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martedì 28 agosto 2012

Il tradimento di Kristen Stewart e il coming out di Jodie Foster




Non è un gesto frequente in un luogo ricco di moralismi e avaro di solidarietà femminile come Hollywood. E invece Jodie Foster ha sorpreso tutti e ha scritto un’appassionata difesa di una collega più giovane, la «fedifraga» Kristen Stewart. Lo ha fatto firmando un articolo sul sito The Daily Beast che è anche un’auto-confessione, una breccia in quella corazza di riservatezza che la star 49enne ha costruito faticosamente in 46 anni di carriera. Dice di lei molto più di quanto dica dell’amica Kristen.

La Stewart, 22 anni, è nell’occhio del ciclone mediatico per la fine della relazione con Robert Pattinson, suo co-protagonista nella saga di Twilight: non solo lo ha tradito, ma anche ammesso pubblicamente di averlo fatto. Una mossa che i media americani hanno definito un «suicidio professionale».

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venerdì 6 luglio 2012

Il Finanziere gay e il fratello di Gasparri (che non vuole omosessuali dichiarati nei Carabinieri)

«Le sue affermazioni ci riportano indietro di decenni». L’accusa è rivolta al numero due dei Carabinieri, il vice comandante dell’Arma Clemente Gasparri (fratello del politico pdl Maurizio). E si riferisce alle parole pronunciate dal Generale durante una lezione alla Scuola Ufficiali di Roma: «Ammettere di essere gay, magari facendolo su un social network, come un graduato della Guardia di Finanza, non è pertinente allo status di Carabiniere». Riportate dal Fatto Quotidiano, e finora non smentite dall’Arma, hanno spinto a fare un passo avanti uno dei militari chiamati in causa, l’appuntato scelto Marcello Strati, 49 anni, in servizio alla dogana di Como.

«Non so se sono io il “graduato” della Guardia di Finanza a cui si riferisce nel suo discorso, e che ha “ammesso” (come se si trattasse di una colpa) di essere gay. Forse sì o forse no, chissà. In ogni caso, caro Generale, eccomi qua, appuntato scelto della Guardia di Finanza Strati Marcello in servizio nel Corpo da 26 anni, attualmente a Como, al gruppo di Ponte Chiasso, fiero di appartenere alle Fiamme Gialle. Servo il mio Paese con onestà e senso del dovere. Ah, dimenticavo, sono omosessuale», ha scritto Strati al Generale.

Poi la denuncia: «Il suo “consiglio” (e noi militari sappiamo benissimo cosa significa questo termine quando proviene da un superiore) a non palesare il proprio orientamento sessuale è un macigno che cade in testa a quei militari che, magari dopo tanta fatica e sofferenza interiore, avevano deciso di uscire alla luce del sole. Sperando di essere giudicati non per chi si portano a letto o per chi amano, ma solo in quanto buoni militari».

sabato 31 dicembre 2011

Fingere di essere etero fa male: Eva e il fardello dell'invisibilità



Continua l’educazione degli italiani all’omosessualità femminile, via Tutti pazzi per amore 3. Prima abbiamo visto l’introduzione al desiderio lesbico, la critica del machismo omofobo e l'equiparazione de facto tra sessualità omo ed etero (ok, ok, Eva e Claudia tecnicamente non si baciano, mentre le coppie etero sì, ma loro due non stanno insieme né ci staranno mai e di baci di Eva se ne son visti in abbondanza). Nelle ultime puntate, invece, gli sceneggiatori Ivan Cotroneo e Monica Rametta hanno mostrato agli italiani il fardello dell'invisibilità. Ovvero che nascondere la propria omosessualità è una violenza che si compie su se stessi.

La sbandata di Eva per Claudia, infatti, è rientrata e la fidanzata Roberta le annuncia che i suoi genitori verranno a trovarle per Natale. Così scopriamo, insieme a Paolo, che "la controfigura di Rambo" (aka l'antipatica Roberta) non è dichiarata in famiglia. Quando mamma e papà arrivano, lei ed Eva separano i letti e fanno finta di essere etero. La presa di culo di Paolo sulla pantomima è impagabile.

Non è la prima volta che succede in tv, anzi, è quasi un luogo comune. Ma per la prima volta, grazie a Ivan Cotroneo e Monica Rametta (mi piace fare nome e cognomi, perché contano) ci immedesimiamo non più con gli etero perplessi dalla commedia degli equivoci, ma con una donna costretta a nascondere la propria omosessualità. E il gioco delle parti è chiaro: Roberta (quella antipatica) si nasconde, Eva (quella simpatica e molto bella) non lo vuole fare. Da che parte starà mai lo spettatore? Se questo non bastasse ce lo spiega Paolo: "Io voglio sapere come fai ad accettare una situazione del genere? E' ridicola! E' umiliante! E' come se io di fronte alla madre di Laura facessi finta di non stare con lei!".

Ecco, adesso gli italiani lo sanno, anche se non ci avevano mai pensato: dover far finta di non essere quelli che si è umilia e mortifica. E' una violenza ingiusta che spesso si accetta di compiere su se stessi per evitare supposti mali peggiori.

Tutti pazzi per amore è una fiction per famiglie. Sono tanti i genitori che la guardano con i figli gay e lesbiche. La cara vecchia Rai finalmente glielo ha spiegato: "salvare le apparenze" costa; quando i loro figli mentono su se stessi, si fanno male. Eva ha scelto di non auto-umiliarsi, di uscire dall'invisibilità. Il primo giorno del 2012 scopriremo come starà dopo: io non vedo l'ora. Intanto buon anno a tutti e tutte.

venerdì 23 settembre 2011

L'outing forzato dei politici omofobi

La lista è comparsa stamattina, uno scarno elenco di nomi, senza commenti, né firme a sostenerne la credibilità. Adesso sembrano parlarne tutti, i giornali istituzionali, quelli d'assalto, blogger ed esponenti di punta del modo lgbt. La maggior parte dei commenti sono contro.

Il migliore, però, l'ha fatto Massimo Corsaro del Pdl, che di quella lista fa parte: "Meglio lì che nella lista degli interisti occulti". Chapeau. E' riuscito a smarcarsi con un commento che la maggior parte degli italiani prenderà come molto "maschio" (W il calcio), senza dire niente di omofobo.

Ma la domanda rimane: è giusta un'operazione del genere? Io sono tra le poche persone in Italia a credere che dai politici si debba pretendere coerenza. Per principio. E non me ne frega niente se è una battaglia persa. Per cui, sì, se il premier Silvio Berlusconi firma e sbandiera una legge che punisce la prostituzione perché sbagliata, voglio sapere se poi va a puttane.

Non perché è un crimine, ma perché è una sfacciata contraddizione con quello che va sostenendo pubblicamente e rappresentando politicamente. Di converso, non me ne frega assolutamente niente di sapere se Marco Pannella si droga o con chi va a letto, perché ha sempre pubblicamente sostenuto la depenalizzazione delle droghe e anche l'amore libero.

