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sabato 14 maggio 2011

Diversamente etero - la storia che non avete visto



Questo il trailer di Diversamente etero, il documentario nato da un'idea mia e di Milena Cannavacciuolo e realizzato con Chiara Tarfano e Marica Lizzadro (la regia è di Marica Lizzadro). Sul sito del documentario potete trovare le date delle prossime proiezioni, oppure potete seguirci sulla nostra pagina Facebook

Noi speriamo che Diversamente etero sia l'occasione per parlare di omofobia nei media e di quella forma specifica di disciminazione delle minoranze che è l'invisibilità. Vi aspettiamo

sabato 31 ottobre 2009

Padri, figli e figlie


La disoccupazione in Italia è più bassa che in Europa: 7,4% contro il 9,7% della zona euro. Bene, si dirà. Se però si vanno a vedere meglio i dati si scopre che in Italia c'è un'enorme differenza tra giovani e adulti. Un ragazzo su quattro, infatti, è disoccupato: tra gli under 24 il 24% è in cerca di lavoro. Una percentuale molto più alta che nel resto d'Europa.

Non solo, numerose ricerche (come quella della Banca d'Italia) hanno dimostrato che nel nostro Paese c'è sempre più differenza tra i salari dei giovani e quelli dei lavoratori anziani. I nostri stipendi medi sembrano più alti perché gli over 50 sono pagati molto più che nel resto d'Europa, soprattutto in confronto con i venti e trentenni, che invece hanno stipendi (e condizioni di lavoro) da fame. Inoltre i loro salari sono destinati a crescere meno di quelli dei loro genitori. I padri stanno meglio dei figli.

Per non parlare delle figlie: quelle sono messe proprio male. La ministra Mara Carfagna forse non se ne è accorta, ma nell'ultimo rapporto del World Economic Forum l'Italia è scesa dal 67° al 72° posto nel mondo nella classifica delle disuguaglianze di genere. L'Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede di poco la Tanzania ed è terzultima in Europa, riassume il Corriere della Sera. Perché?

"A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice su «partecipazione e opportunità nell'economia» (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878".
In questo Paese essere donne giovani conviene molto poco. E la vera differenza, nel lavoro, sarà sempre di più quella tra genitori e figli. La cosa che mi ha colpito, è che questa condizione è forse il minimo comun denominatore degli italiani, "nuovi" o "vecchi" che siano. Ecco cosa scriveva Randa Ghazy, scrittrice ventenne figlia di genitori immigrati dall'Egitto, su Internazionale della scorsa settimana:

"Trovo raccapricciante l’omicidio di Sanaa, la ragazza d’origine marocchina uccisa dal padre perché conviveva con un italiano: è l’ennesima dimostrazione di come le donne siano ancora usate come strumento di ostentazione per uomini desiderosi di difendere il loro onore e la loro virilità. Fatti come questo sono raccapriccianti perché dimostrano un tragico divario culturale tra genitori e figli nei casi di integrazione mancata.

Ci sono, però, anche altre cose che mi fanno arrabbiare. L’11 ottobre un uomo di Osimo, in provincia di Ancona, ha accoltellato la figlia perché si era messa con un albanese. Due anni fa a Monza un direttore di banca in pensione ha sparato al figlio gay perché, a suo dire, era una “persona problematica”. Quindi, perché non analizziamo questi episodi di violenza familiare da un punto di vista sociologico? Perché diventano solo un’occasione per attaccare i musulmani?"



Una riflessione simile - ma dal punto di vista del rapporto tra i generi - era stato fatto da alcune intellettuali come Chiara Volpato, Anne Maas e Angelica Mucchi Faina. Può sembrare strano accostare i dati economici a queste riflessioni sulle violenze. Ma si tratta di fenomeni solo apparentemente diversi: mostrano tutti che in Italia c'è un crescente abisso tra generazioni e generi. Forse dovremmo ricominciare a ripensare tutti a che tipo di Paese stiamo costruendo.

lunedì 11 maggio 2009

Ddl sicurezza, in adozione i figli delle irregolari


"Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita. I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische"

Mariella Mehr, poetessa jenische (comunità gitana)



Il governo ha posto la fiducia sul Ddl sicurezza: significa che o passerà così com'è, o dovrà essere sciolto tutto l'esecutivo (64 persone tra ministri, viceminisrti e sottosegretari, abbastanza da giocare un torneo di calcio).

Nel disegno di legge oltre alle ronde, al reato di clandestinità, alla detenzione fino a 6 mesi nei Cie senza garanzia dei minimi diritti civili (e per di più inutile: studi indipendenti dimostrano che o si identifica una persona in due mesi o non ci si riesce proprio), c'è l'obbligo di presentare il permesso di soggiorno per accedere ai servizi pubblici.

La conseguenza la spiega l'Ansa in due righe di spietata sintesi: "Le straniere irregolari senza passaporto non potranno riconoscere i propri figli che diventeranno così adottabili".

