mercoledì 6 ottobre 2010

"L'università si regge sul lavoro non pagato"




Il governo sta per varare il Ddl Gelmini, una riforma dell'università che stravolgerà la ricerca e la formazione. Ma quasi nessuno sembra preoccuparsene. Silvia Mari, ricercatrice dell'Università Bicocca di Milano, nell'intervista su City racconta la solitaria protesta dei ricercatori.

Silvia Mari è una dei ricercatori della Rete 29 aprile che in questi giorni stanno “bloccando” le università per protesta contro la Riforma Gelmini.

Perché siete entrati in sciopero?
Non siamo in sciopero.
Be’, vi rifiutate di tenere i corsi.
Appunto. I ricercatori, da contratto, fanno ricerca. E non dovrebbero occuparsi della didattica ‘frontale’, ma solo di quella ‘integrativa’. Significa fornire supporto ai professori associati od ordinari, per esempio tenendo le esercitazioni. Ma non essere titolari di corsi propri. Quindi noi non scioperiamo, ci limitiamo ad applicare le regole.
Quanti sono i corsi tenuti da ricercatori?
Il 40%: quasi la metà di tutti gli insegnamenti delle università. La possibilità di usare i ricercatori come docenti era stata introdotta nel 2002, in caso di necessità e solo con il loro consenso. Come vede ha preso un po’ la mano.
Quant’è lo stipendio di un ricercatore?
Appena entrato prende 1.300 euro al mese. Un ricercatore ‘confermato’, che ha superati i 3 anni di prova, ne prende circa 1.800.
E un professore ordinario quanto guadagna?
Lo stipendio di accesso è 3.500 euro al mese. Poi si va su su.
Circa il doppio... ma i corsi dei ricercatori vengono pagati extra?
Raramente. Oggi di fatto l’università si regge sulla nostra manodopera non pagata.
Voi allora chiedete un giusto riconoscimento economico per il vostro lavoro?
Noi siamo i più colpiti dalla Riforma Gelmini, che congela anche gli scatti di anzianità facendoci perdere - nell’arco di una carriera - 150mila euro. In più prevede che i ricercatori a tempo indeterminato spariscano: saranno sostituiti da quelli “a tempo”. Ma la nostra protesta vuole far capire a tutti che il ddl Gelmini è una tragedia per l’intera università: un disastro che soffocherà gli atenei.
Perché?
Tanto per cominciare, la ministra Mariastella Gelmini ha tagliato del 20% il Fondo di finanziamento ordinario, che serve a mantenere le università (dagli stipendi di tutto il personale alla manutenzione delle strutture). Quest’anno è già stato ridotto a 7,200 milioni di euro. Scenderà a 5.700. La Sapienza di Roma, la più grande università d’Europa, quest’anno non avrà i soldi per pagare gli stipendi...
La Sapienza fa parte degli atenei spreconi. E la ministra dice di voler ridurre gli sprechi.
È vero. La Bicocca di Milano, la mia università, fa parte invece degli atenei virtuosi, tanto che per “premio” ha ricevuto fondi in più. E ciononostante quest’anno ce la caviamo solo grazie ai nostri risparmi. Dagli anni prossimi avremo difficoltà a finanziare la gestione normale.
Quale sarà la conseguenza?
Gli atenei saranno costretti a ridurre l’offerta formativa e ad alzare a dismisura le tasse. Una spesa in più per gli studenti, a cui si aggiunge la cancellazione del “diritto allo studio”.
Intende le borse di studio?
Tutto: dagli alloggi gratuiti, alle riduzioni sulla mensa, agli sconti sulle tasse universitarie per gli studenti meritevoli e a basso reddito. Verranno sostituiti dai prestiti di onore, che gli universitari potranno chiedere per pagarsi gli studi. Al posto di ricevere servizi, avranno debiti con le banche...
Non è proprio lo stesso...
No. Il paradosso è che nel ddl il governo trova i soldi per le università private, anche quelle “telematiche”, e per finanziare i collegi universitari privati, che di solito sono religiosi.
Uno dei cavalli di battaglia della ministra sono anche i tagli al personale, che secondo lei è troppo.
Per ogni 5 pensionati, assumerà solo una persona. Ci sarà un ulteriore invecchiamento dell’università: e meno male che bisogna fare spazio ai giovani! Negli atenei europei c’è un professore ogni 15 studenti. In quelle italiane uno ogni 20 se si contano i ricercatori. Se si contano solo i professori, uno ogni 30-40 studenti. E questi sono i dati pre-riforma Gelmini.
Il ddl prevede anche una riforma della struttura delle università. Come?
È uno degli aspetti più pericolosi. Finora c’era il consiglio di amministrazione per la gestione ‘pratica’ degli atenei e il Senato accademico (in cui sono rappresentati professori, ricercatori e studenti) per le decisioni sulla ricerca. Era una garanzia di libertà, senza la quale non c’è conoscenza. La riforma mette tutto in mano al Consiglio di amministrazione, in cui non saranno più rappresentate le varie componenti. Ma in compenso entreranno figure esterne, nominate dall’alto.
Cioè?
Succederà come nelle Asl, dove le nomine dei dirigenti sono “politiche”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ma della riforma non salvate niente?
L’università italiana va migliorata. Ma le riforme non si possono fare a risparmio: necessitano investimenti. Quelli della Gelmini sono solo tagli mascherati.
Eppure a parole tutti dicono di voler investire nella conoscenza.
A parole: i famosi 300 milioni di euro per Alitalia sono stati presi dai fondi per la ricerca. Il paradosso è che le università italiane fanno comunque bene: siamo il 7° Paese al mondo per la produttività scientifica. Ma siamo l’ultimo dell’Occidente per gli investimenti. E questa riforma peggiora di molto le cose. I “cervelli” italiani saranno costretti ancora di più ad andare all’estero. E ci perderemo tutti.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

