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mercoledì 2 dicembre 2009

Emma Bonino: "Il reato di clandestinità è una farsa"

Di Emma Bonino ammiro il coraggio e le scelte sui diritti civili. Anche se non condivido, per esempio, le sue ideee sull'economia. Ma credo che le vada riconosciuta una dirittura che pochi altri suoi colleghi hanno. Sarebbe un'ottima presidente della Repubblica, secondo me.

In questa intervista a City dice chiaro e tondo che il reato di clandestinità serve a mandare un messaggio politico, non ad essere applicato. Ma siamo il Paese dell'ipocrisia istituzionalizzata, e la Lega continua a vantarsi della sua lotta ai clandestini...

mercoledì 11 novembre 2009

Lavoratori, ma "clandestini" per legge

Questo post è stato pubblicato da iMille. Lo riprendo qui

L’emergenza sicurezza è ormai sparita da giornali e tv: in compenso è entrata nei codici penali grazie al pacchetto sicurezza varato dal governo e voluto dalla Lega. La traccia più evidente è l’aggravante di “clandestinità”: mette nero su bianco l’equazione “clandestino = criminale”, che rappresenta la più grande vittoria culturale dei leghisti. Il risultato è che “un’infrazione amministrativa (la mancanza di documenti)” fa immediatamente dell’immigrato un “infiltrato di nascosto per commettere chissà quale crimine”, come spiega Giuseppe Faso nel suo Lessico del razzismo democratico.

Lo diamo per scontato anche noi ogni volta che usiamo quelle parole. Peccato che non sia vero. Lo dimostra la più grande ricerca fatta in Italia sui “clandestini”, quella del Naga (un centro milanese che offre assistenza sanitaria e legale anche agli irregolari) in collaborazione con tre ricercatori, Carlo Devillanova (Università Bocconi), Francesco Fasani (University College London) e Tommaso Frattini (Università degli Studi di Milano). Fatta su una banca dati di 47.500 persone su nove anni (dal 2000 al 2008) confuta un bel po’ di luoghi comuni e mette per la prima volta un argine all’abitudine di dire tutto e il contrario di tutto sui migranti senza permesso di soggiorno – tanto non li conosce nessuno.

Lungi dall’essere tutti criminali, i “clandestini” lavorano più di noi e, quasi sempre, per noi. In generale il 62% del campione è occupato: la percentuale sale al 65% tra le donne. Già così significa che gli irregolari lavorano più degli italiani (tra cui il tasso di occupazione è del 59%). Ma se si considera coloro che sono in Italia da almeno tre anni, si scopre che oltre sette su dieci (il 76%) lavorano. La percentuale di occupati in Lombardia (una delle più alte del Paese) è del 71%. Inoltre, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è maggiore che tra la popolazione italiana – tanto per sfatare un altro mito sulla (mancata) emancipazione delle straniere.

Se si guarda al tipo di lavoro, si scopre che la maggioranza delle donne (81%) è occupata nei servizi di collaborazione domestica (pulizie a domicilio, assistenza agli anziani, baby sitting) e nelle imprese di pulizie. Gli uomini si dividono soprattutto tra muratori, artigiani o operai specializzati, occupati in attività commerciali e servizi e addetti alle pulizie.

Il quadro è molto più roseo della propaganda sulla sicurezza che vuole i clandestini solo puttane o spacciatori. Eppure le ombre non mancano: gli irregolari infatti fanno lavori molto de-qualificati rispetto al loro livello di istruzione, “servili” dice il direttore sanitario del Naga Stefano Dalla Valle. Il 70% delle donne con una formazione universitaria, ad esempio, lavora come collaboratrice domestica; il 49% degli operai edili ha almeno un livello di istruzione superiore. Uno spreco, in un Paese come il nostro che soffre la perenne mancanza di tecnici.

Ma il rapporto del Naga racconta qualcosa di più. A partire dal 2003 la permanenza media dei migranti irregolari è aumentata: la percentuale degli immigrati con meno di un anno permanenza è scesa dal 53% del 2003 al 25% del 2008. Quella di chi ha una permanenza tra uno e due anni è rimasta grosso modo intorno al 20%, mentre tutti i tre gruppi con maggiore “anzianità migratoria” sono molto aumentati. In particolare, quelli qui da 4 o più anni sono aumentati dal 10% nel 2003 al 30% nel 2008. Di solito i migranti, quando smettono di essere irregolari, smettono anche di andare al Naga e si rivolgono alle Asl.

