lunedì 20 giugno 2011

Battisti ci ha tolto tutto, non è un perseguitato

L'intervista ad Adriano Sabbadin uscita su City il 17 giugno 2011


Adriano Sabbadin è il figlio di Lino, una delle vittime dell’ex terrorista rosso Cesare Battisti. A cui il Brasile ha riconosciuto l’asilo politico, salvandolo dal carcere.

Battisti, in italia, è stato condannato a 4 ergastoli per altrettanti omicidi, tra i quali quello di suo padre. Grazie alla decisione del Brasile non li sconterà. Rilasciato l’8 giugno, ha detto: “Spero che si riesca a voltare la pagina degli anni ‘60 e che tutto possa essere risolto senza vendette tardive”. Cosa ne pensa?
Noi non vogliamo vendette tardive. Ma se lui ora può cambiare pagina, noi non ci riusciamo: abbiamo il ricordo sotto gli occhi.
Quanti anni aveva quando fu ucciso suo padre?
Avevo 17 anni. Mia sorella ne aveva 12, la più piccola ne aveva 6.
Cosa successe?
Un sabato sera, era il 16 dicembre del 1978, verso la chiusura del nostro negozio, entrarono due rapinatori, due ragazzi molto giovani, intimando di consegnare i soldi.
Suo padre aveva una macelleria, giusto?
Sì, c’erano due clienti, la signora che ci aiutava a fare le pulizie e tutta la nostra famiglia. Mia sorella, la seconda, tirò fuori il cassetto dove tenevamo i soldi (allora non c’erano registratori di cassa) e lo consegnò ai rapinatori. Uno disse che non era tutto l’incasso della giornata e iniziò a sparare.
Sparò nel negozio?
Rivolto a mia sorella, che cadde, anche se non era ferita. Ci sono ancora i segni nelle piastrelle sulla parete. Papà vide mia sorella per terra, e reagì. Disse ai due ragazzi: “Calmatevi, calmatevi!”, ma non è stato possibile farli ragionare. È stato tutto un momento di terrore.
Voi eravate sempre lì?
Sì, c’è stata come un rincorsa tra il rapinatore e mio papà. Il rapinatore lo ha ferito alla testa con il calcio della pistola. Poi hanno tentato di scappare. Papà gli ha detto “Fermi o vi sparo” e purtroppo, il momento è stato fatale, ha ferito uno di loro, che poi è morto in ospedale.
Questo non è il giorno in cui suo padre è stato ucciso, vero?
È stato il momento che ha segnato tutta la nostra storia.
Perché Battisti, con i “Proletari armati per il comunismo” (Pac) ha ‘punito’ suo padre per l’uccisione del rapinatore?
Esatto. La vigilia di Natale qualcuno ci ha messo una scatola di tritolo di fronte al negozio. Sono saltati i vetri delle case. A Capodanno abbiamo ricevuto una telefonata, in cui ci hanno detto che saremmo morti tutti entro mezzanotte: ci hanno vegliato le forze dell’ordine.
Vi avevano preso di mira.
Sì. Il 15 febbraio ci è arrivata una telefonata: hanno detto che erano dell’Ufficio igiene, se eravamo aperti. Abbiamo detto di no, che eravamo aperti il giorno dopo.
Il giorno dell’omicidio di suo padre?
Sì, lui era un po’ agitato, non voleva venire. C’era questa macchina che passava più volte. Nel pomeriggio abbiamo chiesto a papà di venire per aiutarci. Erano le quattro e mezzo, rividi passare la macchina. Poi mi sono allontanato pochi passi, per telefonare a un fornitore. Ho sentito sparare. Sono scappato ai piani superiore.
I suoi erano ancora nel negozio.
Sì dopo dieci minuti sono sceso. Sulle scale c’era un altro vicino. Mi ha detto: “Adriano non entrare, non entrare”.
Lei cosa ha fatto?
Gli ho dato una spinta. E ho visto una scena orribile: mio padre a terra, in una pozza di sangue. Mia madre con il grembiule bianco inzuppato di sangue se l’era preso in braccio, urlava come una pazza.
Lei era solo un ragazzo.
È stato terribile, piango ogni volta che lo ricordo. Non posso perdonare Battisti. Scusate, ma è più forte di me.
Lui dice di essere innocente.
Ma come fa a dire di essere innocente? Ad avere questa malvagità? Le sentenze di condanna sono sul sito dell’Associazione vittime del terrorismo, le possono leggere tutti.
Battisti dice di essere stato condannato in un processo ingiusto, in sua assenza.
Era assente perché nel 1981 è evaso.
Gli anni ‘70 sono stati un periodo di violenze politiche. E c’è chi dice che bisogna usare un altro metro per giudicarne i crimini.
Non c'era niente di politico in casa nostra.
Prima di finire nei Pac, Battisti faceva rapine “comuni”.
Era già un delinquente. E non lo dico io. L’ha detto suo fratello.
Il Brasile, però, ha accolto la tesi che sia stato vittima di un “processo politico”. E gli ha attribuito lo status di rifugiato. Il governo italiano farà ricorso. Cosa si aspetta?
Io ho sempre detto che non voglio Battisti alle sbarre, voglio Battisti pentito. Lui sostiene che ora è un altro uomo. Ma il pentimento è una cosa seria, per me. Io voglio Battisti pentito. A noi ha tolto tutto.
Elena Tebano elena.tebano [ chiocciola ] rcs.it