domenica 3 ottobre 2010

Il miracolo dei rifiuti? Una discarica nel parco




Francesco Paolo Oreste fa il poliziotto a Napoli. Ed è anche consigliere comunale di Boscoreale (con il Pd, che è all'opposizione). In questa intervista a City racconta il paradosso di una discarica pericolosissima, nel Parco naturale del Vesuvio.

Poliziotto e consigliere comunale di Boscoreale, Francesco Paolo Oreste è in prima fila nella lotta contro la discarica aperta dal governo nel Parco naturale del Vesuvio.

Il suo paese, Boscoreale, ha proclamato il lutto cittadino contro l’ampliamento della discarica nel Parco del Vesuvio. Ma secondo il sindaco di Terzigno il premier ha garantito che non si farà...

Conosce il detto napoletano “il gallo sulla monnezza”?
No, sarebbe?
Indica chi sta impettito a pavoneggiarsi, ma comunque sta nello schifo. Ecco, noi di parole ne abbiamo sentite tante e ormai giudichiamo solo dai fatti.
Quali parole?
Si ricorda l’inceneritore di Acerra vantato come la soluzione del caos rifiuti? È chiuso da due giorni e non ha mai funzionato a pieno regime. Il capo della protezione Civile Guido Bertolaso venne qui e ci assicurò che a Terzigno sarebbero finiti solo i rifiuti domestici. Invece sugli atti sta scritto che ci buttano anche rifiuti industriali altamente tossici. Qualche giorno fa hanno fermato un camion con residui radioattivi d’ospedale.
Ma la discarica di Terzigno è in un parco naturale, giusto?
Sì, in un’ex cava di pietra lavica che fu chiusa (facendo perdere il lavoro a un bel po’ di gente) perché deturpava il paesaggio del parco. Evidentemente secondo il governo la discarica è bella...
Come è possibile?
In nome dell’emergenza, il commissario può derogare, cioè ignorare le leggi che creerebbero ostacoli inutili. Questo va bene, ma una cosa è evitare i cavilli, un’altra è tradire lo spirito della legge che garantisce il diritto alla salute.
Nel sito in questione c’era già una discarica che fu chiusa anni fa.
Nel 1994 perché era fuori legge: uno di quei buchi in cui la camorra faceva sparire i rifiuti tossici. E infatti bisognerebbe chiedersi perché, quando si trattava di scegliere nuovi siti per lo smaltimento, Bertolaso ha sempre indicato quello...
Cosa intende dire?
Perché scegliere un luogo controllato dalla camorra? Di certo è che quelle cave, che prima non valevano niente, sono all’improvviso diventate preziosissime.
Per la protezione civile è un posto adatto.
Il governo aveva bisogno far sparire la monnezza in fretta, per dimostrare che aveva fatto il miracolo. Ne ha scelto uno comodo, non uno adatto.
Perché?
La cava è in un parco, a 200 metri da zone abitate, in area sismica. C’è una guaina che separa il percolato (il veleno prodotto dai rifiuti) dal terreno, perché non finisca nella falda acquifera. In teoria dura 20 anni (che già sono pochi), ma con il suolo in continuo movimento, quanto può tenere? E se piove e si riempie di acqua che succede?
Be’, per questo ci sono i controlli.
