domenica 6 febbraio 2011

Manuale d'istruzioni per dittatori




I fatti li sapete. E se non li sapete, ve li riassumo con la parole (perfette) di Michele Brambilla sulla Stampa:

L’altro ieri (giovedì, ndr.) alla Commissione bicamerale è stato respinto un «pezzo» del federalismo; il governo ha cercato di farlo passare ugualmente con un decreto, che ieri il Presidente della Repubblica ha però dichiarato irricevibile, chiarendo che una cosa del genere deve passare dal Parlamento. E infatti si tornerà a discuterne alle Camere. Ulteriore chiarimento per i non addetti ai lavori: una riforma passata alla Bicamerale avrebbe avuto il marchio di un riforma condivisa; una che invece passa alle Camere con un voto di maggioranza ha quello della riforma di parte.


Il ministro dell'Interno Roberto Maroni aveva detto che, se il decreto in questione non fosse passato, la Lega avrebbe chiesto le elezioni subito. E quindi il governo doveva salvare la faccia (e anche il culo): da lì un decreto d'emergenza, che però violava tutte le procedure.

La violazione era talmente smaccata, che la ammette anche Il Giornale della famiglia Berlsconi (ovvero, come si dice in marketinghese, l'House Organ del premier):

"Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. [...] In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop".


Così il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, con tutta tranquillità riduce la divisione dei poteri (caposaldo della democrazia) a questione di forma, addirittura "burocratica". Ma siamo sempre all'allusione: la vera bordata arriva dopo:

Più probabilmente, [Bossi e Berlusconi] sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere ­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri , dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.


A me sono queste cose che fanno davvero paura. Un giornalista, un direttore di giornale, non ha più nessun pudore a scagliarsi contro la divisione dei poteri. Cioè, appunto, la democrazia. E rivendica che, in nome del fatto che è stato eletto, un capo del governo possa fare tutto. Anche Adolf Hitler è stato eletto, e ha usato quel consenso per diventare il più sanguinario dittatore della storia. Come ha fatto? Ha scardinato mano mano tutte le garanzie democratiche. Tipo, appunto, la divisione dei poteri.

Berlusconi passa, ma restano quelli che - per sostenere il suo governo - affossano la base della democrazia. Sono loro che mi fanno davvero paura.

Ecco l'editoriale di Sallusti sul Giornale


L'EDITORIALE "La fatica di governare"
di Alessandro Sallusti

Governare è impresa disperata a meno che non si voglia sottostare agli organi di altri poteri, dal capo dello Stato ai magistrati, dai sindacati ai mezzi di informazione

Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. L’opposizione esulta, felice di avere ri­tardato di qualche setti­mana (tanto ci vorrà per rimediare)l’entrata in vi­gore di una riforma che modernizza l’Italia e aiu­ta la gente a vivere me­glio e un po’ meno tassa­ta.

In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop. Più probabilmente, sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri, dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.

Poteri che hanno un filo rosso comune: essere ex, neo o post comuni­sti. Cioè parte di una sini­stra che non accetta la prima regola di una de­mocrazia: per cinque an­ni è legittimato a gover­nare chi vince le elezio­ni. Questo proprio non gli entra in testa, voglio­no comandare anche quando perdono e per farlo sono disposti a tut­to, compreso il fatto che leggi e forme devono es­sere piegate sempre e so­lo a loro vantaggio.

Se di regole e rispetto delle istituzioni parlia­mo, perché nessuno di questi signori pone il problema che il presi­dente della Camera non può usare il potere e i mezzi in dotazione alla carica per fare cadere il primo ministro? Perché non porre il problema che se uno passa all’op­posizione deve lasciare libero il posto nelle com­missioni parlamentari che occupava in quanto maggioranza? Perché la legge viene applicata con violenza contro i giornalisti che rivelano segreti d’ufficio solo se questi sono del Giornale mentre quelli di Repub­blica sono liberi di fare di tutto impunemente? L’elenco dei «perché» sarebbe lungo chilome­tri.

Ma si può riassumer­li in uno: perché Berlu­sconi e Bossi non avreb­bero il diritto di governa­re? La risposta è una so­la: hanno il consenso della gente, e si sa, per la sinistra, insegna la sto­ria, la gente è pericolo­sa. Se poi chiede più fe­deralismo e meno tasse, cioè più libertà, è addirit­tura da internare. Cosa già successa in Paesi tan­to cari soltanto qualche anno fa a chi oggi ci vuo­le insegnare la democra­zia e le sue regole.

martedì 1 febbraio 2011

L'occidente ha paura della democrazia araba



Le rivolte in Tunisia ed Egitto sono state ribattezzate "la prima rivoluzione araba", la prima per la democrazia. Eppure Usa ed Europa, che a parole "esportano" democrazia, nei fatti preferirebbero che tutto restasse com'era. Il perché lo spiega l'intellettuale marocchina Rita El Khayat, in questa intervista a City.

