domenica 29 maggio 2011

Michela Marzano, l'italiana tra i migliori di Francia

Ripubblico qui l'intervista a Michela Marzano uscita su City il 24 ottobre 2008


A 38 anni Michela Marzano è stata nominata dal “Nouvel Observateur” una dei 50 maggiori pensatori di Francia. Per l’Italia invece è solo un “cervello in fuga”.
Perché lei è tra i 50 più influenti pensatori di Francia e non tra quelli d’Italia?

Perché sono dovuta venire a lavorare qui. Sono stata indicata dal settimanale come una degli otto trentenni della ‘nuova guardia’ francese, che pensano in modo nuovo i problemi della società di oggi. Ma, in Italia, quei trentenni non avrebbero mai trovato spazio per esprimersi.
Come mai?
Per fare carriera in Italia devi entrare in una logica di potere, pensare: chi sarà in commissione al concorso? A chi posso far piacere per avere una borsa di studio? La selezione è sempre più basata sui legami personali. Così, di fatto, non hai più la possibilità di pensare in maniera libera. Né di fare davvero qualcosa di nuovo.
Lei di che cosa si occupa?
Di filosofia del corpo. Cioè di tutti quei problemi, dalla sessualità alla medicina, che sono legati a come lo percepiamo e viviamo: bioetica, eutanasia, fecondazione artificiale, rapporto tra i sessi.
Detto così sembra un po’ astratto...
Non lo è. Riguarda domande che tutti si pongono nella vita quotidiana. Per esempio quella della libertà sessuale: oggi viene intesa come obbligo a essere sessualmente disinibiti, in particolare per le donne.
Un obbligo a essere emancipate?
Sì. Soprattutto i media dicono alle donne: “devi essere libera dai tabù della morale cristiana”. Ma anche: “devi essere magra, disinibita, provocante, perché questo è emancipazione”. Invece essere liberi è poter decidere come vivere la propria sessualità, senza dover seguire dei modelli già pronti. Oggi si parla tanto di libertà, ma spesso è una libertà vuota, falsa.
E questo vale solo per le donne?
Vale per tutti. Prenda la fecondazione artificiale: la tecnica ci permette di diventare genitori in modi finora impensabili. Ma cosa significa allora essere padri e madri? Generare dal proprio sperma e dai propri ovuli, o desiderare un figlio?
Di solito dicendo “filosofia”, uno pensa a Platone, non a queste cose...
Perché in Italia si fa solo storia della filosofia. Platone e gli altri servono a prestarti dei concetti, strumenti per capire meglio quello che succede. In Italia, invece, della società parlano solo i giornalisti: gli accademici rimangono nella torre d’avorio.
Lei crede che la gente comune possa capire questioni così complesse?
Penso non solo che chiunque le possa capire, ma che chiunque sia interessato a farlo. Basta parlarne in maniera comprensibile. La gente vuole avere chiavi di lettura per potersi fare le proprie opinioni.
Per quelli come lei, in Italia, c’è un’etichetta: “cervello in fuga”. Come ci si sente?
Contrastati. Da una parte sono fiera. Ci tengo ad essere definita una filosofa italiana e non franco-italiana: mi sembra di tenere alto il nome del mio Paese all’estero.
E invece il lato negativo qual è?
C’è la frustrazione, la rabbia quasi: è ingiusto che per fare tutto quello che ho fatto debba restare qui.
È sicura che in Italia non avrebbe potuto ottenere gli stessi risultati?
Quando dieci anni fa ho finito il dottorato in filosofia alla Scuola Normale di Pisa, le opportunità che avevo erano o lasciar perdere la ricerca, o rimanere precaria per anni e mettermi in coda a fare la portaborse,
Anche con un dottorato alla Normale?
Cosa ancora più grave: significa che una persona su cui lo Stato ha investito soldi e risorse e che ha studiato e fatto ricerca ad alti livelli, non può restituire alla società quello che ha ricevuto.
E in Francia non è così?
Non è che qui sia tutto più facile o sia pieno di posti di lavoro nella ricerca. Ma c’è la possibilità, anche se minima, che venga riconosciuto il merito indipendentemente dai rapporti accademici. Ti dà speranza. In Italia manca anche quella.
Cosa pensa del progetto di riforma dell’università della ministra Mariastella Gelmini: migliorerà le cose?
Temo proprio di no: taglia i fondi alla ricerca. E prevede, ogni 5 ricercatori o 5 professori che vanno in pensione, di sostituirne solo uno. Altro che nuova guardia!
Così le università invecchiano di più...
Già oggi l’età media dei professori, in Italia, è quasi 60 anni.Tutti i governi parlano di voler rinnovare l’istruzione e la ricerca, di voler investire nel sapere, ma poi nessuno lo fa.
Quando si dice innovazione si pensa sempre a ingegneria, chimica, medicina. Le scienze sociali, invece, possono servire?
Credere che la sola ricerca valida sia quella scientifica è un grande errore. Nel momento in cui non si pensa e non si discute più insieme del mondo che ci circonda, la società diventa sempre più conflittuale e impaurita. Muore lentamente.
Perchè a 18 anni ha deciso che da grande voleva fare la filosofa?
Mi sono accorta che con i ragionamenti conquistavo una libertà enorme: potevo ribattere a delle verità che cadevano dall’alto. Dimostrare a mio padre e agli adulti che non avevano sempre ragione loro.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