Detto altrimenti, dall’esplosione della questione sicurezza per gli immigrati è diventato sempre più difficile uscire dalla clandestinità. C’è un’ipocrisia di fondo nel dibattito italiano sull’immigrazione: non si dice che praticamente l’unico modo per lavorare qui è entrare da clandestini. Le leggi (anche quelle fatte dal centrosinistra) da anni prevedono che venga rilasciato il permesso di soggiorno solo a chi è stato assunto mentre è ancora nel suo Paese. Ovvero se mia nonna ottantenne sta male, io devo trovare Tizio o Caio in Ucraina, Egitto o nelle Filippine, e senza conoscerlo decidere di affidargliela – aspettando un anno perché gli spediscano il permesso e possa arrivare. Vorrei sapere chi lo fa.

I paletti messi dal centrodestra alle altre forme di ingresso (sponsor, ricongiungimenti familiari) ha reso praticamente nulle le alternative alla irregolarità. Di fatto, in Italia, è la legge a creare “la piaga della clandestinità”. E, con il pacchetto sicurezza, a trasformare lavoratori senza permesso di soggiorno in criminali.

venerdì 3 luglio 2009

Ddl sicurezza: il fai-da-te contro il crimine



Il ddl sicurezza è legge, nonostante l'opposizione di tutti tranne Pdl e Lega (che però hanno i numeri sufficienti per fare da soli). Secondo il governo "renderà più sicuri i cittadini".

A me sembra di cattivo gusto parlare di "sicurezza", invece che di criminalità, quando le case in cemento armato si sbriciolano perché sono state costruite da truffatori e quando stazioni e case si trasformano in una palla di fuoco per un incidente che doveva essere prevenuto. Per cui parlerò di criminalità: il ddl del governo aiuta davvero a combatterla?

Secondo Enzo Marco Letizia, segretario nazionale dell'Associazione nazionale funzionari di polizia (gente che della materia se ne intende), no. Infatti sottrae fondi alla lotta contro la madre di tutti i crimini d'Italia: la mafia (camorra, 'ndragheta, sacra corona unita: declinatela come vi pare).

"Sono stati tagliati 16 milioni di euro per i collaboratori di giustizia e 5,5 milioni alla Direzione Investigativa Antimafia", spiega Letizia. In più, ddl sicurezza a parte, nel 2009 il governo ha pensato a mandare i militari per strada, sotto il naso dell gente, ma ha sottratto finanziamenti alle forze dell'ordine.

"Al Dipartimento della Pubblica Sicurezza per il suo funzionamento sono stati sottratti ben 650 milioni di euro a decine e decine di capitoli: 190 milioni dalle previsioni e 180 milioni dalla cassa di competenza, altri 180 milioni degli accantonamenti del precedente Governo e 100 milioni per finanziare la fantasia dei sindaci e delle ronde", aggiunge Letizia.

In altre parole il governo all'azione di professionisti come polizia e carabinieri preferisce il fai-da-te dei cittadini organizzate nelle ronde. Il che dimostra che il suo ddl sicurezza è solo un'operazione ideologica: che senso ha togliere 100milioni di euro a chi indaga su rapine, scippi, spaccio, o ha le volanti, le pistole e le energie per beccare davvero i criminali e darli a dagli ex in pensione, senza armi e senza neanche la forza di correre dietro a uno scippatore?

Il testo approvato dal governo, infatti, dice che le ronde dovranno "prioritariamente" essere formate da ex agenti di polizia ed ex militari. Sempre all'insegna del fai-da-te è un'altra norma, che rende legali gli spray urticanti. Bello, viene da dire. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio.

"Il ministro vada a spiegare all'orafa di Arezzo e ai due fidanzati di Bergamo rapinati con spray urticanti rispettivamente il 22 maggio scorso ed il 21 giugno da giovani romeni, che da domani con la libera vendita dello spray al peperoncino tutti noi saremo più sicuri", riassume Letizia.