L’Occidente ha paura della democrazia araba

Etnopsichiatra marocchina, Rita El Khayat è stata candidata al premio Nobel per la Pace. È impegnata nella lotta per la democrazia nel Mondo Arabo.


Molti italiani hanno scoperto che Tunisia ed Egitto erano dittature solo dopo le proteste di questi giorni. Finora Hosni Mubarak era il “presidente egiziano”, non un “dittatore”. Com’è possibile professoressa El Khayat?
È incredibile, visto che gente come Mubarak o il tunisino Ben Alì è stata al potere 20 o 30 anni. Sarebbe impensabile in Francia o Germania. Invece con i Paesi Arabi si è fatto finta di niente perché Stati Uniti, Israele ed Europa avevano l’interesse a sostenere le dittature dei Paesi Arabi.
Interesse? Perché?
L’Egitto è stato il primo Paese Arabo a riconoscere Israele. In cambio della tranquillità ai confini, gli israeliani e i loro alleati hanno chiuso un occhio sulla dittatura egiziana. Ma come è possibile che Israele, che si definisce un Paese democratico, abbia così tanti legami con una dittatura come l’Egitto?
Nei giorni scorsi, in effetti, Israele ha continuato a chiedere di sostenere Mubarak.
Esatto. E finora anche il patto tra Usa, Europa e dittatori arabi è stato: voi tenete tutto il potere nei vostri Paesi, in cambio ci fate avere petrolio, gas, materie prime a buon prezzo. Pensi agli accordi dell’Italia con la Libia. Pensi all’Algeria: la gente muore di fame e i milioni di dollari guadagnati col petrolio stanno nelle banche occidentali.
Ma secondo lei, quindi Usa ed Europa, in un certo senso, hanno paura dell’avvento della democrazia nei Paesi Arabi?
Con la democrazia sarebbero molto meno controllabili. I dittatori come Mubarak, invece, fanno quello che l’Occidente chiede loro. A rimetterci sono i popoli arabi, schiacciati dai Paesi Occidentali che ci considerano come dei bambini inadatti alla democrazia, utili solo perché comprano i prodotti occidentali, ma nulla più.
Perché le rivolte sono scoppiate proprio ora?
Intanto per la maggiore circolazione delle informazioni. Gli egiziani sono meno istruiti dei tunisini, ma anche chi è analfabeta guarda la tv. Moltissimo ha fatto internet: non è un caso che Mubarak abbia bloccato il web. Ma soprattutto era tempo.
Era tempo? Cioè?
Tunisini ed egiziani sono diventati consapevoli del fatto che non possono più andare avanti così. C’è la povertà, c’è la mancanza di libertà. di futuro. In più la situazione delle donne è insostenibile.
Nelle immagini delle proteste egiziane si vedono soprattutto uomini, al contrario di quanto è successo con le manifestazioni in Iran nel 2009, per esempio. Perché?
Dipende dalle condizioni arcaiche in cui vivono. Molte di loro non sanno neppure cosa succede nel mondo, perché vivono chiuse in casa, non sono abituate a uscire in pubblico. Sono comandate dagli uomini e se gli uomini dicono loro che non possono uscire in strada, loro obbediscono.
Cosa pensa che succederà in Egitto?
Penso che, se non è una questione di giorni è una questione di settimane, ma Mubarak dovrà cedere. È una marionetta in mano agli Stati Uniti. Il presidente Usa Barack Obama ha chiesto per l’Egitto “una transizione ordinata alla democrazia”: significa che Mubarak dovrà andarsene.
Pensa che le proteste si allargheranno ad altri Paesi Arabi. Compreso il suo, il Marocco?
In Algeria ieri (l’altroieri per chi legge, ndr.) due persone di sono date fuoco per protesta: in Tunisia è iniziato tutto così. In Marocco la situazione è diversa: ci sono state riforme dalla fine degli anni ‘90. Il nuovo sovrano Mohammed VI, che regna da 11 anni, ha migliorato la condizione delle donne e conduce una battaglia personale contro la povertà. La nostra società è molto più dinamica di quella egiziana che è regredita negli anni a condizioni medievali.
C’è il pericolo che dopo le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto possano andare al potere i fondamentalisti islamici?
Sì, è una possibilità. È successo anche in Marocco: dopo l’arrivo della democrazia i fondamentalisti hanno provato a prendersela per sé. Ma è una delle possibilità, non l’unica. Anche perché finora le rivolte sono state portate avanti dal popolo, non dai fondamentalisti
Di cosa c’è bisogno perché le rivolte in Tunisia ed Egitto portino davvero alla democrazia?
Intanto che l’Occidente eviti di sostenere nuove dittature e di decidere per i popoli arabi. E poi di una rivoluzione antropologica: quella politica non basta. Bisogna migliorare l’istruzione, promuovere l’uguaglianza tra uomini e donne, migliorare le condizioni sanitarie. È l’unica strada per raggiungere davvero la democrazia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

