giovedì 23 settembre 2010

I padri non sono genitori di serie B




L'intervista uscita oggi su City a Tiberio Timperi, che parla dei diritti traditi dei padri separati.


Giornalista e conduttore tv, Tiberio Timperi porta avanti una battaglia pubblica (e privata) affinché i padri separati abbiano davvero diritto alla cura dei figli.

Lei è uno dei padri separati celebri che, come il portiere del Brescia Matteo Sereni, hanno messo la faccia per il ‘diritto ai figli’: perché?

Perché ci sono tante altre persone, che non hanno la mia visibilità, che non hanno le mie risorse economiche, e si trovano in mezzo a una strada a causa di un sistema culturale, che in caso di separazione privilegia e le donne rispetto agli uomini.
Lei è separato e ha l’affidamento congiunto di suo figlio: ha difficoltà a vederlo?
Sono titolare di un provvedimento di affido condiviso ben fatto e illuminato, che però a volte non è stato interpretato a favore di mio figlio. Ma preferisco non parlare della mia vicenda personale.
Parliamo in generale, allora: quali sono i problemi più diffusi con l’affido condiviso?
Se ci sono conflitti, le madri possono facilmente ostacolare il rapporto con il padre. Basta un certificato medico o non rispondere al telefono. Ricordo che le sanzioni giuridiche per inosservanza al provvedimento del giudice sono irrisorie: 103 euro di multa.
Be’,questo vale per entrambi i genitori...
In Italia l’affidamento condiviso ormai viene concesso per il 90% dei casi. Però poi, all’interno del condiviso, il 95% dei “collocamenti” è fatto in modo tale che il bimbo abiti con la mamma.
Lei ha mai vissuto con suo figlio?
Ci vivo, ma grazie a un provvedimento del giudice. È giusto secondo lei che un padre per stare con il figlio abbia bisogno del provvedimento del giudice?
Sta dicendo che la legge sull’affido condiviso non funziona?
È uno “stato d’animo”, funziona solo se c’è buon senso da ambo le parti. Ma in caso di separazione giudiziale non è assolutamente applicabile. Le mamme sanno che il 99,9% delle volte il figlio verrà “collocato” presso di loro. E molto spesso lo usano come una clava.
Insomma, secondo lei è una legge ipocrita...
È una legge nobile applicata in maniera ipocrita. Concretamente ha peggiorato le cose. Quando un genitore non è d’accordo con l’altro su scelte fondamentali, per esempio se mandare il figlio in una scuola pubblica o privata, deve rivolgersi all’avvocato. E questo significa soldi, soldi, soldi. E provvedimenti d’urgenza, istanze al giudice. Di fatto si favorisce solo la lobby degli avvocati.
Eppure in Europa la norma è l’affidamento congiunto e sembra funzionare benissimo.
Nei Paesi Bassi per il genitore collocatario che ostacola il rapporto con l’altro genitore – e non parlo volutamente di ‘padre’ o ‘madre’ – è previsto l’arresto. In Italia rischia 103 euro. Vogliamo mettere 100mila euro? Vogliamo mettere l’arresto? Vogliamo vedere che poi tutto fila meglio?
Basterebbe?
Aiuterebbe. Poi bisogna iniziare a non trattare i padri come genitori di serie B. In questo Paese quando sei un papà e vai da un avvocato per chiedere l’affido di tuo figlio, ti rispondono: “Lascia stare, è impossibile”. Se ti dicono così – e te lo dicono – vuol dire che la legge non è uguale per tutti. È più uguale per la mamma.
In effetti c’è ancora un grande pregiudizio su questo: “La mamma è sempre la mamma”...
Non c’è un pregiudizio, c’è un Everest, un Himalaya, un universo di pregiudizi! Mi spieghi perché io a Roma ho dovuto creare una casa alloggio per padri separati, con la benedizione e l’aiuto fattivo dell’Assessora alle Politiche sociali Sveva Belviso, mentre non ci sono case di accoglienza per madri separate?
Perché?
Perché la donna è iper tutelata. La donna in Italia ha subito mille violenze, mille soprusi, mille angherie. Ma non ci possiamo sdebitare solo al momento del divorzio. Non ci possiamo dimenticare del femminismo una volta che si va davanti a un giudice per la separazione.
Spesso separazione vuol dire anche problemi economici...
Sì, perché le madri hanno l’affidamento del figlio 9,9 volte su dieci. E con il bambino la casa. Così il povero cristo che ha lavorato una vita, si trova in una botta sola senza un figlio, senza una casa e con lo stipendio che prima bastava per un nucleo familiare, che deve bastare per due. Magari con il mutuo. Ci sono madri parassite: non è carino dirlo, non sono tutte così, ma questa è una parte della realtà che nessun vuol vedere.
Ma la cattiva gestione dei figli non dipende anche dal fatto che in Italia abbiamo una pessima cultura, da parte di tutti? I bimbi spesso vengono usati come arma di ricatto.
I figli sono un’arma di ricatto solo per chi sa di averli già in mano, cioè in Italia la madre.
In concreto come dovrebbe cambiare la legge, secondo lei?
Il condiviso va concesso solo se non c’è conflittualità. Se c’è, il giudice deve valutare chi è aggredito e chi aggredisce, devono essere fatte delle perizie psichiatriche serie. E poi si deve decidere senza pregiudizi, iniziare ad affidare i bambini anche ai padri.
Secondo lei si tratta di prendere atto di cambiamenti sociali?
Sì, il muro di Berlino è caduto, i papà cambiano i pannolini, ma per un certo orientamento culturale sono genitori di serie B. Sottili come un bancomat: devono solo pagare. Dopo l’aborto, dopo divorzio, oggi c’è un’altra grande battaglia sociale: quella per la giusta separazione. Io ci metto la faccia e il cuore perché le cose devono cambiare.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