C'è poi il capitolo immigrazione: anche lì la nuova legge, invece di prevenire e combattere la criminalità, l'aiuta. Basti pensare al reato di immigrazione clandestina: da oggi per il solo fatto di scapparte alla fame, alle dittature o alla guerra, gli immigrati diventano criminali. A quel punto, quando sei nella zona d'ombra dei "fuorilegge", il passo verso la microcriminalità è solo più breve.

In più anche in questo caso la misura è ideologica: il nuovo reato d'esistenza viene punito con un ammenda tra 5mila e 10mila euro. Scoraggerà la gente a entrare in Italia senza visto? No, ma li renderà più ricattabili.

Pensate al migrante che lavora in nero in un cantiere edile, a fare le pulizie in casa o a raccogliere i pomodori nei campi. Se chiederà al datore di lavoro (al "padrone") di regolarizzarlo, quello gli potrà rispondere: "Stai zitto o ti denuncio". Così il lavoro nero, che in Italia già abbonda, avrà un'arma in più. Alla faccia della lotta alla criminalità.

Il ddl, si dirà, contiene il carcere a chi affitta agli irregolari, e quindi previene le angherie dei "padroni" di cui sopra. Anche questo, però, è un altro proclama ideologico. La norma, infatti, contiene una simpatica clausola: le pene valgono solo se l'affittuario lo fa "per ingiusto profitto". Chissà quand'è che l'affitto diventa ingiusto...

Infine: il testo approvato ha anche una parte di lotta alla mafia. Comprende una misura che esclude i destinatari di estorsioni che non hanno denunciato dagli appalti pubblici. Bello, si dirà anche qui. Ecco come lo spiega l'Ansa: "Per partecipare alle gare d'appalto i costruttori dovranno denunciare ogni tentativo di estorsione ai propri danni. Basterà che un pentito, anche in un altro procedimento, sostenga che ci sia stata un'estorsione senza conseguente denuncia, che l'estromissione dalla gara dell'imprenditore è assicurata".

Sai che fantastico strumento di pressione per la mafia? Tu non ti pieghi alle mie richieste? Io prendo uno dei miei uomini condannati e gli faccio dire che ti avevo chiesto il pizzo: a quel punto tu, imprenditore onesto, sei rovinato. Alé!

sabato 23 maggio 2009

Immigrati, "Puzzano, rubano, stuprano"



"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali"


Non è un articolo di La Padania o Libero sui campi Rom. Ma un rapporto parlamentare della commissione sull'immigrazione (lo trovate su L'Espresso). L'ha scritto l’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, nel 1912, e si riferisce agli immigrati italiani. Tra loro, probabilmente, c'era anche il mio bisnonno, che ha costruito la ferrovia negli Stati Uniti, più o meno in quegli anni.

Probabilmente c'erano anche i bisnonni (o i prozii) di quelli che oggi si armano di mazze, protetti dai cappucci e dall'opinione pubblica, e vanno ad aggredire chi vuole vivere con noi. E' successo a Roma, a un gruppo di persone che stavano allestendo gli stand per festeggiare il Capodanno del Bangladesh. "Un gruppo di 20 giovani, armati di spranghe di ferro e bastoni, ha fatto irruzione nel parco e ha aggredito 5 di noi ferendone alcuni", ha raccontato una delle vittime al Messaggero.

Il Comune di Roma ha espresso solidarietà agli aggrediti. Peccato sia lo stesso comune che li ha fatti penare oltre ogni decenza prima di dar loro l'autorizzazione per la manifestazione. Che ha fatto della caccia all'immigrato una delle sue bandiere e che si è insediato accolto dai saluti fascisti dei suoi sostenitori.

In ogni caso, per par condicio, vi rimando al generatore di articoli di Libero. E' un giochino divertente e può aiutarvi se volete un altro punto di vista sull'aggressione di Roma. (La foto di questo post viene da Peacereporter).

lunedì 11 maggio 2009

Ddl sicurezza, in adozione i figli delle irregolari


"Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita. I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische"

Mariella Mehr, poetessa jenische (comunità gitana)



Il governo ha posto la fiducia sul Ddl sicurezza: significa che o passerà così com'è, o dovrà essere sciolto tutto l'esecutivo (64 persone tra ministri, viceminisrti e sottosegretari, abbastanza da giocare un torneo di calcio).

