lunedì 21 marzo 2011

Giovanni Minerba, "Quando i gay non esistevano"

Ho finalmente ritrovato l'intervista Giovanni Minerba, direttore del TORINO GLBT FILM FESTIVAL, uscita su City nel 2007. Ve la ripropongo qui.

Giovanni Minerba ha inventato “Da Sodoma a Hollywood” il primo festival del cinema omosessuale in Italia. Nel giorno in cui si conclude la XXII edizione, ci racconta oltre 30 anni da gay dichiarato.

Come è nato il Festival?
Nel 1982, io e il mio compagno Ottavio Mai, che adesso non c’è più, decidemmo di improvvisarci filmaker. Non ci vedevamo rappresentati nei film che circolavano allora e abbiamo pensato: facciamoli noi. Da lì è nato tutto.
Perché non vi sentivate rappresentati?
A volte succede anche adesso, ma allora tutti i personaggi gay erano negativi: suicidi, sfruttatori di marchette, anziani che cercavano in modo squallido ragazzi giovani. Tutti stereotipi.
Lei negli anni ’70 ha fatto parte del Fuori, il primo gruppo omosessuale italiano. Era più difficile essere dichiarati, allora?
Ho militato nel Fuori dal 1975, prima ho dovuto attraversare dei passaggi. Per quanto mi riguarda, dichiararmi non è certo stato facile. All’inizio mi sono anche sposato per guarire.
Sposato per “guarire”?
Sì, era il 1971, vivevo a Lecce, macellaio figlio di macellai, l’omosessualità non poteva neanche esistere. Si sapeva, si immaginava, c’erano delle situazioni strane con degli amici, nel senso che si faceva sesso, io lo cercavo anche, ma il tutto non si poteva nominare. Lo stesso succedeva in parrocchia, nonostante si sapesse che il prete era omosessuale. Le dico solo che quando ci fu un diverbio, per altri motivi, con una persona del mio paese, lui mi minacciò: “Stai attento, se no dico a tutti che sei gay”. Quando era lui, più grande di me, il primo a esserlo.
E quando ha deciso di cambiare vita?
Nel 1972-73, quando ho capito che non potevo guarire, neppure con lo psichiatra. Passavo le notti a contemplare il soffitto. Poi una mattina mi sono svegliato e ho preso la decisione. La prima a cui l’ho detto è stata mia moglie. E all’inizio è stato difficile. Poi, quando in paese hanno cominciato a circolare le dicerie, che ci separavamo perché la costringevo a fare cose strane, ho preso il treno da Torino, dove nel frattempo abitavamo già, per andare a parlare anche con le nostre famiglie.
L’hanno capita?
Mia madre e quella di mia moglie all’inizio non hanno capito neppure cosa significasse essere omosessuale! Lo ha spiegato, in maniera piuttosto volgare, mio suocero. Ma quella che l’ha presa peggio di tutti è stata una mia sorella. Per anni non mi ha invitato a casa sua. Poi, dopo che è morto mio padre, e grazie anche a mia nipote che ha fatto tanto per riavvicinarci, le cose sono cambiate. E quest’anno ha deciso, per la prima volta, di venire al festival. È andata bene.
Oggi per i gay è più facile?
Sì, oggi sono molti meno quelli che per paura, o per mentalità, hanno una doppia vita. Trent’anni fa c’era più angoscia. Eppure è incredibile la realtà in cui siamo ancora nel 2007.
In che senso?
Per alcuni versi mi ritrovo ancora fermo: io sono un cittadino che di sicuro ha solo doveri, i diritti no. A cominciare da dover dare prova che noi gay esistiamo, che la realtà è la realtà. E quando sento la Chiesa paragonare l’omosessualità alla pedofilia e all’incesto... proprio non riesco a starci dentro. E allora cerco di farmelo scivolare addosso e di andare avanti, di rispondere con i miei mezzi, prima di tutto il cinema.
È stata la passione per il cinema a farle conoscere il suo compagno Ottavio Mai?
No, ci siamo conosciuti per caso per strada, il 27 agosto del 1977. Ma è stato l’incontro, quello che ti cambia la vita. Da quel momento lui ha iniziato a entrare in politica più di me, prima nel Fuori, poi nel Partito radicale. E io a fare il cinema. Ci siamo scoperti insieme cineasti, lui di lavoro faceva il tassista.
Come è morto Ottavio?
Nessuno si aspettava quello che è successo... ma la sua morte è stata anche colpa della campagna anti-Aids di quegli anni. Ottavio aveva scoperto di essere sieropositivo nel 1987, ma stava bene. Poi il 10 ottobre del 1992 ha avuto una piccola ischemia, indipendente dalla sua malattia. Durante il day hospital, gli hanno messo in stanza un nostro conoscente che aveva l’Aids inoltrato. L’ha sconvolto vedere una persona che prima era pimpante e brillante, stare così male. “Io dovrò trovarmi in queste condizioni”, diceva. Il fine settimana è tornato in ospedale per degli accertamenti e si è ucciso.
Come ha superato una cosa del genere?
Continuando il lavoro che facevamo insieme: è stato lui a darmi questa grande forza. E le persone che avevo intorno: come il mio attuale compagno, Damiano Andresano. Ci siamo conosciuti la notte del compleanno di Ottavio, circa un mese dopo la sua morte. Per me è significativo, come aver trovato qualche tempo dopo un gatto vicino alla sua tomba: sta ancora con me, come voleva lui, e l’ho battezzato Mario, lo stesso nome con cui chiamavano Ottavio in famiglia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 9 marzo 2011