Sì, peccato che la discarica sia stata militarizzata, grazie alla procedura d’emergenza prevista dal decreto Bertolaso. E gli amministratori non possono entrarci. Non sappiamo davvero cosa succede: finora tutte le nostre richieste ufficiali di informazioni non sono state ascoltate.
Quando le avete fatte?
Le ultime questa estate, dopo che da otto mesi le nostre città erano invase da una puzza tremenda. Una sera è stata vista una nube sulla discarica, il giorno dopo il terreno ha tremato e nei pressi della cava abbiamo trovato crepe nei muri.
Cosa potrebbe essere?
I biogas emessi dalla spazzatura, che creano dei geyser. Non riescono a controllarli e sono pericolosi.
Tutto questo riguarda la discarica che c’è, ma il governo vorrebbe mettercene un’altra...
Sì, quattro volte più grande: la prevede il famoso decreto Bertolaso. Si immagina? Lì intorno ci sono i vigneti della Lacrima Christi. Le albicocche del Vesuvio già non si possono vendere come frutta da tavola. Solo per le conserve, ma così finiscono ovunque e la gente se le mangia senza saperlo. In questa zona negli ultimi anni i tumori al seno sono aumentati del 400%.
In qualche modo il problema rifiuti va risolto, no?
Noi vogliamo risolverlo: Boscoreale fa il 70% di raccolta differenziata. Paghiamo una tassa sui rifiuti più alta perché portiamo l’umido a smaltire in Sicilia dove poi lo rivendono. Ci becchiamo lavoro e spese in più, la discarica e anche i tumori...
La spazzatura che va in discarica di chi è?
Di Napoli e di altri comuni del napoletano. Il decreto dell’emergenza, oltre a riaprire il sito di Terzigno, prevedeva che venissero sciolti i Comuni che non facevano la differenziata. Però questa parte del decreto -chissà perché - non è mai stata applicata.
Nei vostri comuni ci sono state anche proteste violente. Lei le giustifica?
No. Sono due anni che chiediamo dialogo. Ma l’Italia si è accorta di noi solo quando dei facinorosi hanno bruciato i camion della monnezza. Eppure questo danneggia noi: legittima il pungo duro. Venerdì scorso qualcuno ha fatto manganellare i cittadini che stavano facendo un sit-in. La tv ha censurato quelle immagini. Io ho l’impressione che a molti non interessi risolvere i problemi.
Perché?
La differenziata conviene ai cittadini e all’ambiente. Ma c’è una classe dirigente che preferisce il caos, perché così, in nome dell’emergenza, gestisce potere e milioni di euro. Il risultato è che distruggono il territorio: dal punto di vista igienico- sanitario, economico e da quello del senso della democrazia.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

giovedì 23 settembre 2010

I padri non sono genitori di serie B




L'intervista uscita oggi su City a Tiberio Timperi, che parla dei diritti traditi dei padri separati.


Giornalista e conduttore tv, Tiberio Timperi porta avanti una battaglia pubblica (e privata) affinché i padri separati abbiano davvero diritto alla cura dei figli.

Lei è uno dei padri separati celebri che, come il portiere del Brescia Matteo Sereni, hanno messo la faccia per il ‘diritto ai figli’: perché?