sabato 14 maggio 2011

Diversamente etero - la storia che non avete visto



Questo il trailer di Diversamente etero, il documentario nato da un'idea mia e di Milena Cannavacciuolo e realizzato con Chiara Tarfano e Marica Lizzadro (la regia è di Marica Lizzadro). Sul sito del documentario potete trovare le date delle prossime proiezioni, oppure potete seguirci sulla nostra pagina Facebook

Noi speriamo che Diversamente etero sia l'occasione per parlare di omofobia nei media e di quella forma specifica di disciminazione delle minoranze che è l'invisibilità. Vi aspettiamo

mercoledì 4 maggio 2011

Anche in Italia i matrimoni gay. Ma solo religiosi


Riprendo da City

Prime nozze gay religiose, celebrerà una donna prete
Il 21 maggio I matrimoni, di una coppia gay e una lesbica, a Milano con il rito anglicano vetero-cattolico: “Dio è amore, non dice di no a chi si ama”

Nella Bibbia, Rut dice a Noemi: “Dove andrai tu, andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio”. Poi: “Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te”. La “promessa d’amore” di Rut a Noemi è una delle letture scelte per i primi matrimoni gay d’Italia, che verranno celebrati dalla Chiesa Vetero-Cattolica: quello tra Agnese Cighetti e Letizia Torrisi, 30enni, e quello tra Carmelo Mazzeo, 41 anni, e Paolo Cenni, 33. Li officerà in contemporanea - il 21 maggio prossimo a Cormano - Madre Maria Vittoria Longhitano, parroca anglicana di Milano. “Quella di Rut e Noemi è la prima testimonianza di un legame omo-affettivo femminile. Mi sembrava bello sceglierlo”, spiega la parroca. “Siamo cristiane: per noi è importante giurarci amore eterno di fronte a Dio e alla comunità”, aggiunge una delle spose, Letizia. Le coppie che stanno per andare a nozze non hanno dubbi che le loro siano famiglie come le altre: “La famiglia è amore”, dice Carmelo.

Di fronte a Dio, non alla legge
I matrimoni milanesi non avranno valore legale: “Possono essere trascritti nei registri civili solo nei Paesi civili”, scherza Madre Maria Vittoria. E infatti Letizia e Agnese chiederanno il riconoscimento della loro unione in Spagna: “Ci andremo per fare la fecondazione assistita: vogliamo avere dei figli”, dice Letizia. L’unico rammarico è per il viaggio di nozze: “Dovremo rimandarlo: non avere pari diritti e significa anche non avere i 15 giorni di licenza matrimoniale”, si lamenta Carmelo. Lui e Paolo si sono allontanati dalla religione perchè la Chiesa li discriminava: “In quella Vetero-Cattolica, invece, abbiamo trovato piena accoglienza”, dice. In questa confessione (con rito cattolico, ma “in comunione con la Chiesa episcopale”, spiega Madre Maria Vittoria) i gay vengono uniti in sacramento con lo scambio degli anelli, la promessa di fedeltà e la consegna della Bibbia. “Sono felice di unire queste coppie di fronte a Dio”, dice la parroca, che non ha trovato una chiesa per ospitare la cerimonia: si terrà in una villa. Ed è pronta ad affrontare le (inevitabili) polemiche: “Chi si scandalizza mal interpreta la parola di Dio: se Dio amore, cosa può avere da ridire sul fatto che due persone si amino?”, chiosa. “Ora ci manca solo che anche la legge italiana ci riconosca”, conclude Carmelo.
Elena Tebano