Nel disegno di legge oltre alle ronde, al reato di clandestinità, alla detenzione fino a 6 mesi nei Cie senza garanzia dei minimi diritti civili (e per di più inutile: studi indipendenti dimostrano che o si identifica una persona in due mesi o non ci si riesce proprio), c'è l'obbligo di presentare il permesso di soggiorno per accedere ai servizi pubblici.

La conseguenza la spiega l'Ansa in due righe di spietata sintesi: "Le straniere irregolari senza passaporto non potranno riconoscere i propri figli che diventeranno così adottabili".

L'effetto collaterale della campagne elettorale della Lega, che punta sul ddl sicurezza per guadagnare voti alle amministrative e alle europee di giugno, è agghiacciante.

Ricorda la pulizia etnica fatta dagli Svizzeri tra il 1926 e il 1972. Per quasi mezzo secolo, gli svizzeri hanno cercato di sradicare la "piaga del nomadismo", sottraendo i figli agli zingari, che nel paese erano soprattutto di etnia jenische. L'altra misura era la sterilizzazione forzata. Campagne simili sono state adottate anche dalla Svezia, fino al 1975.

Quello che è successo al di là delle Alpi lo ha raccontato anche la poetessa Mariella Mehr: "Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita (...) I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische (...) Quando per la prima volta ho chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori, mi ha detto (...) tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari", spiegava.

Oggi la "piaga" è quella "dell'immigrazione clandestina". Lo ha ricordato il ministro dell'Interno Roberto Maroni in persona, domenica scorsa: "Chiudiamo la falla, l'emorragia dalla Libia e almeno possiamo dire che la piaga dell'immigrazione clandestina potrà essere risolta così come abbiamo promesso in campagna elettorale", ha detto.

Si riferiva ai respingimenti degli irregolari che violano il diritto di asilo (si rimandano tutti indietro, senza verificare se siano vittime di persecuzioni in patria). E non ha avuto pudore a ricordare che quando si parla di immigrazione, si parla di promesse elettorali.

La Svezia e la Svizzera hanno ripagato le vittime delle loro campagne di pulizia sociale con soldi sonanti. Noi, forse, potremmo pensarci prima: ne va anche della nostra umanità.

martedì 5 maggio 2009

Dove sono finiti i soldi per il terremoto?



Rosella Graziani è una "cittadina dell'Aquila", sfollata a Chieti. Ha fatto quello che spetterebbe ai giornalisti: i conti in tasca al governo. E si è resa conto che nel decreto legge per l'Abruzzo mancano i soldi per i terremotati.

Il governo lo aveva varato il 23 aprile, promettendo 8 miliardi di euro. Lo stesso giorno in cui il premier Silvio Berlusconi ha annunciato di voler fare il G8 all'Aquila. Così tutti i media avevano parlato del G8 e nessuno degli stanziamenti per il terremoto. Una trovata da perfetto manuale della disinformazione.

C'è voluta una semplice cittadina, per ricordare a tutti come stavano le cose. Ieri, anche Antonello Caporale l'ha ripresa su Repubblica, con un pezzo sul decreto abracadabra.

Riporto di seguito la lettera di Rosella Graziani, pubblicata dal Messaggero il 3 maggio scorso.

Mai nella storia dei terremoti italiani avevamo assistito ad una ingiustizia tanto grande e ad un tale cumulo di menzogne che ha ricoperto L’Aquila più di quanto non abbiano fatto le macerie, come è accaduto in occasione del devastante terremoto che l’ha colpita e nel quale, nel giro di una trentina di secondi, tanta gente ha perso tutto, affetti, amicizie, casa, e molti anche il lavoro, per non parlare dei monumenti che rendevano unica la città.