venerdì 17 settembre 2010

Lo sciopero alla rovescia per salvare la scuola




A Capannori, il Comune, ha lanciato uno sciopero alla rovescia contro i tagli della Gelmini. Pre e post-scuola, invece di sparire, saranno coperti da volontari. Un modo intelligente per non richiamare il governo alle sue responsabilità. Questa è l'intervista uscita su City in cui il sindaco spiega il progetto. Cliccate sul testo per ingrandire, oppure leggete la trascrizione qui di seguito.



GIORGIO DEL GHINGARO È il sindaco toscano che si è inventato la “contro-riforma Gelmini”: docenti in pensione, volontari e genitori in aula contro i tagli all’istruzione.

Mentre nel resto del Paese i precari della scuola e gli studenti protestano fuori dagli istituti, voi li riempite. Perché?
Noi siamo d’accordo con le loro ragioni e vorremmo farle sentire ancora di più. Ma sappiamo anche che le famiglie sono in difficoltà e che non possiamo lasciarle sole.
A cosa si riferisce?
Nella nostra provincia, Lucca, i tagli dei ministri dell’Istruzione Mariastella Gelmini e dell’Economia Giulio Tremonti hanno fatto sparire 219 insegnanti. Oltre al “personale Ata”, cioè i bidelli.
Cosa comporta?
Dover mettere in media quattro alunni in più in ogni classe. Con un peggioramento della qualità dell’insegnamento, nonostante il governo finga di no. E poi non abbiamo più abbastanza personale per garantire il pre e il post-scuola.
Ed è qui che si inserisce il vostro sciopero alla rovescia...
Esatto. Abbiamo coinvolto le nostre 32 scuole e le associazioni di volontariato e ci siamo inventati una soluzione usando il modello della “banca del tempo”.Genitori, volontari e insegnanti in pensione prestano il loro tempo, gratis, per permettere agli studenti di stare a scuola prima dell’orario di inizio delle lezioni e dopo la fine.Così evitiamo problemi alle famiglie che lavorano e avrebbero problemi ad adattare i loro spostamenti agli orari scolastici.
Be’, i volontari si prendono una bella responsabilità. Ma alla fine non fate un favore gratis alla Gelmini, che pure criticate?
Guardi, la protesta è importante per svelare le malefatte di chi governa. Ma per noi la scuola è un bene fondamentale, quindi abbiamo scelto una protesta “propositiva”. Vogliamo far vedere al governo, molto concretamente, quello che serve alla scuola.
E quindi alla Gelmini cosa chiedete?
Di ristabilire il numero giusto di insegnanti e bidelli.
La ministra sostiene di aver solo tagliato il personale superfluo.
Non direi proprio. Solo un esempio: ci hanno dimezzato gli insegnanti di sostegno. Prima i bambini portatori di handicap avevano l’affancamento di un altro docente cinque ore al giorno. Ora solo due ore e mezzo.
Addirittura dimezzate?
Sì. Non è che i bimbi hanno un handicap solo due ore e mezzo al giorno. Devono imparare la metà degli altri? A Capannori abbiamo una scuola che è un’eccellenza per l’handicap in tutta la provincia di Lucca. Se non troviamo i soldi per pagare noi gli insegnanti, come Comune, l’istituto dovrà chiudere delle aule. E quei bambini rimarranno a casa, a carico dei genitori.
