Di seguito il mio articolo sulla "dote" per i lavoratori stanziata dal Comune di Capannori, uscito su Corriere.it il 1 maggio 2012. Il Comune ha cercato un modo per far sì che i sussidi stanziati ai lavoratori generino reddito sul lungo periodo. Invece di assistenza, un posto di lavoro
Il Comune dà la «dote» ai lavoratori: chi li assume riceverà tra i tre e i cinquemila euro
MILANO - Una «dote» ai lavoratori disoccupati da portare all’azienda che li assume. È l’iniziativa che il Comune di Capannori, in provincia di Lucca, si è inventato contro la crisi. «Potevamo limitarci a stanziare sussidi per chi ha perso o non trova lavoro», spiega il sindaco Giorgio Del Ghingaro, 53 anni, alla guida di una giunta di centrosinistra. «Ma abbiamo cercato una soluzione che, oltre ad assistere i lavoratori in difficoltà, possa aiutare a far ripartire l’economia locale, in questo momento in ginocchio». Capannori, 46mila abitanti e seimila imprese in 156 chilometri quadrati, ospita il più grande polo cartario d’Europa. «Finora le multinazionali della carta hanno retto, ma il blocco generale dei pagamenti ha colpito l’indotto: in generale le piccole e medie aziende fanno fatica ad andare avanti», dice il sindaco. continua a leggere
La disoccupazione in Italia è più bassa che in Europa: 7,4% contro il 9,7% della zona euro. Bene, si dirà. Se però si vanno a vedere meglio i dati si scopre che in Italia c'è un'enorme differenza tra giovani e adulti. Un ragazzo su quattro, infatti, è disoccupato: tra gli under 24 il 24% è in cerca di lavoro. Una percentuale molto più alta che nel resto d'Europa.
Non solo, numerose ricerche (come quella della Banca d'Italia) hanno dimostrato che nel nostro Paese c'è sempre più differenza tra i salari dei giovani e quelli dei lavoratori anziani. I nostri stipendi medi sembrano più alti perché gli over 50 sono pagati molto più che nel resto d'Europa, soprattutto in confronto con i venti e trentenni, che invece hanno stipendi (e condizioni di lavoro) da fame. Inoltre i loro salari sono destinati a crescere meno di quelli dei loro genitori. I padri stanno meglio dei figli.
Per non parlare delle figlie: quelle sono messe proprio male. La ministra Mara Carfagna forse non se ne è accorta, ma nell'ultimo rapporto del World Economic Forum l'Italia è scesa dal 67° al 72° posto nel mondo nella classifica delle disuguaglianze di genere. L'Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede di poco la Tanzania ed è terzultima in Europa, riassume il Corriere della Sera. Perché?
"A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice su «partecipazione e opportunità nell'economia» (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878".
In questo Paese essere donne giovani conviene molto poco. E la vera differenza, nel lavoro, sarà sempre di più quella tra genitori e figli. La cosa che mi ha colpito, è che questa condizione è forse il minimo comun denominatore degli italiani, "nuovi" o "vecchi" che siano. Ecco cosa scriveva Randa Ghazy, scrittrice ventenne figlia di genitori immigrati dall'Egitto, su Internazionale della scorsa settimana:
"Trovo raccapricciante l’omicidio di Sanaa, la ragazza d’origine marocchina uccisa dal padre perché conviveva con un italiano: è l’ennesima dimostrazione di come le donne siano ancora usate come strumento di ostentazione per uomini desiderosi di difendere il loro onore e la loro virilità. Fatti come questo sono raccapriccianti perché dimostrano un tragico divario culturale tra genitori e figli nei casi di integrazione mancata.
Ci sono, però, anche altre cose che mi fanno arrabbiare. L’11 ottobre un uomo di Osimo, in provincia di Ancona, ha accoltellato la figlia perché si era messa con un albanese. Due anni fa a Monza un direttore di banca in pensione ha sparato al figlio gay perché, a suo dire, era una “persona problematica”. Quindi, perché non analizziamo questi episodi di violenza familiare da un punto di vista sociologico? Perché diventano solo un’occasione per attaccare i musulmani?"
Una riflessione simile - ma dal punto di vista del rapporto tra i generi - era stato fatto da alcune intellettuali come Chiara Volpato, Anne Maas e Angelica Mucchi Faina. Può sembrare strano accostare i dati economici a queste riflessioni sulle violenze. Ma si tratta di fenomeni solo apparentemente diversi: mostrano tutti che in Italia c'è un crescente abisso tra generazioni e generi. Forse dovremmo ricominciare a ripensare tutti a che tipo di Paese stiamo costruendo.