Un passo concreto per le donne: le quote nei cda



Per la prima volta, l'Italia potrebbe introdurre il meccanismo delle quote per combattere lòa discriminaizone delle donne sul lavoro: solo per i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa o a partecipazione pubblica, ma è pur sempre un inizio. La legge potrebbe esser approvata al Senato in questi giorni, per poi tornare alla Camera. le quote non sono la perfezione, ma un buono strumento pragmatico. Il senso lo spiega Alessia Mosca (che ha co-firmato la proposta di legge) in questa intervista a City.







Sulle donne basta parole, ora facciamo qualcosa

Deputata del Pd, Alessia Mosca ha scritto con una collega del Pdl la proposta di legge per aumentare la presenza delle donne ai vertici delle aziende.

Le vostre non sono proprio quote “rosa”...
Vogliamo che nei consigli di amministrazione sia riservato il 30% dei posti al genere meno rappresentato. Si tratti di uomini o donne. La regola varrà solo per le aziende quotate in borsa o a partecipazione pubblica (come le “municipalizzate”),
Vero è che, quasi sempre, sono le donne ad essere in minoranza nei vertici delle aziende.
Oggi nei consigli di amministrazione (i “cda”) delle società quotate le donne sono solo il 7% dei consiglieri. In quelle municipalizzate meno del 2%.
La vostra proposta di legge è “bipartisan”, è stata votata dalla Camera, oggi tocca al Senato: non dovrebbe essere difficile approvarla...
Sì, è co-firmata da me e Lella Golfo del Pdl. Ma se c’è sostegno trasversale, c’è anche ostilità trasversale. Confindustria ha sollevato obiezioni che il governo ha fatto proprie. Abbiamo cercato un compromesso.
Compromesso? Cioè?
Nella nostra proposta la quota riservata sarebbe stata del 30%, da subito e per tre mandati dei cda, cioè i prossimi nove anni. Pena lo scioglimento del consiglio di amministrazione. Confindustria e governo volevano che le soglie fossero graduali e la sanzione solo pecuniaria. Alla fine abbiamo trovato un accordo: al primo mandato dei cda la soglia sarà del 20%, dal secondo mandato, cioè dal 2015, salirà al 30%.
In ogni caso le quote sono temporanee?
Le quote sono pensate come uno strumento provvisorio: servono a sbloccare un circolo vizioso. Le aziende oggi sono guidate da uomini, che tendono a scegliere altri uomini. Noi vogliamo interrompere questo automatismo per un periodo di tempo sufficiente a creare un nuovo equilibrio.
E dopo?
Tolto il tappo e dopo 9 anni, se le donne saranno all’altezza non avranno bisogno di un’imposizione normativa.
Spesso si dice che se le donne non sono ai livelli alti dell’economia è perché non lo vogliono.
Varie ricerche hanno dimostrato che le donne vorrebbero fare di più di quello che fanno, ma non possono. Vorrebbero avere più figli e vorrebbero poter lavorare anche avendo figli. Ma, in assenza di servizi di assistenza pubblici, le donne devono sottrarre tempo al lavoro per curare i figli. O spendere tutto lo stipendio in baby sitter.
Per questo molte rinunciano a investire sul lavoro?