Non è un bel modo di “aiutare le famiglie”. Eppure è quello dicono di voler fare tutti i partiti italiani e il governo per primo.
È vergognoso, chi ci rimette alla fine sono i più deboli. I figli delle famiglie meno abbienti, che non possono pagare l’assistenza di tasca loro, finiranno per avere difficoltà sociali e di apprendimento che potrebbero evitare. Noi cerchiamo di fare quello che possiamo: ad esempio abbiamo fatto uno sforzo enorme per non aumentare il prezzo dei servizi a domanda individuale.
Quali sono?
I trasporti scolastici e la mensa: da noi continuano a costare 2 euro e 50 da 6 anni. Il governo dice di non aver aumentato le tasse. Ma ha tagliato i fondi agli enti locali e ha “delegato” a loro la parte sgradevole. Di fatto, però, ha imposto aumenti indiscriminati delle tasse.
Anche voi alla fine dovrete alzarle?
Noi siamo un “comune virtuoso”: negli anni scorsi siamo riusciti a risparmiare. Quest’anno, destineremo circa 2 milioni e 400mila euro all’istruzione. Ma dovremo tagliare da altre parti. Per questo la nostra seconda richiesta al governo è di ripristinare i finanziamenti ai Comuni.
Tra le novità per la scuola della ministra Gelmini c’è anche il tetto massimo per classe agli alunni di origine straniera. Lei è d’accordo?
È una baggianata. Se nella stessa zona abitano 7 bimbi di origine straniera, che facciamo: ne leviamo due e li mettiamo più lontani? Anche se stanno bene insieme?
Avete soluzioni alternative?
A Capannori i bambini, di qualsiasi origine siano, stanno in classe insieme. Poi, però, ci sono lezioni ad hoc, per esempio di rinforzo sulla lingua. In più organizziamo corsi di italiano anche per i genitori e in particolare le mamme.
Perché?
Spesso, per motivi socio-culturali, le donne stanno a casa e sono quelle che hanno meno contatti con il resto della popolazione. Inoltre abbiamo organizzato centri d’ascolto con mediatori culturali per evitare che si formino ghetti, in cui gli immigrati rimangono un “corpo estraneo” nel territorio.
Oggi si parla tanto di “rapporto con il territorio” e di solito si pensa alla Lega. Voi siete di centrosinistra: per voi quanto conta?
È fondamentale: solo che non lo intendiamo come chiusura a ciò che viene dall’esterno, ma come partecipazione di tutti i cittadini - di qualsiasi colore siano - alla vita comune. Che sia dividere i rifiuti per fare la raccolta differenziata o fornire il proprio tempo a scuola. Non c’è buona politica senza coinvolgimento della comunità.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

lunedì 13 settembre 2010

"In Italia Gay, lesbiche e trans rischiano ancora la vita"




Pubblico l'intervista di City a Maura Chiulli, romanziera, performer e attivista di Arcigay che denuncia il silenzio dell'italia sui crimini omofobi.

