dopo significa pagare contributi più a lungo e stare meno tempo a carico dell’Inps.
La nuova ministra agli Affari sociali, Elsa Fornero, è un’esperta di previdenza. Cosa cambierà con lei?
È una studiosa molto preparata, che sicuramente cercherà di rendere il sistema più equo. Ma deve sapere che non è possibile fare una riforma delle pensioni senza una riforma del mercato del lavoro che aiuti giovani e precari.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it