Nucleare, il referendum non risolve i problemi

L'intervista a Fabio Fineschi uscita su City il 10 giugno 2011.

Ingegnere, Fabio Fineschi è esperto di impianti nucleari e di energie sostenibili. Ha una posizione “impopolare”: contro il piano sull’atomo del governo, ma anche contro il referendum.

Lei insegna all’Università di Pisa “Impianti nucleari” ed “Energie e Sviluppo sostenibile”. È insieme nuclearista e ambientalista. Critica il piano per il ritorno all’atomo del governo. Ma anche i promotori del referendum. Perché?

Perché l’energia nucleare è un male necessario. È illusorio pensare che ne possiamo fare a meno.
Allora può votare No al referendum. Così sosterrebbe la legge che consente di costruire centrali e produrre energia nucleare in Italia.
Ma il piano,annunciato e poi sospeso, dal governo considera il nucleare in modo del tutto sbagliati: come un business e come una soluzione temporanea, in attesa di risolvere i problemi energetici con le fonti rinnovabili.
E cosa c’è di sbagliato in questo?
L’energia solare ed eolica sono le uniche rinnovabili che oggi possiamo espandere in Italia. Ma hanno un limite: non sono disponibili sempre. Se le nuvole coprono il sole o il vento non soffia, non producono energia.
Però è possibile immagazzinare l’energia prodotta per usarla quando serve, no?
Oggi le rinnovabili producono in Italia il 2,2% dell’elettricità necessaria. Gli studi più ottimistici dicono che si può arrivare al 6-10%. Anche mettendo a punto nuovi sistemi di accumulo di energia (che oggi non ci sono), si è calcolato che tra 50anni si potrà arrivare a coprire con le rinnovabili il 77% dell’energia totale necessaria. Ma serviranno sempre fonti affidabili, che danno energia quando e dove ci serve.
Non vanno bene gas e petrolio?
Quelli si esauriranno: abbiamo già consumato oltre la metà delle risorse. E noi dobbiamo pensare ai nostri nipoti e pronipoti. Oltretutto i combustibili fossili servono anche per l’industria chimica: se bruceremo tutto il petrolio per produrre elettricità, con cosa faremo la plastica? Per non parlare dell’effetto serra causato dalla combustione di carbone e petrolio.
L’alternativa è solo il nucleare?
Prima di tutto è ridurre i consumi: dobbiamo mettercelo in testa. Poi c’è il nucleare: ma, se si abbassa il fabbisogno generale, diminuisce la quantità di energia che siamo costretti a produrre così. In ogni caso, il nucleare previsto dal governo non va bene.
Ci sono nucleari “diversi”?
Il governo vuole costruire 8 centrali di terza generazione. Che bruciano solo l’uranio “235”. Ovvero meno dell’1% dell’uranio disponibile sulla terra: un’altra fonte destinata ad esaurirsi. Invece le centrali di quarta generazione, a cui si sta ancora lavorando, potranno usare tutto l’uranio, più il torio. E darci energia per millenni.
Rimane che il nucleare, come dimostra il disastro di Fukushima, è molto pericoloso. Secondo la statistica, con i reattori ora in funzione ci sarà un incidente grave ogni 20 anni. E infatti tra Cernobyl e Fukushima ne sono passati 25.
Il nucleare è e rimarrà sempre ad alto rischio: prima di decidere se ne vale la pena, dobbiamo sapere che “porta pena”.
Appunto: ne vale la pena?
Sì, ma costruendo il numero minore possibile di reattori: meno centrali ci sono, meno incidenti ci sono. Proprio perché può avere costi sociali altissimi, il nucleare non può essere considerato - come dicevo - solo un business.
Invece lei diceva che il governo lo tratta come un affare...
Lascia in mano ai privati, che pensano in termini del loro vantaggio economico, il compito di costruire le centrali. Da qui la scelta di farne 8. Io penso che invece ne servano una o due, costruite con l’obiettivo di aiutarci a sviluppare quelle di quarta generazione di cui parlavo prima. Che ridurranno anche la durata delle scorie.
Le scorie sono un altro problema: rimangono pericolose per 100mila anni. L’umanità, per dire, esiste da 50mila.
Con le centrali di quarta generazione le scorie saranno pericolose per 300 anni. Un tempo gestibile. Ma se non facciamo ricerca su impianti in funzione, ai quei reattori non arriveremo mai.
Lei parla dal punto di vista “dell’umanità”. Ma perché fare tutto questo in Italia? Non abbiamo un deserto del Nevada, dove sperimentare: come il Giappone abbiamo poco territorio, e un disastro ne renderebbe gran parte inabitabile. E abbiamo minore organizzazione e più corruzione: non aiutano in caso di incidenti.
Infatti dobbiamo pensare a una politica nucleare europea. In cui ognuno fa la sua parte, anche economica. A quel punto, se l’Ue decidesse di fare un reattore da noi, dovremmo accettarlo. Tagliarci fuori del tutto dal nucleare, però, ci taglia fuori dal futuro.
Ma alla fine al referendum come voterà?
Non ritirerò la scheda. Anche se so che così favorisco in parte la posizione sbagliata del governo. Ma votare sì significa rinunciare alla ricerca sul nucleare. Un errore.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Un Sì affinché la legge sia uguale per tutti