Gli attacchi mascherati alla legge 194




L'intervista uscita su City il 26 aprile scorso a Laura Onofri, vicepresidente della Commissione Pari Opportunità del Piemonte.

La decisione sull’aborto deve restare alle donne

Vicepresidente della Commissione Pari Opportunità del Piemonte, Laura Onofri mette in guardia contro i nuovi “attacchi mascherati” alla legge 194 sull’aborto.

Con la “Casa delle donne” di Torino avete fatto ricorso al Tar contro la delibera della Regione Piemonte sul nuovo “percorso assistenziale” per le interruzioni di gravidanza. Perché?
La Regione il 15 ottobre scorso ha cambiato i criteri con cui si scelgono le associazioni che stanno nei consultori familiari...
Sono quelli a cui si rivolgono la maggior parte delle donne che scelgono di interrompere una gravidanza, giusto?
Sì. E la delibera della giunta di Roberto Cota prevede che d’ora in poi potranno entrare nei consultori solo le associazioni che abbiano nel proprio statuto la finalità della “tutela della vita fin dal suo concepimento”.
Perché è così importante?
I consultori dovrebbero garantire in modo laico che la scelta delle donne, se interrompere o meno una gravidanza, avvenga in piena libertà. Farci entrare solo le associazioni che “tutelano la vita fin dal suo concepimento” è uno dei molti attacchi mascherati alla legge 194, che regola le interruzioni di gravidanza.
Il ruolo dei consultori è così centrale?
Sono parte integrante del percorso della legge 194. Una donna che vuole abortire può rivolgersi al proprio medico di fiducia oppure a un consultorio. Che deve fare una serie di cose: prima di tutto verificare che la donna sia nei limiti previsti dalle legge per l’interruzione della gravidanza (quindi che la gravidanza non sia troppo avanzata).
Poi cosa succede?
Il consultorio cerca di capire se la donna vuole abortire per problemi economici o sociali. In quel caso cerca di aiutarla a risolverli: per questo gli operatori hanno una formazione specifica. Se invece la donna rimane dell’idea che vuole abortire, è chiaro che questa è la sua scelta e si prosegue. Ma è importante che il consultorio non abbia pregiudizi e si ponga nell’ottica di assistere la donna senza criminalizzarla.
E invece?
Questa delibera impone nei consultori associazioni che non sono senza pregiudizi, ma che anzi indirizzano già verso una scelta: evitare a qualsiasi costo l’interruzione della gravidanza. Mettono l’autodeterminazione della donna soltanto dopo altri capisaldi: la “tutela del concepimento”.
Ma questo tipo di associazioni, che sono soprattutto di matrice cattolica, sostengono di voler aiutare le donne...
Le donne si aiutano prima di tutto rispettando le loro scelte. E comunque se queste associazioni e la giunta Cota, che ha approvato la delibera, vogliono davvero aiutare la maternità, ci sono modi molto più concreti, ed efficaci. Noi li chiediamo da tempo.
Per esempio?
Stanziare finanziamenti per aiutare la maternità, aprire più asili nido, organizzare doposcuola, fare leggi che aiutino le donne lavoratrici. Molte donne, per esempio, si trovano nell’impossibilità di avere figli, perché hanno già la lettera di dimissioni pre-firmata e sanno che nel momento in cui diventeranno madri perderanno il lavoro.
Questo è illegale.
Però è una pratica diffusa. Uno dei primi atti del governo Berlusconi, che ha gli stessi colori della giunta Cota, è stata di abolire la legge che impediva questa pratica, fatta nel 2007 dal governo Prodi. Prevedeva per le dimissioni un semplice modulo elettronico, su cui la data era certificabile. E così impediva ai datori di lavoro di far firmare dimissioni in bianco alle donne, al momento dell’assunzione.
La Regione Piemonte non è l’unica a volere le associazioni anti-abortiste nei consultori. Anche nel Lazio c’è una proposta di legge simile...
La cosiddetta legge Tarzia. Sono tutti espedienti per scalfire la legge 194, che invece è ottima. È successo anche con la Ru486.
La pillola abortiva.
Si è imposto il ricovero di tre giorni a chi la usa, mentre nel resto d’Europa la donna viene mandata subito a casa: è un modo per far desistere le donne e costringerle all’aborto chirurgico. Molte donne che hanno già una famiglia o problemi di lavoro, infatti, non possono permettersi di stare a casa tre giorni. Oltretutto, così si fa spendere più soldi, inutilmente, alla sanità pubblica.
Cosa succederà con il vostro ricorso al Tar?
La prossima udienza sarà l’8 giugno, noi speriamo che il Tar decida di far decadere quella parte della delibera, che con la scelta delle donne non ha nulla a che fare. Dà solo voce una posizione ideologica, inaccettabile in uno Stato laico.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Non ci basta vestire le veline

