lunedì 10 maggio 2010

Diversity management, lavoro a misura di dipendente

Paolo Arnaldi è il responsabile del personale in tutta l'Europa occidentale per Citigroup, la grande banca multinazionale. Citi, insieme a Johnson & Johnson è stata una delle prime aziende ad aderire al progetto di Ivan Scalfarotto, Parks, un'associazione che aiuta le imprese a rendere il luogo di lavoro più gay friendly. Ovvero a evitare un aspetto delle tante discriminazioni che ancora ci sono nel mondo del lavoro (italiano). Cliccate sul testo per ingrandirlo.

Migranti, in Libia torturati anche i bambini

L'Italia ha firmato con la dittatura di Gheddafi gli accordi che l'hanno liberata dagli sbarchi di immigrati irregolari (che per altro erano solo il 15% degli arrivi). Ma di cosa succeda davvero in Libia, intanto, nessuno sa niente. Le informazioni che trapelano sono terrificanti: le racconta in questa intervista a City Federico Ubaldi, operatore di Save the Children che ha soccorso molti dei migranti riusciti a sbarcare a Lampedusa. Ovvero quelli con storie "a lieto fine". Cliccate sul testo per ingrandirlo.

La migliore fonte di informazione sulle torture ai migranti in Libia, a mia conoscenza, è il blog di Fortess Europe. Racconta parte dei fatti orribili che succedono ogni giorno, senza che noi diciamo niente, o persino in nome nostro. A me, a volte, sembra di essere come i tedeschi che 60 anni fa convivevano con il nazismo.

giovedì 6 maggio 2010

Gli zingari, il razzismo e le false denunce

Quando si parla della minoranza rom in Italie e in Europa, i luoghi comuni debordano. Peccato che influenzano le politiche reali e quindi anche le vite delle persone.

Sul sito di Giornalisti contro il razzismo c'è un esempio molto istruttivo che ha portato anche l'associazione per i diritti umani Gruppo EveryOne a sporgere denuncia alla Procura di Roma. Tutto è iniziato con la risposta di Beppe Severgnini alla lettera di un lettore del Corriere della Sera. Leggete per credere.

Le pari opportunità spiegate alla Carfagna



"Ho già 34 anni e non vorrei diventare mamma tardi. Desidero minimo due figli". Il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna si confessa in un’intervista esclusiva sul numero di Chi in edicola domani, mercoledì 5 maggio, e parla di maternità e matrimonio: "Entro l’anno", precisa.
"Marco (Mezzaroma n.d.r.) è più bravo di me con i bambini e desidera molto una femmina perché è pigro e preferirebbe non essere costretto a giocarci a pallone", racconta la Carfagna.


Quello riportato sopra è il lancio con cui l'ufficio stampa di Mondadori pubblicizzava l'intervista pubblicata sul settimanale Chi alla ministra per le Pari opportunità Mara Carfagna. E' assurdo doverlo ricordare a chi per lavoro dovrebbe garantire le pari opportunità dei cittadini, ma tant'è: ANCHE LE FEMMINE GIOCANO A CALCIO.

venerdì 23 aprile 2010

Teresa Vergalli: "Eravamo eroine, ma non lo sapevamo"

Teresa Vergalli, emiliana, è una bella signora di 83 anni. Quando ne aveva 16 sfidava i posti di blocco fascisti e nazisti, disarmata: era una staffetta partigiana. Nell'intervista a City racconta come e perché, da ragazzina, decise di unirsi alla resistenza. Domenica 25 aprile, festa della liberazione, io penserò a lei. Cliccate sulla foto per ingrandirla.


Maestra in pensione, Teresa Vergalli è una bella signora di 83 anni. Quando ne aveva 16 sfidava i posti di blocco fascisti e nazisti, disarmata: era una staffetta partigiana.

Com’è che una ragazzina di 16 anni inizia a fare la guerra?

