giovedì 11 febbraio 2010

Le donne oggetto in tv, tre proposte concrete

Gabriella Cims si è occupata a lungo e a livello istituzionale di normative per tv, web e videocelluari - il mondo del nuovo audiovisivo. Conosce bene i media, anche all'estero.

E si è stufata di sentire solo discorsi sul "dilagare del velinismo" in tv. Ecco perché ha fatto una serie di proposte concrete, per evitare che le donne siano usate come "pezzi di carne". Le spiega nell'intervista a City. Cliccate sul testo per ingrandirlo.

mercoledì 27 gennaio 2010

Teresa Vergalli, io le sono grata

Il Giorno della Memoria è dedicato a tutte le vittime di nazionalsocialismo e fascismo. Se oggi non ne siamo vittime anche noi, lo dobbiamo a uomini e donne come Teresa Vergalli. Io le sono grata.


Il giorno della Memoria, "Prostitute forzate nei lager nazisti"

Il Museo della Liberazione di Roma ospita in questi giorni una mostra sulle prstitute forzate nei lager nazisti. Si tratta di un fenomeno pressoché sconosciuto. Ne parla a City una delle curatrici italiane, Antonella Petricone.

Ho scoperto grazie alla segnalazione di un lettore di City, che sul tema esiste un romanzo dello scrittore polacco israeliano Yahiel De-Nur: "La casa delle bambole". Da quello che ho capito, Yahiel De-Nur racconta che anche le ebree venivano costrette alla prostituzione forzata.

In generale, si sa ancora molto poco delle differenze di trattamento tra uomini e donne nei lager. Il perché lo spiega Stefania Maffeo in questo interessantissimo articolo E nei lager nazisti prese sadica forma l'odio contro la donna. E' lungo e per stomaci forti, ma merita di essere letto per intero. Parla a lungo del campo di Ravensbrück, qui in fondo ne riporto un passaggio dedicato alle italiane nel lager.

Di seguito, infine, l'intervista pubblicata su City: cliccate sul testo per ingrandirlo.