E' come se l'intera città di Milano si ritrovasse disoccupata. Fate un po' voi. E i più colpiti saranno giovani, precari, immigrati. In italia, però, continuiamo a parlare di scandali e partiti. Su City trovate l'intervista al regista Giacomo Faenza, che ha girato "Caro Parlamento" un film-inchiesta per raccontare come si vive da precari "normali". Fa paura. Cliccate sulle immagini per ingrandire.
"Riteniamo che questi numeri siano assolutamente compatibili con i nostri vincoli, con i nostri impegni europei e intendiamo mantenere questa politica, una politica di rigore che assorbe il ciclo"
Giulio Tremonti, Roma, 15 gennaio 2009
Il governo nega l'evidenza, nasconde i fatti, non risponde alle domande dei giornalisti e insulta chi non accetta la sua visione dei dati economici. Tanto che uno dei suoi ministri più importanti, quello dell'Economia Giulio Tremonti, arriva a dare della "testa di cazzo" a un giornalista che si limita a fare bene il suo lavoro.
Tremonti deve dimettersi: quello che ha fatto non ha scuse. Non ne avrebbe anche se il giornalista avesse detto qualcosa di sbagliato o offensivo. Invece si è limitato a chiedere una risposta alla sua domanda. Guardate il video per credere: è pazzesco.
Non solo, quando ha presentato le previsioni sull'economia del Dpef (un atto dovuto che, come ha spiegato lui stesso, Tremonti si sarebbe volentieri risparmiato) ha negato l'evidenza. I dati economici, infatti, sono drammatici.
Il rapproto deficit/pil effettivo ha raggiunto il 5,2%. Ma il governo ha presentato i dati come se non fosse così: "Il rapporto deficit/pil, corretto al netto della crisi, è pari al 3,1% nel 2009. Nel 2008 fu del 3,4%. Nel 2010 sarà del 2,8%; nel 2011 del 2,5%; nel 2012 del 2,1%; nel 2013 del 2,2%", si leggeva nei testi forniti da "fonti del governo" ai mezzi di informazione.
In questo modo sembre che il rapporto tra il debito accumulato e la ricchezza prodotta nel paese sia più o meno uguale a quello degli anni scorsi. E anzi destinato a diminuire negli anni prossimi. "L'indebitamento programmatico strutturale corretto per il ciclo, quindi depurato dell'impatto della crisi e delle una tantum è stimato al 3,1%", ha ripetuto oggi Tremonti.
Ma la crisi c'è. Tanto che il documento del Dpef varato da Tremonti, subito dopo, si permette rivendicare l'efficacia delle misure anticrisi adottate dal governo: "Durante la crisi il governo ha agito in modo mirato per garantire condizioni di stabilità per la finanza pubblica, per dare supporto all'economia, per assicurare la coesione sociale", recita ossequiosamente il testo.
Ma Tremonti e il governo sono ottimisti, come al solito. "Riteniamo che questi numeri siano assolutamente compatibili con i nostri vincoli, con i nostri impegni europei", si sbilancia a dire il ministro. Tremonti, infatti, si attacca alla definizione tecnica. Il patto di stabilità europeo impone che il rapporto deficit Pil strutturale non superi il 3%. E il governo sostiene che quasi la metà del distastroso risultato italiano dipenda dalla crisi, sia perciò temporaneo e non strutturale.
In base a quali dati? Non si sa, ma bisogna fidarsi. "Sono le tecniche del commercialista che trova la gabola per non pagare le tasse", spiega l'economista Luca Foresti. Il punto è che, se si ascoltano gli economisti, questa crisi non è passeggera e sta facendo chiudere molte fabbriche, aziende, negozi. Per sempre. Quel 2,2% passeggero, in buona parte resterà. Insultare i giornalisti, purtroppo, non cambia i fatti. Serve solo a nasconderli. Intanto la situazione economica italiana continua a peggiorare. E la pagheremo noi.
Ho una laurea in filosofia alla Scuola Normale di Pisa e un dottorato in scienze politiche alla Scuola Sant'Anna. Faccio la giornalista al Corriere della Sera e sono una delle autrici del documentario Diversamente etero. Ho vissuto in Germania, una paese che adoro, e sono dipendente dalle serie tv. Il mio blog è chiuso, ma potete trovare i miei pezzi su Corriere.it o su http://27esimaora.corriere.it/author/elena-tebano/