L'intervista a Loredana Lipperini uscita su City il 1° aprile scorso.


Loredana Lipperini
L’autrice di “Ancora dalla parte delle bambine” fa il punto sul nuovo movimento delle donne. A cominciare dalla polemica sul velinismo.

Le donne italiane hanno ripreso a scendere in piazza, prima il 13 febbraio, poi l’8 marzo. A qualche settimana di distanza è possibile dire se e come è servito?
A me sembra che stiano cambiando molte cose. Rimane ancora tanto da fare, ma ci sono segnali di un’inversione di tendenza. Nella pubblicità e in tv, per esempio.
In questi giorni Striscia la Notizia ha detto di essere disposta a rinunciare alle veline.
Intanto ha cominciato a vestirle e a farle parlare. E Dolce & Gabbana, fortemente contestati per una pubblicità, tanto che poi l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (lo Iap) l’ha fatta ritirare perché offensiva...
Quella della modella stuprata, che alludeva a una violenza di branco contro una ragazza…
Esatto. Ora invece hanno fatto una pubblicità con delle donne arrabbiatissime che stringono una borsa: una specie di re-interpretazione in stile Dolce & Gabbana delle manifestanti. E un’altra con tre signore nerovestite e molto coperte, che guardano con palese disprezzo una modella in guepière. Che è un po’ è un’artigliata cattiva nei confronti delle manifestanti, ma...
In effetti sembrerebbe una sorta di parodia.
C’è una provocazione, ma è anche un passo indietro. Un modo di dire: guardate come siamo bravi, come andiamo incontro alle istanze delle donne. Significa che però sono stati costretti a riconoscerle.
Ma una volta vestite le veline, cosa si fa?
Il problema non sono le varie figure mute e svestite della tv in quanto tali. Ma il fatto, per esempio, che nei talk show seri, quelli in cui si approfondisce, la presenza femminile è di una su quattro. Che siano pochissime le donne direttori o vicedirettori di giornali. Nell’immaginario collettivo c’è quasi solo un modello di femminilità e questo ha delle ricadute dirette sul piano della società, su cui l’Italia è ancora fortemente arretrata.
Cosa intende per immaginario?
La rappresentazione della donna nei mezzi d’informazione, ovvero giornali, pubblicità e televisione. E nelle narrazioni, comprese quelle dei libri e dei film. Quello che avviene in Italia da questo punto di vista non ha paragoni nel resto del mondo.
Perché?
In Italia sono state fatte campagne pubblicitarie che in altri Paesi non sarebbero state neppure concepibili. Lo Iap funziona bene, ma è potuto intervenire solo a posteriori, perché nel nostro Paese non si possono bloccare le pubblicità sessiste prima del lancio, ma solo a cose fatte.
Quali campagne?
Quella dei pannelli solari, con l’immagine di una donna e lo slogan “Montami a costo zero”. Oppure un’altra, con una modella nera in bikini, che recitava: “Fatti la cubana”. O “Te la do gratis”, di una catena di ottici, in cui la signorina si riferiva alla montatura degli occhiali.
C’è chi non le considera neppure offensive, ma divertenti…
Questo intendo quando dico che è importante l’immaginario. Col tempo si ci si è talmente abituati al sessismo, che qualcuno trova queste cose “divertenti”. Se andiamo a vedere la rappresentazione delle donne nelle pubblicità, oggi è quasi sempre quella di un “complemento d’arredo” spogliato, usato per vendere qualsiasi cosa.
Non è sempre stato così?
Prima c’erano dei parametri molto precisi: il nudo serviva a vendere i profumi e a volte il cioccolato, perché secondo i pubblicitari ha una carica erotica indiscutibile. Ora si usa anche per vendere la colla al silicone
Per cambiare il modo di pensare ed agire, bisogna cambiare il modo di rappresentare...
Nel 1985 abbiamo sottoscritto una convenzione internazionale contro la discriminazione delle donne sul lavoro, la Cedaw. Ma ancora non abbiamo raggiunto quegli obiettivi: in Italia una donna su due è disoccupata. Il 13 febbraio è servito molto perché, per la prima volta, la parola immaginario è risuonata tante nelle piazze. E c’è stata la consapevolezza che non si può ottenere dignità e parità sul piano sociale se non si cambia anche quello.
Dopo le manifestazioni, come andrete avanti?
Le donne hanno ricominciato a fare rete e non si fermeranno. Il nuovo movimento femminista che ha portato al 13 febbraio non nasce a caso, ma da un lavoro che è stato fatto moltissimo anche su internet, da tanti gruppi, negli ultimi 3-4 anni. E continueremo a muoverci, con varie forme di pressione, per far sì che le donne nei luoghi della comunicazione possano agire in parità perfetta rispetto agli uomini.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

