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lunedì 1 giugno 2009

Torino, polemiche per la bigliettaia col velo



Una delle bigliettaie della Reggia di Venaria, a Torino, è musulmana. Si chiama Yamna Amellal, ha 35 anni, e porta il velo. Nei giorni scorsi una turista che ha visitato l'ex residenza reale si è lamentata e ha scritto alla Stampa, definendola una "presenza fuori posto". Per protesta, nei giorni scorsi, i colleghi sono andati al lavoro indossando il velo o la kefiah. E i giornali, ovviamente, ne hanno parlato.

Io sulla questione del velo ho molti dubbi. Ma quello che mi colpisce in questa vicenda, è la confusione, che davvero regna sovrana. Provo a mettere le cose in fila.

Inizia a far confusione la turista, quando scrive che avrebbe preferito bigliettaie in costume tradizionale sabaudo.
"Mi ha colpito non poco notare che fosse presidiata da due donne islamiche, una addirittura con il velo in testa. Non sarebbe più corretto che il personale indossasse abiti d'epoca dei Savoia? Quella presenza, invece, era decontestualizzata, fuori posto"
Cosa c'entra la religione con il lavoro svolto dalle due donne? "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", recita l'articolo 3 della Costituzione, che vuole l'Italia una Repubblica fondata sul lavoro. L'errore insito nel ragionamento è tanto evidente, che raggiunge livelli comici. Una delle due musulmane, infatti, è cattolica e calabrese.
"In realtà sarei io, che sono calabrese e di carnagione scura. Chi ha scritto quella lettera mi deve chiedere scusa. E non certo perché io mi sia offesa a essere paragonata a Yamna, che è una ragazza validissima che parla quattro lingue. La signora vorrebbe alla biglietteria personale sabaudo, che le spieghi la storia della Reggia, magari vestito in costume? Lo trovi che lavori per cinque euro all'ora come noi", ha protestato Marina German, 48 anni, con Repubblica.
Confusione, quindi, la fanno i giornali, perché non ricordano che la religione non deve influire sui diritti dei cittadini in uno Stato laico. Confusione, però, la fanno anche i colleghi. Quando vanno al lavoro mescolando simboli religiosi e politici, come la kefiah.

Si fossero messi in testa la kippah ebraica, dei crocifissi, il turbante dei sikh, o la tunica degli hare krishna avrebbero fatto meglio. Invece limitandosi a kefiah e velo, senza saperlo, hanno rinsaldato la confusione (e i pregiudizi) della turista e dei giornalisti. Hanno trasformato la polemica in una questione di provenienza, rinsaldando l'equazione islamico=immigrato=attentato alla civiltà europea cristiana.

Invece, ripeto, riguarda la laicità dello Stato e uguaglianza dei diritti tra i cittadini. Questi sì fondamentali nell'identità europea. Oltretutto meno problematici, se si pensa nessuno in Italia, per esempio, vieta ai frati che insegnano religione nelle scuole di venire in tonaca. E pace all'anima, per chi ce l'ha.

Confusione, però, la fa anche la diretta interessata Yamna Amellal. Intervistata dalla Stampa prima rivendica di essere musulmana praticante e poi di potersi vestire senza essere giudicata per il tuo abbigliamento.
"Io sono un’islamica praticante, mi vesto in modo moderno, come si vede, non sono una fanatica, non so nemmeno che cosa siano i movimenti radicali. Insomma, perché dovrei fare paura? Perchè qualcuno dovrebbe sentirsi disturbato dalla mia presenza? Perché una persona dev’essere giudicata per come si veste?"
Se usi il tuo abbigliamento per mostrare la tua appartenenza a una religione, hai bisogno che questo conti anche nel giudizio che gli altri (a partire dal tuo dio) si fanno di te. Io preferisco posizioni più laiche, che concepiscono la religione come fatto privato. Ma tant'è, rispetto anche chi la esibisce.

Velo sì o velo no, quindi? La questione, per me, è ancora più complicata. Perché non riguarda solo la laicità, ma l'universalità dei diritti. Per me il velo è prima di tutto un simbolo di sottomissione femminile. Tanto è vero che usava anche nelle società più retrograde dell'Italia, fino a pochi anni fa. Per una volta, ho scoperto, sono d'accordo con Maria Laura Rodotà.

E credo che chador, burqua e qualsiasi altra cosa copra il volto delle donne vada proibito, non in quanto simbolo religioso, ma in quanto simbolo di una minorità (anche di diritti) femminile.