Spesso è una scelta “forzata”: il divario salariale e di carriera tra uomini e donne è ancora molto alto. E quindi, se qualcuno deve rinunciare al lavoro, rinuncia chi guadagna meno o ha meno prospettive di avanzare.
Le quote sono una questione di equità?
Non solo: una serie di studi ha valutato i profitti delle aziende in base alla composizione dei consigli di amministrazione. Si è visto che più sono differenziati e più alta è la presenza di donne, più migliorano i risultati delle imprese. La cosa interessante è che la regola vale solo se le donne sono scelte per le loro competenze e non per legami familiari, perché “figlie” o “mogli di”.
Sta alle singole aziende scegliere bene?
Certo: le donne qualificate non mancano. In più questa legge è un grande incentivo. Uno dei problemi del nostro Paese è il rinnovamento della classe dirigente. Se costringiamo le aziende a mettere ai loro vertici il 30% di persone nuove (le donne, che al momento sono fuori) si genera indirettamente un cambio della classe dirigente. Forse è questo che fa davvero paura.
Non si tratta di maschilismo?
Sicuramente c’è un maschilismo diffuso. Ma fa anche molta paura l’idea di dover cedere le leve del comando: chi è già nei luoghi dei poteri si oppone per conservarlo.
In effetti a parole tutti vogliono fare qualcosa per le donne, ma poi quando si tratta di prendere decisioni concrete, le cose cambiano.
Noi abbiamo iniziato da questa legge che tocca una parte molto piccola dell’economia per metterci in linea con i Paesi europei. Ma anche perché pensiamo che a cascata possa influenzare le altre aziende, che abbia un valore simbolico più forte di quello “numerico”.
Lei per la media dei politici italiani è molto giovane, 35 anni, e molto colta (ha un dottorato). Cosa ne pensa del “velinismo” in politica?
Si discute molto delle donne, ma il punto è che il discorso vale anche per gli uomini: ce ne sono troppi incompetenti, che hanno ruoli politici e istituzionali senza averne i meriti, ma solo perché messi lì da qualcuno. È ora di cambiare.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

lunedì 28 febbraio 2011

Berlusconi zimbello d'Europa



Ecco come il comico e gionalista inglese Charlie Brooker (uno che scrive per il Guardian) racconta il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. Non ci facciamo una bella figura.

giovedì 24 febbraio 2011

A Milano si lotta per la democrazia




Il deserto della democrazia, a Milano. Ho cercato notizie sull'Associazione dalla parte della democrazia, ma non ne trovo. Della campagna dà notizia Il Giornale berlusconiano. Bisogna dire che stimola la creatività.

Massacrati con le armi italiane

Qui le immagini delle vittime della repressione: sono durissime.

L'Italia ci ha messo un po' a conndanare la repressione del dittatore Muammar Gheddafi e lo ha fatto molto timidamente. Il premier Silvio berlusconi ha addirittura chiamato Ghefddafi, non per dirgli di smetterla, ma per assicurare un pazzo delirante che non lo stava bombardando. Ma soprattutto ha continuato, fino a tre giorni fa, a vendergli le armi con cui ha ucciso, dice Al Arabiya, diecimila persone.