E allora veniamo ai politici omofobi. E' giusto denunciare i gay conniventi con le politiche discriminatorie dei loro partiti? E' giusto denunciare persone che vivono in un determinato modo e fanno politica nel modo opposto? Uno degli argomenti di chi risponde "No" è: l'espressione della propria sessualità è un atto di libertà individuale, non può essere forzato. E molti di loro non sono dichiarati perché sennò in quei partiti non potrebbero mai fare politica.

Non sono d'accordo. Chi aspira a un ruolo pubblico ha responsabilità più grandi degli altri cittadini. E fare coming out pubblicamente, se uno/una ha ruoli pubblici, significa combattere l'omofobia: io credo che sia una sorta di dovere (fatta salva l'incolumità personale). E se vogliono stare in istituzioni/partiti o associazioni che li condannano per quel che sono, il problema è loro.

Tutti argomenti a favore della lista outing. Invece così come è fatta è profondamente sbagliata.

1. Ci sono solo politici del centrodestra. Perché? Gli omofobi sono anche a sinistra.

2. La denuncia è anonima. Se fai un'operazione del genere, devi prenderti la responsabilità di quello che fai. Si chiama resistenza civile, si paga anche con il carcere. Devi avere il coraggio di mettere la tua faccia su quella denuncia e di pagarne le conseguenze. Altrimenti sembri altrettanto vigliacco dei politici gay che fan finta di essere etero.

3. Voglio, fatti, circostanze, evenienze. A leggere una scarna lista di nomi, l'impressione è che il loro unico torto sia essere GAY, non omofobi. Voglio che tu mi dica come puoi dimostrare che sono gay. Voglio sapere cosa han fatto, detto e votato. Proprio come faresti quando vuoi denunciare che Berlusconi fa le leggi antiprostituzione e poi frequenta prostitute.

Solo così, quell'operazione può aprire un dibattito e produrre un cambiamento. Fatta come l'ha fatta la listaouting, produrrà solo pettegolezzo. Domani verrà dimenticata, e oggi, quando qualcuno se la prenderà con quei dieci, non dirà "stronzi ipocriti". Dirà brutti froci.

ps: aggiorno con il link all'articolo di Gay.it in cui effettivamente si dice cosa hanno fatto questi dieci. Gay.it pubblica anche un furibondo editoriale di Alessio De Giorgi che condivido pienamente.

mercoledì 6 ottobre 2010

Sono gay e va bene così

Questo post è stato scritto per il blog de iMille


Tiziano Ferro ha fatto coming out. Tutti sapevano, lo si aspettava da tempo, alla fine lo ha fatto. È una cosa buona: farà bene a lui – un macigno in meno sulla sua esistenza: “Ora sento che davanti a me c'è una vita piena di opportunità”, ha detto a Repubblica –farà bene a noi. Gli esempi sono importanti.

E invece non tutti sono d’accordo. In attesa del prossimo editoriale di Marcello Veneziani, basta fare un giro su facebook. Ecco cosa ha scritto uno dei miei contatti (un tipo intellettuale e di sinistra):

“Siccome la sessualità è un fatto squisita-mente privato, di cui a nessuno dovrebbe fregare un bel nulla al quadro, ma anche alla cornice, Tiziano Ferro ha pensato bene di rendere noti i cazzi suoi privati: si è recato perfino da una penalista di nome. Domanda spontanea: è idiota di suo o simula? E' cosi irrimediabilmente troglodita, o ha semplicemente un ego ipertrofico da colmare?”

Lo riporto qui, insulti compresi, non per accanirmi contro la singola persona, ma perché esprime un luogo comune molto diffuso – anche a sinistra. È la solita tiritera: “Non mi importa di quello che fate a letto, l’importante è che non me lo facciate sapere”. Lo stesso argomento (non sono riuscita a ritrovare l’articolo: mi aiutate?), lo usò Enzo Biagi criticando la prima coppia lesbica italiana che, nel 1998, a Pisa, si è iscritta a un registro delle unioni civili.

E allora lo dico, una volta per tutte: la sessualità non è un fatto privato. Non perché uno debba raccontare cosa gli piace fare a letto (quello lo lasciamo al nostro premier), ma perché l’orientamento sessuale entra nella socialità quotidiana.

Ogni volta che un uomo dice “la mia ragazza”, o “mia moglie”, sta proclamando di essere eterosessuale. Nessuno, però, lo accusa di mettere i suoi panni in piazza. Se un uomo dice “il mio fidanzato” o una donna “la mia compagna”, subito vengono accusati di esibizionismo. Fateci caso, è quasi un riflesso condizionato.

Pretendere che le persone gay e lesbiche non mostrino chi sono è una forma subdola e viscida di omofobia. In questo paese l'omosessualità è ancora repressa, i gay e le lesbiche (anche i trans, ma stiamo parlando di omosessuali) sono discriminati, insultati, persino accoltellati. E se un personaggio pubblico, e amato, dichiara di essere gay è un fatto importante: sfida i pregiudizi e la discriminazione. Dice: “Anch'io ho diritto di esistere”. Rimproverargli quella franchezza significa ribadire che non ce l’ha.

Il mio ‘amico’ di Facebook ha precisato che lui ce l’ha con Tiziano Ferro perché è uno che vive la propria omosessualità “come una colpa” e quindi “alimenta la discriminazione”. Per altro, Ferro ha spiegato che la viveva male, ora non più – ed è diverso. Ma colpevolizzare i gay, accusarli di essere complici della loro discriminazione è una reazione da manuale di psicologia sociale. Come quando si dice: “Non sono io che ce l’ho con gli ebrei, sono loro che vogliono restare diversi, non si comportano come tutti gli altri”.

Tiziano Ferro è nato e cresciuto a Latina, un posto dove la destra ha il 70%. E se qualcuno ha da dirti qualcosa di destra è “frocio”. Tiziano Ferro, a Repubblica, spiega: “La cosa più assurda è che non posso incolpare nessuno: non ho vissuto in un ambiente che nega l'omosessualità, ho fatto tutto da solo, il problema sono sempre stato io”. Forse è vero per il suo ambiente più prossimo, ma non è vero in generale.

Siamo in un Paese in cui, come spiega Ivan Scalfarotto, l’offesa peggiore è “frocio”. Un bambino, qualsiasi bambino, impara che “frocio” è un’offesa prima ancora di sapere cosa significa. Sa, da subito, che è meglio non essere “frocio” – e ci vuole una sicurezza di sé fuori dall’ordinario per non tentare di non esserlo.