L'effetto collaterale della campagne elettorale della Lega, che punta sul ddl sicurezza per guadagnare voti alle amministrative e alle europee di giugno, è agghiacciante.

Ricorda la pulizia etnica fatta dagli Svizzeri tra il 1926 e il 1972. Per quasi mezzo secolo, gli svizzeri hanno cercato di sradicare la "piaga del nomadismo", sottraendo i figli agli zingari, che nel paese erano soprattutto di etnia jenische. L'altra misura era la sterilizzazione forzata. Campagne simili sono state adottate anche dalla Svezia, fino al 1975.

Quello che è successo al di là delle Alpi lo ha raccontato anche la poetessa Mariella Mehr: "Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita (...) I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische (...) Quando per la prima volta ho chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori, mi ha detto (...) tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari", spiegava.

Oggi la "piaga" è quella "dell'immigrazione clandestina". Lo ha ricordato il ministro dell'Interno Roberto Maroni in persona, domenica scorsa: "Chiudiamo la falla, l'emorragia dalla Libia e almeno possiamo dire che la piaga dell'immigrazione clandestina potrà essere risolta così come abbiamo promesso in campagna elettorale", ha detto.

Si riferiva ai respingimenti degli irregolari che violano il diritto di asilo (si rimandano tutti indietro, senza verificare se siano vittime di persecuzioni in patria). E non ha avuto pudore a ricordare che quando si parla di immigrazione, si parla di promesse elettorali.

La Svezia e la Svizzera hanno ripagato le vittime delle loro campagne di pulizia sociale con soldi sonanti. Noi, forse, potremmo pensarci prima: ne va anche della nostra umanità.

venerdì 24 aprile 2009

"In Italia nessuna legge vieta il matrimonio gay"




Saveria Ricci
ha fondato insieme a Francesco Bilotta e Antonio Rotelli la Rete Lenford, un'associazione di giuristi per la tutela delle persone gay, lesbiche, bisessuali e trans. Stanno portando avanti i ricorsi contro i comuni che negano le pubblicazioni di nozze alle coppie omosessuali.

E' una battaglia semisconosciuta, ma geniale, perché si basa su un principio fondamentale della Costituzione: tutti i cittadini sono uguali. E sul fatto che nessuna legge, in Italia vieta espressamente il matrimonio gay. Il tre aprile hanno ottenuto la prima importante vittoria.

Il Tribunale di Venezia ha riconosciuto le loro ragioni e ha rimandato il ricorso alla Corte costituzionale. Potrebbe essere il primo passo per il riconoscimento delle unioni, meglio, del matrimonio gay. Molto più di quanto prevedessero Pacs, Dico o Cus.

In questa intervista a City, Saveria Ricci spiega tutto nei dettagli. Se siete gay e vi volete sposare, lei è l'indirizzo giusto...


Il matrimonio tra gay? Nessuna legge lo vieta

Avvocata, Saveria Ricci ha fondato la Rete Lenford per i diritti delle persone omosessuali e trans. Grazie alla sua battaglia legale il tribunale di Venezia ha aperto alle nozze gay.