Mai in tutta la storia della nostra Repubblica è stato negato ai cittadini il risarcimento integrale dei guasti dei terremoti, per la prima casa. Ma questa regola sempre rispettata (come, ad esempio, nel Friuli e in Umbria), non vale per l’Abruzzo. Da un primo esame del Decreto legge n. 39 saltano agli occhi queste particolarità: all’art. 3 non si parla di una cifra specifica, ma nella relazione tecnica allegata si indica la somma di €150.000,00 quale tetto massimo spettante ai singoli cittadini per la prima casa. Orbene, la cifra che sarà poi effettivamente riconosciuta a ciascuno degli aventi diritto, per un terzo dovrà essere coperta con un mutuo a tasso agevolato a carico del cittadino, e per un altro terzo dovrà essere anticipata, sempre dal cittadino, che potrà recuperarlo nell’arco di 22 anni non pagando le imposte, mentre lo stato interviene con denaro liquido solo per l’ultimo terzo.

Sennonché la caratteristica dell’Aquila e degli altri comuni colpiti è quella di centri storici di particolare valore, costituiti da un grandissimo numero di edifici antichi e pregevoli, 320 dei quali, di proprietà privata, sono sottoposti a vincolo da parte della Soprintendenza. Ci sono poi altri 800 edifici pubblici, qualificati di interesse storico, archeologico e artistico. Ora, come è possibile che un privato possa farsi carico della ricostruzione o del restauro di un edificio vincolato o semplicemente di pregio, accollandosi il 66% della spesa? Si comprende allora come il Decreto legge n. 39, se resterà nelle sue linee essenziali così come è stato concepito, costituirà l’atto di morte di una città e di tutti gli altri centri terremotati, che resteranno nei decenni avvenire cumuli di macerie e di edifici spettrali, cadenti e abbandonati.

Ma nel decreto n. 39 c’è anche di peggio: all’art. 3, comma 1 , lettera c, si dispone che se un immobile, gravato da un mutuo, è andato distrutto, la Società Fintecna, a richiesta del privato cittadino. Si accollerà il mutuo nei limiti del contributo che al predetto è stato riconosciuto, ma diverrà proprietaria di quel che resta dell’immobile. Se però il mutuo supera il contributo riconosciuto, la conseguenza parrebbe essere, dall’esame della norma, che il cittadino dovrà continuare a pagare la parte residua del mutuo: insomma non avrà più la casa ma continuerà a pagare il mutuo. Il rischio è che la città vada per gran parte nelle mani della Fintecna. Ma se, come è facile prevedere, il cittadino non riesce, col contributo e con il mutuo a tasso agevolato, a coprire l’intera spesa per il restauro o la ricostruzione (rispettando, si spera, le norme antisismiche), dovrà contrarre un ulteriore mutuo, a tasso di mercato, con la banche. Insomma quello delineato dal decreto n. 39è un meccanismo infernale che consegnerà una città nelle mani di banche, finanziarie e usurai.

L’ultima perla del decreto: dopo aver dichiarato la città “zona franca”, lo Stato non rinuncia a pretendere da quegli sventurati cittadini che si faranno carico della ricostruzione, il pagamento dell’IVA al 20% ( art. 3, comma 1°, lettera d). Ecco cosa miravano a coprire le tante “passerelle” e sceneggiate e come fosse interessata l’esaltazione della dignità degli abruzzesi, “forti e gentili”.

Dott.ssa Rosella Graziani
cittadina di L’Aquila; attualmente ospite del padre, insieme alla sua famiglia, in Paglieta (CH)

martedì 28 aprile 2009

Il ddl sicurezza aiuta le mafie


"Nel ddl Sicurezza è stato introdotto un emendamento che di fatto limita i poteri del procuratore nazionale antimafia".

Pietro Grasso, audizione alla Camera, 21 aprile 2009

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La Camera sta per votare il ddl sicurezza, quello che dovrebbe salvarci dal più pericoloso pericolo di tutti i tempi: gli immigrati senza visto.

Nel ddl sicurezza, però, c'è un'altra norma, che al solito è passata inosservata e non si capisce come debba renderci più sicuri. E' quella che limita i poteri dell'Antimafia.


"Il nuovo disegno di legge in materia di sicurezza così come è stato riproposto azzera le funzioni di impulso e coordinamento, che erano state date alla procura nazionale antimafia nel precedente decreto sulle misure di prevenzione", ha denunciato di fronte ai deputati il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, in un'audizione alla commissione Giustizia della Camera.