Di nascosto da mia madre e mio padre, che pure era un partigiano, ma non voleva: sapeva quali rischi avrei corso.
E come fece, allora?
Andai in paese, a Bibbiano, dal fornaio che era amico di mio padre e anche lui nella resistenza. Gli chiesi di lavorare con loro. Lui mi snobbò: fece finta di non conoscermi, “Non so niente”, diceva, “vai a casa”. Ci rimasi male. Ma invece, non so come, poi convinse mio padre - anche perché ce n’era bisogno.
Perché decise di rischiare la vita, quando - da donna - poteva starsene a casa e pensare a sopravvivere?
Perché non potevo più andare a scuola. La notte tra il 6 e il 7 gennaio del 1944 era stata bombardata, insieme alle Officine Reggiane che producevano aerei per la guerra, e a mezza città. Quando siamo tornati dalle vacanze ci hanno detto che l’avrebbero trasferita 20 km più in là. Io già ne facevo 40 in bicicletta per arrivarci: così raddoppiavano. E andare a scuola per me era un privilegio.
Un privilegio?
Ero una donna e le donne, all’epoca, non si facevano studiare: non valevano abbastanza. La mia famiglia era eccezionale e io sapevo quanto era importante. In più eravamo poverissimi: mio padre aveva perso tutti i suoi risparmi con la crisi del 1929, era fallita la banca in cui li aveva messi. Ed era antifascista...
Cosa c’entra?
Se non eri iscritto al partito fascista non ti facevano lavorare. Anche i padroni che avevano la terra non gliela davano a mezzadria: avevano paura delle ritorsioni, perché tutti sapevano che era comunista. Mio padre si arrangiava come poteva, ma era difficile. Poi fu anche arrestato.
Quando?
Nel 1932, il giorno in cui nacque mio fratello. Io avevo solo 5 anni. Lo misero dentro con l’accusa di aver distribuito volantini per la festa dei lavoratori del 1 maggio, che era vietata. Ci stette 7 mesi e uscì solo grazie all’amnistia per i 10 anni dalla presa del potere dei fascisti. Mia mamma non so come se la cavò in quel periodo.
Quindi lei le ingiustizie della dittatura le aveva conosciute bene...
Sì. Era anche per quello che diventai partigiana: volevo cambiare un po’ il mondo. Volevo che i contadini fossero pagati meglio. Che le donne venissero considerate di più. All’epoca, anche in fabbrica, erano pagate la metà dei maschi, anche se questi erano ragazzini di 14 anni. Le contadine non potevano metter bocca negli affari anche se gestivano da sole il bestiame.
Quali erano i suoi compiti di staffetta?
Il primo lavoro fu quello di accompagnare qualcuno: io andavo avanti in bicicletta, con i libri sul portapacchi per far finta di andare a studiare da un’amica. Ci mettevamo d’accordo per i segnali di pericolo, o di attesa. E dietro veniva la persona: di solito dirigenti che dovevano fare riunioni o si spostavano per sfuggire alla cattura. Oppure recapitavo documenti.
Che tipo di documenti?
Credenziali, ordini, a volte ricevute. Ero una ragazzina e portavo delle treccine ridicole, che per fortuna mi facevano sembrare ancora più piccola. Ma dentro quelle treccine mettevo i fogliettini pericolosi.
Il territorio era controllato, giusto?
Sì, c’erano posti di blocco, con la lista dei nomi o le foto delle persone ricercate. Bisognava mostrare i documenti e sperare che facessero passare.
Le è mai capitato che la bloccassero quando accompagnava i partigiani?
No, mi è andata bene, anche perché prendevo i sentieri nascosti. Sono stata fermata quando avevo i dispacci. Me la sono cavata anche perché non mi conoscevano: c’eravamo trasferiti da poco a Bibbiano. Ma questo l’ho capito dopo, allora avevo paura: altre staffette sono state arrestate e torturate.
Per le donne significava anche essere violentate?
Sì, c’erano anche torture di carattere intimo. Ma le vittime non ne hanno mai voluto parlare. Solo una, da anziana, dopo che il marito partigiano è morto, lo ha detto. Non voleva lui lo sapesse, perché ci sarebbe rimasto troppo male.
E gli uomini non se lo immaginavano?
Facevano finta di non immaginarselo.
A noi oggi sembra pericoloso solo che una ragazzina se ne vada da sola in giro per le campagne...
Era molto rischioso, ma me sembrava un lavoro da niente, Per noi gli “eroi” erano gli uomini che combattevano. Invece avevo la responsabilità della vita di una persona. E noi donne non avevamo neppure le armi per difenderci: solo l’attenzione, l’intelligenza, la fantasia.
Lei ha iniziato a parlare della sua esperienza solo pochi anni fa, perché?
Alla fine della guerra non volevamo pensarci più: pensavamo che fosse tutto finito e tutto conquistato, che bastasse andare a votare. Ho ripensato alla mia storia, e ho iniziato a capire che anche il lavoro di noi donne partigiane è stato importante, solo quando ho pensato di raccontarlo ai miei nipoti. Alla fine della guerra pensai solo a tornare alla normalità.
Cosa fece?
L’esame magistrale, recuperando in un’estate due anni. Fui una delle poche a passare l’esame, ma presi dei voti bassi: un sacco di sei. Pensi che me ne sono vergognata tutta la vita....
Elena Tebano
elena.tebano[chocciola]rcs.it




