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venerdì 13 novembre 2009

L'omofobico spot anti-omofobia della Carfagna

Questo post è stato scritto per il blog de iMille. Lo riprendo da lì.

Alle associazioni glbt gli spot contro l'omofobia della ministra Mara Carfagna sono piaciuti. Il ministero delle Pari opportunità, il 9 novembre scorso, li ha presentati come una grande conquista: è “la prima campagna contro l'omofobia organizzata da un governo in Italia”, ha spiegato orgogliosa la Carfagna, che in passato aveva definito “costituzionalmente sterili” gli omosessuali. Dopo l'affossamento (con voti bipartisan e argomentazioni assurde) del disegno di legge sull'omofobia, questa è la prima risposta concreta del governo alle ripetute aggressioni dei mesi scorsi contro omosessuali e trans. E agli impegni sottoscritti dall'Italia con il trattato di Lisbona. “Un primo segno”, l'ha definito il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso.

A me, invece, sembra l'ennesimo segno dell'omofobia dilagante in Italia. Gli spot, infatti, confermano e convalidano la mentalità che dovrebbero combattere. Tanto per cominciare, non hanno neppure il coraggio di nominare l'omosessualità. Nelle immagini i gay, le lesbiche e i trans non esistono. Si vedono, all'inizio, solo un uomo e una donna, che in qualche modo fanno pensare a una coppia etero. La parte migliore della campagna è quella che segue: paragona l'orientamento sessuale ad altre caratteristiche (fisiche) personali: la somiglianza con i genitori, la grandezza dei piedi. Un messaggio giusto: l'omosessualità è una delle varianti naturali della sessualità umana, una caratteristica come altre delle persone.

Eppure anche questo brandello di messaggio positivo è ambiguo: l'omosessualità viene tacciata di irrilevanza e confinata nel privato. È il trito luogo comune (molto di destra) del “non mi importa quello che fate a letto, l'importante è che non me lo facciate vedere”. Trascura il fatto che l'orientamento sessuale diventa rilevante nel momento in cui qualcuno ti discrimina, o ti accoltella, in suo nome. Fa a pugni con decenni di conquiste dell'orgoglio omosessuale. Rinforza il divieto di esistenza sociale per chi è gay, lesbica o trans.

Per capire la distanza di questa posizione dalle battaglie culturali del movimento glbt, basta confrontare questa campagna con quella della Regione Toscana dell'ottobre 2007, realizzata con la consulenza di Alessio De Giorgi (fondatore di gay.it).


Lì lo slogan era “L'orientamento sessuale non è una scelta”. Quel manifesto aveva fatto discutere, dividendo i sostenitori della teoria secondo cui l'orientamento sessuale è innato da quelli (tra cui molte associazioni lesbiche) che vedono la sessualità come una scelta. Ma in ogni caso rivendicava con chiarezza la differenza e la legittimità della condizione omosessuale.

Lo slogan scelto dalla Carfagna recita: “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Sottintende, cioè, che essere diversi è sbagliato. Oltretutto “diverso” è l'epiteto pruriginoso usato per gli omosessuali. Non dice: essere gay, lesbiche e trans va bene. Ma che l'omofobia – un concetto piuttosto remoto per la maggioranza degli italiani – va rifiutata.

La presentazione della campagna sul sito del ministero è ancora peggio: “Capita ancora troppo spesso che gli omosessuali vengano giudicati non in quanto persone capaci come altre di aiutare e di amare il prossimo, ma in base a un aspetto privato: il loro orientamento sessuale. Vittima di questa superficialità discriminatoria non è solo l’omosessuale, è la società intera. Siamo tutti noi. Perché siamo costretti ad assistere ad aggressioni e molestie contro innocenti, gesti che consideriamo estranei alla vita civile”.

Un'infiorata di pregiudizi
: si sente il bisogno di riassicurare tutti che le persone glbt possono aiutare e amare gli altri. Perché? È quello il dubbio che fa impugnare i randelli agli omofobi? Si parla dell'affettività come di un aspetto privato. Si riduce la violenza omofobica a “superficialità”. Si dice che va evitata perché lejavascript:void(0) aggressioni non sono belle da vedere. Presupposti tutti molto discutibili, anche a volersi mettere dalla parte del senso comune.