lunedì 21 marzo 2011

Giovanni Minerba, "Quando i gay non esistevano"

Ho finalmente ritrovato l'intervista Giovanni Minerba, direttore del TORINO GLBT FILM FESTIVAL, uscita su City nel 2007. Ve la ripropongo qui.

Giovanni Minerba ha inventato “Da Sodoma a Hollywood” il primo festival del cinema omosessuale in Italia. Nel giorno in cui si conclude la XXII edizione, ci racconta oltre 30 anni da gay dichiarato.

Come è nato il Festival?
Nel 1982, io e il mio compagno Ottavio Mai, che adesso non c’è più, decidemmo di improvvisarci filmaker. Non ci vedevamo rappresentati nei film che circolavano allora e abbiamo pensato: facciamoli noi. Da lì è nato tutto.
Perché non vi sentivate rappresentati?
A volte succede anche adesso, ma allora tutti i personaggi gay erano negativi: suicidi, sfruttatori di marchette, anziani che cercavano in modo squallido ragazzi giovani. Tutti stereotipi.
Lei negli anni ’70 ha fatto parte del Fuori, il primo gruppo omosessuale italiano. Era più difficile essere dichiarati, allora?
Ho militato nel Fuori dal 1975, prima ho dovuto attraversare dei passaggi. Per quanto mi riguarda, dichiararmi non è certo stato facile. All’inizio mi sono anche sposato per guarire.
Sposato per “guarire”?
Sì, era il 1971, vivevo a Lecce, macellaio figlio di macellai, l’omosessualità non poteva neanche esistere. Si sapeva, si immaginava, c’erano delle situazioni strane con degli amici, nel senso che si faceva sesso, io lo cercavo anche, ma il tutto non si poteva nominare. Lo stesso succedeva in parrocchia, nonostante si sapesse che il prete era omosessuale. Le dico solo che quando ci fu un diverbio, per altri motivi, con una persona del mio paese, lui mi minacciò: “Stai attento, se no dico a tutti che sei gay”. Quando era lui, più grande di me, il primo a esserlo.
E quando ha deciso di cambiare vita?
Nel 1972-73, quando ho capito che non potevo guarire, neppure con lo psichiatra. Passavo le notti a contemplare il soffitto. Poi una mattina mi sono svegliato e ho preso la decisione. La prima a cui l’ho detto è stata mia moglie. E all’inizio è stato difficile. Poi, quando in paese hanno cominciato a circolare le dicerie, che ci separavamo perché la costringevo a fare cose strane, ho preso il treno da Torino, dove nel frattempo abitavamo già, per andare a parlare anche con le nostre famiglie.
L’hanno capita?
Mia madre e quella di mia moglie all’inizio non hanno capito neppure cosa significasse essere omosessuale! Lo ha spiegato, in maniera piuttosto volgare, mio suocero. Ma quella che l’ha presa peggio di tutti è stata una mia sorella. Per anni non mi ha invitato a casa sua. Poi, dopo che è morto mio padre, e grazie anche a mia nipote che ha fatto tanto per riavvicinarci, le cose sono cambiate. E quest’anno ha deciso, per la prima volta, di venire al festival. È andata bene.
Oggi per i gay è più facile?