mercoledì 14 aprile 2010

Manconi: "Nelle nostre carceri troppe morti inutili"

Grazie all'associazione A Buon Diritto, fondata da Luigi Manconi, sono recentemente emersi i casi di violenza su Stefano Cucchi e Giuseppe Uva da parte di membri delle forze dell'ordine. Non sono i soli. In questa intervista a City, Manconi spiega che il problema è di sistema: le carceri sono sovraffollate (affollate inutilmente) e abbandonate a se stesse.

"Il grado di civiltà di un Paese si misura dalle condizioni delle sue carceri", diceva qualcuno (ma non mi ricordo chi: voi lo sapete?). Il nostro è bassino, stando a quello che racconta Manconi. Cliccate sul teso per ingrandirlo.


mercoledì 7 aprile 2010

L'Aquila, dipende da cosa guardi



Il capo della protezione civile Guido Bertolaso ci promette che in 8 anni l'Aquila tornerà come nuova. Il premier Silvio Berlusconi si vanta del lavoro fatto finora. I politici del centrodestra del Lazio sfilano in città per l'anniversario del terremoto. Secondo il Commissario per la ricostruzione, però, sono oltre 52mila le persone ancora assistite (dato del 29 marzo 2010).

Di queste solo 14.462 sono alloggiate nelle C.a.s.e. in muratura costruite dal governo. Il grande orgoglio berlusconiano delle new town. Altri 1.837 sono nei cosiddetti MAP, i moduli abitativi provvisori, ovvero gli Chalet come quelli costruiti dal Comune di Trento e compagnia.

Sono ancora 4.461 gli sfollati negli alberghi sulle coste. Per ognuno di loro lo Stato paga una diaria di 40 euro, quasi 180mila euro al giorno. In un anno sono costati oltre 65 milioni di euro. Bertolaso dice che la maggior parte di loro vive in case poco danneggiate, che in tre mesi si possono sistemare. Perché non lo hanno fatto, allora? Avremmo risparmiato almeno 48 di quei milioni di euro che sono costati a tutti noi.

Ci sono poi oltre 2.200 persone in affitto e 770 nelle caserme. Anche queste a spese nostre. E va bene, ci mancherebbe, ma prima le facciamo tornare a casa, meglio è per tutti.

Per fine 27mila abruzzesi sono in "sistemazione autonoma". Ovvero hanno preso un container, sono andati a casa dei parenti, si sono sistemati nei garage, o - dice la signora al consiglio comunale dell'Aquila - stanno in case inagibili. Fatti due conti, neppure troppo elaborati, le persone per cui il governo ha trovato una sistemazione, sono molte meno di quelle che un tetto se lo sono trovate da sole. Ma tutto questo continua a costare, e tanto.

Però gli italiani non lo sanno. Per capire come mai, basta guardare il video qua sopra. Il primo è il Tg3, il secondo il Tg1, ovvero la neo-velina governativa. La versione "ufficiale" è quella che circola anche sul Tg2, Tg4, Tg5 e Studio aperto. Anche l'Ansa ha dato solo brevemente i dati sulla sistemazione della popolazione. Il che significa che le radio e i siti web che si basano sulle agenzie per fornire informazioni, sicuramente non hanno dato rilievo alla notizia del gran numero di sfollati. A me non sembra proprio secondaria.

Ps: A differenza di molti altri, non mi ha stupito il risultato elettorale. Con due eccezioni: il Lazio (la Bonino, nonostante tutto quello che aveva contro, ha fatto molto bene) e L'Aquila. Dove però le cose sono andate diversamente da come ce le hanno raccontate: nella zone colpite dal terremoto, la sinistra ha preso il 58%. Lo spiega Miss Kappa sul suo blog.