domenica 30 gennaio 2011

Gay in tv, Diversamente etero in radio



Lunedì 11 gennaio Milena Cannavacciuolo ed io siamo state ospiti della trasmissione di Radio Popolare "L'altro martedì" per parlare del documentario Diversamente etero a cui stiamo lavorando con Chiara Tarfano e Marica Lizzadro. Potete riascoltare il nostro intervento sul Podcast di Radio Popolare (dal minuto 23 e 17 secondi) oppure nei due video YouTube che trovate qui. Noi ringraziamo ancora una volta Eleonora Dall'Ovo, Emiliano Placchi e Cristina Gramolini che ci hanno invitate in trasmissione.



Diversamente etero riprende i temi di "Il corpo delle donne" e dello "Schermo velato", a partire dalla storia pseudo-lesbica del Grande fratello 10. Diversamete etero è una riflessione sul modo in cui le donne lesbiche sono rappresentate (o più spesso negate) nella televisione italiana e muove dalla storia del primo "amore tra donne" messo in scena in un reality italiano e delle sue fan.

Nell'ultimo video qua sotto, infine, trovare il mio intervento (dal minuto 3 e 30 secondi) alla trasmissione "Oltre le differenze" di Antenna Radio esse per parlare di gay in tv e del nostro documentario. Ancora un grazie alle conduttrici Natascia Maesi e Eleonora Sassetti che ci hanno ospitate!




Dal sito di Oltre le differenze
ll complesso rapporto tra gay e tv è il tema della prossima puntata di “Oltre le differenze”. E ci sarà anche Leo Gullotta, attore e cabarettista del Bagaglino, tra gli ospiti del format radiofonico dedicato al mondo arcobaleno, condotto da Natascia Maesi ed Eleonora Sassetti , che andrà in onda, venerdì 21 gennaio alle 21.00, sulle frequenze di Antenna Radio Esse (FM 91.25, 93.20, 93.50, 99.10) e in diretta online su www.antennaradioesse.it.

In che modo le persone lgtq vengono rappresentate in televisione? Che ruolo hanno le icone gay nella costruzione dell’immagine del mondo omosessuale? Sono questi gli interrogativi ai quali risponderanno Ivan Cotroneo, scrittore, sceneggiatore e autore televisivo e Matteo B. Bianchi, scrittore e autore della trasmissione tv “Victor Victoria”. Insieme a loro si rifletterà sul linguaggio e sui modi di fare tipicamente gay che stanno diventando consuetudine dei format televisivi.

La puntata di venerdì vedrà ospite anche Giorgio Bozzo, manager delle “Sorelle Marinetti” ed ex manager di Platinette, con il quale si parlerà del travestitismo in tv. Spazio poi a Elena Tebano, giornalista e autrice del documentario “Diversamente Etero”, che ha studiato e approfondito il tema dell’omosessualità nei telefilm e nei reality.

Interverrà durante la puntata anche Marco Buzzetti, presidente di Agedo Toscana, che ha raccolto l’appello lanciato dai microfoni di “Oltre” nella scorsa puntata, e parlerà di un progetto che sta per partire nelle scuole di Grosseto per combattere il bullismo omofobico.

I giovani del Pdl contro la Minetti




Dopo lo scandalo sessual-giudiziario che vede la consigliera Pdl della Regione Lombardia Nicole Minetti indagata per favoreggiamento della prostituzione e il premier Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile, anche dall'interno del partito si levano voci critiche. di seguito l'intervista pubblicata su City, lo scorso 24 gennaio, a Sara Giudice, che chiede le dimissioni della Minetti (ma non di Berlusconi).