Certo, su questo il mio ‘amico’ di facebook ha ragione, meglio non dover passare per questa fase. Nel 2001, l’anno in cui Tiziano Ferro è diventato famoso, Klaus Wowereit è diventato sindaco di Berlino. Quando si è candidato ha detto: “Ich bin schwul – und das ist auch gut so!”. “Sono gay e va bene così”. Punto.

Ma in Italia sono tanti i ragazzi e le ragazze che hanno fatto l’esperienza di Tiziano Ferro: non volere esser gay o lesbiche per paura delle conseguenze. E sapere che lui ha superato tutto questo, e oggi è felice e ha successo, può essere loro solo d’aiuto.

Gli esempi sono importanti. Dopo l’elezione di Barack Obama, gli studenti afroamericani hanno migliorato i loro risultati nei test di ingresso nelle università: solo per il fatto di sapere di poter ottenere di più (“puoi diventare presidente se vuoi!”) hanno iniziato a ottenere di più. Vale per tutti i gruppi subalterni o minoritari. Oggi gli omosessuali italiani sono abituati a considerarsi cittadini di serie b – perché per le istituzioni, che li discriminano, non esistono. Tiziano Ferro ci ha ricordato che i gay e le lesbiche esistono e hanno diritto alla felicità.

lunedì 13 settembre 2010

"In Italia Gay, lesbiche e trans rischiano ancora la vita"




Pubblico l'intervista di City a Maura Chiulli, romanziera, performer e attivista di Arcigay che denuncia il silenzio dell'italia sui crimini omofobi.

Romanziera, performer, attivista di Arcigay, MAURA CHIULLI ha scritto “Maledetti froci & maledette lesbiche”, libro denuncia sulle violenze omofobe.

Nel suo libro conta almeno 15 omicidi di gay e trans negli ultimi due anni. E oltre 200 casi di violenze. C’è un’emergenza omofobia?

In Italia c’è un grave problema di omofobia. Abbiamo, per esempio, il più alto tasso di aggressioni contro le persone trans nell’Europa Occidentale. Ma quando si parla di emergenza sicurezza, questo problema viene sempre tralasciato. Il 25 agosto scorso un ragazzo è stato stuprato a Rimini: ne hanno parlato solo i giornali locali.
Cosa è successo?
Un giovane inglese che era qui a lavorare è stato brutalmente violentato, picchiato e rapinato da uno stupratore recidivo, che aveva precedenti penali per violenza sessuale sulla sua ex compagna.
Come fa a dire che è un crimine omofobo?
L’aggressore, mentre stuprava il ragazzo e poi nell’interrogatorio, ha dichiarato di essere eterosessuale e di averlo violentato perché gli fanno schifo i gay. Invece un giornale, La voce di Rimini, ha raccontato la vicenda come una storia boccaccesca, una notte di sesso fra ubriachi finita male...
Perché? L’aggressore ha adescato la vittima?
Sì. Lo ha avvicinato in un pub, lo ha corteggiato per ore e poi si sono allontanati per scambiarsi dei baci: il ragazzo non immaginava che quell’uomo di 30 anni fosse un mostro. L’aggressione si è consumata nell’albergo dello stupratore: il ragazzo si era chiuso in bagno dopo aver rifiutato un rapporto sessuale per due volte. L’aggressore è entrato con la forza, lo ha violentato più volte, gli ha rotto un timpano, gli ha quasi cavato un occhio a calci.
Un’efferatezza impressionante.
Non solo, ha preso il giovane, che non riusciva nemmeno a camminare per i danni riportati al retto, e lo ha portato nell’hotel, in cui stava per farsi consegnare tutti i suoi soldi, i documenti e il cellulare. Tutto senza nessuna paura.
Una persona, per quanto violenta, fa una cosa del genere perché in qualche modo pensa che la passerà liscia...
È questo il nodo cruciale. Le violenze che documento nel mio libro le ho ricostruite sui dati di Arcigay: magari le vittime si rivolgono a noi, ma non denunciano. In Italia c’è un clima che fa sentire protetti gli aggressori, non gli omosessuali .
Perché?
È il risultato dell’omofobia diffusa. A cominciare da quei politici che parlano di omosessualità come di una malattia. E dalle famiglie. Molti ragazzi che ho intervistato si sono sentiti dire dai loro genitori: “Meglio un figlio morto che frocio”. A quel punto è chiaro che non denunciano: è un male minore essere quasi ammazzato senza ricevere giustizia, che essere considerato morto dalla tua famiglia.
Lei racconta che, se le vittime denunciano, spesso le forze dell’ordine non reagiscono...
È una seconda violenza. A un ragazzo marocchino, picchiato dai buttafuori in discoteca perché aveva sfiorato le labbra del fidanzato, la polizia di Rimini ha detto: “Se avessi baciato una donna non ti sarebbe successo”.
Sembra incredibile...
È inaccettabile. Questo ragazzo si è trovato di fronte a un’ulteriore violenza da parte di chi doveva tutelarlo. La polizia in pratica gli ha detto che essere gay legittima le botte.
Non tutti i poliziotti saranno così.
Per fortuna no. Nel caso del ragazzo inglese la stessa polizia di Rimini è intervenuta con grandissima sensibilità.
Lei descrive anche l’omofobia quotidiana, come il frequentissimo caso degli affitti.
L’ultima denuncia è dei giorni scorsi: se sei gay niente affitto. È successo anche a me e alla mia compagna. In agenzia immobiliare ci hanno detto: “Io non ce l’ho con voi altri, ma vi consiglio di non dire che siete una coppia: la gente pensa che i froci facciano le feste, le orge, e non sono ‘ospiti’ graditi”.
Le chiedevano di nascondersi: che effetto fa?
È una richiesta costante di auto-esclusione: ti impedisce di rapportarti in maniera autentica. È molto doloroso: nascondersi significa cancellarsi. E spesso causa vere e proprie patologie psichiche.
Queste discriminazioni in una democrazia sono scandalose. Perché lo scandalo non c’è?
Ci sono troppi pregiudizi religiosi e culturali. Invece la lotta all’omofobia va fatta a partire dall’articolo 3 della Costituzione, e riguarda etero e gay: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Oggi c’è un cittadino di serie B in Italia: il cittadino omosessuale.
Un anno fa i cattolici di tutti i partiti hanno affossato la legge Concia, che puniva più severamente le aggressioni omofobe, perché avrebbe “trattato in maniera diversa i gay”.
Era un pretesto! Hanno addirittura paragonato l’omosessualità alla zoofilia. Ma le aggressioni omofobe sono una realtà: bisogna trovare strumenti per trattare in maniera uguale persone che invece sono discriminate. Come succede con le vittime di razzismo. Lo dice lo stesso articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

martedì 3 agosto 2010

E se non sono come i miei?


Cosa succede quando scopri che il tuo orientamento sessuale è diverso da quello dei tuoi? Sicuramente, tutto diventa più complicato. E hai paura che questa cosa ti divida per sempre da loro. Come si supera? Con tanta fiducia nei propri sentimenti e, possibilmente, genitori comprensivi.


