giovedì 13 gennaio 2011

Obbligata al divorzio di Stato




Alessandra Bernaroli è una donna transessuale, "dove - spiega - transessuale è un aggettivo, come alta, bionda o grassa". Nel 2005, quando ancora si chiamava Alessandro, ha sposato sua moglie. Poi, quattro anni dopo, ha ottenuto ufficialmente il cambio di sesso. A quel punto un "oscuro burocrate" ha deciso di divorziarla d'ufficio. Non si sa come, visto oltretutto che per il divorzio, in Italia, ci vuole la sentenza di un giudice. Nell'intervista a City Alessandra racconta la battaglia per salvare a sua famiglia.

Vogliono obbligarmi al “divorzio di Stato”

Alessandra Bernaroli Dopo che è diventata una donna transessuale, il Comune di Bologna vuole “divorziarla d’ufficio” da sua moglie. Lei si oppone e il caso è finito in Tribunale.

Lei è ufficialmente una donna dal 2009. E chiede che il suo matrimonio, contratto quando era un uomo, rimanga valido. Perché?

Per gli stessi motivi per i quali io e mia moglie ci siamo sposate: per amore e perché condividiamo un progetto di vita insieme.
Nel frattempo, però, lei ha cambiato sesso.
È un evento molto grande. Ma nella vita capitano anche eventi più gravi e le persone restano insieme. Il cambio di sesso non ha modificato il rapporto con mia moglie.
Come è possibile?
Perché con le operazioni chirurgiche e il cambio di documenti io ho risolto un mio malessere personale, dovuto a una patologia specifica che si chiama “disforia dell’identità di genere”. Ma sono sempre io. Lei ha capito e seguito il mio percorso ed è rimasta con me. Non vedo perché un oscuro burocrate possa arrogarsi il diritto di decidere per noi su un aspetto fondamentale come il matrimonio.
L’oscuro burocrate sarebbe il funzionario del Comune di Bologna che vorrebbe annullare il suo matrimonio? Cosa è successo di preciso?
Dopo la sentenza del Tribunale, che ha sancito il mio cambio di sesso e di documenti, ho chiesto di rinnovare la carta di identità. Ma tardava ad arrivare. Io mi sono permessa di chiamare il Comune di Bologna e mi hanno passato un funzionario: lui mi ha detto che attendeva il divorzio perché non gradiva vedere due donne sposate sullo stesso stato di famiglia.
Ma alla fine i documenti li ha avuti?
Sì, ma hanno diviso arbitrariamente lo stato di famiglia. Al punto che si sono inventati due numeri civici diversi e inesistenti (un /a e /b) per me e mia moglie. Lei figura sposata con me, io ho la dicitura “stato civile non documentato”.
È legale?
Nessuna legge permette a un ufficiale civile di sciogliere una famiglia già formata. Oltretutto senza neppure avvertirci! È abuso d’ufficio e alterazione di atti, sui cui mi riservo di fare causa.
Perché si riserva?
Perché adesso sono impegnata in un’altra causa: quella per far annullare il “divorzio d’ufficio” che si è inventato il Comune.
In base a cosa? In Italia il matrimonio omosessuale ancora non esiste...
Guardi, è lì l’errore: il mio è un matrimonio transessuale, non omosessuale.
Qual è la differenza?
Un omosessuale è una persona i cui unici problemi derivano dal fatto che la società lo discrimina, ma che sta bene con se stessa, si riconosce per quella che è.
Per i transessuali non è così?
La disforia dell’identità di genere fa sì che una persona non si riconosca nel suo corpo. Per questo, tramite ormoni e chirurgia, ha bisogno di adeguarlo alla sua identità di genere interiore. Io mi sentivo una donna anche quando avevo un corpo maschile. Questo sul piano individuale. Poi c’è il fatto che mentre per il matrimonio gay si tratta di celebrare nuove nozze, il mio matrimonio esisteva già, è solo nato come matrimonio tra due persone di sesso diverso. Noi non chiediamo di introdurre nuove leggi.
La normativa attuale cosa dice?
Nel 1987 la legge sul divorzio è stata aggiornata, “novellata” si dice in termini giuridici, per includere il caso del transessualismo. E il cambio di sesso è stato aggiunto tra le possibili cause per la richiesta di divorzio da parte del coniuge. Possibile, non automatica.
Quindi il divorzio deve avvenire solo se lo chiede uno dei coniugi?
Esatto. Su questo, in primo grado, ci ha dato ragione il tribunale di Modena. Ha esaminato il nostro ricorso contro il cambio di documenti deciso dai comuni di Bologna e di Finale Emilia (dove ci siamo sposate) e ha riconosciuto che il nostro matrimonio è valido.
Venerdì prossimo, però, un tribunale dovrà di nuovo pronunciarsi sul vostro caso...
Sì, l’Avvocatura dello Stato ha fatto appello contro la sentenza. È molto probabile che dovremo arrivare al terzo grado di giudizio, la Cassazione.
Ma perché avete scelto la via giudiziaria?
Abbiamo provato a rivolgerci alla burocrazia comunale: non ci hanno mai risposto chiaramente. Per non darci i documenti ci hanno persino detto che era rotta la macchina! Ci siamo appellate anche ai politici locali, visto che il Comune di Bologna si vanta di essere all’avanguardia nel rispetto dei diritti delle persone. Anche lì nessuna risposta. Siamo state obbligate. Le assicuro che io avrei preferito mantenere la mia riservatezza.
Ora cosa si augura?
Che venga bloccato questo divorzio di Stato. È pazzesco che la burocrazia voglia cancellare la mia famiglia. Il paradosso è che noi siamo sposate anche in Chiesa!
Questo con lo stato civile non c’entra, ma per la Chiesa il sacramento è sempre valido?
Certo. Non credo che alla Chiesa venga in mente di chiedere a una famiglia di rompersi e a due coniugi di divorziare: è contrario ai suoi principi.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 15 dicembre 2010