Perché ci sono tante altre persone, che non hanno la mia visibilità, che non hanno le mie risorse economiche, e si trovano in mezzo a una strada a causa di un sistema culturale, che in caso di separazione privilegia e le donne rispetto agli uomini.
Lei è separato e ha l’affidamento congiunto di suo figlio: ha difficoltà a vederlo?
Sono titolare di un provvedimento di affido condiviso ben fatto e illuminato, che però a volte non è stato interpretato a favore di mio figlio. Ma preferisco non parlare della mia vicenda personale.
Parliamo in generale, allora: quali sono i problemi più diffusi con l’affido condiviso?
Se ci sono conflitti, le madri possono facilmente ostacolare il rapporto con il padre. Basta un certificato medico o non rispondere al telefono. Ricordo che le sanzioni giuridiche per inosservanza al provvedimento del giudice sono irrisorie: 103 euro di multa.
Be’,questo vale per entrambi i genitori...
In Italia l’affidamento condiviso ormai viene concesso per il 90% dei casi. Però poi, all’interno del condiviso, il 95% dei “collocamenti” è fatto in modo tale che il bimbo abiti con la mamma.
Lei ha mai vissuto con suo figlio?
Ci vivo, ma grazie a un provvedimento del giudice. È giusto secondo lei che un padre per stare con il figlio abbia bisogno del provvedimento del giudice?
Sta dicendo che la legge sull’affido condiviso non funziona?
È uno “stato d’animo”, funziona solo se c’è buon senso da ambo le parti. Ma in caso di separazione giudiziale non è assolutamente applicabile. Le mamme sanno che il 99,9% delle volte il figlio verrà “collocato” presso di loro. E molto spesso lo usano come una clava.
Insomma, secondo lei è una legge ipocrita...
È una legge nobile applicata in maniera ipocrita. Concretamente ha peggiorato le cose. Quando un genitore non è d’accordo con l’altro su scelte fondamentali, per esempio se mandare il figlio in una scuola pubblica o privata, deve rivolgersi all’avvocato. E questo significa soldi, soldi, soldi. E provvedimenti d’urgenza, istanze al giudice. Di fatto si favorisce solo la lobby degli avvocati.
Eppure in Europa la norma è l’affidamento congiunto e sembra funzionare benissimo.
Nei Paesi Bassi per il genitore collocatario che ostacola il rapporto con l’altro genitore – e non parlo volutamente di ‘padre’ o ‘madre’ – è previsto l’arresto. In Italia rischia 103 euro. Vogliamo mettere 100mila euro? Vogliamo mettere l’arresto? Vogliamo vedere che poi tutto fila meglio?
Basterebbe?
Aiuterebbe. Poi bisogna iniziare a non trattare i padri come genitori di serie B. In questo Paese quando sei un papà e vai da un avvocato per chiedere l’affido di tuo figlio, ti rispondono: “Lascia stare, è impossibile”. Se ti dicono così – e te lo dicono – vuol dire che la legge non è uguale per tutti. È più uguale per la mamma.
In effetti c’è ancora un grande pregiudizio su questo: “La mamma è sempre la mamma”...
Non c’è un pregiudizio, c’è un Everest, un Himalaya, un universo di pregiudizi! Mi spieghi perché io a Roma ho dovuto creare una casa alloggio per padri separati, con la benedizione e l’aiuto fattivo dell’Assessora alle Politiche sociali Sveva Belviso, mentre non ci sono case di accoglienza per madri separate?
Perché?
Perché la donna è iper tutelata. La donna in Italia ha subito mille violenze, mille soprusi, mille angherie. Ma non ci possiamo sdebitare solo al momento del divorzio. Non ci possiamo dimenticare del femminismo una volta che si va davanti a un giudice per la separazione.
Spesso separazione vuol dire anche problemi economici...
Sì, perché le madri hanno l’affidamento del figlio 9,9 volte su dieci. E con il bambino la casa. Così il povero cristo che ha lavorato una vita, si trova in una botta sola senza un figlio, senza una casa e con lo stipendio che prima bastava per un nucleo familiare, che deve bastare per due. Magari con il mutuo. Ci sono madri parassite: non è carino dirlo, non sono tutte così, ma questa è una parte della realtà che nessun vuol vedere.
Ma la cattiva gestione dei figli non dipende anche dal fatto che in Italia abbiamo una pessima cultura, da parte di tutti? I bimbi spesso vengono usati come arma di ricatto.
I figli sono un’arma di ricatto solo per chi sa di averli già in mano, cioè in Italia la madre.
In concreto come dovrebbe cambiare la legge, secondo lei?
Il condiviso va concesso solo se non c’è conflittualità. Se c’è, il giudice deve valutare chi è aggredito e chi aggredisce, devono essere fatte delle perizie psichiatriche serie. E poi si deve decidere senza pregiudizi, iniziare ad affidare i bambini anche ai padri.
Secondo lei si tratta di prendere atto di cambiamenti sociali?
Sì, il muro di Berlino è caduto, i papà cambiano i pannolini, ma per un certo orientamento culturale sono genitori di serie B. Sottili come un bancomat: devono solo pagare. Dopo l’aborto, dopo divorzio, oggi c’è un’altra grande battaglia sociale: quella per la giusta separazione. Io ci metto la faccia e il cuore perché le cose devono cambiare.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

venerdì 17 settembre 2010

Lo sciopero alla rovescia per salvare la scuola




A Capannori, il Comune, ha lanciato uno sciopero alla rovescia contro i tagli della Gelmini. Pre e post-scuola, invece di sparire, saranno coperti da volontari. Un modo intelligente per non richiamare il governo alle sue responsabilità. Questa è l'intervista uscita su City in cui il sindaco spiega il progetto. Cliccate sul testo per ingrandire, oppure leggete la trascrizione qui di seguito.