Romanziera, performer, attivista di Arcigay, MAURA CHIULLI ha scritto “Maledetti froci & maledette lesbiche”, libro denuncia sulle violenze omofobe.

Nel suo libro conta almeno 15 omicidi di gay e trans negli ultimi due anni. E oltre 200 casi di violenze. C’è un’emergenza omofobia?

In Italia c’è un grave problema di omofobia. Abbiamo, per esempio, il più alto tasso di aggressioni contro le persone trans nell’Europa Occidentale. Ma quando si parla di emergenza sicurezza, questo problema viene sempre tralasciato. Il 25 agosto scorso un ragazzo è stato stuprato a Rimini: ne hanno parlato solo i giornali locali.
Cosa è successo?
Un giovane inglese che era qui a lavorare è stato brutalmente violentato, picchiato e rapinato da uno stupratore recidivo, che aveva precedenti penali per violenza sessuale sulla sua ex compagna.
Come fa a dire che è un crimine omofobo?
L’aggressore, mentre stuprava il ragazzo e poi nell’interrogatorio, ha dichiarato di essere eterosessuale e di averlo violentato perché gli fanno schifo i gay. Invece un giornale, La voce di Rimini, ha raccontato la vicenda come una storia boccaccesca, una notte di sesso fra ubriachi finita male...
Perché? L’aggressore ha adescato la vittima?
Sì. Lo ha avvicinato in un pub, lo ha corteggiato per ore e poi si sono allontanati per scambiarsi dei baci: il ragazzo non immaginava che quell’uomo di 30 anni fosse un mostro. L’aggressione si è consumata nell’albergo dello stupratore: il ragazzo si era chiuso in bagno dopo aver rifiutato un rapporto sessuale per due volte. L’aggressore è entrato con la forza, lo ha violentato più volte, gli ha rotto un timpano, gli ha quasi cavato un occhio a calci.
Un’efferatezza impressionante.
Non solo, ha preso il giovane, che non riusciva nemmeno a camminare per i danni riportati al retto, e lo ha portato nell’hotel, in cui stava per farsi consegnare tutti i suoi soldi, i documenti e il cellulare. Tutto senza nessuna paura.
Una persona, per quanto violenta, fa una cosa del genere perché in qualche modo pensa che la passerà liscia...
È questo il nodo cruciale. Le violenze che documento nel mio libro le ho ricostruite sui dati di Arcigay: magari le vittime si rivolgono a noi, ma non denunciano. In Italia c’è un clima che fa sentire protetti gli aggressori, non gli omosessuali .
Perché?
È il risultato dell’omofobia diffusa. A cominciare da quei politici che parlano di omosessualità come di una malattia. E dalle famiglie. Molti ragazzi che ho intervistato si sono sentiti dire dai loro genitori: “Meglio un figlio morto che frocio”. A quel punto è chiaro che non denunciano: è un male minore essere quasi ammazzato senza ricevere giustizia, che essere considerato morto dalla tua famiglia.
Lei racconta che, se le vittime denunciano, spesso le forze dell’ordine non reagiscono...
È una seconda violenza. A un ragazzo marocchino, picchiato dai buttafuori in discoteca perché aveva sfiorato le labbra del fidanzato, la polizia di Rimini ha detto: “Se avessi baciato una donna non ti sarebbe successo”.
Sembra incredibile...
È inaccettabile. Questo ragazzo si è trovato di fronte a un’ulteriore violenza da parte di chi doveva tutelarlo. La polizia in pratica gli ha detto che essere gay legittima le botte.
Non tutti i poliziotti saranno così.
Per fortuna no. Nel caso del ragazzo inglese la stessa polizia di Rimini è intervenuta con grandissima sensibilità.
Lei descrive anche l’omofobia quotidiana, come il frequentissimo caso degli affitti.
L’ultima denuncia è dei giorni scorsi: se sei gay niente affitto. È successo anche a me e alla mia compagna. In agenzia immobiliare ci hanno detto: “Io non ce l’ho con voi altri, ma vi consiglio di non dire che siete una coppia: la gente pensa che i froci facciano le feste, le orge, e non sono ‘ospiti’ graditi”.
Le chiedevano di nascondersi: che effetto fa?
È una richiesta costante di auto-esclusione: ti impedisce di rapportarti in maniera autentica. È molto doloroso: nascondersi significa cancellarsi. E spesso causa vere e proprie patologie psichiche.
Queste discriminazioni in una democrazia sono scandalose. Perché lo scandalo non c’è?
Ci sono troppi pregiudizi religiosi e culturali. Invece la lotta all’omofobia va fatta a partire dall’articolo 3 della Costituzione, e riguarda etero e gay: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Oggi c’è un cittadino di serie B in Italia: il cittadino omosessuale.
Un anno fa i cattolici di tutti i partiti hanno affossato la legge Concia, che puniva più severamente le aggressioni omofobe, perché avrebbe “trattato in maniera diversa i gay”.
Era un pretesto! Hanno addirittura paragonato l’omosessualità alla zoofilia. Ma le aggressioni omofobe sono una realtà: bisogna trovare strumenti per trattare in maniera uguale persone che invece sono discriminate. Come succede con le vittime di razzismo. Lo dice lo stesso articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