Il muro tra politica e Paese

Su quello che è successo ieri si sono sprecate tantissime parole. Ma le migliori mi sembrano quelle di Mario Calabresi, oggi su La Stampa. Eccole.

Il muro tra politica e Paese
di Mario Calabresi
La politica chiusa nel Palazzo consuma la resa dei conti che aspetta da mesi: grida, si insulta, si conta e poi festeggia. Fuori la città brucia. Le porte del Palazzo vengono sprangate, a separare due mondi che sembrano vivere in galassie lontane anni luce.

Le colonne di fumo, le esplosioni, il clangore degli scontri, i sampietrini che volano, i caschi, le mazze, ci parlano naturalmente del passato, ci fanno pensare agli Anni Settanta, ma non è lì che dobbiamo andare per capire. Meglio guardare a Londra, ai ragazzi che assaltano le banche, che colpiscono l'auto di Carlo e Camilla, alla Grecia dei fuochi in piazza, a tutti i giovani fuori controllo che non hanno più nessun rapporto con i partiti e le loro mediazioni ma puntano allo sfascio, convinti di avere il diritto di sfogare in piazza la rabbia per una vita che si preannuncia precaria.

Le immagini di Roma fanno spavento e raccontano in modo esemplare la distanza tra una politica rinchiusa in se stessa, nei suoi riti più deteriori, e un Paese che sbanda, si incattivisce e non ha più né sogni né una direzione. I ragazzi che giocano alla guerra col casco, la benzina, il passamontagna e i bastoni non rappresentano certo gli italiani, ma la politica dovrebbe saper guardare oltre quei fuochi per vedere una maggioranza silenziosa e sfinita che non è più nemmeno capace di illudersi.

Invece la politica si blinda, si preoccupa di costruirsi una «zona rossa» per stare al sicuro, per lasciare fuori non solo i facinorosi ma tutti gli italiani, e poi dentro litiga, sbraita, eccita gli animi e non sembra in grado di produrre alcuna soluzione.

Il Paese sbanda perché da troppo tempo non è governato, perché nessuno si preoccupa di affrontare e contenere i massimalismi deliranti, di rassicurare chi ha paura del futuro e di bloccare la violenza che sta tornando a emergere. Non possiamo rischiare di perdere un'altra generazione, anche se parliamo di piccole frange, anche se non siamo al terrorismo e alle pistole.

Il rumore degli scontri di ieri richiede un sussulto di dignità del governo e imporrebbe un cambio di linguaggio delle opposizioni: non si può salire sui tetti o chiamare "cilena" la polizia italiana senza preoccuparsi di fomentare le piazze.

Il 14 dicembre è finalmente passato e Berlusconi è rimasto in sella, vincendo un'altra battaglia della sua guerra totale con Fini. Ma un governo che si salva per tre voti, conquistati nottetempo, ha poco da festeggiare: la sua unica preoccupazione oggi dovrebbe essere quella di riuscire a ritrovare la capacità di ascoltare il Paese e non quella di sopravvivere un giorno in più.

Gus & Waldo, i pinguini gay che piacciono agli etero




L'intervista su City a Massimo Fenati, il creatore di Gus & Waldo. Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

I miei pinguini gay così amati dagli etero

Massimo Fenati è il papà (italiano) di Gus e Waldo, i pinguini innamorati che hanno conquistato l’Inghilterra. E sono diventati sinonimo di vita di coppia.

In Inghilterra sono delle celebrità, ma in Italia sono meno conosciuti: chi sono Gus e Waldo?