Noi del Pdl che diciamo "no" al modello Minetti

Sara Giudice Consigliera di zona del Pdl a Milano, 25 anni, ha promosso una raccolta di firme per chiedere le dimissioni di Nicole Minetti.
Lei e la consigliera regionale della Lombardia Nicole Minetti siete nello stesso partito, il Pdl. Eppure lei chiede le sue dimissioni, dopo che è emerso il ruolo della Minetti nell’ultimo scandalo sessuale che coinvolge il premier e leader Pdl Silvio Berlusconi. Sposa la tesi dei pm che indagano sul caso?

No, io ne faccio una questione di etica politica. Qui nessuno sta mandando in galera nessuno: non mi interessa fare una battaglia giustizialista. Chi mi accusa di questo, lo fa perché non ha argomenti.
E allora?
Per me è sufficiente quello che ho visto e sentito: non c’è bisogno di altro. Noi stiamo parlando di scegliere la classe dirigente del futuro: visto il nostro Paese dovrà affrontare dell sfide difficili nei prossimi tempi, ci vogliono delle persone capaci di affrontarle.
Nell’appello su http://firmiamo.it/dimissioninicoleminetti lei scrive che si tratta di scegliere tra la “generazione di Minetti - Ruby- Macrì”, e chi “decide di impegnarsi in politica senza cercare scorciatoie ma con ideali e con etica politica”.
Per noi firmatari della petizione, Nicole Minetti è un simbolo: è il “modello Minetti” che non ci piace. Non ha niente a che fare con la classe dirigente nuova di cui ha bisogno questo Paese. Il modello Minetti è contrario alla meritocrazia, all’idea di un percorso politico di impegno, studio, sacrificio.
Prima che le fosse dato un posto nella lista Formigoni-Pdl che l’avrebbe portata a sicura elezione nel consiglio regionale lombardo, la Minetti non aveva mai fatto politica. Dalle indagini emergerebbe che era colei che organizzava e partecipava alle feste del premier.
Non aveva mai fatto politica, eppure ricopre un ruolo dirigenziale importantissimo. E percepisce uno stipendio imbarazzante...
12.555 euro al mese più i rimborsi spese...
È un insulto a tutti i giovani che in questo Paese faticano a trovare un lavoro e a vedere riconosciuti i loro meriti. Noi non meritiamo il modello Minetti, o il modello Lele Mora. La nostra presenza nel Popolo della Libertà è incompatibile con la sua.
Lei è giovane, ma ha già un percorso politico molto diverso da quello della Minetti.
Compio 25 anni la settimana prossima, sono laureata in marketing e comunicazione, ho fatto un master e ho da poco ottenuto il mio primo contratto in una multinazionale. Sono consigliera della zona 6 di Milano con il Pdl. Faccio politica da quando avevo 18 anni, per passione e perché ho degli ideali.
A proposito di Pdl: voi chiedete alla Minetti di dimettersi, ma su Berlusconi non dite niente?
La nostra lotta è quasi una lotta generazionale, ci siamo chiamati i “rottamatori” del centrodestra. Vogliamo far sentire la nostra voce anche al Presidente, dicendogli che a noi, così, non va bene. Per il resto, ognuno faccia il suo.
Però il modello Minetti nel Pdl c’è - penso anche alla ministra Mara Carfagna - per una scelta di Berlusconi, che è il vostro leader. Non è un problema da poco, per voi.
È stato il nostro modello fino ad adesso perché nessuno ha mai detto niente. Invece quello che è successo dimostra che chi vuole veramente bene al Presidente non è chi dice sempre sì, ma anche chi gli dice no.
Ma da Berlusconi cosa vi aspettate?
Che scelga noi come classe dirigente per il futuro. Noi abbiamo sempre stimato e sostenuto Berlusconi, abbiamo sempre creduto in lui: vogliamo sapere se possiamo ancora crederci. O se ha scelto il modello Minetti. C’è un momento in cui dici basta. Io faccio politica per passione, per ideali: se questi ideali non sono più conciliabili, lo voglio sapere.
In Italia spesso si considera la battaglia contro il modello Minetti, come dice lei, come una battaglia di sinistra. Lei è orgogliosamente di centrodestra. Un’altra donna del centrodestra, la deputata di Fli Giulia Bongiorno, ha avuto parole molto dure “sull’opinione di Silvio Berlusconi sulle donne”. Sta cambiando qualcosa?
Che questa sia una battaglia di sinistra è un mito da sfatare: la meritocrazia femminile e il modello dell’impegno femminile non è qualcosa che appartiene alla sinistra, è anche in noi. Io condivido appieno la posizione della Bongiorno. Le donne del centrodestra non sono tutte come la Nicole Minetti: ci siamo anche noi qua. Noi crediamo in altro, abbiamo fatto altre strade, ci stiamo impegnando: siamo persone pulite, che non scendono a nessun tipo di compromesso.
Un’ultima cosa: se lei dovesse riassumere i suoi ideali politici in un parola, quale sarebbe?
Meritocrazia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Il razzismo della Lega è come quello del fascismo




Secondo gli ultimi sondaggi, oggi il 10% degli italiani voterebbe Lega. Ma il partito di Umberto Bossi ha un'influenza molto più pesante del suo (eventuale) peso elettorale sull'opinione pubblica. In fatto di immigrazione è diventata, per dirla con Gramsci, il partito egemone: quello che detta il tono della mentalità dominante.