Ce lo racconta Ry Russo Young, giovane e promettente regista newyorkese, in un articolo uscito sul mitico Daily Beast. Si intitola Thank God My Moms Are Lesbians.


Quando ero più giovane, la questione di come sarei “diventata” – etero o gay – aleggiava nella mia testa. Se cresci in una famiglia eterosessuale, l’assunzione generalmente è che sarai eterosessuale, ti sposerai, avrai dei bambini: tutto il percorso di rito. Ma crescendo, io ero assolutamente consapevole che sarei stata etero oppure gay, una cosa o l’altra. La mia adolescenza è trascorsa con il sottofondo di quello che sembrava il conto alla rovescia dei quiz.


Se fossi stata lesbica, sarei stata come i miei, cosa che sembrava sicuramente la scelta più comoda e sicura. L’ironia è che io sentivo più rischioso, da un punto di vista psicologico, essere etero: avrebbe significato non far più parte della cultura queer in cui ero cresciuta. Quando ero piccola la mia famiglia sfilava sempre al Gay Pride di New York. Avrei dovuto guardare dal marciapiede, se fossi diventata etero?


Tutta l’idea di essere etero mi sembrava esotica e in un certo senso glamour. Sarei stata una di quelle donne che vedevo camminare per strada sui tacchi a spillo e baciare uomini barbuti, alti e muscolosi? Non riuscivo esattamente a immaginarmi nel ruggente mondo “normale” fatto di preservativi e matrimoni, eppure essere gay non mi è mai sembrata la cosa giusta.


Poi a 17 anni, ho incontrato il mio primo amore: un ragazzo di Boston molto carino, che suonava la chitarra e amava Bob Dylan. Nonostante mia sorella fosse diventata famosa per le sue pomiciate con Theo nel retro della nostra scuola, di recente aveva fatto il suo coming out come lesbica. E io mi ritrovavo lì, nel travaglio di rendermi conto che volevo stare con i maschi. Vivere in una famiglia di sole donne mi faceva credere che il corpo maschile fosse estraneo soltanto a me -- anche se, dopo averne parlato con le mie amiche, non mi sembrava di essere molto più al buio, a proposito di forme maschili, di quanto non lo fossero loro. Ero terrorizzata all’idea di far sesso, e morivo dalla voglia di farlo e mi chiedevo se andasse bene farlo.


Quando ero adolescente andavo spesso in camera delle mia madri, in pigiama, a dare loro la buonanotte. Sedevo sul piccolo divano che chiamavamo il letto-di-giorno e sbocconcellavo biscotti mentre chiacchieravamo. Un notte, mentre parlavo del mio ragazzo, le mie madri si sono alzate sui cuscini mentre guardavano “I capolavori del teatro” e mia mamma mi ha detto: “Adesso finiscila di parlarne di continuo e vedi di farlo!”. In qualche modo sapeva tutto, anche se non le avevo detto niente. Ho sentito un senso di assoluto sollievo. La mia mente da adolescente nevrotica aveva bisogno di sentirsi dire che andava bene che fossi etero e facessi sesso. Lei lo aveva capito e mi aveva dato la sua benedizione”

martedì 29 giugno 2010

Storie di (in)visibilità


Patricia Highsmith è stata una delle più grandi scrittrici di gialli (o meglio, crime stories) del secolo scorso. Ma ha anche scritto il primo romanzo "lesbico" a lieto fine della letteratura (mondiale). Si intitola Carol, ed è stato pubblicato per la prima volta nel 1951, con un altro titolo, The Price of Salt, e uno pseudonimo, Claire Morgan. E' bello.

Ho da poco finito di leggere la biografia della Highsmith, The Talented Miss Highsmith, scritto da Joan Shenkar, e ho scoperto che dopo aver proposto Carol ad alcuni editori, ancor di più, dopo aver auto l'ok da uno di essi, la Highsmith è andata nel panico.

Era terrorizzata dall'essere scoperta, si vergognava all'idea di pubblicare un romanzo lesbico, temeva che la sua carriera sarebbe stata rovinata per sempre. E non voleva assolutamente che la sua famiglia sapesse del libro. Il tutto condito da dosi ancora più massicce di alcol di quelle abituali (era un'alcolista) e stati di agitazione febbrile, al punto da diventare fisica. Eppure scrivere il libro l'aveva "riempita di fiducia in se stessa". E' beffardo: la prima donna che ha avuto il coraggio di regalare serenità a una coppia lesbica nata dalla sua immaginazione, non aveva il coraggio per vivere con altrettanta serenità la sua "condizione". Per quanto esprimere quella parte di sé la facesse stare bene, non poteva renderla visibile agli altri.

Sono passati quasi sessant'anni, ma in Italia la questione glbt è ancora trattata come un problema di morale sessuale e non di minoranze. E' lo stesso orizzonte in cui si muoveva la Highsmith. Invece dovremmo aver capito che permettere alle persone di esprimere e rendere visibile una parte importante di sé (come la propria identità e affettività) fa parte dei loro diritti fondamentali.

Nel 1962, sempre la Highsmith, nei suoi diari, descriveva molto bene l'effetto dell'autocensura, dell'imperativo dell'invisibilità:

Fino ai trent'anni circa ero essenzialmente come un ghiacciaio, o come una pietra. Penso che mi stessi "proteggendo". Era sicuramente legato al fatto che ero costretta a nascondere completamente i miei impulsi emotivi più importanti. Questo è il problema dell'omosessuale dotato di coscienza: che non solo nasconde i suoi obiettivi sessuali, ma che nasconde altrettanto la sua umanità e il suo cuore.


Essere invisibili agli altri significa anche essere invisibili a se stessi. Avere un immaginario in cui vedere rispecchiata la propria scelta affettiva e il proprio orientamento sessuale (etero, lesbico, bi, diversamente etero) significa avere diritto di esistere. Permette di essere più libere.

Un'altra intellettuale lesbica che non è mai stata visibile come tale è Susan Sontag. L'ho sempre ammirata: quando ero al liceo lessi il suo Malattia come metafora e mi colpì moltissimo. Ma ancora di più mi colpiva che fosse un'intellettuale: una persona il cui lavoro nella vita era pensare il suo tempo e porre domande. Dalla mia remota provincia mi sembrava che non ci fosse niente di più grande.

Solo poco tempo fa, molti anni dopo la mia adolescenza di provincia, ho scoperto che Susan Sontag era lesbica. E' stato uno choc: una donna che è stata molto importante per la cultura americana, pensava a partire anche da quella esperienza - ma nessuno sentiva il bisogno di dirlo. Perché? Era una censura degli altri, o la condizione per cui poteva parlare a tutti? Non lo so.