Una coppia di pinguini innamorati, gay, protagonisti di un fumetto che si chiama come loro. Hanno un’impronta autobiografica, sono ispirati a me e al mio compagno e alla nostra relazione, che è di lunga durata.
Perché due pinguini?
Perché sono animali monogami: si accoppiano per la vita.
Ma sono anche gay, e il luogo comune vuole che gli omosessuali non siano molto tagliati per la vita di coppia...
Un luogo comune, appunto. Io e Walter, mio marito, stiamo insieme da 19 anni.
Attraverso Gus, Waldo e molta ironia, lei racconta la vita di coppia...
Mi interessava scrivere non dell’innamorarsi, di cui di solito parla tutta la cultura popolare, dalle canzoni al cinema. Ma sullo stare insieme, su quello che succede dopo che nei film arriva la parola “the end”. È un tema affrontato meno ma che viviamo molto di più.
In cosa si identificano di più i suoi lettori?
Soprattutto nelle piccole differenze o anche nei piccoli screzi di coppia. Mi scrivono un po’ tutti di aver vissuto, per esempio, la pagina in cui uno dei due russa e l’altro si lamenta perché non riesce a dormire. Oppure si riconoscono nei momenti di tenerezza, nei gesti d’amore quotidiani.
Questo vale anche per gli eterosessuali?
I miei pinguini gay piacciono agli etero perché la dinamica di coppia, alla fine, è sempre la stessa. Le uniche differenze sono tra i singoli individui. L’orientamento sessuale non c'entra.
Questo varrà ancora di più in un paese come l’Inghilterra in cui i diritti sono uguali per tutti.
Una coppia che ha problemi a viversi alla luce del sole, come succede spesso in Italia per gay e lesbiche, può avere delle problematiche un pochino diverse. Per il resto la dinamica interna è universale.
Il problema è il rapporto con la società?
Sì, e in Inghilterra non gliene frega niente a nessuno che Gus e Waldo siano gay. D’altronde basta accendere la tv e qualsiasi soap o fiction ha personaggi gay. Ed è pieno di persone famose dello spettacolo, della politica o di qualsiasi campo che sono dichiarate. Non è un problema. Spesso i miei lettori fanno il gioco di chi, nella loro coppia, assomiglia più a Gus o a Waldo.
Gus è quello con il becco a punta, giusto?
Sì. Tra i due è il più nervosetto, il più ordinato.
E quello sarebbe lei...
Esatto. Waldo invece è quello un po’ più rilassato, incasinato, disordinato... è ispirato a Walter. Da quel punto di vista sono un po’ la strana coppia: amano tante cose in comune, ma ce ne sono altre su cui proprio non riescono a mettersi d’accordo.
Come ha iniziato a disegnarli?
Con un piccolo schizzo su un post-it, lasciato sul panino che avevo preparato per pranzo al mio compagno. A lui questo piccolo pinguinetto è piaciuto tanto che ho cominciato a farne un po’ di schizzi e disegni. Finché per il nostro decimo anniversario ho deciso di regalarci un paio di anelli. E li ho nascosti dentro un libretto con i pinguini, fatto da me.
Il massimo del romanticismo...
Di quello anche un po’ sdolcinato. Il libretto all’inizio era il contenitore: Walter ha aperto il pacco pensando che il libro fosse il regalo e ha trovato gli anelli. Ovviamente è scoppiato in lacrime. Da lì tutti gli amici che hanno visto il libricino, lo volevano anche loro. E ho deciso di provare a tirarne fuori un libro vero.
E come ha fatto?
Sono andato a comprarmi “Il manuale degli artisti e degli scrittori”, che è una guida per aspiranti scrittori. Mi sembrava il classico manuale per falliti che non pubblicheranno mai nulla. Invece nella prefazione c’era scritto che l’aveva usato anche l’autrice di Harry Potter: mi ha rincuorato.
Qual era il primo consiglio?
Trovatevi un agente. Così ho mandato un po’ di materiale in giro. Ma per due o tre mesi non ho avuto risposte: tra me e me ci avevo già rinunciato. Finché d’un tratto mi sono arrivate tre risposte da tre diversi agenti letterari e ho potuto addirittura scegliere. Da lì è cominciato tutto.
La sua è illustrazione di ultima generazione: lei disegna al computer, vero?
Lavoro quasi soltanto con Illustrator. Al massimo faccio degli schizzi per visualizzare le scene. Poi però realizzo tutto al computer con la tavoletta grafica: c’è una penna, ma non la carta
Cosa si augura, ora?
Che vada in porto il cartone animato a cui sto lavorando. Abbiamo già un episodio pilota per la serie. È un mio sogno: sono cresciuto a fumetti e cartoni animati.
Se non sbaglio, dei pinguini gay ci sono anche in uno zoo newyorkese. Non c’entrano niente con Gus e Waldo?
La più famosa è una coppia dello zoo di Central Park, ma la prima è stata un’altra, nell’acquario di Coney Island. Gus e Waldo allora c’erano già. Ma quando ho dovuto scegliere i loro nomi, ho deciso di fare omaggio ai pinguini reali dell’acquario, che si chiamano Wendell e Cass. Il resto è immaginazione.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