E spesso le uscite della Lega sull'immigrazione vengono prese come trovate di folklore. Ma non lo sono per niente: dietro c'è un'ideologia strutturata e coerente, che deve molto al razzismo fascista. Lo dimostra uno studio dell'Università di Milano Biccocca, condotta da Chiara Volpato. Si intitola "Picturing the Other: Targets of Delegitimization across Time" (Raffigurare gli altri: oggetti di delegittimazione nel tempo) ed è stato pubblicato sull’International Journal of Conflict and Violence.

I ricercatori hanno confrontato i manifesti della Lega con la rivista fascista La Difesa della Razza e hanno scoperto che "le immagini usate dalla Lega Nord assomigliano in maniera impressionante a quelle pubblicate ne La Difesa della Razza". Un risultato agghiacciante, passato nell'indifferenza generale. Di seguito l'intervista a Chiara Volpato pubblicata su City.

Stiamo tornando al razzismo fascista

Psicologa sociale, Chiara Volpato studia i pregiudizi. E ha scoperto che nell’Italia di oggi hanno ripreso forza gli stereotipi razzisti del fascismo.

Lo studio del suo team di ricerca sostiene che la mentalità italiana è “permeata da parole e immagini” che vengono dal repertorio razzista della dittatura fascista. Ma in Italia nessuno, ormai, parla di razze inferiori...

Oggi difficilmente qualcuno oserebbe sostenere apertamente una supposta inferiorità di altri popoli, come facevano nazisti e fascisti nei confronti di ebrei e neri. Eppure nel dibattito pubblico e politico si usano senza pudore le stesse “strategie di delegittimazione”, come si dice in termini scientifici. Soprattutto nei confronti degli immigrati.
Strategie di delegittimazione? Cosa sono?
Sono quei meccanismi che vengono usati per caratterizzare in termini negativi particolari gruppi di persone, in modo da emarginarli dal resto della società e quindi giustificare un trattamento diverso, discriminatorio, nei loro confronti. Nei rapporti tra gruppi non conta tanto quello che sono “davvero”, ma come vengono visti.
E qual è il rischio di questi meccanismi?
Di passare all’azione: la persecuzione degli ebrei, per parlare della storia, è stata possibile perché si era diffusa una mentalità che li considerava diversi, meno che persone.
In altri termini, i nazisti non sapevano di essere “nazisti”, credevano di essere nel giusto.
Esatto: avevano delle convinzioni che secondo loro erano vere e giustificavano il loro comportamento. Oggi tutte le ricerche scientifiche mostrano che in Italia sono in aumento gli stereotipi razzisti, insieme a quelli omofobi e sessisti.
C’è un legame?
Sì, di solito queste diverse forme di discriminazione vanno di pari passo. In particolare, però, noi abbiamo visto che nei confronti degli stranieri immigrati si sono diffusi le stesse modalità denigratorie usate dalla dittatura fascista verso ebrei e popoli “delle colonie”.
Come avete fatto a vederlo?
Abbiamo analizzato tutti i numeri de La Difesa della Razza, la rivista con cui il regime faceva propaganda razziale - era distribuita anche nelle scuole. E abbiamo paragonato le sue illustrazioni con i manifesti della Lega Nord.
Perché proprio della Lega?
Perché è il partito che ha messo al centro della propria attività politica il tema dell’immigrazione, rendendolo centrale nel dibattito pubblico. E perché è al governo e quindi le sue concezioni si riflettono in decisioni pratiche, che influenzano la vita pubblica del Paese.
Nella vostra analisi scrivete che “le immagini usate dalla Lega Nord assomigliano in maniera impressionante a quelle pubblicate ne La Difesa della Razza”. In cosa?
Per esempio nell’insistenza sulla numerosità del gruppo osteggiato. C’è un poster della Lega che si intitola “La loro integrazione” e fa vedere una moltitudine crescente di omini neri che, anno per anno, aumenta fino a superare e far scomparire gli omini bianchi. È quasi uguale a un’immagine sulla “proporzione degli ebrei in rapporto alla popolazione” contenuta nella rivista propagandistica della dittatura.
Che messaggio dà?
Che gli ebrei allora o gli immigrati adesso sono tanti, sono troppi. E infatti le ricerche statistiche dimostrano che gli italiani sovrastimano la presenza di immigrati: pensano che siano molti di più di quelli davvero presenti nel nostro Paese.
All’epoca del nazismo la conclusione fu che gli ebrei dovevano diventare di meno... Altri esempi?
Un’altra strategia di delegittimazione usata ora come allora è il confronto tra gruppi: opporre un noi positivo al loro negativo. Nella Difesa della Razza le immagini di donne di colore raffigurate con tratti scimmieschi venivano associate a quelle di belle occidentali. La Lega ha fatto la stessa cosa con l’immagine di una donna velata dietro le sbarre accanto a donne italiane sedute alla scrivania: suggerisce che lei è una schiava, loro libere ed emancipate lavoratrici.
Oltre a queste, voi individuate altre strategie di delegittimazione. Secondo la vostra analisi questo tipo di immagini sono false?
Sono esagerazioni o manipolazioni di aspetti della realtà, che vengono fatte passare per l’unica vera realtà. Il mondo è pieno di donne musulmane emancipate, che studiano e lavorano. Invece la propaganda fa sembrare gli stranieri diversi da quelli che sono, meno di noi. E se tu li vedi in quel modo, li tratti in quel modo. Il rischio è arrivare a considerarli meno che umani,
Il pericolo è pensare che anche i diritti debbano essere diversi a seconda delle persone?
Questo è il vero rischio, secondo me. Se si superano determinate barriere, se non ci rendiamo conto di cosa significa un certo modo di parlare e trattare degli “altri”, pagheremo un prezzo molto alto.
Quale prezzo?
Certi pregiudizi sono distruttivi: della convivenza civile, della democrazia, del nostro senso dell’umanità. Gli italiani sono un popolo che è sempre andato fiero della propria umanità: non dobbiamo perderla.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