In tutto ciò le persone glbt sono sempre vittime senza volto. Anche le immagini dello spot rimandano a questa idea: è ambientato in un'ambulanza, fa pensare a qualcuno che è vulnerabile o ferito. E nessuno dei protagonisti è identificabile come gay, lesbica, trans. Non c'è orgoglio, non c'è neppure il diritto di esserci.

venerdì 25 settembre 2009

Della Carfagna non s'ha da parlare



"Io non posso avere il problema del ministro Carfagna. Non posso avere il problema di una persona che tre anni prima di entrare in politica era a Piazza Grande a fare la showgirl",

Filippo Facci, giornalista di Libero, 25 settembre 2009



"Garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria",

Mara Carfagna, minista per le Pari opportunità, 25 settembre 2009



Ieri sera ad Annozero il giornalista Filippo Facci ha raccontato di essersene andato via da Il Giornale in polemica col neo-direttore Vittorio Fetri e schifato dalla censura preventiva su Mara Carfagna. Facci ha spiegato che l'unica censura l'ha avuta sulla ministra delle Pari opportunità: su di lei non poteva scrivere. Non si poteva criticare. Il passaggio in questione è dal minuto 1 e 20 secondi del video sopra. Guardatelo.

Sempre ieri, per una strana coincidenza, la ministra ex showgirl ha avuto modo di pronunciarsi pubblicamente su una questione che riguarda il suo ministero: l'annullamento per mancanza di donne della giunta provinciale di Taranto. La giunta è di centrosinistra, tanto per non risparmiare a Pd e compagnia la solita brutta figura.

Lo Statuto della provincia di Taranto infatti recita, all'articolo 48, che "il presidente della Provincia nomina i componenti della Giunta, tra cui un Vice Presidente, secondo le modalità previste per legge e nel rispetto del principio delle pari opportunità, ai sensi dell’art. 27 della legge n. 81 del 25.3.1993, sì da assicurare la presenza nella Giunta di entrambi i sessi". Siccome di donne in giunta non ce n'erano, il Tar ha accettato un ricorso che chiedeva di scioglierla.

Ecco come ha commentato la vicenda la Carfagna: "Un buon amministratore, un politico attento, dovrebbe mostrare sensibilità nei confronti delle donne e garantire una adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria. Se questa sensibilità viene a mancare, come nel caso della Provincia di Taranto, ben venga un intervento del Tar a rimettere le cose a posto".

Peccato che lo statuto, dicendo che la giunta deve avere anche componenti donna, stabilisce proprio che ci sia un obbligo di presenza di donne, quindi una sorta di quote rosa. La ministra non se ne è accorta perché l'articolo 48 non quantifica la quota in questione, cioè è non dice se deve essere dell'1% o del 99%. Però, appunto, dice che almeno una minima quota di donne deve esserci.

Ecco il pezzo su City: cliccate sull'immagine qua sotto per ingrandirla.

mercoledì 9 settembre 2009

Alla violenza si può dire no


"Non siamo qui per lamentare la condizione femminile. Né solamente per denunciare o piangere. Siamo qui per la lotta e per la vittoria"

Mara Carfagna, 9 settembre 2009



Oggi a Roma c'è il G8 delle donne. Non so cosa significhi di preciso. Spero che sia qualcosa in più che belle parole. Lo dice anche la ministra delle Pari Opportunità Mara Carfagna. Ma usa una frase da far venire i brividi: "Non siamo qui per lamentare la condizione femminile. Né solamente per denunciare o piangere. Siamo qui per la lotta e per la vittoria".

A parte che subito dopo una delle "testimoni" si è messa a piangere e la Carfagna l'ha abbracciata ed accompagnata fuori, la scelta dei termini è preoccupante: la stessa della retorica fascista, che certo le donne le rispettava poco. Le parole sono pietre, ministra, sarebbe meglio usarle con più accortezza.

Pubblico invece un'intervista uscita qualche tempo fa su City in cui una donna racconta come ha lasciato il comagno che la picchiava: senza retorica, ma grazie a strutture come il Telefono Rosa, uscire dalla violenza si può. Cliccate sul testo per ingrandirlo.