Antonella Petricone Fa parte dell’associazione Befree, che ha allestito una mostra a Roma sulla prostituzione forzata nei campi di concentramento tedeschi.
Quando si parla dei crimini del nazismo, si pensa al genocidio degli ebrei. Voi mettete in evidenza un ulteriore elemento, poco conosciuto: la prostituzione forzata. Cos’è?
L’11 giugno 1942, Heinrich Himmler, il capo supremo delle Ss, autorizzò i comandanti dei lager “a fornire femmine nei bordelli ai detenuti più laboriosi”. Le donne erano costrette a fornire servizi di sottomissione sessuale per motivare i militari e i prigionieri dei campi.
Erano ridotte in schiavitù?
Di fatto. L’oppressione delle donne, l’esistenza di torture legate al “genere”, è un aspetto poco conosciuto del nazismo e del fascismo. Questa mostra, creata nel 2005 dal gruppo viennese “Die Austeller” e dall’università delle Arti di Berlino, cerca di documentarne una parte.
Perché fino a pochi anni fa non se ne sapeva praticamente niente?
Le vittime non ne hanno mai parlato per vergogna di essere considerate prostitute. O per paura che le accusassero di collaborazionismo. Nessuna è stata risarcita per lo sfruttamento sessuale nei lager. Anche i nazisti, all’epoca, cercarono di nasconderne il più possibile l’esistenza.
I bordelli erano in tutti campi?
Sappiamo che strutture di questo tipo, chiamate “edifici speciali”, esistevano in almeno 10 campi. Tra cui Mauthausen, Auschwitz, Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. Le prigioniere fatte prostituire venivano soprattutto dal lager di Ravensbrück (a 80 km da Berlino), che era tutto femminile, e da quello di Auschwitz-Birkenau, anch’esso femminile.
Quante donne sono state coinvolte?
Almeno duecento.
Erano ebree?
No. La maggior parte di loro era di origine tedesca, imprigionate nei campi con l’accusa di essere “asociali” - categoria nella quale rientravano sia le persone con problemi mentali, che quelle considerate “immorali”. C’erano anche molte prigioniere politiche: tedesche, polacche, ucraine, russe o dei Paesi Bassi.
Ufficialmente, sotto il nazismo la prostituzione era osteggiata. Perché allora aprire dei bordelli nei campi?
Era un “divertimento” per “rinfrancare” i militari tedeschi, soprattutto nella Polonia occupata. Inoltre Himmler lo considerava “un incentivo” per la produttività dei deportati, che dovevano lavorare nei lager a sostegno dell’economia tedesca. Era una sorta di “premio di produzione” per i più instancabili.
Quindi era usato per “controllare” meglio soldati e internati nei lager?
Esatto. Doveva anche servire a prevenire pratiche omosessuali, che il regime considerava peggiori della prostituzione.
Ma quali prigionieri potevano “usufruirne”: anche gli ebrei?
Assolutamente no. Era un privilegio riservato ai detenuti di origine tedesca, “asociali” oppure criminali comuni, e a quelli “politici” o di guerra - con la sola eccezione dei sovietici, che erano considerati quasi al pari degli ebrei. Bisogna dire che molti prigionieri politici protestarono come poterono contro i bordelli.
C’era un diverso trattamento a seconda dei “tipi” di prigionieri...
Anche questa era una forma di controllo. C’era un sistema di funzionari tra gli internati: venivano usati per sorvegliare gli altri. Oppure c’era chi lavorava per l’industria tedesca. Erano due delle categorie che potevano “guadagnare” l’accesso al bordello grazie a buoni premio.
Era tutto organizzato e pianificato in modo “razionale” - per quanto l’insieme fosse un meccanismo assurdo, folle.
Sì, è una delle caratteristiche del nazismo. Gli “edifici speciali” erano confortevoli e ben organizzati. In più avevano ferree regole igieniche. Le donne, prima di essere costrette a prostituirsi, erano visitate, nutrite e tenute in quarantena. Erano obbligate a lavarsi dopo ogni rapporto sessuale e sottoposte a controlli medici.
Non per il loro benessere, immagino.
Per evitare la diffusione di malattie nei campi. Tutto era organizzato come un sistema produttivo. Non c’era niente di “umano”: le stanze dei bordelli erano dotate di spioncini, perché le sorveglianti potessero controllare che i rapporti sessuali avvenissero a dovere. E, soprattutto, per evitare che prigionieri e prostitute forzate parlassero e solidarizzassero.
È incredibile.
Sì, avevano previsto tutto, e in modo da evitare qualsiasi forma di ribellione o sabotaggio. Un sistema di burocratizzazione dell’orrore e dello sterminio
Cosa ne è stato delle donne prostituite?
Non è chiaro. Erano tenute in condizioni fisiche migliori delle altre internate. Ma se rimanevano incinte, per esempio, venivano costrette ad abortire - alcune ne sono morte. La viennese Irma Trksak, una delle sopravvissute all’inferno di Ravensbrück, racconta di quando furono liberate alla fine della guerra. Le ha descritte così: “Erano rottami umani. Ogni giorno dovevano concedersi a un’infinità di uomini. Uscirono dai lager distrutte, rovinate per sempre, molte sull’orlo della morte”.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it



Da E nei lager nazisti prese sadica forma l'odio contro la donna
Le italiane furono l'ultima nazionalità ad arrivare: il primo trasporto formato da 14 donne giunse il 30 giugno 1944 da Torino; ad esse, al momento della partenza, fu detto che "sarebbero andate a lavorare in Germania". Questo costituì il momento in cui il campo esplose e l'ordine, la disciplina, la perfezione tedesca saltarono di fronte alla deportazione in massa ed alla limitata capacità di ricezione delle strutture. In campo le italiane non avevano compagne che potevano informarle sulle regole, sui pericoli ed anche sulle tecniche di sopravvivenza. Non conoscevano le lingue del lager: tedesco e polacco. Nessuno capiva l'italiano ma, soprattutto, nessuno voleva rispondere ad un'italiana che non si sa bene perché, per quale oscura ragione, fosse finita a Ravensbrück. Al primo trasporto di italiane fece seguito un secondo che arrivò il 5 agosto, proveniente da Verona con 50 deportate. Un terzo trasporto arrivò l'11 ottobre da Bolzano con circa 110 donne.

