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mercoledì 9 marzo 2011

Un passo concreto per le donne: le quote nei cda



Per la prima volta, l'Italia potrebbe introdurre il meccanismo delle quote per combattere lòa discriminaizone delle donne sul lavoro: solo per i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa o a partecipazione pubblica, ma è pur sempre un inizio. La legge potrebbe esser approvata al Senato in questi giorni, per poi tornare alla Camera. le quote non sono la perfezione, ma un buono strumento pragmatico. Il senso lo spiega Alessia Mosca (che ha co-firmato la proposta di legge) in questa intervista a City.







Sulle donne basta parole, ora facciamo qualcosa

Deputata del Pd, Alessia Mosca ha scritto con una collega del Pdl la proposta di legge per aumentare la presenza delle donne ai vertici delle aziende.

Le vostre non sono proprio quote “rosa”...
Vogliamo che nei consigli di amministrazione sia riservato il 30% dei posti al genere meno rappresentato. Si tratti di uomini o donne. La regola varrà solo per le aziende quotate in borsa o a partecipazione pubblica (come le “municipalizzate”),
Vero è che, quasi sempre, sono le donne ad essere in minoranza nei vertici delle aziende.
Oggi nei consigli di amministrazione (i “cda”) delle società quotate le donne sono solo il 7% dei consiglieri. In quelle municipalizzate meno del 2%.
La vostra proposta di legge è “bipartisan”, è stata votata dalla Camera, oggi tocca al Senato: non dovrebbe essere difficile approvarla...
Sì, è co-firmata da me e Lella Golfo del Pdl. Ma se c’è sostegno trasversale, c’è anche ostilità trasversale. Confindustria ha sollevato obiezioni che il governo ha fatto proprie. Abbiamo cercato un compromesso.
Compromesso? Cioè?
Nella nostra proposta la quota riservata sarebbe stata del 30%, da subito e per tre mandati dei cda, cioè i prossimi nove anni. Pena lo scioglimento del consiglio di amministrazione. Confindustria e governo volevano che le soglie fossero graduali e la sanzione solo pecuniaria. Alla fine abbiamo trovato un accordo: al primo mandato dei cda la soglia sarà del 20%, dal secondo mandato, cioè dal 2015, salirà al 30%.
In ogni caso le quote sono temporanee?
Le quote sono pensate come uno strumento provvisorio: servono a sbloccare un circolo vizioso. Le aziende oggi sono guidate da uomini, che tendono a scegliere altri uomini. Noi vogliamo interrompere questo automatismo per un periodo di tempo sufficiente a creare un nuovo equilibrio.
E dopo?
Tolto il tappo e dopo 9 anni, se le donne saranno all’altezza non avranno bisogno di un’imposizione normativa.
Spesso si dice che se le donne non sono ai livelli alti dell’economia è perché non lo vogliono.
Varie ricerche hanno dimostrato che le donne vorrebbero fare di più di quello che fanno, ma non possono. Vorrebbero avere più figli e vorrebbero poter lavorare anche avendo figli. Ma, in assenza di servizi di assistenza pubblici, le donne devono sottrarre tempo al lavoro per curare i figli. O spendere tutto lo stipendio in baby sitter.
Per questo molte rinunciano a investire sul lavoro?
Spesso è una scelta “forzata”: il divario salariale e di carriera tra uomini e donne è ancora molto alto. E quindi, se qualcuno deve rinunciare al lavoro, rinuncia chi guadagna meno o ha meno prospettive di avanzare.
Le quote sono una questione di equità?
Non solo: una serie di studi ha valutato i profitti delle aziende in base alla composizione dei consigli di amministrazione. Si è visto che più sono differenziati e più alta è la presenza di donne, più migliorano i risultati delle imprese. La cosa interessante è che la regola vale solo se le donne sono scelte per le loro competenze e non per legami familiari, perché “figlie” o “mogli di”.
Sta alle singole aziende scegliere bene?
Certo: le donne qualificate non mancano. In più questa legge è un grande incentivo. Uno dei problemi del nostro Paese è il rinnovamento della classe dirigente. Se costringiamo le aziende a mettere ai loro vertici il 30% di persone nuove (le donne, che al momento sono fuori) si genera indirettamente un cambio della classe dirigente. Forse è questo che fa davvero paura.
Non si tratta di maschilismo?
Sicuramente c’è un maschilismo diffuso. Ma fa anche molta paura l’idea di dover cedere le leve del comando: chi è già nei luoghi dei poteri si oppone per conservarlo.
In effetti a parole tutti vogliono fare qualcosa per le donne, ma poi quando si tratta di prendere decisioni concrete, le cose cambiano.
Noi abbiamo iniziato da questa legge che tocca una parte molto piccola dell’economia per metterci in linea con i Paesi europei. Ma anche perché pensiamo che a cascata possa influenzare le altre aziende, che abbia un valore simbolico più forte di quello “numerico”.
Lei per la media dei politici italiani è molto giovane, 35 anni, e molto colta (ha un dottorato). Cosa ne pensa del “velinismo” in politica?
Si discute molto delle donne, ma il punto è che il discorso vale anche per gli uomini: ce ne sono troppi incompetenti, che hanno ruoli politici e istituzionali senza averne i meriti, ma solo perché messi lì da qualcuno. È ora di cambiare.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