Sì, oggi sono molti meno quelli che per paura, o per mentalità, hanno una doppia vita. Trent’anni fa c’era più angoscia. Eppure è incredibile la realtà in cui siamo ancora nel 2007.
In che senso?
Per alcuni versi mi ritrovo ancora fermo: io sono un cittadino che di sicuro ha solo doveri, i diritti no. A cominciare da dover dare prova che noi gay esistiamo, che la realtà è la realtà. E quando sento la Chiesa paragonare l’omosessualità alla pedofilia e all’incesto... proprio non riesco a starci dentro. E allora cerco di farmelo scivolare addosso e di andare avanti, di rispondere con i miei mezzi, prima di tutto il cinema.
È stata la passione per il cinema a farle conoscere il suo compagno Ottavio Mai?
No, ci siamo conosciuti per caso per strada, il 27 agosto del 1977. Ma è stato l’incontro, quello che ti cambia la vita. Da quel momento lui ha iniziato a entrare in politica più di me, prima nel Fuori, poi nel Partito radicale. E io a fare il cinema. Ci siamo scoperti insieme cineasti, lui di lavoro faceva il tassista.
Come è morto Ottavio?
Nessuno si aspettava quello che è successo... ma la sua morte è stata anche colpa della campagna anti-Aids di quegli anni. Ottavio aveva scoperto di essere sieropositivo nel 1987, ma stava bene. Poi il 10 ottobre del 1992 ha avuto una piccola ischemia, indipendente dalla sua malattia. Durante il day hospital, gli hanno messo in stanza un nostro conoscente che aveva l’Aids inoltrato. L’ha sconvolto vedere una persona che prima era pimpante e brillante, stare così male. “Io dovrò trovarmi in queste condizioni”, diceva. Il fine settimana è tornato in ospedale per degli accertamenti e si è ucciso.
Come ha superato una cosa del genere?
Continuando il lavoro che facevamo insieme: è stato lui a darmi questa grande forza. E le persone che avevo intorno: come il mio attuale compagno, Damiano Andresano. Ci siamo conosciuti la notte del compleanno di Ottavio, circa un mese dopo la sua morte. Per me è significativo, come aver trovato qualche tempo dopo un gatto vicino alla sua tomba: sta ancora con me, come voleva lui, e l’ho battezzato Mario, lo stesso nome con cui chiamavano Ottavio in famiglia.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

mercoledì 9 marzo 2011

Un passo concreto per le donne: le quote nei cda



Per la prima volta, l'Italia potrebbe introdurre il meccanismo delle quote per combattere lòa discriminaizone delle donne sul lavoro: solo per i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa o a partecipazione pubblica, ma è pur sempre un inizio. La legge potrebbe esser approvata al Senato in questi giorni, per poi tornare alla Camera. le quote non sono la perfezione, ma un buono strumento pragmatico. Il senso lo spiega Alessia Mosca (che ha co-firmato la proposta di legge) in questa intervista a City.







Sulle donne basta parole, ora facciamo qualcosa

Deputata del Pd, Alessia Mosca ha scritto con una collega del Pdl la proposta di legge per aumentare la presenza delle donne ai vertici delle aziende.