Gliele ha vendute e continua a vendergliele. Leggete cosa scrive Pax Christi:

Libia – Italia: l'imbarazzata complicità
Bloccare il mercato delle armi e rispettare i diritti umani

Il 2 settembre scorso abbiamo espresso il nostro disgusto per lo “spettacolo indecoroso” in onore di Gheddafi preparato dal capo del governo che ha ostentatamente baciato la mano al dittatore trascurando completamente ogni accenno alla violazione dei diritti umani, alla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, a chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Ora la repressione delle rivolte è spietata. Gruppi armati sparano sulla folla che viene anche bombardata.

Pax Christi vuole ricordare che l’Italia è il primo esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. Nel biennio 2008-2009 il governo italiano ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti per oltre 205 milioni di euro, più di un terzo di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE. A differenza dei colleghi europei, il ministro degli Esteri si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi.

L’Italia, complice di tanti affari e orrori, imbarazzata, balbetta.
Eppure non sono mancate le sollecitazioni. Dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa, con la Rete Disarmo e la Tavola della pace avevamo chiesto al Governo di sospendere ogni forma di cooperazione militare con tutti i paesi dell’area.
Ma la vita dei libici vale più del petrolio, del gas e di ogni altro interesse.

E’ urgente rivedere il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 da Berlusconi e Gheddafi – con cui le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio.

Vogliamo ricordare che la legge 185 del 1990 sulle esportazioni di armamenti chiede di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale" e di rifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.

Disarmo, giustizia e democrazia sono la premessa perché il nord Africa e il Mediterraneo diventino, secondo il sogno di La Pira, un “grande nuovo lago di Tiberiade”. Non il bagno di sangue che siamo costretti a guardare di fronte a casa.

Pax Christi Italia
Firenze, 22 febbraio 2011

Fonti e ulteriore documentazione in: Rete Disarmo www.disarmo.org e Unimondo www.unimondo.org

venerdì 11 febbraio 2011

Voci diverse, una sola manifestazione: "Se non ora, quando?"



La manifestazione del 13 febbraio per la dignità delle donne ha suscitato molte reazioni, spesso contrastanti. Molte femministe D.o.c.g. l'hanno criticata in nome dell'autolesionista pratica della rottura del capello in quattro. Che dire? In linea di principio hanno anche ragione, ma dimenticano che quei principi a cui si appellano oggi non valgono per moltissime donne, anche a causa del fatto che la loro generazione si è arroccata sulle battaglie per la divisione del capello e nel frattempo non si è accorta che il mondo tornava indietro di 40 anni.

Penso che invece la manifestazione di domenica prossima "Se non ora, quando", sia un'occasione fondamentale per ritrovare la più grande e più sprecata pratica del femminismo: la condivisione di obiettivi politici tra donne di diverse condizioni sociali e orizzonti culturali, ma che riguardano tutti. Di seguito l'intevista a City della deputata di Fli Giulia Bongiorno (conosciuta anche come l'avvocata di Giulio Andreotti). Qui, invece, l'appello dei collettivi di "Indecorose e libere".

Donne, venite in piazza: è una questione di dignità

Giulia Bongiorno è presidente della Commissione Giustizia alla Camera, deputata di Fli, e una delle sostenitrici di “Se non ora quando”, la manifestazione del 13 febbraio per la dignità delle donne
Perché avete deciso di scendere in piazza?