Però recentemente ho letto i suoi diari. Ecco cosa scriveva la vigilia di Natale del 1959:

Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno dell'identità come arma, per far fronte all'arma che la società ha contro di me. Non giustifica la mia omosessualità. Ma mi darebbe - lo sento così - una licenza. Sto diventando consapevole di quanto mi sento in colpa di essere queer. Con H, pensavo che non mi importasse, ma stavo mentendo a me stessa. Ho lasciato pensare agli altri [...] che era H. a essere il mio vizio. E che senza di lei non sarei stata queer, o non lo sarei stata prevalentemente.Lego la mia paura e il mio senso di colpa a Philip [il suo ex marito, ndr.], al fatto che lo pubblicizza per tutto il mondo, con la prospettiva di un'altra battaglia legale per la custodia [del figlio, ndr.] l'estate prossima. Ma forse lui le rende soltanto peggiori. E allora perché l'inganno con Jacob? Essere queer mi fa sentire più vulnerabile. Aumenta il mio desiderio di nascondermi, di essere invisibile - che comunque ho sempre avuto.


Essere lesbica le fa desiderare di essere invisibile. Di non essere connotata, etichettata. E' un desiderio che va oltre la sua omosessualità: la Sontag era anche ebrea, ma non lo diceva (credo che sia un'inconscia vendetta il fatto che il figlio, David Rieff, nei diari che ha curato la indichi con le sue iniziali: SS). E in effetti gay ed ebrei hanno questo in comune: la possibilità di mascherarsi da maggioranza per sfuggire alle discriminazioni. I sociologi li chiamano "gruppi screditabili".


Ma a che prezzo? Nascondersi agli altri rende più difficile scoprire se stessi. Per questo la Sontag scrive: ha bisogno di uno strumento per rivelarsi e stare nel mondo. La sua scrittura è connessa con la sua omosessualità.

Inoltre per i gay e le lesbiche, rispetto agli ebrei, c'è una difficoltà in più: non hanno una tradizione familiare. Formano la loro identità (quasi sempre) in contrapposizione alla famiglia, perché di solito nascono da eterosessuali. Mentre gli ebrei possono attingere a un patrimonio di immagini, valori e ideali condivisi nell'ambito dei loro affetti - e a una genealogia -, gli omosessuali devono andarseli a cercare. Per questo l'immaginario è ancora più importante.

I diari della Sontag sono anche pieni di riflessioni sul fatto che scrivere significhi esporsi. E su quanto conti il piacere fisico per liberare la mente. Alla fine quella è la forma estrema di esposizione. Un altro passo dai diari, del 19 novembre 1959:

L'arrivo dell'orgasmo ha cambiato la mia vita. Sono liberata, ma non il modo giusto per dirlo. Più importante: mi ha limitata, mi ha chiuso delle possibilità, ha reso le alternative chiare e affilate. Non sono più illimitata, cioè niente. La sessualità è il paradigma. Prima,la mia sessualità era orizzontale, una linea infinita che poteva essere suddivisa all'infinito. Ora è verticale; è all'insù o niente. L'orgasmo mette a fuoco. Bramo scrivere. L'arrivo dell'orgasmo non è la salvezza, di più, la nascita del mio ego. Non posso scrivere finché non trovo il mio ego. L'unico tipo di scrittore che posso essere, è quello che espone se stesso.


In Italia non abbiamo una Susan Sontag e neppure una Patricia Highsmith. O almeno, non sappiamo se le abbiamo. Non c'é neppure una Ellen Degeneres, la comica americana che con il suo coming out ha cambiato il mondo dello spettacolo americano. Abbiamo Sarah e Veronica del Gf. Anche nella loro storia il tema della visibilità è centrale.

I loro baci nell'ultima edizione del reality show hanno rivelato qualcosa che non aveva mai avuto (così) spazio nella tv italiana . Il paradosso è che il maggior momento di visibilità mediatica, per le lesbiche, in Italia si è avuto grazie a due ragazze che si sono ostinatamente dichiarate eterosessuali. Nonostante questo - e nonostante gli stereotipi con cui la tv ha raccontato la loro vicenda - la storia di Sarah e Veronica ha conquistato migliaia di donne lesbiche, bisessuali, diversamente etero.

Su tutto questo con Milena Cannavacciuolo, Chiara Tarfano e Marica Lizzadro, stiamo girando un documentario: Diversamente etero, appunto. Sarà soprattutto una riflessione sull'importanza della visibilità per la minoranza glbt. Sul sito di Diversamente etero tutte le informazioni.

lunedì 10 maggio 2010

Diversity management, lavoro a misura di dipendente

Paolo Arnaldi è il responsabile del personale in tutta l'Europa occidentale per Citigroup, la grande banca multinazionale. Citi, insieme a Johnson & Johnson è stata una delle prime aziende ad aderire al progetto di Ivan Scalfarotto, Parks, un'associazione che aiuta le imprese a rendere il luogo di lavoro più gay friendly. Ovvero a evitare un aspetto delle tante discriminazioni che ancora ci sono nel mondo del lavoro (italiano). Cliccate sul testo per ingrandirlo.

giovedì 15 ottobre 2009

Fabio Granata: "Da destra dico sì a gay e immigrati"

Ci sono dei minimi comun denominatori di civiltà che dovrebbero essere patrimonio di tutti i partiti politici e di tutta la società. Uno fra questi è il rispetto dei diritti civili, che non sono diritti dei gay, degli immigrati, delle donne. Sono i diritti di tutti, da cui purtroppo certe categorie sono escluse.

In Europa succede così: la destra tedesca, tanto per fare un esempio, è guidata da una donna e da un gay, il leader dei verdi è di origine turca. Ma lo stesso accade in Francia, Olanda, Inghilterra, per non parlare di Svezia e Norvegia. L'Italia invece sembra stare in un altro secolo.

Eppure non tutta la destra italiana è misogina, omofoba, xenofoba: c'è una parte che si vuole europea - anche se non trova spazio, almeno per ora, sui banchi del governo. Si può non essere d'accordo, ma almeno è un'interlocutrice credibile. Qui di seguito l'intervista uscita su City a Fabio Granata, deputato del Pdl ed estensore di una proposta di legge per abbassare i tempi per l'accesso alla cittadinanza italiana, da 10 a 5 anni.


La legge sull'omofobia NON era incostituzionale


Ho già scritto che gli argomenti usati dal centrodestra e da parte del Pd per rigettare la legge sull'Omofobia firmata dall'Onorevole Paola Concia (Pd) erano solo delle bieche scuse. Lo ripete, con ben altri argomenti (anche se un po' in "legalese") un'associazione che si occupa di diritti civili, la Rete Lenford. Sintetizzo per voi il comunicato (che, qui vuole si può leggere integralmente qui di seguito).