Fu Giovanni Falcone a inventarsi l'antimafia, per dare un indirizzo unico e più efficace alle indagini contro le mafie. Con poche righe nascoste tra quelle in cui si parla di espulsioni, ronde, medici-delatori, adesso il governo vuole ammorbidire proprio questo impulso. Non ci sarà più un coordinamento unico subito per tutte le indagini che riguardano i reati di mafia.

Ma solo quando i procedimenti saranno "avviati a seguito della proposta avanzata dai procuratori distrettuali". Invece di poter condurre indagini nazionali contro la criminalità organizzata, si dovrà aspettare che siano concluse quelle locali. Così si aiuta soprattutto la parte grigia della mafia, quella che sta oltre i primi livelli. Che coordina, e magari reinveste i guadagni criminali in attività lecito o in altri luoghi.

A proporre l'emendamento non è stato qualche remoto deputato di dubbia fama, ma il governo. Secondo cui, evidentemente, dei poveracci mezzi disdratati sulle navi sono più temibili di mafia, camorra, 'ndrangheta e sacra corona unita.
Ma gli italiani avranno le ronde, e allora sì, potranno stare tranquilli.

martedì 21 aprile 2009

Pinar, lite Italia - Malta sui soccorsi



Sono rimasti quattro giorni all'addiaccio prima che qualcuno decidesse dove mandarli. Alla fine erano stremati. Adesso i 140 profughi nigeriani della Pinar sono in Sicilia, nel Centro di identificazione ed espulsione di Caltanissetta (per l'occasone ribattezzato ipocritamente centro di "accoglienza"). L'Italia sostiene di aver accolto i profughi "per ragioni umanitarie", ma continua a protestare con Malta.

E il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha mandato a Bruxelles un dossier sul caso. Malta, però, non ci sta e sostiene che i migranti dovevano essere soccorsi dall'Italia. La questione si è sbloccata solo dopo l'intervento del presidente della Commissione Ue Jose Manuel Barroso. Ma come stanno davvero le cose?

La risposta è che non si sa. Le due barche con i profughi nigeriani, infatti, erano più vicine a Lampedusa (cioè all'Italia) che a Malta: 112 miglia a sud delle coste maltesi, 40 a sud di quelle italiane. Però, spiega Laura Boldrini, rappresentante italiana dell'Alto Commissariato Onu per i rifugiati, si trovavano nelle acque di competenza di Malta per i salvataggi, la cosiddetta "zona Sar" (Search and rescue cioè "ricerca e salvataggio"). E infatti Malta ha avvertito la Pinar e ha chiesto alla nave, un mercantile turco, di recuperare i migranti.

Fin qui tutto bene. Poi Malta ha ordinato alla Pinar di andare a depositare i profughi a Lampedusa, il porto più vicino. Quando il mercantile è arrivato a 25 miglia dalle coste italiane, il nostro governo l'ha fermato. Ed è cominciata la lite ufficiale. Quelle 140 persone non le voleva nessuno. I trattati internazionali (di cui per altro Malta non ha sottoscritto alcuni emendamenti) dicono che a coordinare i salvataggi deve essere il Paese competente sulla Sar (l'area di soccorso). E che deve "trovare il posto più adatto in cui farli sbarcare". Ma non si spiega in base a quali criteri.

Il risultato è che le navi con migranti e rifugiati vengono trattate come palline da ping-pong. E se stavolta l'Italia ha detto sì, Maroni promette che non lo farà più. Anche Malta si rifiuta, anche se ha delle zone Sar molto ampie, perché ha interesse ad allargare le sue acque territoriali (per la pesca e lo sfruttamento di altre risorse). Ognuno, insomma, si fa gli affari suoi.