martedì 30 novembre 2010

Gli irregolari condannati a vita al lavoro nero



A Milano, da quasi un mese, alcuni immigrati protestano in cima a un'ex torre industriale contro la sanatoria che non ha sanato, ma forse persino aggravato la loro situazione. E' una protesta estrema e pericolosa, eppure del tutto inascoltata. A me questa indifferenza fa paura. Di seguito l'intervista su City a uno degli immigrati che stanno sulla torre di via Imbonati.

Questa legge ci rende clandestini a vita

Argentino nipote di italiani, 40 anni, Marcelo Galati sta da 25 giorni su una balaustra a 45 metri di altezza, per protestare contro la sanatoria senza risposte.

Ogni giorno una cordicella fa da spola tra la terra e il cielo da cui protestano Marcelo e l’egiziano Abdel, sulla torre di via Imbonati, a Milano. Porta su cibo, vestiti asciutti, le batterie del cellulare. Porta giù gli abiti bagnati e il secchio degli escrementi. Un filo lungo 45metri di ostinazione e speranza.
Marcelo, eravate in sei, siete rimasti in due: come state? Fa freddo?
(Tossisce, ndr. ) Sì, c’è vento, ma almeno oggi non piove e non nevica.
Perché siete saliti lassù? È molto pericoloso.
Protestiamo contro un mancato servizio: vogliamo uscire dal limbo amministrativo in cui siamo finiti con la sanatoria del 2009. E vogliamo che la gente si accorga di noi.
Quale limbo amministrativo?
Non si sa niente della maggior parte delle 294.742 richieste di sanatoria spedite entro il 30 settembre 2009. Abbiamo mandato i moduli, pagato la tassa di 500 euro allo Stato, i contributi all’Inps, ma non abbiamo avuto risposta. Nessuno sa dove sono andate a finire le pratiche. Neppure i funzionari lo sanno. Noi così non possiamo andare avanti.
I contributi, in teoria, li dovrebbero versare i datori di lavoro. Invece gli immigrati che sono qui, al presidio sotto la torre, raccontano che hanno dovuto pagare contributi e persino i datori di lavoro. Che hanno “venduto” la regolarizzazione...
Quella è una pratica comune, non solo ai datori di lavoro italiani, ma anche a quelli stranieri: si sono approfittati della situazione. L’alternativa (meno grave) è dover mettere di tasca tua i contributi Inps che dovrebbe versare il datore dei lavoro. L’idea è: io ti regolarizzo, ma non voglio avere nessun costo aggiuntivo.
Succede molto spesso?
Diciamo che è la regola. Ma è anche accettabile: si paga di buon grado pur di avere i documenti.
E nessuno denuncia?
No, perché gli immigrati sono ricattabili. Non solo perdi il lavoro e la possibilità di avere il soggiorno, se denunci il padrone e sei irregolare, vieni espulso. Tu te ne devi andare e a lui, a quel punto, non succede niente.
Sta dicendo che il reato di clandestinità impedisce di denunciare gli sfruttatori?
Precisamente.
La sanatoria, però, è nata per mettere in regola chiunque lavori, ma è senza documenti.
Era necessaria: di fatto in Italia tutti gli immigrati iniziano da clandestini. Il sistema legale dei flussi è fatto per non funzionare.
Perché?
Perché il datore di lavoro deve fare richiesta per “invitare” a lavorare per lui lo straniero che si trova ancora nel Paese d’origine, senza averlo mai visto. E poi attendere che arrivi il via libera con il permesso di soggiorno. Solo allora il lavoratore può venire in Italia. Una mia amica sono tre anni che aspetta così la colf filippina. Ma se tu hai bisogno di una persona non puoi aspettare tre anni.
In effetti è proibitivo.
È una procedura fatta apposta per non funzionare. Quindi la gente viene da clandestina, trova lavoro e poi cerca di regolarizzarsi. Queste sono tutte persone che già lavorano e producono ricchezza.
La sanatoria del 2009 doveva servire per lavoratori di questo tipo, impiegati come colf o badanti.
Ma come le dicevo, a oltre un anno di distanza, per la maggior parte dei casi non c’è ancora la risposta. O se c’è la situazione è cambiata, oppure il datore di lavoro non si presenta. E siamo punto e a capo. Gli immigrati si sentono presi in giro.
Cosa intende?
I lavori degli immigrati, di solito, sono precari. Dopo un anno solo pochi lavorano nello stesso posto di quando hanno fatto domanda per la sanatoria. Per completare la regolarizzazione, però, il datore di lavoro deve andare in questura e pagare i contributi Inps dei mesi successivi. Spesso è impossibile. Oppure succede che il datore di lavoro non si presenta più in Questura, perché non vuole problemi: lo fa solo chi ha un’interesse impellente - tipo la famiglia che ha una badante in casa.
Sembra una girone dell’inferno burocratico.
È un incubo. Noi vogliamo solo che la legge venga applicata con certezza. Vogliamo un risultato: favorevole o sfavorevole, ma che si sappia. Almeno la gente sa di che morte morire.
È una richiesta piuttosto disperata.
Gli immigrati hanno pagato per avere il permesso di soggiorno, ma ormai hanno abbastanza chiara la situazione: sono rassegnati al fatto che in Italia possono lavorare solo come clandestini.
E allora perché state facendo una protesta così estrema?
Perché il permesso di soggiorno significa avere la possibilità di riabbracciare le proprie famiglie, invece che limitarsi a spedire soldi col money transfer. Vuol dire poter tornare al tuo Paese per le vacanze, portare qualche regalo e poi ritornare a lavorare in Italia. Il collega che protesta con me ha una bimba di tre anni e non l’ha mai vista. L’ha lasciata che era nella pancia di sua madre e non sa come sono gli occhi di sua figlia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it