GIORGIO DEL GHINGARO È il sindaco toscano che si è inventato la “contro-riforma Gelmini”: docenti in pensione, volontari e genitori in aula contro i tagli all’istruzione.

Mentre nel resto del Paese i precari della scuola e gli studenti protestano fuori dagli istituti, voi li riempite. Perché?
Noi siamo d’accordo con le loro ragioni e vorremmo farle sentire ancora di più. Ma sappiamo anche che le famiglie sono in difficoltà e che non possiamo lasciarle sole.
A cosa si riferisce?
Nella nostra provincia, Lucca, i tagli dei ministri dell’Istruzione Mariastella Gelmini e dell’Economia Giulio Tremonti hanno fatto sparire 219 insegnanti. Oltre al “personale Ata”, cioè i bidelli.
Cosa comporta?
Dover mettere in media quattro alunni in più in ogni classe. Con un peggioramento della qualità dell’insegnamento, nonostante il governo finga di no. E poi non abbiamo più abbastanza personale per garantire il pre e il post-scuola.
Ed è qui che si inserisce il vostro sciopero alla rovescia...
Esatto. Abbiamo coinvolto le nostre 32 scuole e le associazioni di volontariato e ci siamo inventati una soluzione usando il modello della “banca del tempo”.Genitori, volontari e insegnanti in pensione prestano il loro tempo, gratis, per permettere agli studenti di stare a scuola prima dell’orario di inizio delle lezioni e dopo la fine.Così evitiamo problemi alle famiglie che lavorano e avrebbero problemi ad adattare i loro spostamenti agli orari scolastici.
Be’, i volontari si prendono una bella responsabilità. Ma alla fine non fate un favore gratis alla Gelmini, che pure criticate?
Guardi, la protesta è importante per svelare le malefatte di chi governa. Ma per noi la scuola è un bene fondamentale, quindi abbiamo scelto una protesta “propositiva”. Vogliamo far vedere al governo, molto concretamente, quello che serve alla scuola.
E quindi alla Gelmini cosa chiedete?
Di ristabilire il numero giusto di insegnanti e bidelli.
La ministra sostiene di aver solo tagliato il personale superfluo.
Non direi proprio. Solo un esempio: ci hanno dimezzato gli insegnanti di sostegno. Prima i bambini portatori di handicap avevano l’affancamento di un altro docente cinque ore al giorno. Ora solo due ore e mezzo.
Addirittura dimezzate?
Sì. Non è che i bimbi hanno un handicap solo due ore e mezzo al giorno. Devono imparare la metà degli altri? A Capannori abbiamo una scuola che è un’eccellenza per l’handicap in tutta la provincia di Lucca. Se non troviamo i soldi per pagare noi gli insegnanti, come Comune, l’istituto dovrà chiudere delle aule. E quei bambini rimarranno a casa, a carico dei genitori.
Non è un bel modo di “aiutare le famiglie”. Eppure è quello dicono di voler fare tutti i partiti italiani e il governo per primo.
È vergognoso, chi ci rimette alla fine sono i più deboli. I figli delle famiglie meno abbienti, che non possono pagare l’assistenza di tasca loro, finiranno per avere difficoltà sociali e di apprendimento che potrebbero evitare. Noi cerchiamo di fare quello che possiamo: ad esempio abbiamo fatto uno sforzo enorme per non aumentare il prezzo dei servizi a domanda individuale.
Quali sono?
I trasporti scolastici e la mensa: da noi continuano a costare 2 euro e 50 da 6 anni. Il governo dice di non aver aumentato le tasse. Ma ha tagliato i fondi agli enti locali e ha “delegato” a loro la parte sgradevole. Di fatto, però, ha imposto aumenti indiscriminati delle tasse.
Anche voi alla fine dovrete alzarle?
Noi siamo un “comune virtuoso”: negli anni scorsi siamo riusciti a risparmiare. Quest’anno, destineremo circa 2 milioni e 400mila euro all’istruzione. Ma dovremo tagliare da altre parti. Per questo la nostra seconda richiesta al governo è di ripristinare i finanziamenti ai Comuni.
Tra le novità per la scuola della ministra Gelmini c’è anche il tetto massimo per classe agli alunni di origine straniera. Lei è d’accordo?
È una baggianata. Se nella stessa zona abitano 7 bimbi di origine straniera, che facciamo: ne leviamo due e li mettiamo più lontani? Anche se stanno bene insieme?
Avete soluzioni alternative?
A Capannori i bambini, di qualsiasi origine siano, stanno in classe insieme. Poi, però, ci sono lezioni ad hoc, per esempio di rinforzo sulla lingua. In più organizziamo corsi di italiano anche per i genitori e in particolare le mamme.
Perché?
Spesso, per motivi socio-culturali, le donne stanno a casa e sono quelle che hanno meno contatti con il resto della popolazione. Inoltre abbiamo organizzato centri d’ascolto con mediatori culturali per evitare che si formino ghetti, in cui gli immigrati rimangono un “corpo estraneo” nel territorio.
Oggi si parla tanto di “rapporto con il territorio” e di solito si pensa alla Lega. Voi siete di centrosinistra: per voi quanto conta?
È fondamentale: solo che non lo intendiamo come chiusura a ciò che viene dall’esterno, ma come partecipazione di tutti i cittadini - di qualsiasi colore siano - alla vita comune. Che sia dividere i rifiuti per fare la raccolta differenziata o fornire il proprio tempo a scuola. Non c’è buona politica senza coinvolgimento della comunità.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