domenica 23 gennaio 2011

La prima "preta" d'Italia




Di seguito l'intervista a Madre Maria Vittoria Longhitano, pubblicata venerdì 21 gennaio su City.

Volevo essere prete fin da bambina

Maria Vittoria Longhitano domenica prossima diventerà parroca della Chiesa Vetero-Cattolica di Milano. La prima ordinata ed eletta in Italia.
Lei è una donna sacerdote ed è cattolica, come è possibile?

Perché appartengo alla Chiesa Vetero-Cattolica italiana, che è indipendente da Roma e vuole recuperare la Chiesa autentica, quella indivisa, democratica e pluralista precedente agli scismi.
Come ha capito che voleva diventare prete?
Lo desideravo fin da bambina. Giocavo a battezzare le bambole, a dire messa con le patatine come se fossero ostie, ogni sciarpa diventava una stola.
Ma cosa le piaceva dell’essere prete?
L’idea che un sacerdote è una persona che ha cura, che abbraccia tutti. E il contatto con Dio: mi immaginavo che fosse molto profondo. Poi la liturgia: i colori, l’incenso, i gesti, il simbolismo.
Il mistero del contatto con Dio l’ha trovato?
Ma certo... da bambini si ha un’immagine idealizzata: o bianco o nero. Il contatto con Dio invece non è una cosa che si trova in un giorno: si coltiva sempre e al di là della vocazione.
Lei è stata educata nella Chiesa romana: quando ha capito che non poteva fare il prete?
Quando dissi al parroco che volevo diventare chierichetta - non osavo chiedere troppo! Mi rispose che Gesù non voleva. È stata l’angoscia della mia infanzia.
C’è chi dice che battezzare una bimba significa iscriverla a un’associazione di cui non potrà mai diventare il capo...
(Ride, ndr.) Bella! Io direi che è un’associazione in cui una bimba non può esprimere a pieno il suo talento e la sua vocazione.
Lei si mise l’anima in pace?
Da noi si prega molto Santa Rita, la “santa degli impossibili”. Ci dicevano che se volevamo qualcosa di irrealizzabile, dovevamo pregare lei. Il giorno della sua festa, il 22 maggio, le chiesi di diventare sacerdote.
C’è riuscita.
Sì. Dopo molti anni, quando il vescovo ha fissato la data della mia ordinazione sacerdotale ha scelto il 22 maggio - senza che lo sapesse. È come se, nella comunione dei santi, questa donna straordinaria mi avesse sostenuto.
Come è stato il suo percorso concreto?
Ho studiato teologia e tentato la strada del monastero di clausura: mi attirava la radicalità della vita contemplativa. Ma quello in cui ero entrata fu chiuso prima che iniziassi il noviziato.
Fu chiuso? Perché?
Era considerato troppo “progressista”: le monache recitavano l’omelia, c’era democrazia interna e autonomia gestionale.
Alla fine ha abbandonato la Chiesa cattolica.
“Cattolico” vuol dire universale. Come fa a essere davvero universale una Chiesa che esclude le donne? Quella Vetero-Cattolica invece è davvero inclusiva e universale.
Anche voi avete vescovi e confessione?
Abbiamo i vescovi e tutti i sacramenti della Chiesa romana. Ma non la sua sessuofobia, non l’esclusione delle donne, non l’idea che il papa sia infallibile e superiore agli altri vescovi. E il nostro clero è eletto dai fedeli.