domenica 12 settembre 2010

"Precario della scuola da 25 anni, voglio lavorare"



L'intervista pubblicata su City, a Pietro Di Grusa, uno dei precari della scuola che hanno fatto lo sciopero della fame contro i tagli della ministra Mariastella Gelmini (Cliccate sull'immagine per ingrandire).

Bidello palermitano, precario, Pietro Di Grusa ha perso il posto con i tagli della Gelmini. Il 14 agosto ha iniziato un digiuno di protesta.

Signor Di Grusa, come sta?
Non ho più le flebo, ho lasciato l’ospedale e sono tornato in piazza a protestare.
Ma è ancora in sciopero della fame?
Sono stato quasi 20 giorni senza toccare cibo, poi - dopo che mi hanno ricoverato - ho iniziato a mangiare degli omogeneizzati. Sono stati i miei figli a chiedermelo, mi hanno detto: “meglio un padre povero che un padre morto”.
Ma perché è arrivato a una forma di protesta così estrema?
Perché ormai è l’unico modo per far sentire le nostre ragioni, nessuno ci ascolta e io ero disperato: dopo 25 anni in graduatoria, non mi fanno più lavorare.
Quanto tempo, scusi?
Sono entrato in graduatoria come collaboratore scolastico 25 anni fa: ero il numero 2223. Adesso mi trovo in posizione numero 2985.
È andato addirittura indietro...
Sì! In tutti questi anni ho fatto delle supplenze temporanee, per pochi giorni alla volta. Poi lo scorso anno scolastico, dopo che ho vinto un ricorso, ho avuto l’incarico per 10 mesi.
E poi?
Ho perso il lavoro nel 2009, con i tagli alla scuola della (ministra dell’istruzione Mariastella, ndr) Gelmini. Sono anche sotto sfratto. E il cosiddetto decreto “salva precari” non mi ha salvato per nulla: mi ha dato del punteggio in più, ma non un lavoro. E neppure il diritto all’assegno di disoccupazione speciale. È da agosto dell’anno scorso che non percepisco stipendio.
Ma in tutti questi anni, come ha fatto ad andare avanti?
Come potevo, e intanto aspettavo la famosa graduatoria. È per questo che io non mi sento un precario della scuola, ma un precario del lavoro, in generale.
Cioè?
Ho fatto di tutto: sei mesi in fabbrica, e poi mi rimandavano a casa, perché non c’era più bisogno. Ho lavorato in nero, perché per poco nessuno ti fa il contratto... Ho fatto l’elettricista, il fontaniere (idraulico, ndr.), l’autista... i mestieri che ci sono - ma sempre sei mesi, un anno.
È una situazione difficilissima...
È sempre stato così: un dramma. Al Sud funziona così: i nostri governi e i nostri governanti mantengono la Sicilia in questa situazione, perché il precariato alla politica serve. È un serbatoio di voti.
Lei quanti anni ha?
Ne ho 49, ma c’è gente che ne ha 58, ha fatto tre-quattro anni di supplenze annuali e ora... Con questi tagli della Gelmini, ci ritroviamo tutti in mezzo a una strada.
