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mercoledì 17 novembre 2010

"Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti"


Mary Akrami ha 34 anni è un grande coraggio: ogni giorno lotta perché alle donne dell'Afghanistan, il suo Paese, vengano riconosciuti i diritti umani fondamentali. Venerdì sarà a Milano per parlare alla conferenza mondiale di Science for Peace. Nell'intervista a City racconta del suo lavoro e dei pregiudizi dell'occidente sulle donne come lei (cliccate sulle immagini per ingrandirle).

Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti

Mary Akrami è un'attivista per i diritti umani, lotta per l’istruzione delle donne afghane. E ha fondato le prime case protette per quelle vittime di violenza.
Come è cambiata la vita delle donne afghane dopo la caduta dei talebani?
È migliorata tantissimo. Ora le donne possono andare a scuola, hanno una migliore tutela della salute. Finalmente ci sono centri di aiuto per quelle vittime di violenza. E si è sviluppato un movimento che cerca di far riconoscere i diritti umani anche a loro. Eppure rispetto alla situazione pre-talebani, siamo messe peggio.
Cioè?
La nostra cultura riservava alle donne un ruolo molto migliore. Ma abbiamo avuto l’impatto negativo di decenni di guerra, a cominciare da quella contro i sovietici. Le persone sono state violate.
Violate?
Siamo cresciuti, io compresa, assistendo a violenze di ogni tipo: sparatorie, bombardamenti, uccisioni. Non potevamo avere nessun tipo di aspettativa, se non sopravvivere. Come facevamo a pensare nel modo giusto? A sapere che esistono i diritti umani?
In Europa molti pensano che le discriminazioni delle afghane siano conseguenza delle religione islamica. Sta dicendo che non è così?
L’Islam è stata la prima religione a riconoscere diritti alle donne. Ma purtroppo, a causa dell’ignoranza, le persone non sanno qual è il vero Islam.
Quando gli occidentali pensano ai diritti delle donne in Afghanistan, pensano al burqa. Per voi è quella la priorità?
No! Le donne in Afghanistan, prima di tutto vogliono avere accesso ai diritti fondamentali: la salute, l’istruzione, i servizi minimi come l’acqua e l’igiene. Sono priorità di tutti gli esseri umani, ma per noi sono ancora difficili da ottenere.
Il suo centro lavora proprio per far accedere le donne a questi diritti fondamentali...
Il nostro principale obiettivo è promuovere lo sviluppo di donne e bambini. A partire dalla cosa più importante: l’istruzione.
Cosa fate di preciso?
Insegniamo alle donne l’inglese e l’informatica. Insegniamo agli uomini una mentalità più egualitaria. Fondiamo scuole basandoci sulle comunità locali e i loro bisogni. Lavoriamo con le autorità locali per sostenere progetti che permettano alle donne di essere economicamente indipendenti.
Oggi solo il 12% delle donne afghane sa leggere e scrivere. Qual è l’ostacolo maggiore alla diffusione dell’istruzione?
La sicurezza. Le persone hanno difficoltà a spostarsi, rischiano la vita, e anche i nostri centri sono spesso vittime di attacchi. Se devi preoccuparti di sopravvivere, l’istruzione non è una priorità.
Le donne sono le più esposte: almeno il 52% delle afghane ha subito violenze fisiche. Eppure molte non le denunciano neppure. Perché?
Non si sentono sicure. Come fai a denunciare che tuo marito ti picchia, se poi devi tornare casa sua? La nostra organizzazione è stata la prima a fondare i consultori e le case protette per le vittime. Spesso le donne denunciano le violenze dopo che sono venute in contatto con i nostri centri, perché sanno di avere un’alternativa. Ne ospitiamo circa 200: è un risultato importante, anche se purtroppo non è abbastanza.
In Afghanistan la metà delle donne in carcere sono accusate di adulterio o di essere fuggite di casa. Sono crimini?
Non per la legge. Ma purtroppo, ancora una volta a causa dell’ignoranza, in alcune zone “tribali” questi sono considerati crimini. Noi abbiamo iniziato a lavorare con la polizia dal 2007 per ovviare a questi problemi.
Cosa fate?
Abbiamo consulenti nelle caserme. Indirizzano le donne vittime di violenza o accusate di crimini inesistenti alle case protette, che le ricevono 24 ore su 24. Prima non c’erano posti sicuri per loro e la polizia per “proteggerle” dalle ritorsioni delle loro comunità le teneva in carcere.
Un altro problema sono i matrimoni forzati: il 70-80% del totale. E la metà delle spose hanno meno di 16 anni. Come si evita tutto ciò?
Con l’educazione. Gli afghani, uomini e donne, non sanno neppure che le cose possono essere diverse. Né hanno idea di quali sono i loro diritti di esseri umani.
Se gli Usa se ne vanno dal Paese, il vostro lavoro sarà pregiudicato?
Sì. Il nostro governo non è in grado di creare opportunità di pace e di sviluppo da solo. In più, come la società, è dominato dagli uomini: non ci aiuterebbe abbastanza.
Nel suo Paese molte attiviste per i diritti umani sono state uccise. Lei ha paura?
(Sospira). È una domanda difficile. Il mio lavoro può essere molto rischioso. Ma mi affido a Dio: credo in Dio. E poi ogni giorno che usciamo vivi da casa non sappiamo se torneremo vivi a casa - ma se sfuggiamo alle sfide che abbiamo davanti, la nostra vita non ha nessuna possibilità. Bisogna pensare al futuro, aprire la porta agli altri. Io poi non ce la faccio a stare ferma di fronte alle vittime: devo fare qualcosa.
Qual è il pregiudizio peggiore degli occidentali sull’Afghanistan?
Che siamo Al Qaeda. Quando me lo dicono mi viene voglia di piangere. Poi mi arrabbio. Osama Bin Laden non è afghano. Noi siamo un popolo pieno di umanità. Ma siamo stati violati dalla guerra importata dagli stranieri. Ora abbiamo bisogno di educazione per tornare quelli che eravamo: persone buone, generose, ospitali.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it