Quando è nata la vostra Chiesa?
Nel 1873, dopo che 55 vescovi si rifiutarono di sottoscrivere l’idea pontificia che il papa non può sbagliare. A noi, però, piace dire che esistiamo dall’inizio del Cristianesimo e abbiamo mantenuto il suo significato originario di libertà, dignità e rispetto delle persone.
Quanti siete in Italia?
Alcune centinaia, concentrati a Milano, Sabbioneta (Mantova), Roma. A parole molti condividono le nostre scelte, ma poi sono pigri: difficilmente un italiano abbandona la Chiesa romana
E da voi i sacerdoti possono sposarsi.
Anche nella Chiesa del primo millennio il matrimonio dei preti era una cosa regolare. A Ravenna ci sono ancora oggi i dipinti che raffigurano San Pietro con la moglie.
Anche sulla morale sessuale, avete delle posizioni più aperte rispetto alla Chiesa romana...
La sessualità è una forza positiva per la crescita delle persone. E un modo per dimostrare amore tra due persone che hanno un progetto comune. Dio non entra nelle camere da letto.
Ci deve essere un progetto di vita comune?
Siamo per l’assoluta libertà di coscienza, non per uno stile di vita libertino. La sessualità tocca profondamente la struttura e l’anima delle persone, non si può usare disinvoltamente. Ma non abbiamo paura del piacere e del desiderio.
Vale anche per gli amori gay?
Accettiamo i divorziati, i gay, qualunque amore, perché Dio è amore. Nella nostra messa partecipata gli omosessuali sono liberi di parlare della loro vita e pregare con gli altri per i loro partner. E ogni seconda domenica del mese, a Milano, celebriamo con il Guado, un’associazione di credenti gay, lesbiche e trans.
Lei spesso va in giro vestita da prete, con il clergyman: come reagisce la gente in Italia?
A Milano non si stupisce nessuno. Al Centro si girano e fanno considerazioni a voce alta: “È anglicana?”, dicono. Al Sud chiedono.
E lei cosa preferisce?
Il Sud! Sono siciliana! E preferisco la gente che si mette in dialogo.
Cosa le piace di più dell’essere prete?
Dare speranza. Che la gente possa smettere di identificare Gesù e Dio con un Chiesa maschile, maschilista, che esclude molte persone.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

giovedì 13 gennaio 2011

Obbligata al divorzio di Stato




Alessandra Bernaroli è una donna transessuale, "dove - spiega - transessuale è un aggettivo, come alta, bionda o grassa". Nel 2005, quando ancora si chiamava Alessandro, ha sposato sua moglie. Poi, quattro anni dopo, ha ottenuto ufficialmente il cambio di sesso. A quel punto un "oscuro burocrate" ha deciso di divorziarla d'ufficio. Non si sa come, visto oltretutto che per il divorzio, in Italia, ci vuole la sentenza di un giudice. Nell'intervista a City Alessandra racconta la battaglia per salvare a sua famiglia.

Vogliono obbligarmi al “divorzio di Stato”

Alessandra Bernaroli Dopo che è diventata una donna transessuale, il Comune di Bologna vuole “divorziarla d’ufficio” da sua moglie. Lei si oppone e il caso è finito in Tribunale.

Lei è ufficialmente una donna dal 2009. E chiede che il suo matrimonio, contratto quando era un uomo, rimanga valido. Perché?

