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giovedì 13 gennaio 2011

Obbligata al divorzio di Stato




Alessandra Bernaroli è una donna transessuale, "dove - spiega - transessuale è un aggettivo, come alta, bionda o grassa". Nel 2005, quando ancora si chiamava Alessandro, ha sposato sua moglie. Poi, quattro anni dopo, ha ottenuto ufficialmente il cambio di sesso. A quel punto un "oscuro burocrate" ha deciso di divorziarla d'ufficio. Non si sa come, visto oltretutto che per il divorzio, in Italia, ci vuole la sentenza di un giudice. Nell'intervista a City Alessandra racconta la battaglia per salvare a sua famiglia.

Vogliono obbligarmi al “divorzio di Stato”

Alessandra Bernaroli Dopo che è diventata una donna transessuale, il Comune di Bologna vuole “divorziarla d’ufficio” da sua moglie. Lei si oppone e il caso è finito in Tribunale.

Lei è ufficialmente una donna dal 2009. E chiede che il suo matrimonio, contratto quando era un uomo, rimanga valido. Perché?

Per gli stessi motivi per i quali io e mia moglie ci siamo sposate: per amore e perché condividiamo un progetto di vita insieme.
Nel frattempo, però, lei ha cambiato sesso.
È un evento molto grande. Ma nella vita capitano anche eventi più gravi e le persone restano insieme. Il cambio di sesso non ha modificato il rapporto con mia moglie.
Come è possibile?
Perché con le operazioni chirurgiche e il cambio di documenti io ho risolto un mio malessere personale, dovuto a una patologia specifica che si chiama “disforia dell’identità di genere”. Ma sono sempre io. Lei ha capito e seguito il mio percorso ed è rimasta con me. Non vedo perché un oscuro burocrate possa arrogarsi il diritto di decidere per noi su un aspetto fondamentale come il matrimonio.
L’oscuro burocrate sarebbe il funzionario del Comune di Bologna che vorrebbe annullare il suo matrimonio? Cosa è successo di preciso?
Dopo la sentenza del Tribunale, che ha sancito il mio cambio di sesso e di documenti, ho chiesto di rinnovare la carta di identità. Ma tardava ad arrivare. Io mi sono permessa di chiamare il Comune di Bologna e mi hanno passato un funzionario: lui mi ha detto che attendeva il divorzio perché non gradiva vedere due donne sposate sullo stesso stato di famiglia.
Ma alla fine i documenti li ha avuti?
Sì, ma hanno diviso arbitrariamente lo stato di famiglia. Al punto che si sono inventati due numeri civici diversi e inesistenti (un /a e /b) per me e mia moglie. Lei figura sposata con me, io ho la dicitura “stato civile non documentato”.
È legale?
Nessuna legge permette a un ufficiale civile di sciogliere una famiglia già formata. Oltretutto senza neppure avvertirci! È abuso d’ufficio e alterazione di atti, sui cui mi riservo di fare causa.
Perché si riserva?
Perché adesso sono impegnata in un’altra causa: quella per far annullare il “divorzio d’ufficio” che si è inventato il Comune.
In base a cosa? In Italia il matrimonio omosessuale ancora non esiste...
Guardi, è lì l’errore: il mio è un matrimonio transessuale, non omosessuale.
Qual è la differenza?
Un omosessuale è una persona i cui unici problemi derivano dal fatto che la società lo discrimina, ma che sta bene con se stessa, si riconosce per quella che è.
Per i transessuali non è così?
La disforia dell’identità di genere fa sì che una persona non si riconosca nel suo corpo. Per questo, tramite ormoni e chirurgia, ha bisogno di adeguarlo alla sua identità di genere interiore. Io mi sentivo una donna anche quando avevo un corpo maschile. Questo sul piano individuale. Poi c’è il fatto che mentre per il matrimonio gay si tratta di celebrare nuove nozze, il mio matrimonio esisteva già, è solo nato come matrimonio tra due persone di sesso diverso. Noi non chiediamo di introdurre nuove leggi.
La normativa attuale cosa dice?
Nel 1987 la legge sul divorzio è stata aggiornata, “novellata” si dice in termini giuridici, per includere il caso del transessualismo. E il cambio di sesso è stato aggiunto tra le possibili cause per la richiesta di divorzio da parte del coniuge. Possibile, non automatica.
Quindi il divorzio deve avvenire solo se lo chiede uno dei coniugi?
Esatto. Su questo, in primo grado, ci ha dato ragione il tribunale di Modena. Ha esaminato il nostro ricorso contro il cambio di documenti deciso dai comuni di Bologna e di Finale Emilia (dove ci siamo sposate) e ha riconosciuto che il nostro matrimonio è valido.
Venerdì prossimo, però, un tribunale dovrà di nuovo pronunciarsi sul vostro caso...
Sì, l’Avvocatura dello Stato ha fatto appello contro la sentenza. È molto probabile che dovremo arrivare al terzo grado di giudizio, la Cassazione.
Ma perché avete scelto la via giudiziaria?
Abbiamo provato a rivolgerci alla burocrazia comunale: non ci hanno mai risposto chiaramente. Per non darci i documenti ci hanno persino detto che era rotta la macchina! Ci siamo appellate anche ai politici locali, visto che il Comune di Bologna si vanta di essere all’avanguardia nel rispetto dei diritti delle persone. Anche lì nessuna risposta. Siamo state obbligate. Le assicuro che io avrei preferito mantenere la mia riservatezza.
Ora cosa si augura?
Che venga bloccato questo divorzio di Stato. È pazzesco che la burocrazia voglia cancellare la mia famiglia. Il paradosso è che noi siamo sposate anche in Chiesa!
Questo con lo stato civile non c’entra, ma per la Chiesa il sacramento è sempre valido?
Certo. Non credo che alla Chiesa venga in mente di chiedere a una famiglia di rompersi e a due coniugi di divorziare: è contrario ai suoi principi.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