Il punto è: che l'orientamento sessuale non può essere messo sullo stesso piano di incesto, pedofilia, zoofilia, necrofilia, che da un punto di vista medico sono "disturbi del comportamento sessuale". E che proteggere le vittime di violenze omofobiche non viola il principio di uguaglianza dando una doppia protezione alle medesime. La protezione, spiega la Rete Lenford, è "semplice", perché il nucleo e il movente dei reati che essi subiscono è quello dell'odio nei confronti delle persone gay, lesbiche, bisessuali o trans. Infine, conclude l'associazione per i diritti civili, l'espressione "orientamento sessuale" compare già nella legislazione penale italiana, e anche questo argomento, non tiene.

La Rete Lenford dimostra che la "pregiudiziale di costituzionalità", una volta per tutte, è solo uno stratagemma per fermare una legge che nessuno aveva la faccia tosta di bloccare apertamente. Invece di dire che questo paese tollera le aggressione a gay e lesbiche, perché in fondo chissenefrega, hanno preferito attarcsi al cavillo. E tutti immediatamente hanno scoperto il valore della "costituzionalità". Strano, perché questa è la stessa camera che ha votato il lodo Alfano, poi dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Alé!


Eccoo il comunicato integrale della Rete Lenford
Ieri, 13 ottobre 2009, la Camera dei Deputati ha votato, approvandola, una pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’UDC contro il testo unificato, concernente l’introduzione della circostanza aggravante inerente all’orientamento o alla discriminazione sessuale.

Accogliendo con un sì l’approvazione della pregiudiziale, la Camera ne ha fatto proprio il contenuto.

Tuttavia le supposte violazioni delle norme costituzionali indicate nella pregiudiziale, che di seguito si specificano, sono inesistenti.

Secondo gli estensori della questione pregiudiziale il progetto di legge introduceva, in violazione dell’art. 3, un trattamento differenziato fondato su un elemento irragionevole, che risiederebbe nel fatto che l’espressione “orientamento sessuale” comprenderebbe “qualunque orientamento, ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera”.

Questa affermazione è del tutto incongruente ed errata.

Infatti, nel suo significato semantico l’espressione “orientamento sessuale” non corrisponde a nessuno dei fenomeni sopra elencati, essendo una condizione personale ascritta e avendo una sua precisa definizione scientifica come attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso una persona del proprio sesso o del sesso opposto.

Neppure nel suo contenuto legislativo, la dizione “orientamento sessuale” può dirsi comprensiva delle sopra menzionate condotte erotiche che invece non sono condizioni personali ascritte, ma vengono fatte rientrare dalla scienza medica nella categoria dei disturbi del comportamento sessuale.

Peraltro, è proprio l’asserita arbitraria assimilazione tra “orientamento sessuale” da un lato, e condotte erotiche quali incesto, pedofilia, zoofilia ecc. dall’altro, che costituisce una disparità di trattamento del tutto irragionevole, e ciò perché, com’è evidente, l’orientamento sessuale è cosa ben diversa dalle predette condotte, che si caratterizzano tutte come indirizzate a specifiche categorie di soggetti che non possono catalogarsi in base all’orientamento sessuale. Così, ad esempio, un pedofilo è tale in virtù dell’età della sua vittima, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia o meno il suo stesso sesso. Analogamente, un necrofilo è tale in virtù del fatto che la sua vittima è morta, cioè, ancora, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia il suo stesso sesso o quello opposto. Inutile dilungarsi sulle altre condotte.

Del resto, l’ordinamento italiano e sovranazionale già sanziona, con norme di natura penale, le condotte sopra elencate, che sono considerate dannose per la vittima, mentre protegge espressamente l’orientamento sessuale, per esempio contro le discriminazioni nei luoghi di lavori o nella definizione dei requisiti per lo status di rifugiato.

Risulta chiara ed evidente la confusione del legislatore, voluta o non voluta resta comunque il dubbio, nell’accomunare una condizione personale a dei comportamenti che nulla hanno in comune, ingenerando in ogni caso, proprio con tale sovrapposizione, una vera e propria discriminazione ai danni delle persone omosessuali.

Secondariamente, nella pregiudiziale approvata si sostiene che “chi subisce violenza, presumibilmente per ragioni di orientamento sessuale, riceverebbe una protezione privilegiata rispetto a chi subisce violenza tout court”.

Questa visione rispecchia proprio il problema che la proposta di legge presumeva di risolvere.

Infatti, la violenza per ragioni di orientamento sessuale non è mera violenza, ma è qualcosa di più o, se si vuole, qualcosa di diverso. In altre parole, nella violenza di stampo sessuale o omofobico la peculiarità di sesso (l’essere donna) o di orientamento sessuale (l’essere omosessuale) della vittima non è neutrale né rispetto al reato, del quale costituisce il fondamento, la motivazione e, in senso tecnico, il movente, né l’autore del reato stesso, che si trova in uno stato soggettivo di odio rispetto alla vittima.

Si vorrebbe far credere, nella mente degli estensori della questione pregiudiziale, che l’elemento soggettivo in capo all’autore del reato (“l’interiorità dell’animo” quale “autentico movente”), sarebbe difficilmente accertabile, e quindi di per sé contrario al principio di uguaglianza, perché irragionevolmente discriminatorio.

A questa visione basta rispondere che il codice penale ben conosce ipotesi di dolo specifico e che le difficoltà di accertamento del reato non possono, da sole, giustificare un rifiuto di tutela da parte del legislatore, che è chiamato, in virtù dei suoi doveri costituzionali, a porre fine alle discriminazioni e non ad alimentarle attraverso considerazioni di ordine pratico che la legge, invece, assegna sempre al giudice perché le risolva nel corso di un procedimento giudiziario, con gli strumenti che il diritto processuale mette a sua disposizione.

Quale ulteriore asserita motivazione di incostituzionalità della proposta di legge, basata sull’art. 25 della Costituzione, ed in particolare sul principio nullum crimen sine lege, mancherebbe una definizione dell’espressione “orientamento sessuale”, mancanza che renderebbe imprecisato l’oggetto dell’aggravante.

Si tratta, anche qui, di un’opinione del tutto incongruente, per le stesse ragioni evidenziate sopra e in più perché la nozione di orientamento sessuale è già presente nella legislazione penale italiana. Infatti dal combinato disposto degli articoli 10 e 18 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e dall'articolo 38 dello Statuto dei lavoratori risulta una fattispecie penale tra i cui elementi vi è proprio l'orientamento sessuale.

Infine, Avvocatura per i diritti LGBT si dichiara estremamente rammaricata dal fatto che è stata sollevata una questione pregiudiziale che, lungi dal dare seguito ai dubbi sollevati nella I Commissione permanente della Camera dei Deputati, ha invece inteso uccidere sul nascere qualsiasi dibattito in Aula, impedendo la discussione sulla proposta di legge presentata dall’On. Concia.