Per gli stessi motivi per i quali io e mia moglie ci siamo sposate: per amore e perché condividiamo un progetto di vita insieme.
Nel frattempo, però, lei ha cambiato sesso.
È un evento molto grande. Ma nella vita capitano anche eventi più gravi e le persone restano insieme. Il cambio di sesso non ha modificato il rapporto con mia moglie.
Come è possibile?
Perché con le operazioni chirurgiche e il cambio di documenti io ho risolto un mio malessere personale, dovuto a una patologia specifica che si chiama “disforia dell’identità di genere”. Ma sono sempre io. Lei ha capito e seguito il mio percorso ed è rimasta con me. Non vedo perché un oscuro burocrate possa arrogarsi il diritto di decidere per noi su un aspetto fondamentale come il matrimonio.
L’oscuro burocrate sarebbe il funzionario del Comune di Bologna che vorrebbe annullare il suo matrimonio? Cosa è successo di preciso?
Dopo la sentenza del Tribunale, che ha sancito il mio cambio di sesso e di documenti, ho chiesto di rinnovare la carta di identità. Ma tardava ad arrivare. Io mi sono permessa di chiamare il Comune di Bologna e mi hanno passato un funzionario: lui mi ha detto che attendeva il divorzio perché non gradiva vedere due donne sposate sullo stesso stato di famiglia.
Ma alla fine i documenti li ha avuti?
Sì, ma hanno diviso arbitrariamente lo stato di famiglia. Al punto che si sono inventati due numeri civici diversi e inesistenti (un /a e /b) per me e mia moglie. Lei figura sposata con me, io ho la dicitura “stato civile non documentato”.
È legale?
Nessuna legge permette a un ufficiale civile di sciogliere una famiglia già formata. Oltretutto senza neppure avvertirci! È abuso d’ufficio e alterazione di atti, sui cui mi riservo di fare causa.
Perché si riserva?
Perché adesso sono impegnata in un’altra causa: quella per far annullare il “divorzio d’ufficio” che si è inventato il Comune.
In base a cosa? In Italia il matrimonio omosessuale ancora non esiste...
Guardi, è lì l’errore: il mio è un matrimonio transessuale, non omosessuale.
Qual è la differenza?
Un omosessuale è una persona i cui unici problemi derivano dal fatto che la società lo discrimina, ma che sta bene con se stessa, si riconosce per quella che è.
Per i transessuali non è così?
La disforia dell’identità di genere fa sì che una persona non si riconosca nel suo corpo. Per questo, tramite ormoni e chirurgia, ha bisogno di adeguarlo alla sua identità di genere interiore. Io mi sentivo una donna anche quando avevo un corpo maschile. Questo sul piano individuale. Poi c’è il fatto che mentre per il matrimonio gay si tratta di celebrare nuove nozze, il mio matrimonio esisteva già, è solo nato come matrimonio tra due persone di sesso diverso. Noi non chiediamo di introdurre nuove leggi.
La normativa attuale cosa dice?
Nel 1987 la legge sul divorzio è stata aggiornata, “novellata” si dice in termini giuridici, per includere il caso del transessualismo. E il cambio di sesso è stato aggiunto tra le possibili cause per la richiesta di divorzio da parte del coniuge. Possibile, non automatica.
Quindi il divorzio deve avvenire solo se lo chiede uno dei coniugi?
Esatto. Su questo, in primo grado, ci ha dato ragione il tribunale di Modena. Ha esaminato il nostro ricorso contro il cambio di documenti deciso dai comuni di Bologna e di Finale Emilia (dove ci siamo sposate) e ha riconosciuto che il nostro matrimonio è valido.
Venerdì prossimo, però, un tribunale dovrà di nuovo pronunciarsi sul vostro caso...
Sì, l’Avvocatura dello Stato ha fatto appello contro la sentenza. È molto probabile che dovremo arrivare al terzo grado di giudizio, la Cassazione.
Ma perché avete scelto la via giudiziaria?
Abbiamo provato a rivolgerci alla burocrazia comunale: non ci hanno mai risposto chiaramente. Per non darci i documenti ci hanno persino detto che era rotta la macchina! Ci siamo appellate anche ai politici locali, visto che il Comune di Bologna si vanta di essere all’avanguardia nel rispetto dei diritti delle persone. Anche lì nessuna risposta. Siamo state obbligate. Le assicuro che io avrei preferito mantenere la mia riservatezza.
Ora cosa si augura?
Che venga bloccato questo divorzio di Stato. È pazzesco che la burocrazia voglia cancellare la mia famiglia. Il paradosso è che noi siamo sposate anche in Chiesa!
Questo con lo stato civile non c’entra, ma per la Chiesa il sacramento è sempre valido?
Certo. Non credo che alla Chiesa venga in mente di chiedere a una famiglia di rompersi e a due coniugi di divorziare: è contrario ai suoi principi.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it