Rita Al Khayat è una delle più importanti intellettuali del mondo arabo. Denuncia l'ipocrisia dell'occidente nei confronti delle donne dei Paesi islamici.
Nel suo intervento alla conferenza di Science for Peace (oggi per chi legge, ndr.), lei parlerà dell’atteggiamento occidentale nei confronti delle donne del mondo islamico. Perché?
Perché il modo in cui l’Occidente ha usato le donne arabe è vergognoso. Sempre come un pretesto, per esempio dagli Stati Uniti per invadere l’Afghanistan. Ma il motivo di quella guerra era politico, non umanitario.
La condizione delle donne in Afghanistan però è migliorata.
In Afghanistan gli Usa cercavano il controllo di una zona strategica per gli equilibri internazionali. La riprova di questo è il fatto che gli Usa sono alleati con l’Arabia Saudita, dove le donne sono obbligate a vivere in condizioni terribili. Quel sistema è impossibile da tollerare per delle persone libere. Ma il Medio Oriente è ricco del petrolio che interessa agli Usa. E a pagarne il prezzo sono le donne.
Ma secondo lei come si fa a migliorare le condizioni delle donne nei Paesi arabi?
Il problema sono le dittature: bisogna combattere quelle. Pensi a Muammar Gheddafi in Libia: governa da 40 anni. Oppure Hosni Mubarak: controlla l’Egitto da 30 anni. Per mantenere saldamente il potere, quelle persone devono conservare tenacemente le condizioni del sistema patriarcale tradizionale.
Lei dice che la discriminazione delle donne è una questione politica, e non una conseguenza dell’Islam...
Vale per molti dei 22 Paesi arabi, ovvero per 300 milioni di persone. Nelle mie ricerche per preparare la conferenza di Milano mi sono resa conto, una volta di più, che le donne arabe sono quelle che si trovano nelle condizioni peggiori di tutto il mondo. E il nuovo colonialismo americano non le aiuta.
Nella sua “Lettera all’Occidente” lei scrive che le donne colonizzate sono vittime due volte...
Sì, in quanto colonizzate e in quanto donne .Le persone colonizzate sono violentate da un sistema estraneo, alieno, che non solo si appropria delle ricchezze del loro Paese, ma convince anche i colonizzati che la loro cultura e il loro modo di vivere sono inferiori. Le donne in più subiscono ancora la tirannia del sistema patriarcale della tradizione. Sono le inferiori tra gli inferiori.
Lei si definisce una femminista?
No. Rifletto sui problemi e sulla condizione delle donne, ma non sono un’attivista.
Lei, però, è anche un esempio di una donna araba che di certo non è “vittima”...
Quello che ho ottenuto mi è costato moltissimo, dal punto di vista umano. Ho studiato nelle scuole francesi, un privilegio concesso solo alle figlie delle famiglie arabe più agiate. Ma da bambina ero l’unica araba nella mia classe. Quindi quella “inferiore”, sottoposta a una violenza psicologica continua.
Insieme privilegiata e discriminata...
Noi “colonizzati” viviamo un’enorme ambivalenza.È la stessa che ho nei confronti della lingua francese: mi ha permesso di studiare, di acquisire una cultura alta e strumenti per capire il mondo. Però mi ha anche costretta - per ottenere quei risultati - a rinunciare alla mia lingua madre, l’arabo, la lingua dei miei affetti.
Per questo dopo la laurea ha deciso di lasciare la Francia e tornare in Marocco?
Sì, i francesi considerano tutte i Paesi che hanno colonizzato come inferiori, deboli dal punto di vista intellettuale. Non riuscivo a sopportarlo. Forse se avessi studiato in Italia o Germania sarei rimasta lì, non lo so.
Ma cosa significa essere un’intellettuale araba, per lei?
Il 60% delle donne nel mondo arabo sono analfabete, per cui è molto raro per una donna avere un peso pubblico e culturale. La mia è la prima generazione che sta cambiando tutta questa situazione. E che quindi può cambiare anche la condizione delle donne nei 22 Paesi che compongono il “mondo arabo”.
Significa che la cosa più importante per le donne arabe, adesso, è l’istruzione?
Sì. E questo riguarda anche quelle che vivono in Europa. L’unico modo per compiere davvero una rivoluzione, è far andare a scuola tutte le bambine, fare studiare le ragazze all’università. Rifiutare che i sistemi medioevali delle dittature di cui parlavo prima vengano introdotti nei vostro Paesi.
Vuol dire anche, in concreto, vietare il velo integrale alle donne?
Le donne velate sono un “fantasma” degli uomini occidentali: c’entra molto poco con la realtà delle tante donne arabe moderne che, come me, lavorano.
Un “fantasma”?
In senso psico-analitico: un’ossessione degli uomini, che “sognano” le donne velate come prede sessuali, creature dotate di una sessualità esotica e misteriosa.
E questo mito che conseguenze ha?
Impedisce agli occidentali di “vedere” le tantissime meravigliose donne arabe moderne. Nella mia conferenza di Milano ve le mostrerò: ho portato tante immagini. Dovete rendervi conto che non siamo vittime in attesa di essere salvate dagli occidentali, ma persone con idee e volontà proprie, su cui puntare per cambiare le cose.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 17 novembre 2010

"Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti"


Mary Akrami ha 34 anni è un grande coraggio: ogni giorno lotta perché alle donne dell'Afghanistan, il suo Paese, vengano riconosciuti i diritti umani fondamentali. Venerdì sarà a Milano per parlare alla conferenza mondiale di Science for Peace. Nell'intervista a City racconta del suo lavoro e dei pregiudizi dell'occidente sulle donne come lei (cliccate sulle immagini per ingrandirle).

Non ci importa del burqa vogliamo scuole e diritti

Mary Akrami è un'attivista per i diritti umani, lotta per l’istruzione delle donne afghane. E ha fondato le prime case protette per quelle vittime di violenza.
Come è cambiata la vita delle donne afghane dopo la caduta dei talebani?
È migliorata tantissimo. Ora le donne possono andare a scuola, hanno una migliore tutela della salute. Finalmente ci sono centri di aiuto per quelle vittime di violenza. E si è sviluppato un movimento che cerca di far riconoscere i diritti umani anche a loro. Eppure rispetto alla situazione pre-talebani, siamo messe peggio.
Cioè?
La nostra cultura riservava alle donne un ruolo molto migliore. Ma abbiamo avuto l’impatto negativo di decenni di guerra, a cominciare da quella contro i sovietici. Le persone sono state violate.
Violate?
Siamo cresciuti, io compresa, assistendo a violenze di ogni tipo: sparatorie, bombardamenti, uccisioni. Non potevamo avere nessun tipo di aspettativa, se non sopravvivere. Come facevamo a pensare nel modo giusto? A sapere che esistono i diritti umani?
In Europa molti pensano che le discriminazioni delle afghane siano conseguenza delle religione islamica. Sta dicendo che non è così?
L’Islam è stata la prima religione a riconoscere diritti alle donne. Ma purtroppo, a causa dell’ignoranza, le persone non sanno qual è il vero Islam.
Quando gli occidentali pensano ai diritti delle donne in Afghanistan, pensano al burqa. Per voi è quella la priorità?
No! Le donne in Afghanistan, prima di tutto vogliono avere accesso ai diritti fondamentali: la salute, l’istruzione, i servizi minimi come l’acqua e l’igiene. Sono priorità di tutti gli esseri umani, ma per noi sono ancora difficili da ottenere.
Il suo centro lavora proprio per far accedere le donne a questi diritti fondamentali...
Il nostro principale obiettivo è promuovere lo sviluppo di donne e bambini. A partire dalla cosa più importante: l’istruzione.
Cosa fate di preciso?
Insegniamo alle donne l’inglese e l’informatica. Insegniamo agli uomini una mentalità più egualitaria. Fondiamo scuole basandoci sulle comunità locali e i loro bisogni. Lavoriamo con le autorità locali per sostenere progetti che permettano alle donne di essere economicamente indipendenti.
Oggi solo il 12% delle donne afghane sa leggere e scrivere. Qual è l’ostacolo maggiore alla diffusione dell’istruzione?
La sicurezza. Le persone hanno difficoltà a spostarsi, rischiano la vita, e anche i nostri centri sono spesso vittime di attacchi. Se devi preoccuparti di sopravvivere, l’istruzione non è una priorità.
Le donne sono le più esposte: almeno il 52% delle afghane ha subito violenze fisiche. Eppure molte non le denunciano neppure. Perché?