Vale anche per gli insegnanti e il personale tecnico-amministrativo...
A fare lo sciopero della fame con me c’erano anche Giacomo Russo, Salvo Altadonna e Caterina Altamore. Caterina è una maestra di 37 anni, che ha iniziato a lavorare 14 anni fa, ed è andata anche a Brescia, dalla Sicilia, pur di avere un posto. Che bisogna fare di più? Siamo tutte persone che tengono alla scuola e che l’hanno vista massacrare dai tagli della legge 133 del governo.
Tagli che in tre anni arrivano a 8 miliardi.
Sì: è la distruzione della scuola pubblica. E intanto la vergogna è che per la scuola privata trovano i soldi: un miliardo e mezzo di euro.
Ha iniziato la protesta a Palermo, ora è a Roma: perché?
Abbiamo fatto un presidio di fronte alla Camera,a Montecitorio, perché ci vedano i politici. Domani (oggi per chi legge, ndr.) ci sarà una manifestazione di tutti i precari del nostro settore.
La ministra Gelmini vi ha accusato di essere solo pochi manifestanti politicizzati...
Ci ha detto che noi quattro che abbiamo fatto lo sciopero della fame siamo stai manipolati da qualche partitino. Ma non è vero, io davanti a me non ho mai voluto nessuna bandiera. La mia bandiera è la mia persona e quella dell’Italia.
Cosa chiedete al governo?
Chiediamo alla Gelmini di ripensarci. Di investire nella scuola pubblica, non in quella privata che fa diventare il ricco più ricco.
Ma se non ci fossero stati questi tagli, lei avrebbe lavorato?
Sì, probabilmente sì. Ma io sono venuto qui a Roma, dopo che mi hanno dimesso dall’ospedale, non solo per me, ma per la scuola. Ho raccolto 65 euro, perché io di soldi non ne ho, ho fatto il biglietto e ho messo la mia persona a disposizione.
La ministra dice anche che nella scuola c’erano troppi precari, persone di cui non c’era bisogno, illuse dai precedenti governi.
Non è vero. Abbiamo un bidello a piano, uno ogni 800 alunni. Ci sono maestre che devono fare didattica con 33 alunni e due disabili, spesso senza sostegno: ma come fanno? Così la scuola diventa un campo di concentramento. Lo Stato non si deve permettere di fare tagli nella sanità e nella scuola pubblica: sono due comparti troppo importanti. La scuola è il futuro: senza finisce tutto.
E lei intanto come fa?
Mi ha aiutato la Caritas, mi ha pagato qualche bollettina della luce. Sa, una persona perde di dignità... ma la vergogna non è mia, è di chi ci governa.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

lunedì 23 agosto 2010

Compiti per le vacanze



Il giornalismo che vorrei (misticismo a parte: a me degli uccelli canticchianti me ne frega poco)

martedì 3 agosto 2010

E se non sono come i miei?