lunedì 13 settembre 2010

"In Italia Gay, lesbiche e trans rischiano ancora la vita"




Pubblico l'intervista di City a Maura Chiulli, romanziera, performer e attivista di Arcigay che denuncia il silenzio dell'italia sui crimini omofobi.

Romanziera, performer, attivista di Arcigay, MAURA CHIULLI ha scritto “Maledetti froci & maledette lesbiche”, libro denuncia sulle violenze omofobe.

Nel suo libro conta almeno 15 omicidi di gay e trans negli ultimi due anni. E oltre 200 casi di violenze. C’è un’emergenza omofobia?

In Italia c’è un grave problema di omofobia. Abbiamo, per esempio, il più alto tasso di aggressioni contro le persone trans nell’Europa Occidentale. Ma quando si parla di emergenza sicurezza, questo problema viene sempre tralasciato. Il 25 agosto scorso un ragazzo è stato stuprato a Rimini: ne hanno parlato solo i giornali locali.
Cosa è successo?
Un giovane inglese che era qui a lavorare è stato brutalmente violentato, picchiato e rapinato da uno stupratore recidivo, che aveva precedenti penali per violenza sessuale sulla sua ex compagna.
Come fa a dire che è un crimine omofobo?
L’aggressore, mentre stuprava il ragazzo e poi nell’interrogatorio, ha dichiarato di essere eterosessuale e di averlo violentato perché gli fanno schifo i gay. Invece un giornale, La voce di Rimini, ha raccontato la vicenda come una storia boccaccesca, una notte di sesso fra ubriachi finita male...
Perché? L’aggressore ha adescato la vittima?
Sì. Lo ha avvicinato in un pub, lo ha corteggiato per ore e poi si sono allontanati per scambiarsi dei baci: il ragazzo non immaginava che quell’uomo di 30 anni fosse un mostro. L’aggressione si è consumata nell’albergo dello stupratore: il ragazzo si era chiuso in bagno dopo aver rifiutato un rapporto sessuale per due volte. L’aggressore è entrato con la forza, lo ha violentato più volte, gli ha rotto un timpano, gli ha quasi cavato un occhio a calci.
Un’efferatezza impressionante.
Non solo, ha preso il giovane, che non riusciva nemmeno a camminare per i danni riportati al retto, e lo ha portato nell’hotel, in cui stava per farsi consegnare tutti i suoi soldi, i documenti e il cellulare. Tutto senza nessuna paura.
Una persona, per quanto violenta, fa una cosa del genere perché in qualche modo pensa che la passerà liscia...
È questo il nodo cruciale. Le violenze che documento nel mio libro le ho ricostruite sui dati di Arcigay: magari le vittime si rivolgono a noi, ma non denunciano. In Italia c’è un clima che fa sentire protetti gli aggressori, non gli omosessuali .
Perché?
È il risultato dell’omofobia diffusa. A cominciare da quei politici che parlano di omosessualità come di una malattia. E dalle famiglie. Molti ragazzi che ho intervistato si sono sentiti dire dai loro genitori: “Meglio un figlio morto che frocio”. A quel punto è chiaro che non denunciano: è un male minore essere quasi ammazzato senza ricevere giustizia, che essere considerato morto dalla tua famiglia.