In Italia si nega che esista un problema legato alla discriminazione delle donne. Ma la realtà dimostra che le donne vengono escluse dai ruoli di potere, o che comunque la percentuale di coloro che riescono ad accedervi è bassissima.
Molti sostengono che con l’inchiesta sul “caso Ruby” si stia violando la privacy del premier: lei cosa ne pensa?
Sono e resto garantista: ogni imputato – e quindi anche Silvio Berlusconi – è innocente fino a prova contraria. Ma il cosiddetto “caso Ruby” rappresenta una ferita a tutte le donne per la situazione in cui sono maturati i reati contestati al premier. E nemmeno il più grande avvocato sarebbe in grado di produrre una prova capace di cancellare certe offese alla dignità femminile.
Un’offesa alle dignità di tutte le donne? Non al massimo di chi partecipa alle sue feste?
Io rispetto la libertà di autodeterminazione di chiunque e non mi sento di affermare che le ragazze che hanno partecipato a quelle feste nelle residenze del premier sono state sfruttate. Chi vuole organizzare festini hard è libero di farlo, purché non danneggi qualcun altro. Ma non è accettabile “premiare” qualcuno e mandarlo avanti – magari assegnandogli incarichi pubblici – per il solo fatto che si è prestato al bunga bunga o perché è particolarmente attraente.
Il problema quindi è che Berlusconi è il premier e la partecipazione a quelle feste dà dei benefici “pubblici”…
Non cambia nulla se chi organizza queste feste è un uomo o una donna, non è il genere sessuale che importa. Quello che importa è che una simile condotta sconvolge il sistema dei valori e svilisce l’impegno. Senza dimenticare che la gente è comunque portata a seguire l’esempio dei potenti: chi riveste ruoli di potere dovrebbe essere consapevole delle proprie responsabilità.
Secondo molti l’Italia deve affrontare questioni più urgenti e importanti della dignità delle donne: lei cosa ne pensa?
Cosa ci può essere di più importante della dignità di oltre metà della popolazione italiana? La verità è che si nega l’esistenza di un problema legato alla dignità delle donne perché si ha paura che, parlandone, le donne possano prenderne coscienza. Se ci fosse maggior consapevolezza, probabilmente le cose andrebbero diversamente e forse non tutti vogliono che questo accada.
Lei ha anche denunciato l’assenza di una politica per le donne da parte del governo Berlusconi: cosa intende?
Io guardo alle priorità annunciate del governo e mai ho sentito pronunciare la parola “donna”, se non in qualche barzelletta di dubbio gusto.
Perché la manifestazione di domenica prossima fa appello soprattutto alle donne?
Le donne devono assolutamente conquistare una parità di fatto e forse potrebbero riuscirci attraverso questa battaglia. È un’urgenza non più rinviabile.
Un’altra obiezione è che la vostra sia una mobilitazione da “femministe moraliste”, mentre le donne che “vendono” il loro corpo per fare carriera fanno una scelta libera.
Credo sia un modo come un altro per tentare di disinnescare il profondo cambiamento culturale e sociale che si profila all’orizzonte. E se si cerca di minimizzarlo è perché lo si teme.
Lei è una donna di destra, ha appena avuto un figlio da sola, ha una carriera brillantissima. È la dimostrazione che un certo modello “tradizionale” della donna è definitivamente superato?
Da questo punto di vista non mi sembra ci siano novità all’orizzonte: anche oggi, la donna deve fare i salti mortali e dare continue dimostrazioni del proprio valore per conquistare determinate posizioni. E poi per mantenerle.
Per ottenere certi risultati le donne devono ancora fare più fatica?
Molta più di quanto non sia richiesto a un uomo. In particolare, conciliare lavoro e famiglia, poi, rimane un’impresa ardua. Tutto questo ha un prezzo altissimo, che molte donne pagano rinviando la maternità o addirittura rinunciandovi. È essenziale non mollare e impegnarsi per un cambiamento: occorre essere sempre più numerose e sempre più convinte.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it


domenica 6 febbraio 2011

Manuale d'istruzioni per dittatori




I fatti li sapete. E se non li sapete, ve li riassumo con la parole (perfette) di Michele Brambilla sulla Stampa:

L’altro ieri (giovedì, ndr.) alla Commissione bicamerale è stato respinto un «pezzo» del federalismo; il governo ha cercato di farlo passare ugualmente con un decreto, che ieri il Presidente della Repubblica ha però dichiarato irricevibile, chiarendo che una cosa del genere deve passare dal Parlamento. E infatti si tornerà a discuterne alle Camere. Ulteriore chiarimento per i non addetti ai lavori: una riforma passata alla Bicamerale avrebbe avuto il marchio di un riforma condivisa; una che invece passa alle Camere con un voto di maggioranza ha quello della riforma di parte.


Il ministro dell'Interno Roberto Maroni aveva detto che, se il decreto in questione non fosse passato, la Lega avrebbe chiesto le elezioni subito. E quindi il governo doveva salvare la faccia (e anche il culo): da lì un decreto d'emergenza, che però violava tutte le procedure.