Cosa succede quando scopri che il tuo orientamento sessuale è diverso da quello dei tuoi? Sicuramente, tutto diventa più complicato. E hai paura che questa cosa ti divida per sempre da loro. Come si supera? Con tanta fiducia nei propri sentimenti e, possibilmente, genitori comprensivi.


Ce lo racconta Ry Russo Young, giovane e promettente regista newyorkese, in un articolo uscito sul mitico Daily Beast. Si intitola Thank God My Moms Are Lesbians.


Quando ero più giovane, la questione di come sarei “diventata” – etero o gay – aleggiava nella mia testa. Se cresci in una famiglia eterosessuale, l’assunzione generalmente è che sarai eterosessuale, ti sposerai, avrai dei bambini: tutto il percorso di rito. Ma crescendo, io ero assolutamente consapevole che sarei stata etero oppure gay, una cosa o l’altra. La mia adolescenza è trascorsa con il sottofondo di quello che sembrava il conto alla rovescia dei quiz.


Se fossi stata lesbica, sarei stata come i miei, cosa che sembrava sicuramente la scelta più comoda e sicura. L’ironia è che io sentivo più rischioso, da un punto di vista psicologico, essere etero: avrebbe significato non far più parte della cultura queer in cui ero cresciuta. Quando ero piccola la mia famiglia sfilava sempre al Gay Pride di New York. Avrei dovuto guardare dal marciapiede, se fossi diventata etero?


Tutta l’idea di essere etero mi sembrava esotica e in un certo senso glamour. Sarei stata una di quelle donne che vedevo camminare per strada sui tacchi a spillo e baciare uomini barbuti, alti e muscolosi? Non riuscivo esattamente a immaginarmi nel ruggente mondo “normale” fatto di preservativi e matrimoni, eppure essere gay non mi è mai sembrata la cosa giusta.


Poi a 17 anni, ho incontrato il mio primo amore: un ragazzo di Boston molto carino, che suonava la chitarra e amava Bob Dylan. Nonostante mia sorella fosse diventata famosa per le sue pomiciate con Theo nel retro della nostra scuola, di recente aveva fatto il suo coming out come lesbica. E io mi ritrovavo lì, nel travaglio di rendermi conto che volevo stare con i maschi. Vivere in una famiglia di sole donne mi faceva credere che il corpo maschile fosse estraneo soltanto a me -- anche se, dopo averne parlato con le mie amiche, non mi sembrava di essere molto più al buio, a proposito di forme maschili, di quanto non lo fossero loro. Ero terrorizzata all’idea di far sesso, e morivo dalla voglia di farlo e mi chiedevo se andasse bene farlo.


Quando ero adolescente andavo spesso in camera delle mia madri, in pigiama, a dare loro la buonanotte. Sedevo sul piccolo divano che chiamavamo il letto-di-giorno e sbocconcellavo biscotti mentre chiacchieravamo. Un notte, mentre parlavo del mio ragazzo, le mie madri si sono alzate sui cuscini mentre guardavano “I capolavori del teatro” e mia mamma mi ha detto: “Adesso finiscila di parlarne di continuo e vedi di farlo!”. In qualche modo sapeva tutto, anche se non le avevo detto niente. Ho sentito un senso di assoluto sollievo. La mia mente da adolescente nevrotica aveva bisogno di sentirsi dire che andava bene che fossi etero e facessi sesso. Lei lo aveva capito e mi aveva dato la sua benedizione”

mercoledì 7 luglio 2010

Ci hanno preso per il culo



Roma, 7 luglio 2010, manifestazione degli aquilani colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009, per chiedere la sospensione delle tasse una ricostruzione giusta e reale.

"Scusate, scusate se sono terremotato"


Da YouReporter