martedì 5 maggio 2009

La famiglia nel centrodestra

Pdl, Lega e Udc fanno campagna elettorale sui valori della famiglia tradizionale. Poi, nella vita, fanno altro. Da City di oggi. Cliccate per ingrandire.



La contraddizione è talmente grossa, che il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini ha dovuto ritirare i suoi manifesti elettorali per le europee. Lo raffiguravano come buon padre di famiglia, al motto di "Un Disegno Comune". Peccato che il web se ne sia subito appropriato. E lo slogan dell'Udc di Casini sia diventato Un Divorziato Cattolico.


venerdì 24 aprile 2009

"In Italia nessuna legge vieta il matrimonio gay"




Saveria Ricci
ha fondato insieme a Francesco Bilotta e Antonio Rotelli la Rete Lenford, un'associazione di giuristi per la tutela delle persone gay, lesbiche, bisessuali e trans. Stanno portando avanti i ricorsi contro i comuni che negano le pubblicazioni di nozze alle coppie omosessuali.

E' una battaglia semisconosciuta, ma geniale, perché si basa su un principio fondamentale della Costituzione: tutti i cittadini sono uguali. E sul fatto che nessuna legge, in Italia vieta espressamente il matrimonio gay. Il tre aprile hanno ottenuto la prima importante vittoria.

Il Tribunale di Venezia ha riconosciuto le loro ragioni e ha rimandato il ricorso alla Corte costituzionale. Potrebbe essere il primo passo per il riconoscimento delle unioni, meglio, del matrimonio gay. Molto più di quanto prevedessero Pacs, Dico o Cus.

In questa intervista a City, Saveria Ricci spiega tutto nei dettagli. Se siete gay e vi volete sposare, lei è l'indirizzo giusto...


Il matrimonio tra gay? Nessuna legge lo vieta

Avvocata, Saveria Ricci ha fondato la Rete Lenford per i diritti delle persone omosessuali e trans. Grazie alla sua battaglia legale il tribunale di Venezia ha aperto alle nozze gay.