Le vostre non sono proprio quote “rosa”...
Vogliamo che nei consigli di amministrazione sia riservato il 30% dei posti al genere meno rappresentato. Si tratti di uomini o donne. La regola varrà solo per le aziende quotate in borsa o a partecipazione pubblica (come le “municipalizzate”),
Vero è che, quasi sempre, sono le donne ad essere in minoranza nei vertici delle aziende.
Oggi nei consigli di amministrazione (i “cda”) delle società quotate le donne sono solo il 7% dei consiglieri. In quelle municipalizzate meno del 2%.
La vostra proposta di legge è “bipartisan”, è stata votata dalla Camera, oggi tocca al Senato: non dovrebbe essere difficile approvarla...
Sì, è co-firmata da me e Lella Golfo del Pdl. Ma se c’è sostegno trasversale, c’è anche ostilità trasversale. Confindustria ha sollevato obiezioni che il governo ha fatto proprie. Abbiamo cercato un compromesso.
Compromesso? Cioè?
Nella nostra proposta la quota riservata sarebbe stata del 30%, da subito e per tre mandati dei cda, cioè i prossimi nove anni. Pena lo scioglimento del consiglio di amministrazione. Confindustria e governo volevano che le soglie fossero graduali e la sanzione solo pecuniaria. Alla fine abbiamo trovato un accordo: al primo mandato dei cda la soglia sarà del 20%, dal secondo mandato, cioè dal 2015, salirà al 30%.
In ogni caso le quote sono temporanee?
Le quote sono pensate come uno strumento provvisorio: servono a sbloccare un circolo vizioso. Le aziende oggi sono guidate da uomini, che tendono a scegliere altri uomini. Noi vogliamo interrompere questo automatismo per un periodo di tempo sufficiente a creare un nuovo equilibrio.
E dopo?
Tolto il tappo e dopo 9 anni, se le donne saranno all’altezza non avranno bisogno di un’imposizione normativa.
Spesso si dice che se le donne non sono ai livelli alti dell’economia è perché non lo vogliono.
Varie ricerche hanno dimostrato che le donne vorrebbero fare di più di quello che fanno, ma non possono. Vorrebbero avere più figli e vorrebbero poter lavorare anche avendo figli. Ma, in assenza di servizi di assistenza pubblici, le donne devono sottrarre tempo al lavoro per curare i figli. O spendere tutto lo stipendio in baby sitter.
Per questo molte rinunciano a investire sul lavoro?
Spesso è una scelta “forzata”: il divario salariale e di carriera tra uomini e donne è ancora molto alto. E quindi, se qualcuno deve rinunciare al lavoro, rinuncia chi guadagna meno o ha meno prospettive di avanzare.
Le quote sono una questione di equità?
Non solo: una serie di studi ha valutato i profitti delle aziende in base alla composizione dei consigli di amministrazione. Si è visto che più sono differenziati e più alta è la presenza di donne, più migliorano i risultati delle imprese. La cosa interessante è che la regola vale solo se le donne sono scelte per le loro competenze e non per legami familiari, perché “figlie” o “mogli di”.
Sta alle singole aziende scegliere bene?
Certo: le donne qualificate non mancano. In più questa legge è un grande incentivo. Uno dei problemi del nostro Paese è il rinnovamento della classe dirigente. Se costringiamo le aziende a mettere ai loro vertici il 30% di persone nuove (le donne, che al momento sono fuori) si genera indirettamente un cambio della classe dirigente. Forse è questo che fa davvero paura.
Non si tratta di maschilismo?
Sicuramente c’è un maschilismo diffuso. Ma fa anche molta paura l’idea di dover cedere le leve del comando: chi è già nei luoghi dei poteri si oppone per conservarlo.
In effetti a parole tutti vogliono fare qualcosa per le donne, ma poi quando si tratta di prendere decisioni concrete, le cose cambiano.
Noi abbiamo iniziato da questa legge che tocca una parte molto piccola dell’economia per metterci in linea con i Paesi europei. Ma anche perché pensiamo che a cascata possa influenzare le altre aziende, che abbia un valore simbolico più forte di quello “numerico”.
Lei per la media dei politici italiani è molto giovane, 35 anni, e molto colta (ha un dottorato). Cosa ne pensa del “velinismo” in politica?
Si discute molto delle donne, ma il punto è che il discorso vale anche per gli uomini: ce ne sono troppi incompetenti, che hanno ruoli politici e istituzionali senza averne i meriti, ma solo perché messi lì da qualcuno. È ora di cambiare.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it