Lei racconta che, se le vittime denunciano, spesso le forze dell’ordine non reagiscono...
È una seconda violenza. A un ragazzo marocchino, picchiato dai buttafuori in discoteca perché aveva sfiorato le labbra del fidanzato, la polizia di Rimini ha detto: “Se avessi baciato una donna non ti sarebbe successo”.
Sembra incredibile...
È inaccettabile. Questo ragazzo si è trovato di fronte a un’ulteriore violenza da parte di chi doveva tutelarlo. La polizia in pratica gli ha detto che essere gay legittima le botte.
Non tutti i poliziotti saranno così.
Per fortuna no. Nel caso del ragazzo inglese la stessa polizia di Rimini è intervenuta con grandissima sensibilità.
Lei descrive anche l’omofobia quotidiana, come il frequentissimo caso degli affitti.
L’ultima denuncia è dei giorni scorsi: se sei gay niente affitto. È successo anche a me e alla mia compagna. In agenzia immobiliare ci hanno detto: “Io non ce l’ho con voi altri, ma vi consiglio di non dire che siete una coppia: la gente pensa che i froci facciano le feste, le orge, e non sono ‘ospiti’ graditi”.
Le chiedevano di nascondersi: che effetto fa?
È una richiesta costante di auto-esclusione: ti impedisce di rapportarti in maniera autentica. È molto doloroso: nascondersi significa cancellarsi. E spesso causa vere e proprie patologie psichiche.
Queste discriminazioni in una democrazia sono scandalose. Perché lo scandalo non c’è?
Ci sono troppi pregiudizi religiosi e culturali. Invece la lotta all’omofobia va fatta a partire dall’articolo 3 della Costituzione, e riguarda etero e gay: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Oggi c’è un cittadino di serie B in Italia: il cittadino omosessuale.
Un anno fa i cattolici di tutti i partiti hanno affossato la legge Concia, che puniva più severamente le aggressioni omofobe, perché avrebbe “trattato in maniera diversa i gay”.
Era un pretesto! Hanno addirittura paragonato l’omosessualità alla zoofilia. Ma le aggressioni omofobe sono una realtà: bisogna trovare strumenti per trattare in maniera uguale persone che invece sono discriminate. Come succede con le vittime di razzismo. Lo dice lo stesso articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

domenica 12 settembre 2010

"Precario della scuola da 25 anni, voglio lavorare"



L'intervista pubblicata su City, a Pietro Di Grusa, uno dei precari della scuola che hanno fatto lo sciopero della fame contro i tagli della ministra Mariastella Gelmini (Cliccate sull'immagine per ingrandire).

Bidello palermitano, precario, Pietro Di Grusa ha perso il posto con i tagli della Gelmini. Il 14 agosto ha iniziato un digiuno di protesta.