Detto questo non vieterei il velo sulla testa. E' vero che a livello di principio è uguale al burqa, ma la politica (cioè la convivenza tra cittadini) è fatta anche di pragmatismo. E vietare il fazzoletto sulla testa, che non ha le conseguenze "pratiche" negative del chador, lo farebbe diventare un simbolo identitario - non di religione, ma di provenienza - troppo forte.

lunedì 18 maggio 2009

Sinistra dove vai? E Di Pietro scopre la lotta di classe



Le elezioni si avvicinano e i partiti si preparano. Uno degli spot più divertenti è quello fatto da un gruppo di gggiovani romani, i Democratici Anonimi, per Sinistra e libertà. O forse è meglio dire contro le derive papaline del Pd. Alla fine, se guardi bene, è una dichiarazione di amore tradito per gli ex Ds.

Di certo c'è tanta amarezza. Rifondazione e Comunisti italiani, invece, per guadagnare voti hanno sfoderato addirittura Margherita Hack. Per carità, io la adoro, ma non vedo che risposte può dare ai problemi della gente. Se la sinistra non vuole ridursi a proporzioni omeopatiche (il copyright è di Giovanni De Mauro) deve ritrovare una base materiale. In questo, sarò vetero, ma rimango marxista.

Il che significa: proposte e soluzioni percorribili per affrontare i tanti problemi della gente, a cominciare da quelli dei precari. O dei dipendenti, che hanno gli stipendi più bassi d'Europa (anche perché) sono gli unici a pagare le tasse. Magari senza dire "cuneo fiscale", che nessuno capisce cos'è.

Invece il ceto di riferimento per la sinistra è rimasto quello degli statali (scuola, università, sanità). Va bene, ma non basta. E, tra parentesi, i lavoratori del settore privato lo associano all'assenza di meritocrazia.

Così, in mancanza di proposte, idee e progetti culturali comunicabili, il minimo comun denominatore della sinistra è rimasto la laicità (includo nel termine anche i diritti civili). La chiedono le componenti più avanzate del Pd, la vuole Sinistra e Libertà, ma anche Comunisti e Rifondazione. Candidare Margherita Hack, scienziata e proclamata atea, questo vuol dire.

E il lavoro? E il conflitto sociale? Ci pensa l'ex poliziotto, poi ex magistrato Antonio Di Pietro. E' stato l'unico che si è visto a Torino, dopo la contestazione dei Cobas contro i sindacati confederali e i sussurrati ma probabili diecimila (dico diecimila) licenziamenti per gli operai italiani della Fiat.

E infatti il buon Tonino, che è sempre stato di destra, può dire: "Al posto della sinistra ci sto io". Lo stesso con Malpensa e Alitalia.

Di Pietro è furbo e sa parlare un linguaggio immediato: ha annusato l'aria e punta ai voti degli elettori di sinistra, che vogliono vedere qualcuno opporsi al Paese di Silvio Berlusconi e della Lega. "Basta, con questa sinistra acculturata, sofisticata, prezzemolata" ha detto ai torinesi, operai e non, "Si sta producendo una nuova differenziazione di classe, da qui deriva una voglia di ricreare una lotta di classe".

Più chiaro di così! Siete pronti alla lotta di classe in salsa molisana?

martedì 31 marzo 2009

In fuga dall'Afganistan con i torinesi in gita

Mentre gli altri tiravano fuori le valige, lui è uscito barcollante dal vano della ruota di scorta. Un ragazzo afgano è arrivato così a Chieri, in provincia di Torino, accovacciato sulla ruota di scorta di un autobus. Per un'amara ironia della globalizzazione, quell'autobus riportava a casa degli studenti poco più grandi di lui, di ritorno da una gita scolastica in Grecia.

L'hanno ricoverato per una notte e poi lasciato andare: la legge italiana, per fortuna, non punisce i minori solo perché non hanno il permesso di soggiorno.
Non so se gli studenti torinesi lo abbiano visto. Ma lui ha senz'altro ha sentito scherzare e cantare loro, come si fa sempre in gita. Per oltre 24 ore, quanto ci hanno messo ad arrivare. E per un momento si sono trovate accanto due facce del mondo in cui viviamo: se nasci nel Paese giusto, a 16 anni vai in pulman all'estero per una gita d'istruzione. Se nasci in quello sbagliato, per sopravvivere.