Cosa è successo a Venezia: le nozze omosessuali non sono più vietate?
Guardi, nel nostro ordinamento non c’è nessuna legge che proibisce il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Come, no?
Non è previsto ma non è neanche vietato: di sicuro non c’è nessun divieto scritto nella Costituzione.
Però si continuano a impedire i matrimoni gay.
Le rispondo con quanto ha scritto la Corte costituzionale del Sudafrica quando ha introdotto le nozze gay: “Il fatto che un pregiudizio duri da tanto, non ne giustifica la sopravvivenza”.
Voi cercate di mettervi fine: come?
Facendo decidere alla magistratura, a cui, in democrazia, spetta il compito di interpretare le leggi.
Di fatto, quindi, la Rete Lenford aiuta tutte le coppie gay che vogliono sposarsi...
Magari! Non basterebbero tutti gli avvocati d’Italia. Ne assistiamo solo alcune, che hanno chiesto le pubblicazioni di matrimonio e se la sono vista rifiutare.
Cioè l’affissione all’albo del Comune?
Sì, sono una delle condizioni per potersi sposare. Servono per esempio a prevenire la bigamia. Si pubblica la richiesta di una coppia di andare a nozze, perché così un eventuale coniuge può vederla e dire: “Quello è già mio marito, non si può sposare”.
E voi l’avete richiesta anche per delle coppie omosessuali...
Sì: a Venezia, Torino, Roma, Pavia e Milano, Firenze... Per fortuna non è morto o svenuto nessun ufficiale di Stato civile! Si sono limitati a negare le pubblicazioni. E noi abbiamo fatto ricorso. Il tribunale veneto, per la prima volta, l’ha accettato. Grazie all’avvocato Francesco Bilotta.
Perché?
Il suo ricorso è uno degli atti giuridici più belli che abbia mai visto: una perla. Costringe alla riflessione anche l’interlocutore più indifferente.
Su cosa?
Sul fatto che abbiamo una Costituzione in cui si stabilisce l’uguaglianza tra tutti i cittadini. E sul fatto che l’affettività è un diritto fondamentale che fa parte del diritto alla salute: puoi avere un corpo sano, ma se non puoi vivere come gli altri i tuoi sentimenti e la tua sessualità, non stai bene.
Con queste argomentazioni, avete chiesto al tribunale di Venezia di fare concedere le pubblicazioni a una coppia di uomini...
Sulla base di questo e del fatto che, come le dicevo prima, la Costituzione non vieta le nozze gay.
I giudici cosa hanno fatto?
Hanno analizzato la questione dal punto di vista tecnico e si sono chiesti se ci fossero dei diritti ancora non riconosciuti. E anno riscontrato “nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, che chiedono tutela”.
Questo, in parole povere, cosa significa?
Che hanno rinviato la decisione e chiesto un parere alla Corte costituzionale.
Cioè al tribunale supremo a livello nazionale: perché?
La Corte costituzionale, che è composta dai migliori giuristi del Paese, è chiamata a stabilire se una legge rispetta la Costituzione. Oppure se la sua interpretazione corrente non è precisamente rispettosa della Carta . È l’organo che detiene le chiavi della democrazia.
Cosa può fare?
Può dire che una legge è incostituzionale. O va rivista la sua applicazione. E quindi può dare dei suggerimenti al legislatore. Prima che si pronunci, però, ci vorrà tempo: almeno un anno.
Lei cosa spera?
Che continui a indirizzare il Paese verso una democrazia più completa, garantendo i diritti di tutti. Come ha fatto finora.
Ma è così importante che la società riconosca le unioni gay?
Lo psichiatra Vittorio Lingiardi ha spiegato che non riconoscere ai gay il diritto di essere una coppia “legale” danneggia la loro salute e rinforza i pregiudizi omofobi.
Quindi la risposta è sì...
C’è una minoranza di persone che ha dentro un tale impulso alla libertà, da riuscire a vivere senza il riconoscimento sociale che ti dà la legge. Ma per la maggior parte della gente non è così. E poi non c’è motivo per questa limitazione: come hanno scritto anche i giudici di Venezia, il riconoscimento delle nozze gay non minaccia “né interessi pubblici né privati”.
La Rete Lenford difende i diritti delle persone gay, lesbiche e trans. Ce ne sono altri non riconosciuti, oltre al matrimonio?
Pensi all’eredità: si dice che anche ora si possa lasciare tutto al partner gay...
Non è vero?
È possibile solo se non ci sono eredi legittimi, cioè genitori o figli. In più, se la mia compagna eredita da me, perde quasi metà del valore in tasse, perché per la legge è un’estranea. A mia moglie non succederebbe. E non posso lasciare alla mia partner neppure la pensione di reversibilità. Ma pago i contributi come tutti: nella dichiarazione dei redditi non c’è la casella per l’esenzione con scritto: “gay”.
Lei, se potesse, si sposerebbe?
Per lavoro faccio l’avvocata matrimonialista e ne vedo di tutti i colori. Per cui non lo so. Però preferirei essere io a decidere: non voglio che mi sia impedito.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

mercoledì 22 aprile 2009

Venezia, primo sì alle nozze gay


Grazie al lavoro della Rete Lenford e dell'associazione radicale Certi Diritti, il tribunale di Venezia ha aperto al matrimonio gay. L'articolo da City di oggi. Riusciranno a eliminare (almeno) questa discriminazione nei confronti delle persone lesbiche, gay e trans? Comunque: repetita juvant.

martedì 21 aprile 2009

Venezia: "Matrimonio gay è legittimo"

Il tribunale di Venezia si è appellato alla Corte Costituzionale, chiedendo di dichiarare discriminatori gli articoli del codice civile che vietano ai gay e alle lesbiche di sposarsi.

Scondo i giudici, infatti, “nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, chiedono tutela” e nel matrimonio fra persone dello stesso sesso non si “individua nessun pericolo di lesione a interessi pubblici o privati".

E' una vittoria storica per il movimento gay: da mesi la rete Lenford ha promosso azioni legali per ottenere il riconoscimento di pari diritti per tutti i cittadini, compresi quelli omosessuali. Con l'assistenza dei legali della Rete Lenford, copppie gay di tutta Italia hanno chiesto all'Ufficiale di Stato Civile del loro Comune di la pubblicazione del loro matrimonio. Finora tutti Comuni hanno sempre risposto con un rifiuto ufficiale. Di fronte a cui gli avvocati di Lenford hanno fatto ricorso in tribunale. I giudici di Venezia lo hanno accettato.

Adesso la parola passa alla Corte Costituzionale. E si spera che i giudici dell'Alta Corte aboliscano finalmente la discriminazione.