Signor Di Grusa, come sta?
Non ho più le flebo, ho lasciato l’ospedale e sono tornato in piazza a protestare.
Ma è ancora in sciopero della fame?
Sono stato quasi 20 giorni senza toccare cibo, poi - dopo che mi hanno ricoverato - ho iniziato a mangiare degli omogeneizzati. Sono stati i miei figli a chiedermelo, mi hanno detto: “meglio un padre povero che un padre morto”.
Ma perché è arrivato a una forma di protesta così estrema?
Perché ormai è l’unico modo per far sentire le nostre ragioni, nessuno ci ascolta e io ero disperato: dopo 25 anni in graduatoria, non mi fanno più lavorare.
Quanto tempo, scusi?
Sono entrato in graduatoria come collaboratore scolastico 25 anni fa: ero il numero 2223. Adesso mi trovo in posizione numero 2985.
È andato addirittura indietro...
Sì! In tutti questi anni ho fatto delle supplenze temporanee, per pochi giorni alla volta. Poi lo scorso anno scolastico, dopo che ho vinto un ricorso, ho avuto l’incarico per 10 mesi.
E poi?
Ho perso il lavoro nel 2009, con i tagli alla scuola della (ministra dell’istruzione Mariastella, ndr) Gelmini. Sono anche sotto sfratto. E il cosiddetto decreto “salva precari” non mi ha salvato per nulla: mi ha dato del punteggio in più, ma non un lavoro. E neppure il diritto all’assegno di disoccupazione speciale. È da agosto dell’anno scorso che non percepisco stipendio.
Ma in tutti questi anni, come ha fatto ad andare avanti?
Come potevo, e intanto aspettavo la famosa graduatoria. È per questo che io non mi sento un precario della scuola, ma un precario del lavoro, in generale.
Cioè?
Ho fatto di tutto: sei mesi in fabbrica, e poi mi rimandavano a casa, perché non c’era più bisogno. Ho lavorato in nero, perché per poco nessuno ti fa il contratto... Ho fatto l’elettricista, il fontaniere (idraulico, ndr.), l’autista... i mestieri che ci sono - ma sempre sei mesi, un anno.
È una situazione difficilissima...
È sempre stato così: un dramma. Al Sud funziona così: i nostri governi e i nostri governanti mantengono la Sicilia in questa situazione, perché il precariato alla politica serve. È un serbatoio di voti.
Lei quanti anni ha?
Ne ho 49, ma c’è gente che ne ha 58, ha fatto tre-quattro anni di supplenze annuali e ora... Con questi tagli della Gelmini, ci ritroviamo tutti in mezzo a una strada.
Vale anche per gli insegnanti e il personale tecnico-amministrativo...
A fare lo sciopero della fame con me c’erano anche Giacomo Russo, Salvo Altadonna e Caterina Altamore. Caterina è una maestra di 37 anni, che ha iniziato a lavorare 14 anni fa, ed è andata anche a Brescia, dalla Sicilia, pur di avere un posto. Che bisogna fare di più? Siamo tutte persone che tengono alla scuola e che l’hanno vista massacrare dai tagli della legge 133 del governo.
Tagli che in tre anni arrivano a 8 miliardi.
Sì: è la distruzione della scuola pubblica. E intanto la vergogna è che per la scuola privata trovano i soldi: un miliardo e mezzo di euro.
Ha iniziato la protesta a Palermo, ora è a Roma: perché?
Abbiamo fatto un presidio di fronte alla Camera,a Montecitorio, perché ci vedano i politici. Domani (oggi per chi legge, ndr.) ci sarà una manifestazione di tutti i precari del nostro settore.
La ministra Gelmini vi ha accusato di essere solo pochi manifestanti politicizzati...
Ci ha detto che noi quattro che abbiamo fatto lo sciopero della fame siamo stai manipolati da qualche partitino. Ma non è vero, io davanti a me non ho mai voluto nessuna bandiera. La mia bandiera è la mia persona e quella dell’Italia.
Cosa chiedete al governo?
Chiediamo alla Gelmini di ripensarci. Di investire nella scuola pubblica, non in quella privata che fa diventare il ricco più ricco.
Ma se non ci fossero stati questi tagli, lei avrebbe lavorato?
Sì, probabilmente sì. Ma io sono venuto qui a Roma, dopo che mi hanno dimesso dall’ospedale, non solo per me, ma per la scuola. Ho raccolto 65 euro, perché io di soldi non ne ho, ho fatto il biglietto e ho messo la mia persona a disposizione.
La ministra dice anche che nella scuola c’erano troppi precari, persone di cui non c’era bisogno, illuse dai precedenti governi.
Non è vero. Abbiamo un bidello a piano, uno ogni 800 alunni. Ci sono maestre che devono fare didattica con 33 alunni e due disabili, spesso senza sostegno: ma come fanno? Così la scuola diventa un campo di concentramento. Lo Stato non si deve permettere di fare tagli nella sanità e nella scuola pubblica: sono due comparti troppo importanti. La scuola è il futuro: senza finisce tutto.
E lei intanto come fa?
Mi ha aiutato la Caritas, mi ha pagato qualche bollettina della luce. Sa, una persona perde di dignità... ma la vergogna non è mia, è di chi ci governa.
Elena Tebano
elena.tebano [chiocciola] rcs.it

lunedì 23 agosto 2010

Compiti per le vacanze



Il giornalismo che vorrei (misticismo a parte: a me degli uccelli canticchianti me ne frega poco)