A rimetterci sono - tanto per cambiare - i più poveri. Il perché lo spiega Laura Boldrini: "Questi incidenti scoraggiano i mercantili e i pescherecci a prestare soccorso perché se si arriva ad essere bloccati per giorni subendo delle penali e vivendo a bordo delle situazioni veramente difficili". Noi, però, ci siamo lavati la coscienza.

mercoledì 8 aprile 2009

Cie: non è indulto, casomai il contrario

"Quello di oggi è un vero e proprio indulto per i clandestini: nel 2006 ci fu l'indulto per gli italiani, oggi si è replicato con il voto del Pd e dell'Udc, ma anche di alcuni franchi tiratori del Pdl"

Lo ha detto ieri il ministro dell'Interno Roberto Maroni, dopo che la Camera, con il voto segreto di una parte della maggioranza, ha respinto la misura per alzare a 6 mesi il tempo massimo di permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione, i Cie. La Lega, per protesta, non ha votato il decreto sicurezza (che ora deve essere essaminato dal Senato).

Ma "l'indulto per 1.038 clandestini" di cui parla Maroni non c'è. Il ministro leghista, che del decreto sicurezza ha fatto la sua bandiera, è riuscito però a guadagnarsi titoli di giornali e tg e far passare ancora una volta l'idea che la Lega è l'unica a difendere la sicurezza degli italiani.

In realtà è successo il contrario di quello che sostiene Maroni. Gli immigrati finiscono nei Cie quando vengono scoperti senza permesso di soggiorno, per essere identificati e prendere gli accordi necessari all'espulsione con i loro Paesi d'origine. Se non si sa con certezza chi sono, infatti, è impossibile espellerli: i Paesi di destinazione possono rimandarli indietro alla frontiera sostenendo che non sono cittadini loro.

Alzare da due a 6 mesi il tempo massimo di permanenza nei Cie, come voleva il governo, significa lasciare più a lungo gli irregolari in Italia. I politici del centrodestra lo sanno, per questo in molti, protetti dal segreto, hanno votato contro. E organismi indipendenti hanno dimostrato che se non si riesce a identificare un immigrato irregolare in due mesi, non ci si riesce neppure in un anno. Ma la Lega ha bisogno di fare propaganda. A spese nostre.

domenica 5 aprile 2009

Dall'Afganistan ai tombini: "Ma io sono un essere umano"

Gli afgani in fuga dalla guerra civile arrivano in Europa nascondendosi sui (o sotto) i camion o gli autobus. "A sette, otto, dieci anni: appena puoi attraversare la strada ti dicono parti", spiega uno di loro, che quando ha iniziato il suo viaggio ne aveva 12. E' stato 12 ore appeso sotto un tir - non so come gli abbiano retto le braccua.

Arrivano in Italia da soli oppure con un fratello o un cugino più o meno della stessa età. Una giornalista di Repubblica è andata a intervistare quelli che vivono nelle gallerie della stazione Ostiense, a Roma. In attesa di documenti, un lavoro o di raggiungere paesi dove sperano di stare meglio. Ma scappano dai combattimenti e dagli attentati per finire nei tombini. "Questa è una vita da bestie", dice uno di loro, "Ma io sono un essere umano". A me fa impressione, anche perché in Afganistan ci mandiamo i nostri soldati. e mi sembra che sia cambiato poco sia per le donne con il burqa, che per i ragazzini dei camion.

martedì 31 marzo 2009

In fuga dall'Afganistan con i torinesi in gita

Mentre gli altri tiravano fuori le valige, lui è uscito barcollante dal vano della ruota di scorta. Un ragazzo afgano è arrivato così a Chieri, in provincia di Torino, accovacciato sulla ruota di scorta di un autobus. Per un'amara ironia della globalizzazione, quell'autobus riportava a casa degli studenti poco più grandi di lui, di ritorno da una gita scolastica in Grecia.

L'hanno ricoverato per una notte e poi lasciato andare: la legge italiana, per fortuna, non punisce i minori solo perché non hanno il permesso di soggiorno.
Non so se gli studenti torinesi lo abbiano visto. Ma lui ha senz'altro ha sentito scherzare e cantare loro, come si fa sempre in gita. Per oltre 24 ore, quanto ci hanno messo ad arrivare. E per un momento si sono trovate accanto due facce del mondo in cui viviamo: se nasci nel Paese giusto, a 16 anni vai in pulman all'estero per una gita d'istruzione. Se nasci in quello sbagliato, per sopravvivere.