Le impressioni delle donne di tutti e tre i trasporti corrispondevano: lo smarrimento, lo sconforto di sentirsi non solo sottospecie umana, merce di proprietà esclusiva dei padroni SS, ma in più rifiutate all'inizio anche delle altre deportate, disperate come le italiane, ma senza l'etichetta vergognosa di essere state alleate e quindi complici dei nazisti. Le notizie sull'Italia, la caduta del fascismo, il capovolgersi della guerra non arrivarono fino a Ravensbrück, almeno non alla massa. A questo va aggiunto che le italiane arrivate a Ravensbrück non erano personaggi dell'antifascismo conosciuti a livello internazionale, con un nome da esibire come biglietto da visita, come successe, ad esempio, ad alcuni deportati in certi lager maschili. Ad eccezione di Teresa Noce, nessuna aveva un passato eroico per essere accolta fra le grandi politiche del campo, quelle che avevano potere, godevano rispetto e fiducia. Le italiane appartenevano agli strati sociali più diversi: c'erano antifasciste con anni di militanza clandestina alle spalle, partigiane arrestate durante i rastrellamenti, staffette denunciate dalle spie, ma c'erano anche moltissime donne prese in ostaggio al posto dei fratelli, dei mariti, dei figli, ricercati per attività clandestina.

C'erano interi nuclei familiari: madri e figlie, sorelle, anche donne arrestate senza motivo; c'erano ebree, operaie, insegnanti, poche borghesi, molte casalinghe. Erano per la maggioranza donne robuste, ben sfruttabili per lavorare. Queste italiane che provenivano da estrazioni sociali e culturali diverse, che raramente avevano una formazione politica alle spalle, ma soltanto come unico elemento di coesione l'avversione, l'odio nei confronti dei nazisti e dei fascisti che le avevano arrestate e spesso torturate, queste italiane trovarono forza di reagire, di non lasciarsi andare, di resistere alla disumanizzazione. Impararono il numero a memoria, gli ordini in tedesco ed in polacco, impararono a muoversi, a difendersi, svilupparono le tecniche di sopravvivenza, si passarono i consigli e le informazioni necessarie per non cadere nelle trappole delle corvées più pesanti o dei Kommando più faticosi, impararono a sfuggire alle sorveglianti, si strinsero insieme, svilupparono un rapporto di grande solidarietà, tipico delle piccole minoranze, e non si lasciarono schiacciare dal desiderio, peraltro molto forte di lasciarsi andare, di gettare la spugna.

Nessuna di loro arriverà ad avere in campo un posto buono, un posto importante, ma, nonostante la loro condizione, resistettero. Ci fu, in quella situazione estrema, una grande solidarietà. Maturarono nel lager una coscienza democratica. Altri cinque trasporti arrivarono tra il novembre del '44 ed il gennaio del '45, ma di quelli non abbiamo molte notizie.

giovedì 21 gennaio 2010

Luciano Balbo: "Medicina da ricchi alla portata di tutti"

Luciano Balbo è colui che si è inventato la finanza "buona" in Italia. Ovvero il fondo Oltre Venture, che investe in progetti e imprese a contenuto "sociale". Come lo spiega in questa intervista per City, in cui parla della sua ultima creatura: il Centro medico Santagostino di Milano.

Si tratta di un poliambulatorio per visite specialistiche, riabilitazione e simili, di alta qualità. Ma con un prezzo che è solo due volte il ticket della Lomardia. Perché la sanità non è una merce come tutte le altre. Cliccate sull'intervista per ingrandirla.



mercoledì 20 gennaio 2010

Giornalismo a tesi: "Si ribellava alle nozze combinate"

Ritrovata la ragazza rapita a Fano:
"Si ribellava alle nozze combinate"

La Stampa
In Italia 2 mila spose bambine ogni anno
E molte sono costrette a rimpatriare

Corriere della Sera
Ritrovata la ragazza pachistana rapita:
si ribellava a un matrimonio combinato

Il Messaggero
Liberata Almas, si ribellava
al matrimonio combinato

Corriere adriatico


Almas Mahmood, 17 anni, era in una casa famiglia dopo che il padre, Akatar, 40 anni e molti problemi economici, l'aveva picchiata perché non voleva che uscisse e pretendeva che fosse più remissiva e timorata di dio. Lunedì scorso l'uomo ha caricato in macchina tutta la famiglia ed è andato a "riprendersi" la figlia: non accettava che i servizi sociali l'avessero sottratta alla sua "autorità".

La faccenda, di per sé, è grave. Per fortuna i carabinieri - dopo 20 ore di ricerche - hanno rintracciato la sua auto e fermato la sua fuga. Sono stati arrestati padre e madre, si valuta la posizione di un fratello sedicenne. "Almas è lacerata", ha spiegato la sua tutrice legale. "Disapprova i metodi educativi del padre, ma è mentalmente onesta ed è dispiaciuta da un punto di vista affettivo". Da queste parole emerge una ragazza intelligente, ben consapevole di quello che le differenze generazionali, in particolare tra prime e seconde generazioni di immigrati, significano.