Cosa è successo a Venezia: le nozze omosessuali non sono più vietate?
Guardi, nel nostro ordinamento non c’è nessuna legge che proibisce il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Come, no?
Non è previsto ma non è neanche vietato: di sicuro non c’è nessun divieto scritto nella Costituzione.
Però si continuano a impedire i matrimoni gay.
Le rispondo con quanto ha scritto la Corte costituzionale del Sudafrica quando ha introdotto le nozze gay: “Il fatto che un pregiudizio duri da tanto, non ne giustifica la sopravvivenza”.
Voi cercate di mettervi fine: come?
Facendo decidere alla magistratura, a cui, in democrazia, spetta il compito di interpretare le leggi.
Di fatto, quindi, la Rete Lenford aiuta tutte le coppie gay che vogliono sposarsi...
Magari! Non basterebbero tutti gli avvocati d’Italia. Ne assistiamo solo alcune, che hanno chiesto le pubblicazioni di matrimonio e se la sono vista rifiutare.
Cioè l’affissione all’albo del Comune?
Sì, sono una delle condizioni per potersi sposare. Servono per esempio a prevenire la bigamia. Si pubblica la richiesta di una coppia di andare a nozze, perché così un eventuale coniuge può vederla e dire: “Quello è già mio marito, non si può sposare”.
E voi l’avete richiesta anche per delle coppie omosessuali...
Sì: a Venezia, Torino, Roma, Pavia e Milano, Firenze... Per fortuna non è morto o svenuto nessun ufficiale di Stato civile! Si sono limitati a negare le pubblicazioni. E noi abbiamo fatto ricorso. Il tribunale veneto, per la prima volta, l’ha accettato. Grazie all’avvocato Francesco Bilotta.
Perché?
Il suo ricorso è uno degli atti giuridici più belli che abbia mai visto: una perla. Costringe alla riflessione anche l’interlocutore più indifferente.
Su cosa?
Sul fatto che abbiamo una Costituzione in cui si stabilisce l’uguaglianza tra tutti i cittadini. E sul fatto che l’affettività è un diritto fondamentale che fa parte del diritto alla salute: puoi avere un corpo sano, ma se non puoi vivere come gli altri i tuoi sentimenti e la tua sessualità, non stai bene.
Con queste argomentazioni, avete chiesto al tribunale di Venezia di fare concedere le pubblicazioni a una coppia di uomini...
Sulla base di questo e del fatto che, come le dicevo prima, la Costituzione non vieta le nozze gay.
I giudici cosa hanno fatto?
Hanno analizzato la questione dal punto di vista tecnico e si sono chiesti se ci fossero dei diritti ancora non riconosciuti. E anno riscontrato “nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, che chiedono tutela”.
Questo, in parole povere, cosa significa?
Che hanno rinviato la decisione e chiesto un parere alla Corte costituzionale.
Cioè al tribunale supremo a livello nazionale: perché?
La Corte costituzionale, che è composta dai migliori giuristi del Paese, è chiamata a stabilire se una legge rispetta la Costituzione. Oppure se la sua interpretazione corrente non è precisamente rispettosa della Carta . È l’organo che detiene le chiavi della democrazia.
Cosa può fare?
Può dire che una legge è incostituzionale. O va rivista la sua applicazione. E quindi può dare dei suggerimenti al legislatore. Prima che si pronunci, però, ci vorrà tempo: almeno un anno.
Lei cosa spera?
Che continui a indirizzare il Paese verso una democrazia più completa, garantendo i diritti di tutti. Come ha fatto finora.
Ma è così importante che la società riconosca le unioni gay?
Lo psichiatra Vittorio Lingiardi ha spiegato che non riconoscere ai gay il diritto di essere una coppia “legale” danneggia la loro salute e rinforza i pregiudizi omofobi.
Quindi la risposta è sì...
C’è una minoranza di persone che ha dentro un tale impulso alla libertà, da riuscire a vivere senza il riconoscimento sociale che ti dà la legge. Ma per la maggior parte della gente non è così. E poi non c’è motivo per questa limitazione: come hanno scritto anche i giudici di Venezia, il riconoscimento delle nozze gay non minaccia “né interessi pubblici né privati”.
La Rete Lenford difende i diritti delle persone gay, lesbiche e trans. Ce ne sono altri non riconosciuti, oltre al matrimonio?
Pensi all’eredità: si dice che anche ora si possa lasciare tutto al partner gay...
Non è vero?
È possibile solo se non ci sono eredi legittimi, cioè genitori o figli. In più, se la mia compagna eredita da me, perde quasi metà del valore in tasse, perché per la legge è un’estranea. A mia moglie non succederebbe. E non posso lasciare alla mia partner neppure la pensione di reversibilità. Ma pago i contributi come tutti: nella dichiarazione dei redditi non c’è la casella per l’esenzione con scritto: “gay”.
Lei, se potesse, si sposerebbe?
Per lavoro faccio l’avvocata matrimonialista e ne vedo di tutti i colori. Per cui non lo so. Però preferirei essere io a decidere: non voglio che mi sia impedito.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

mercoledì 22 aprile 2009

Venezia, primo sì alle nozze gay


Grazie al lavoro della Rete Lenford e dell'associazione radicale Certi Diritti, il tribunale di Venezia ha aperto al matrimonio gay. L'articolo da City di oggi. Riusciranno a eliminare (almeno) questa discriminazione nei confronti delle persone lesbiche, gay e trans? Comunque: repetita juvant.

martedì 21 aprile 2009

Venezia: "Matrimonio gay è legittimo"

Il tribunale di Venezia si è appellato alla Corte Costituzionale, chiedendo di dichiarare discriminatori gli articoli del codice civile che vietano ai gay e alle lesbiche di sposarsi.

Scondo i giudici, infatti, “nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, chiedono tutela” e nel matrimonio fra persone dello stesso sesso non si “individua nessun pericolo di lesione a interessi pubblici o privati".

E' una vittoria storica per il movimento gay: da mesi la rete Lenford ha promosso azioni legali per ottenere il riconoscimento di pari diritti per tutti i cittadini, compresi quelli omosessuali. Con l'assistenza dei legali della Rete Lenford, copppie gay di tutta Italia hanno chiesto all'Ufficiale di Stato Civile del loro Comune di la pubblicazione del loro matrimonio. Finora tutti Comuni hanno sempre risposto con un rifiuto ufficiale. Di fronte a cui gli avvocati di Lenford hanno fatto ricorso in tribunale. I giudici di Venezia lo hanno accettato.

Adesso la parola passa alla Corte Costituzionale. E si spera che i giudici dell'Alta Corte aboliscano finalmente la discriminazione.