La violazione era talmente smaccata, che la ammette anche Il Giornale della famiglia Berlsconi (ovvero, come si dice in marketinghese, l'House Organ del premier):

"Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. [...] In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop".


Così il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, con tutta tranquillità riduce la divisione dei poteri (caposaldo della democrazia) a questione di forma, addirittura "burocratica". Ma siamo sempre all'allusione: la vera bordata arriva dopo:

Più probabilmente, [Bossi e Berlusconi] sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere ­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri , dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.


A me sono queste cose che fanno davvero paura. Un giornalista, un direttore di giornale, non ha più nessun pudore a scagliarsi contro la divisione dei poteri. Cioè, appunto, la democrazia. E rivendica che, in nome del fatto che è stato eletto, un capo del governo possa fare tutto. Anche Adolf Hitler è stato eletto, e ha usato quel consenso per diventare il più sanguinario dittatore della storia. Come ha fatto? Ha scardinato mano mano tutte le garanzie democratiche. Tipo, appunto, la divisione dei poteri.

Berlusconi passa, ma restano quelli che - per sostenere il suo governo - affossano la base della democrazia. Sono loro che mi fanno davvero paura.

Ecco l'editoriale di Sallusti sul Giornale


L'EDITORIALE "La fatica di governare"
di Alessandro Sallusti

Governare è impresa disperata a meno che non si voglia sottostare agli organi di altri poteri, dal capo dello Stato ai magistrati, dai sindacati ai mezzi di informazione

Il presidente Napoli­tano ha bloccato la nuova legge sul fede­ralismo varata l’al­tra sera dal governo. Il motivo? Procedurali vio­­late, protocolli non ri­spettati. Insomma, que­stioni di forma e di buro­crazia. L’opposizione esulta, felice di avere ri­tardato di qualche setti­mana (tanto ci vorrà per rimediare)l’entrata in vi­gore di una riforma che modernizza l’Italia e aiu­ta la gente a vivere me­glio e un po’ meno tassa­ta.

In punta di diritto il Quirinale avrà anche ra­gione, tanto che né Ber­lusconi né Bossi hanno contestato lo stop. Più probabilmente, sapeva­no già che sarebbe anda­ta a finire così ma hanno voluto ugualmente riba­dire il loro diritto a deci­dere­in un Paese dove go­vernare è impresa dispe­rata a meno che non si voglia sottostare agli or­dini di altri poteri, dal ca­po dello Stato ai magi­­strati, dai sindacati ai mezzi di informazione.

Poteri che hanno un filo rosso comune: essere ex, neo o post comuni­sti. Cioè parte di una sini­stra che non accetta la prima regola di una de­mocrazia: per cinque an­ni è legittimato a gover­nare chi vince le elezio­ni. Questo proprio non gli entra in testa, voglio­no comandare anche quando perdono e per farlo sono disposti a tut­to, compreso il fatto che leggi e forme devono es­sere piegate sempre e so­lo a loro vantaggio.

Se di regole e rispetto delle istituzioni parlia­mo, perché nessuno di questi signori pone il problema che il presi­dente della Camera non può usare il potere e i mezzi in dotazione alla carica per fare cadere il primo ministro? Perché non porre il problema che se uno passa all’op­posizione deve lasciare libero il posto nelle com­missioni parlamentari che occupava in quanto maggioranza? Perché la legge viene applicata con violenza contro i giornalisti che rivelano segreti d’ufficio solo se questi sono del Giornale mentre quelli di Repub­blica sono liberi di fare di tutto impunemente? L’elenco dei «perché» sarebbe lungo chilome­tri.

Ma si può riassumer­li in uno: perché Berlu­sconi e Bossi non avreb­bero il diritto di governa­re? La risposta è una so­la: hanno il consenso della gente, e si sa, per la sinistra, insegna la sto­ria, la gente è pericolo­sa. Se poi chiede più fe­deralismo e meno tasse, cioè più libertà, è addirit­tura da internare. Cosa già successa in Paesi tan­to cari soltanto qualche anno fa a chi oggi ci vuo­le insegnare la democra­zia e le sue regole.