Quando si parla dei crimini del nazismo, si pensa al genocidio degli ebrei. Voi mettete in evidenza un ulteriore elemento, poco conosciuto: la prostituzione forzata. Cos’è?
L’11 giugno 1942, Heinrich Himmler, il capo supremo delle Ss, autorizzò i comandanti dei lager “a fornire femmine nei bordelli ai detenuti più laboriosi”. Le donne erano costrette a fornire servizi di sottomissione sessuale per motivare i militari e i prigionieri dei campi.
Erano ridotte in schiavitù?
Di fatto. L’oppressione delle donne, l’esistenza di torture legate al “genere”, è un aspetto poco conosciuto del nazismo e del fascismo. Questa mostra, creata nel 2005 dal gruppo viennese “Die Austeller” e dall’università delle Arti di Berlino, cerca di documentarne una parte.
Perché fino a pochi anni fa non se ne sapeva praticamente niente?
Le vittime non ne hanno mai parlato per vergogna di essere considerate prostitute. O per paura che le accusassero di collaborazionismo. Nessuna è stata risarcita per lo sfruttamento sessuale nei lager. Anche i nazisti, all’epoca, cercarono di nasconderne il più possibile l’esistenza.
I bordelli erano in tutti campi?
Sappiamo che strutture di questo tipo, chiamate “edifici speciali”, esistevano in almeno 10 campi. Tra cui Mauthausen, Auschwitz, Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. Le prigioniere fatte prostituire venivano soprattutto dal lager di Ravensbrück (a 80 km da Berlino), che era tutto femminile, e da quello di Auschwitz-Birkenau, anch’esso femminile.
Quante donne sono state coinvolte?
Almeno duecento.
Erano ebree?
No. La maggior parte di loro era di origine tedesca, imprigionate nei campi con l’accusa di essere “asociali” - categoria nella quale rientravano sia le persone con problemi mentali, che quelle considerate “immorali”. C’erano anche molte prigioniere politiche: tedesche, polacche, ucraine, russe o dei Paesi Bassi.
Ufficialmente, sotto il nazismo la prostituzione era osteggiata. Perché allora aprire dei bordelli nei campi?
Era un “divertimento” per “rinfrancare” i militari tedeschi, soprattutto nella Polonia occupata. Inoltre Himmler lo considerava “un incentivo” per la produttività dei deportati, che dovevano lavorare nei lager a sostegno dell’economia tedesca. Era una sorta di “premio di produzione” per i più instancabili.
Quindi era usato per “controllare” meglio soldati e internati nei lager?
Esatto. Doveva anche servire a prevenire pratiche omosessuali, che il regime considerava peggiori della prostituzione.
Ma quali prigionieri potevano “usufruirne”: anche gli ebrei?
Assolutamente no. Era un privilegio riservato ai detenuti di origine tedesca, “asociali” oppure criminali comuni, e a quelli “politici” o di guerra - con la sola eccezione dei sovietici, che erano considerati quasi al pari degli ebrei. Bisogna dire che molti prigionieri politici protestarono come poterono contro i bordelli.
C’era un diverso trattamento a seconda dei “tipi” di prigionieri...
Anche questa era una forma di controllo. C’era un sistema di funzionari tra gli internati: venivano usati per sorvegliare gli altri. Oppure c’era chi lavorava per l’industria tedesca. Erano due delle categorie che potevano “guadagnare” l’accesso al bordello grazie a buoni premio.
Era tutto organizzato e pianificato in modo “razionale” - per quanto l’insieme fosse un meccanismo assurdo, folle.
Sì, è una delle caratteristiche del nazismo. Gli “edifici speciali” erano confortevoli e ben organizzati. In più avevano ferree regole igieniche. Le donne, prima di essere costrette a prostituirsi, erano visitate, nutrite e tenute in quarantena. Erano obbligate a lavarsi dopo ogni rapporto sessuale e sottoposte a controlli medici.
Non per il loro benessere, immagino.
Per evitare la diffusione di malattie nei campi. Tutto era organizzato come un sistema produttivo. Non c’era niente di “umano”: le stanze dei bordelli erano dotate di spioncini, perché le sorveglianti potessero controllare che i rapporti sessuali avvenissero a dovere. E, soprattutto, per evitare che prigionieri e prostitute forzate parlassero e solidarizzassero.
È incredibile.
Sì, avevano previsto tutto, e in modo da evitare qualsiasi forma di ribellione o sabotaggio. Un sistema di burocratizzazione dell’orrore e dello sterminio
Cosa ne è stato delle donne prostituite?
Non è chiaro. Erano tenute in condizioni fisiche migliori delle altre internate. Ma se rimanevano incinte, per esempio, venivano costrette ad abortire - alcune ne sono morte. La viennese Irma Trksak, una delle sopravvissute all’inferno di Ravensbrück, racconta di quando furono liberate alla fine della guerra. Le ha descritte così: “Erano rottami umani. Ogni giorno dovevano concedersi a un’infinità di uomini. Uscirono dai lager distrutte, rovinate per sempre, molte sull’orlo della morte”.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it