Non si sentono sicure. Come fai a denunciare che tuo marito ti picchia, se poi devi tornare casa sua? La nostra organizzazione è stata la prima a fondare i consultori e le case protette per le vittime. Spesso le donne denunciano le violenze dopo che sono venute in contatto con i nostri centri, perché sanno di avere un’alternativa. Ne ospitiamo circa 200: è un risultato importante, anche se purtroppo non è abbastanza.
In Afghanistan la metà delle donne in carcere sono accusate di adulterio o di essere fuggite di casa. Sono crimini?
Non per la legge. Ma purtroppo, ancora una volta a causa dell’ignoranza, in alcune zone “tribali” questi sono considerati crimini. Noi abbiamo iniziato a lavorare con la polizia dal 2007 per ovviare a questi problemi.
Cosa fate?
Abbiamo consulenti nelle caserme. Indirizzano le donne vittime di violenza o accusate di crimini inesistenti alle case protette, che le ricevono 24 ore su 24. Prima non c’erano posti sicuri per loro e la polizia per “proteggerle” dalle ritorsioni delle loro comunità le teneva in carcere.
Un altro problema sono i matrimoni forzati: il 70-80% del totale. E la metà delle spose hanno meno di 16 anni. Come si evita tutto ciò?
Con l’educazione. Gli afghani, uomini e donne, non sanno neppure che le cose possono essere diverse. Né hanno idea di quali sono i loro diritti di esseri umani.
Se gli Usa se ne vanno dal Paese, il vostro lavoro sarà pregiudicato?
Sì. Il nostro governo non è in grado di creare opportunità di pace e di sviluppo da solo. In più, come la società, è dominato dagli uomini: non ci aiuterebbe abbastanza.
Nel suo Paese molte attiviste per i diritti umani sono state uccise. Lei ha paura?
(Sospira). È una domanda difficile. Il mio lavoro può essere molto rischioso. Ma mi affido a Dio: credo in Dio. E poi ogni giorno che usciamo vivi da casa non sappiamo se torneremo vivi a casa - ma se sfuggiamo alle sfide che abbiamo davanti, la nostra vita non ha nessuna possibilità. Bisogna pensare al futuro, aprire la porta agli altri. Io poi non ce la faccio a stare ferma di fronte alle vittime: devo fare qualcosa.
Qual è il pregiudizio peggiore degli occidentali sull’Afghanistan?
Che siamo Al Qaeda. Quando me lo dicono mi viene voglia di piangere. Poi mi arrabbio. Osama Bin Laden non è afghano. Noi siamo un popolo pieno di umanità. Ma siamo stati violati dalla guerra importata dagli stranieri. Ora abbiamo bisogno di educazione per tornare quelli che eravamo: persone buone, generose, ospitali.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

martedì 9 novembre 2010

Loretta Napoleoni, "Titoli spazzatura e debito, siamo la prossima Grecia"




Loretta Napoleoni è un'economista italiana di fama mondiale, quella che ha spiegato come si finanzia il terrorismo islamico. Se avete un quarto d'ora, ascoltatevi il suo Ted Talk su come e perché ha iniziato a occuparsi di terrorismo, da economista (ai tempi delle BR).

Loretta Napoleoni vive e lavora a Londra, e mi dispiace notarlo ancora una volta, i grandi intellettuali italiani ormai sono tutti all'estero. Trascrivo qui la sua intervista su City, in cui lancia l'allarme debito pubblico, e spiega un paio di trucchetti che la casta usa per non farci sapere quanto siamo messi mali. Cliccate sulle immagini per ingrandirle, di seguito il testo dell'intervista.


Economista ed esperta di terrorismo, Loretta Napoleoni collabora come consulente con governi ed organizzazioni internazionali. Ora lancia l’allarme per il debito pubblico italiano.