domenica 29 novembre 2009

Anne Maass: "Un antitrust della politica contro i troppi uomini in parlamento"

La psicologa sociale Anne Maass, insieme alle colleghe Chiara Volpato e Angelica Mucchi Faina, ha proposto di adottare un limite alla presenza degli uomini in politica: oggi in Italia sono l'80% dei parlamentari, la totalità dei primi ministri dalla prima Guerra Mondiale, la (quasi) totalità dei ministri pesanti (Interno, Difesa, Esteri, Economia, Finanza).

Oltretutto le ricerche dimostrano che quando in parlamento ci sono troppi uopmini, si legifera meno sulle questioni sociali e dei servizi alle persone, che invece a parole tutti considerano centrali di questi tempi. Ecco l'intervista su City ad Anne Maass. Cliccate sul testo per ingrandirlo.


venerdì 25 settembre 2009

Della Carfagna non s'ha da parlare



"Io non posso avere il problema del ministro Carfagna. Non posso avere il problema di una persona che tre anni prima di entrare in politica era a Piazza Grande a fare la showgirl",

Filippo Facci, giornalista di Libero, 25 settembre 2009



"Garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria",

Mara Carfagna, minista per le Pari opportunità, 25 settembre 2009



Ieri sera ad Annozero il giornalista Filippo Facci ha raccontato di essersene andato via da Il Giornale in polemica col neo-direttore Vittorio Fetri e schifato dalla censura preventiva su Mara Carfagna. Facci ha spiegato che l'unica censura l'ha avuta sulla ministra delle Pari opportunità: su di lei non poteva scrivere. Non si poteva criticare. Il passaggio in questione è dal minuto 1 e 20 secondi del video sopra. Guardatelo.

Sempre ieri, per una strana coincidenza, la ministra ex showgirl ha avuto modo di pronunciarsi pubblicamente su una questione che riguarda il suo ministero: l'annullamento per mancanza di donne della giunta provinciale di Taranto. La giunta è di centrosinistra, tanto per non risparmiare a Pd e compagnia la solita brutta figura.

Lo Statuto della provincia di Taranto infatti recita, all'articolo 48, che "il presidente della Provincia nomina i componenti della Giunta, tra cui un Vice Presidente, secondo le modalità previste per legge e nel rispetto del principio delle pari opportunità, ai sensi dell’art. 27 della legge n. 81 del 25.3.1993, sì da assicurare la presenza nella Giunta di entrambi i sessi". Siccome di donne in giunta non ce n'erano, il Tar ha accettato un ricorso che chiedeva di scioglierla.

Ecco come ha commentato la vicenda la Carfagna: "Un buon amministratore, un politico attento, dovrebbe mostrare sensibilità nei confronti delle donne e garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria. Se questa sensibilità viene a mancare, come nel caso della Provincia di Taranto, ben venga un intervento del Tar a rimettere le cose a posto".

Peccato che lo statuto, dicendo che la giunta deve avere anche componenti donna, stabilisce proprio che ci sia un obbligo di presenza di donne, quindi una sorta di quote rosa. La ministra non se ne è accorta perché l'articolo 48 non quantifica la quota in questione, cioè è non dice se deve essere dell'1% o del 99%. Però, appunto, dice che almeno una minima quota di donne deve esserci.

Ecco il pezzo su City: cliccate sull'immagine qua sotto per ingrandirla.