Avvocatura per i diritti LGBT, in conclusione, evidenzia che le censure di incostituzionalità sollevate dagli estensori della pregiudiziale risultano, a seguito di analisi, in realtà del tutto inesistenti e sembrano esprimere invece, surrettiziamente, la scelta politica degli estensori di impedire che il problema dell’omofobia sia affrontato anche attraverso l’introduzione di una tutela di legge penale.

Roma, 14 ottobre 2009.

AVVOCATURA PER I DIRITTI LGBT - RETE LENFORD info@retelenford.it

Ps: Ringrazio Anna per la segnalazione.

lunedì 28 settembre 2009

Westerwelle, il vicecancelliere è gay



Angela Merkel, cancelliera cristiano-democratica della Germania, è stata riconfermata alla guida del governo. Non condivido la sua visione del mondo, ma mi fa piacere che una donna che pensa da donna riesca ad arrivare ai vertici della politica. Non è scontato. Ed è ben altrra cosa da Margaret Thatcher.

Ma i tedeschi (di destra) ci danno anche un'altra lezione. Il futuro vicepremier e forse anche ministro degli Esteri è Guido Westerwelle, il leader della Fdp (liberali, sono il terzo partito tedesco). Bene, Westerwelle è gay dichiarato e da anni si presenta nelle occasioni ufficiali con il suo compagno, il manager dello sport Michael Mronz. Questo ne fa, a occhio, il gay dichiarato più potente del mondo. La cosa bella? La questione non è entrata minimamente nel dibattito elettorale: Westerwelle è stato giudicato per le sue proposte.

In Italia, tranne la lodevole eccezione di Nichi Vendola, infatti, se uno è gay (o una è lesbica) si ritiene debba fare politica solo sui diritti delle minoranze. Un bel ghetto. E mentre in Germania una donna e un gay si possono permettere di portare la destra alla vittoria, da noi c'è un premier che racconta barzellette piccanti. Una presidente del Consiglio o un vicepremier gay o lesbica sono inimmaginabili. In fondo il Vaticano ce l'abbiamo in casa...

venerdì 24 aprile 2009

"In Italia nessuna legge vieta il matrimonio gay"




Saveria Ricci
ha fondato insieme a Francesco Bilotta e Antonio Rotelli la Rete Lenford, un'associazione di giuristi per la tutela delle persone gay, lesbiche, bisessuali e trans. Stanno portando avanti i ricorsi contro i comuni che negano le pubblicazioni di nozze alle coppie omosessuali.

E' una battaglia semisconosciuta, ma geniale, perché si basa su un principio fondamentale della Costituzione: tutti i cittadini sono uguali. E sul fatto che nessuna legge, in Italia vieta espressamente il matrimonio gay. Il tre aprile hanno ottenuto la prima importante vittoria.

Il Tribunale di Venezia ha riconosciuto le loro ragioni e ha rimandato il ricorso alla Corte costituzionale. Potrebbe essere il primo passo per il riconoscimento delle unioni, meglio, del matrimonio gay. Molto più di quanto prevedessero Pacs, Dico o Cus.

In questa intervista a City, Saveria Ricci spiega tutto nei dettagli. Se siete gay e vi volete sposare, lei è l'indirizzo giusto...


Il matrimonio tra gay? Nessuna legge lo vieta

Avvocata, Saveria Ricci ha fondato la Rete Lenford per i diritti delle persone omosessuali e trans. Grazie alla sua battaglia legale il tribunale di Venezia ha aperto alle nozze gay.

Cosa è successo a Venezia: le nozze omosessuali non sono più vietate?
Guardi, nel nostro ordinamento non c’è nessuna legge che proibisce il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Come, no?
Non è previsto ma non è neanche vietato: di sicuro non c’è nessun divieto scritto nella Costituzione.
Però si continuano a impedire i matrimoni gay.
Le rispondo con quanto ha scritto la Corte costituzionale del Sudafrica quando ha introdotto le nozze gay: “Il fatto che un pregiudizio duri da tanto, non ne giustifica la sopravvivenza”.
Voi cercate di mettervi fine: come?
Facendo decidere alla magistratura, a cui, in democrazia, spetta il compito di interpretare le leggi.
Di fatto, quindi, la Rete Lenford aiuta tutte le coppie gay che vogliono sposarsi...
Magari! Non basterebbero tutti gli avvocati d’Italia. Ne assistiamo solo alcune, che hanno chiesto le pubblicazioni di matrimonio e se la sono vista rifiutare.
Cioè l’affissione all’albo del Comune?
Sì, sono una delle condizioni per potersi sposare. Servono per esempio a prevenire la bigamia. Si pubblica la richiesta di una coppia di andare a nozze, perché così un eventuale coniuge può vederla e dire: “Quello è già mio marito, non si può sposare”.
E voi l’avete richiesta anche per delle coppie omosessuali...
Sì: a Venezia, Torino, Roma, Pavia e Milano, Firenze... Per fortuna non è morto o svenuto nessun ufficiale di Stato civile! Si sono limitati a negare le pubblicazioni. E noi abbiamo fatto ricorso. Il tribunale veneto, per la prima volta, l’ha accettato. Grazie all’avvocato Francesco Bilotta.
Perché?
Il suo ricorso è uno degli atti giuridici più belli che abbia mai visto: una perla. Costringe alla riflessione anche l’interlocutore più indifferente.
Su cosa?
Sul fatto che abbiamo una Costituzione in cui si stabilisce l’uguaglianza tra tutti i cittadini. E sul fatto che l’affettività è un diritto fondamentale che fa parte del diritto alla salute: puoi avere un corpo sano, ma se non puoi vivere come gli altri i tuoi sentimenti e la tua sessualità, non stai bene.
Con queste argomentazioni, avete chiesto al tribunale di Venezia di fare concedere le pubblicazioni a una coppia di uomini...
Sulla base di questo e del fatto che, come le dicevo prima, la Costituzione non vieta le nozze gay.
I giudici cosa hanno fatto?
Hanno analizzato la questione dal punto di vista tecnico e si sono chiesti se ci fossero dei diritti ancora non riconosciuti. E anno riscontrato “nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, che chiedono tutela”.
Questo, in parole povere, cosa significa?
Che hanno rinviato la decisione e chiesto un parere alla Corte costituzionale.
Cioè al tribunale supremo a livello nazionale: perché?
La Corte costituzionale, che è composta dai migliori giuristi del Paese, è chiamata a stabilire se una legge rispetta la Costituzione. Oppure se la sua interpretazione corrente non è precisamente rispettosa della Carta . È l’organo che detiene le chiavi della democrazia.
Cosa può fare?
Può dire che una legge è incostituzionale. O va rivista la sua applicazione. E quindi può dare dei suggerimenti al legislatore. Prima che si pronunci, però, ci vorrà tempo: almeno un anno.
Lei cosa spera?
Che continui a indirizzare il Paese verso una democrazia più completa, garantendo i diritti di tutti. Come ha fatto finora.
Ma è così importante che la società riconosca le unioni gay?
Lo psichiatra Vittorio Lingiardi ha spiegato che non riconoscere ai gay il diritto di essere una coppia “legale” danneggia la loro salute e rinforza i pregiudizi omofobi.
Quindi la risposta è sì...
C’è una minoranza di persone che ha dentro un tale impulso alla libertà, da riuscire a vivere senza il riconoscimento sociale che ti dà la legge. Ma per la maggior parte della gente non è così. E poi non c’è motivo per questa limitazione: come hanno scritto anche i giudici di Venezia, il riconoscimento delle nozze gay non minaccia “né interessi pubblici né privati”.
La Rete Lenford difende i diritti delle persone gay, lesbiche e trans. Ce ne sono altri non riconosciuti, oltre al matrimonio?
Pensi all’eredità: si dice che anche ora si possa lasciare tutto al partner gay...
Non è vero?
È possibile solo se non ci sono eredi legittimi, cioè genitori o figli. In più, se la mia compagna eredita da me, perde quasi metà del valore in tasse, perché per la legge è un’estranea. A mia moglie non succederebbe. E non posso lasciare alla mia partner neppure la pensione di reversibilità. Ma pago i contributi come tutti: nella dichiarazione dei redditi non c’è la casella per l’esenzione con scritto: “gay”.
Lei, se potesse, si sposerebbe?
Per lavoro faccio l’avvocata matrimonialista e ne vedo di tutti i colori. Per cui non lo so. Però preferirei essere io a decidere: non voglio che mi sia impedito.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