Subito dopo l'arresto, nella tarda mattinata di ieri (martedì), un carabiniere - così almeno si capisce dalle agenzie di stampa - si lascia sfuggire che la ragazza sarebbe stata rapita per farla sposare con uno sconosciuto connazionale. I tristi matrimoni combinati per cui ormai India e Pakistan sono famigerati.

I giornali si lanciano in una serie di titoli (quelli sopra, con relativi articoli), le agenzie ricordano le storie di Saana e Hina (uccise da padri-padroni): la tentazione di paragonare le tre vicende è irresistibile. Nonostante che - dalla reazione di Almas - la situazione sembri diversa. E che la sua tutrice dica che il padre della ragazza "non è un delinquente".

Poco dopo le cinque la stessa tutrice afferma: "Sembra che il motivo del rapimento non fosse una matrimonio combinato". Alle sei altre agenzie di stampa smentiscono questa versione. L'uomo - sembra- considerava "un'onta" che la figlia fosse affidata allo Stato. Magari poi emergeranno altri particolari, e anche questa versione cambierà. Però i media italiani, per intanto, se ne fregano.

Alle sette il Tg3 titola "Si ribellava al matrimonio combinato". Alle otto il Tg1 titola "si ribellava al matrimonio combinato". Alle otto e trenta il Tg2 conferma "si ribellava al matrimonio combinato". Ora gli italiani lo sanno: Almas si ribellava al matrimonio combinato. Anche se la notizia era stata smentita.

"Rimedieranno i giornali stamattina", ho pensato ingenuamente. Invece no: la Stampa riporta le testimonianze di ragazze di origine indiana o pachistana sfuggite ai matrimoni combinati (non c'è nella versione online). Repubblica toglie il pezzo dalla home del sito, toglie dal titolo il riferimento alle nozze, ma ci lascia una frase molto ipocrita "Secondo le prime ricostruzioni, sembra che il padre volesse costringe la giovane a sposare un connazionale". Il Corriere della Sera dedica ben due pagine all'argomento: l'articolo sulle duemila spose bambine citato nei titoli sopra e un commento su "Quei padri-padrone che l’Occidente non può tollerare".

Bene, penso ancora ingenuamente, non fa una piega: i padri-padroni sono intollerabili. Poi leggo l'incipit: "Due buone notizie: non solo Almas, la diciassettenne pachistana rapita dal padre perché troppo attirata dalla vita occidentale, è salva, ma sfuggirà a un matrimonio combinato con qualche sconosciuto della sua stessa etnia, contro la sua volontà" (tra parentesi: quella pachistana è una nazionalità, non un'etnia).

Immagino che ormai i giornalisti avessero scritto i loro pezzi o registrato i loro servizi, e non ci fosse di che riempire le pagine o i tg. Ma quanto è successo a Fano è già abbastanza grave: aggiungerci i nostri preconcetti sulle supposte "etnie" straniere non aiuta. Né le presenti o future Almas, né noi italiani. Come è possibile integrare gli "immigrati" se neppure sappiamo vederli per quello che sono?

In più ad Almas noi tutti abbiamo fatto una seconda violenza: abbiamo negato la profondità del suo conflitto, e la verità della sua esperienza. La ragazzina, che è solo un'adolescente, si trova ad affrontare questioni enormi, e ne è "lacerata", appunto. Però ci tiene a far sapere che i suoi "non volevano farle del male". Rifiuta l'oscurantismo e la violenza, dimostra forza, è intellettualmente onesta.

Non facciamole l'ulteriore torto di mascherare la sua esperienza, così difficile, con le nostre soap opera su quello che pensiamo siano i pachistani.

mercoledì 13 gennaio 2010

"Bambini prostituiti, un problema italiano"

Mario Scarpati è il presidente di Ecpat Italia, un'associazione internazionale che lotta contro la prostituzione minorile. Ha iniziato a occuparsi di questi temi dopo aver visto un bordello a Banagkok. In quest'intervista su City racconta chi sono e cosa succede ai bimbi costretti a prostituirsi.

lunedì 11 gennaio 2010

Grazia Naletto, "In Italia cresce la cultura razzista"

Grazia Naletto lavora per Lunaria, Associazione che svolge attività di informazione, formazione, ricerca e documentazione sui temi del volontariato internazionale.

Ha curato il Rapporto sul razzismo in Italia, per Manifestolibri, un documento fondamentale per capire cosa sta succedendo nel nostro paese.

Qui la sua intervista a City, in cui racconta il lavoro fatto nel libro.