Il governo sta per varare il Ddl Gelmini, una riforma dell'università che stravolgerà la ricerca e la formazione. Ma quasi nessuno sembra preoccuparsene. Silvia Mari, ricercatrice dell'Università Bicocca di Milano, nell'intervista su City racconta la solitaria protesta dei ricercatori.
Silvia Mari è una dei ricercatori della Rete 29 aprile che in questi giorni stanno “bloccando” le università per protesta contro la Riforma Gelmini.
Perché siete entrati in sciopero?
Non siamo in sciopero.
Be’, vi rifiutate di tenere i corsi.
Appunto. I ricercatori, da contratto, fanno ricerca. E non dovrebbero occuparsi della didattica ‘frontale’, ma solo di quella ‘integrativa’. Significa fornire supporto ai professori associati od ordinari, per esempio tenendo le esercitazioni. Ma non essere titolari di corsi propri. Quindi noi non scioperiamo, ci limitiamo ad applicare le regole.
Quanti sono i corsi tenuti da ricercatori?
Il 40%: quasi la metà di tutti gli insegnamenti delle università. La possibilità di usare i ricercatori come docenti era stata introdotta nel 2002, in caso di necessità e solo con il loro consenso. Come vede ha preso un po’ la mano.
Quant’è lo stipendio di un ricercatore?
Appena entrato prende 1.300 euro al mese. Un ricercatore ‘confermato’, che ha superati i 3 anni di prova, ne prende circa 1.800.
E un professore ordinario quanto guadagna?
Lo stipendio di accesso è 3.500 euro al mese. Poi si va su su.
Circa il doppio... ma i corsi dei ricercatori vengono pagati extra?
Raramente. Oggi di fatto l’università si regge sulla nostra manodopera non pagata.
Voi allora chiedete un giusto riconoscimento economico per il vostro lavoro?
Noi siamo i più colpiti dalla Riforma Gelmini, che congela anche gli scatti di anzianità facendoci perdere - nell’arco di una carriera - 150mila euro. In più prevede che i ricercatori a tempo indeterminato spariscano: saranno sostituiti da quelli “a tempo”. Ma la nostra protesta vuole far capire a tutti che il ddl Gelmini è una tragedia per l’intera università: un disastro che soffocherà gli atenei.
Perché?
Tanto per cominciare, la ministra Mariastella Gelmini ha tagliato del 20% il Fondo di finanziamento ordinario, che serve a mantenere le università (dagli stipendi di tutto il personale alla manutenzione delle strutture). Quest’anno è già stato ridotto a 7,200 milioni di euro. Scenderà a 5.700. La Sapienza di Roma, la più grande università d’Europa, quest’anno non avrà i soldi per pagare gli stipendi...
La Sapienza fa parte degli atenei spreconi. E la ministra dice di voler ridurre gli sprechi.
È vero. La Bicocca di Milano, la mia università, fa parte invece degli atenei virtuosi, tanto che per “premio” ha ricevuto fondi in più. E ciononostante quest’anno ce la caviamo solo grazie ai nostri risparmi. Dagli anni prossimi avremo difficoltà a finanziare la gestione normale.
Quale sarà la conseguenza?
Gli atenei saranno costretti a ridurre l’offerta formativa e ad alzare a dismisura le tasse. Una spesa in più per gli studenti, a cui si aggiunge la cancellazione del “diritto allo studio”.
Intende le borse di studio?
Tutto: dagli alloggi gratuiti, alle riduzioni sulla mensa, agli sconti sulle tasse universitarie per gli studenti meritevoli e a basso reddito. Verranno sostituiti dai prestiti di onore, che gli universitari potranno chiedere per pagarsi gli studi. Al posto di ricevere servizi, avranno debiti con le banche...
Non è proprio lo stesso...
No. Il paradosso è che nel ddl il governo trova i soldi per le università private, anche quelle “telematiche”, e per finanziare i collegi universitari privati, che di solito sono religiosi.
Uno dei cavalli di battaglia della ministra sono anche i tagli al personale, che secondo lei è troppo.
Per ogni 5 pensionati, assumerà solo una persona. Ci sarà un ulteriore invecchiamento dell’università: e meno male che bisogna fare spazio ai giovani! Negli atenei europei c’è un professore ogni 15 studenti. In quelle italiane uno ogni 20 se si contano i ricercatori. Se si contano solo i professori, uno ogni 30-40 studenti. E questi sono i dati pre-riforma Gelmini.
Il ddl prevede anche una riforma della struttura delle università. Come?
È uno degli aspetti più pericolosi. Finora c’era il consiglio di amministrazione per la gestione ‘pratica’ degli atenei e il Senato accademico (in cui sono rappresentati professori, ricercatori e studenti) per le decisioni sulla ricerca. Era una garanzia di libertà, senza la quale non c’è conoscenza. La riforma mette tutto in mano al Consiglio di amministrazione, in cui non saranno più rappresentate le varie componenti. Ma in compenso entreranno figure esterne, nominate dall’alto.
Cioè?
Succederà come nelle Asl, dove le nomine dei dirigenti sono “politiche”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ma della riforma non salvate niente?
L’università italiana va migliorata. Ma le riforme non si possono fare a risparmio: necessitano investimenti. Quelli della Gelmini sono solo tagli mascherati.
Eppure a parole tutti dicono di voler investire nella conoscenza.
A parole: i famosi 300 milioni di euro per Alitalia sono stati presi dai fondi per la ricerca. Il paradosso è che le università italiane fanno comunque bene: siamo il 7° Paese al mondo per la produttività scientifica. Ma siamo l’ultimo dell’Occidente per gli investimenti. E questa riforma peggiora di molto le cose. I “cervelli” italiani saranno costretti ancora di più ad andare all’estero. E ci perderemo tutti.Elena Tebanoelena.tebano [chiocciola] rcs.it
