Visualizzazione post con etichetta violenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta violenza. Mostra tutti i post

venerdì 1 giugno 2012

Un gps contro le violenze alle donne

Dal Corriere della sera/27esima ora del 1 giugno 2012

Il telefonino anti violenza per le donne vittime di stalking

Stretto in mano mentre si cammina per strada sembra un qualsiasi telefonino, neppure uno dei modelli più avanzati. Invece è un sofisticato dispositivo progettato per aiutare le donne vittime di stalking o violenze domestiche: basta premere il grande tasto centrale per qualche secondo e si attiva la chiamata «geolocalizzata» a un centro anti violenza, dove gli operatori rilevano la posizione di chi chiama, valutano il livello di rischio e in caso di bisogno fanno intervenire immediatamente una volante della Polizia.

A qualsiasi ora del giorno e della notte. Per le donne perseguitate da partner ed ex partner la sensazione del dito su quel pulsante equivale a un ritrovato senso di sicurezza, alla possibilità di tornare a una vita (quasi) normale.

Il silenzio delle donne "normali"

Il Corriere della Sera sta portando avanti una grande inchiesta sui maltrattamenti alle donne, "Storie di violenza". Questo la prima puntata, pubblicata il 17 maggio, e che ho contribuito a scrivere.

Non sta succedendo a me

Quando i vicini di casa sono entrati, Luisa aveva il viso sul tavolo della cucina, il suo ex compagno le impediva di muoversi. «Ricordo che uno di loro ha guardato il coltello del pane sul lavello: ha pensato che avrebbe potuto ammazzarmi». Ora Luisa, 38 anni, toscana, lo racconta «senza vergogna». Nel momento peggiore aveva addirittura perso la voce. «Un’afonia senza spiegazioni, secondo i medici. Non riuscivo a dire a nessuno quello che mi era capitato. Non riuscivo nemmeno a capacitarmi che fosse successo a me: noi eravamo persone normali».

Spesso i maltrattamenti vanno avanti per anni, prima che le donne riescano a lasciarsi alle spalle queste situazioni angosciose. Oppure si concludono con un omicidio: succede ogni tre giorni, in Italia. I cosiddetti «raptus» sono rari: nel 70% dei casi gli uomini uccidono dopo lunghi periodi di vessazioni e stalking.

L'inchiesta del Corriere sulla violenza sulle donne

Il Corriere della Sera sta portando avanti una grande inchiesta sui maltrattamenti alle donne, "Storie di violenza". Questo l'editoriale che la lancia, pubblicato il 15 maggio, e che ho contribuito a scrivere.

Le donne minacciate dalla violenza, è tempo che cadano alibi e steccati

«Non sta succedendo a me». Luisa, 38 anni, toscana, dice di essere andata avanti per mesi con quel pensiero fisso. Mesi durante i quali il fidanzato, da cui attendeva un figlio, alternava momenti di tenerezza a scatti di ira, carezze e botte. Chi lavora con le donne maltrattate spiega che dalla fase «non sta succedendo a me» passano quasi tutte. Quasi tutte le donne vittime di quelle violenze che nascono — e si ripetono — nella coppia.

Sono 59 le donne uccise in Italia dal partner o dall’ex partner nel 2012: nei primi quattro mesi del 2007, cinque anni fa, erano state «solo» 29. Questi numeri raccontano un’emergenza nazionale. Anche perché gli omicidi, spesso, sono solo l’ultimo atto di anni di abusi, vessazioni, maltrattamenti. Storie quotidiane, ci insegna la cronaca. Storie che possono capitare a chiunque.

«La violenza dei numeri, le responsabilità di tutti» è la lettera aperta che verrà consegnata oggi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dalle «Donne in rete contro la violenza», un’associazione che raggruppa 60 centri dei 130 esistenti nel Paese. Un doppio appello: affinché la lotta alla violenza tra le pareti domestiche diventi una priorità per il governo e affinché non vengano tagliati i fondi ai centri che quelle donne soccorrono. E proteggono

Vergogna, sensi di colpa, un «silenzio assordante» — come scrive la psicologa Patrizia Romito — circondano questi reati: secondo l’Istat solo il 7% viene denunciato.

giovedì 29 ottobre 2009

Libia, le violenze taciute sulle donne



Oggi il Corriere della sera intervista una delle profughe soccorse nei giorni scorsi al largo dell'Italia. Era a bordo di una barcarola stipata di 300 persone, una è morta di stenti mentre l'Italia e Malta facevano il tiraemolla su chi doveva soccorrere quei poveracci.

La vicenda di per sé è tragica. Credo che tra qualche decennio i posteri guarderanno a noi come noi guardiamo agli schiavisti o ai nazisti ("Ma come facevano a vivere tranquilli mentre intorno a loro succedevano queste cose?"). Ma se si legge tra le righe lo è ancora di più. Scrive il giornalista del Corriere:

"Dopo aver attraversato il Sudan Marhaout ha raccontato di essere rimasta tre mesi in Libia in attesa dell’imbarco. Ora è rico­verata nel reparto di ginecologia, al ter­zo piano dell’Ospedale di Modica. Con lei altre sette compagne di viaggio: tut­te incinte tra il quarto e l’ottavo mese".
Il giornalista si ferma lì e non scrive o chiede niente. Per pudore? Per distrazione? Penso la prima, perché comunque rileva il particolare. Il punto è: com'è possibile che le donne passate dalla Libia siano tutte incinte? E' un caso? E soprattutto: è una loro scelta?

Io temo di no: sono molte le sopravvissute (come quella nel video sopra) che raccontano di violenze sessuali alle migranti, in particolare in Libia. Dove le violenze sono all'ordine del giorno. Le provano le foto scattate di nascoso dai detenuti. E c'è anche chi, nel XXI secolo, finisce ai lavori forzati. Eppure l'Italia sbandiera i suoi accordi diplomatici con la Libia.

mercoledì 9 settembre 2009

Alla violenza si può dire no


"Non siamo qui per lamentare la condizione femminile. Né solamente per denunciare o piangere. Siamo qui per la lotta e per la vittoria"

Mara Carfagna, 9 settembre 2009



Oggi a Roma c'è il G8 delle donne. Non so cosa significhi di preciso. Spero che sia qualcosa in più che belle parole. Lo dice anche la ministra delle Pari Opportunità Mara Carfagna. Ma usa una frase da far venire i brividi: "Non siamo qui per lamentare la condizione femminile. Né solamente per denunciare o piangere. Siamo qui per la lotta e per la vittoria".

A parte che subito dopo una delle "testimoni" si è messa a piangere e la Carfagna l'ha abbracciata ed accompagnata fuori, la scelta dei termini è preoccupante: la stessa della retorica fascista, che certo le donne le rispettava poco. Le parole sono pietre, ministra, sarebbe meglio usarle con più accortezza.

Pubblico invece un'intervista uscita qualche tempo fa su City in cui una donna racconta come ha lasciato il comagno che la picchiava: senza retorica, ma grazie a strutture come il Telefono Rosa, uscire dalla violenza si può. Cliccate sul testo per ingrandirlo.