mercoledì 22 aprile 2009

Venezia, primo sì alle nozze gay


Grazie al lavoro della Rete Lenford e dell'associazione radicale Certi Diritti, il tribunale di Venezia ha aperto al matrimonio gay. L'articolo da City di oggi. Riusciranno a eliminare (almeno) questa discriminazione nei confronti delle persone lesbiche, gay e trans? Comunque: repetita juvant.

martedì 21 aprile 2009

Venezia: "Matrimonio gay è legittimo"

Il tribunale di Venezia si è appellato alla Corte Costituzionale, chiedendo di dichiarare discriminatori gli articoli del codice civile che vietano ai gay e alle lesbiche di sposarsi.

Scondo i giudici, infatti, “nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, chiedono tutela” e nel matrimonio fra persone dello stesso sesso non si “individua nessun pericolo di lesione a interessi pubblici o privati".

E' una vittoria storica per il movimento gay: da mesi la rete Lenford ha promosso azioni legali per ottenere il riconoscimento di pari diritti per tutti i cittadini, compresi quelli omosessuali. Con l'assistenza dei legali della Rete Lenford, copppie gay di tutta Italia hanno chiesto all'Ufficiale di Stato Civile del loro Comune di la pubblicazione del loro matrimonio. Finora tutti Comuni hanno sempre risposto con un rifiuto ufficiale. Di fronte a cui gli avvocati di Lenford hanno fatto ricorso in tribunale. I giudici di Venezia lo hanno accettato.

Adesso la parola passa alla Corte Costituzionale. E si spera che i giudici dell'Alta Corte aboliscano finalmente la discriminazione.

domenica 5 aprile 2009

Aggressione ai gay, ma non è "omofoba"


Oggi a Milano c'è un "convegno" di Forza Nuova. Quelli che non sono più fascisti, ma quando entra il loro eurodeputato gli fanno il saluto romano. La notte prima, sempre a Milano, succede qualcosa.

Una macchina senza targa si ferma di fronte a un locale gay friendly, il Toilet, e quattro teste rasate prendono a colpi di cric i presenti, poi provano a sfondare la vetrina e scappano prima dell'arrivo della polizia. "Secondo l'ufficio delle volanti non ci sarebbero elementi tali da provare la matrice politica o omofobica dell'aggressione", scrive Repubblica.it.

Sarà solo una coincidenza del linguaggio, ma non capisco come si possa riconoscersi nel saluto romano senza essere fascisti; allo stesso modo in cui non capisco come si possa fare una spedizione organizzata contro un locale notoriamente frequentato da gay urlando "froci" e "comunisti" senza che sia un'aggressione omofoba e politica.

Intanto, sei non hai la targa e scendi con un cric in mano, significa che ti sei premunito prima. E poi se urli "froci", usi un'espressione omofoba. Se, ancor di più, ci aggiungi "comunisti" a mo' di insulto, sei già dentro un linguaggio politico, per lo più "di destra". Questo per ripetere l'ovvio, che a quanto pare per la polizia non lo è.

Se vogliamo fare un passo verso il meno ovvio, aggiungo che qualsiasi attacco organizzato - anche se non si richiama a ideologie compiute, slogan abbozzati o a una consapevole visione del mondo - è politico. Perché avviene in uno spazio pubblico e rinforza un messaggio implicito: i "froci" (o i rumeni, è lo stesso) fanno schifo, non li vogliamo, vanno picchiati. E questi si sono presi la briga di andarli a cercare, i gay, non li hanno giusto incontrati per strada.

E per finire con quelli che non sono più fascisti, l'eurodeputato "omaggiato" dai militanti di Forza Nuova è Roberto Fiore, figlio di un ex repubblichino, condannato per associazione sovversiva, rientrato in Italia dopo la prescrizione della pena. Ha preso il seggio all'europarlamento dopo le dimissioni di Alessandra Mussolini.


Da Repubblica.it
Spedizione notturna al circolo gay
prima gli insulti, poi l'aggressione

di Franco Vanni
Una spedizione notturna, con cric e cacciavite usati come armi, al grido «froci, comunisti». E' successo sabato notte davanti al circolo Toilet sui Navigli, frequentato anche da gay: una Fiat Bravo blu senza targhe si ferma davanti al locale, escono quattro uomini, cominciano a insultare e picchiare chi si trova all'esterno del locale. Poi cercano di sfondare la vetrina, per proseguire all'interno le violenze. " Secondo l'ufficio delle volanti non ci sarebbero elementi tali da provare la matrice politica o omofobica dell'aggressione".

«Gli aggressori avevano capelli cortissimi - raccontano i numerosi testimoni - e uno di loro parlava con accento dell'Est Europa». Alla fine i contusi sono tre: un ragazzo ferito con il cric alla testa e poi medicato in ospedale, il gestore del locale, preso a pugni e curato dai soccorritori del 118, e un terzo giovane schiaffeggiato. Il blitz è durato pochi minuti: all'arrivo della polizia, i quattro uomini erano già fuggiti. Secondo l'ufficio delle volanti non ci sarebbero elementi tali da provare la matrice politica o omofobica dell'aggressione.