L’economia mondiale sta iniziando ora a risollevarsi dalla crisi dei subprime, i cosiddetti “titoli spazzatura” che hanno messo in ginocchio la finanza globale. Lei sostiene invece che in Italia quei titoli continuano ad aumentare. Com’è possibile?
Negli Stati Uniti le banche avevano permesso ai privati di indebitarsi oltre la possibilità di ripagare i prestiti. In Italia le banche lo permettono agli enti pubblici, con la complicità del governo.
Sarebbe?
Le faccio l’esempio delle Asl, che nella maggior parte dei casi sono in rosso. In Campania sono talmente senza soldi che non riescono a pagare neppure le fatture di due anni prima. Invece di cercare di risparmiare, sono andate dalle banche d’affari.
Per fare cosa?
In pratica la banca dice alla Asl: tu devi pagare queste fatture per i prossimi due anni? Bene: me le compro io, ti do subito i soldi, e intanto emetto delle obbligazioni che poi vendo in borsa.
È lo stesso meccanismo dei subprime dei mutui americani, giusto?
Sì, solo che qui, siccome le Asl sono legate allo Stato, il debito lo garantisce il ministro dell’economia Giulio Tremonti. Anche se non si potrebbe. Quindi il “rosso” delle Asl viene venduto alle banche, che lo rivendono ai cittadini come se fosse un debito dello Stato (quindi sicuro, con un tasso d’interesse basso) e i cittadini se lo comprano senza sapere nulla. Molte di queste obbligazioni finiscono nei fondi pensioni.
In realtà, sono molto rischiose…
Sì! E quindi dovrebbero dare un interesse molto più alto! Si stanno vendendo i debiti di un ente che non riesce neppure a pagare le fatture di due anni prima. In finanza questa operazione si chiama “babbo morto”.
“Babbo morto”, perché?
Perché tu vendi l’eredità di tuo padre prima che muoia: senza sapere se e quando l’avrai…
Be’, però c’è la garanzia dello Stato.
Ma non si potrebbe! Solo il ministero del Tesoro e le Regioni a statuto speciale possono emettere obbligazioni. Non gli enti. In più le Asl rientrano nel bilancio dello Stato, ma hanno autonomia contabile e patrimoniale. Il ministro dell’Economia copre tutto questo, però, perché altrimenti si fermano tutte le regioni. Non ci sono i soldi per farle andare avanti.
Ne è sicura? Mi sembra incredibile.
Certo. E non è il solo modo per tirare fuori soldi che non ci sono. Un’altra cosa che fanno spesso, è far sembrare il debito più basso di quel che è.
Come si fa?
Si toglie dal bilancio statale una parte del debito con lo “swap”, che vuol dire cambio. Anche qui serve l’aiuto delle grandi banche d’affari: quando il debito è troppo elevato la banca lo scambia con un altro più dilazionato. Questo comporta che nel bilancio compare solo il nuovo debito, che è più basso di quello vecchio, perché è più diluito.
Ma scusi, anche se è diluito, il debito rimane lo stesso, perché dura di più nel tempo…
Non solo rimane lo stesso, ma aumenta: il tasso di interesse si abbassa per i primi tre anni, per esempio, e poi aumenta molto per quelli successivi. Ma siccome il bilancio è solo una fotografia delle entrate e delle uscite in un dato momento, il debito sembra più basso.
Prima o poi però quei soldi lo Stato dovrà pagarli.
Esatto. Però allo scadere dei tre anni loro che fanno? Un altro swap. E quindi spingono continuamente verso il futuro la data in cui dovranno pagare molto di più. Ovviamente questo “di più” aumenta ogni volta che si riallunga il pagamento. Questo la fa lo Stato, ma lo fanno anche le Regioni e le Province.
E tutto questo come fa a reggersi?
Come facevano i subprime: è un castello di carta, prima o poi cade. Per ora regge perché il rischio di insolvenza dell’Italia è ancora buono, perché la banche ci guadagnano… Ma nel momento in cui le banche decideranno di non darci più fiducia, di non “allungare” più il debito, finiremo come la Grecia.
Perché l’opposizione non dice niente?
Secondo me i parlamentari non dicono nulla perché non capiscono nemmeno di che cosa stiamo parlando. Sono tutte operazioni che fanno le banche d’affari, molto spesso neppure i loro consigli di amministrazione le conoscono. Quello che sa tutto è il ministro del Tesoro, che infatti cerca di tirare i cordoni della borsa con tutti gli altri ministri. Ma intanto continua a permettere queste operazioni, sennò dovrebbe ammettere che siamo messi molto male.
Lo scenario che viene fuori è apocalittico… Dal punto di vista economico quale sarebbe la soluzione?
Intanto più della metà del Pil italiano è in nero. Se su quelle attività economiche si pagassero le tasse, il debito si dimezzerebbe subito. Ma soprattutto la via d’uscita è un cambio drastico della classe politica: un governo e un parlamento nuovi, che siano capaci di capire queste operazioni finanziarie. Devono stabilire quanto è grande effettivamente questo debito e poi rimboccarsi le maniche.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it