L'intervista a Stefano Rodotà uscita su city il 9 giugno 2011


Giurista, Stefano Rodotà ha contribuito a scrivere la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea. Adesso dice Sì al referendum sul legittimo impedimento.

Professore,lei come voterà al referendum sul legittimo impedimento (la scheda verde)?

Voterò Sì, per una ragione molto semplice: tutti i cittadini devono essere trattati allo stesso modo di fronte alla giustizia. Non si possono dare privilegi al presidente del Consiglio o ai ministri quando sono giudicati dalla magistratura.
Oggi la legge consente una sorta di “assenza giustificata” dai processi a premier e ministri.
Sì, possono appunto fare riferimento a un “legittimo impedimento” che impedisce loro di andare in udienza.
Sembra una cosa ragionevole, però.
Ma infatti la legge già prevede questa possibilità, per tutti i cittadini: chiunque - imputato o testimone che sia - abbia una ragione per non potersi presentare davanti ai giudici, può comunicarla ai magistrati. Che la valutano e stabiliscono se è sufficiente oppure no, e, nel caso, un’altra data per il processo.
Ma allora perché la maggioranza ha voluto introdurre una legge specifica sul legittimo impedimento?
Perché la norma originaria prevedeva che fosse il presidente del Consiglio a stabilire quando l’impedimento era legittimo, se l’assenza dall’udienza era giustificata.
Un’auto-giustificazione: ora non è più così?
No, perché la Corte costituzionale ha eliminato proprio quella parte della legge e lasciato al giudice il compito di valutare se la giustificazione è “apprezzabile” oppure no.
Anche perché altrimenti il legittimo impedimento rischia di essere usato come un’arma impropria di difesa. Non prevede che il processo venga sospeso, ma allunga i tempi del dibattimento, quindi “aiuta” a fare andare il reato in prescrizione e renderlo non perseguibile.
Esatto. Tolta la possibilità del presidente del Consiglio di autogiustificarsi, il legittimo impedimento “ripete” una possibilità che è già garantita a tutti i cittadini.
Ma allora che bisogno c’è, a questo punto, di cancellarlo con un referendum?
Serve a eliminare qualsiasi residuo di privilegio. Se il presidente del Consiglio ritiene di non potersi presentare ai suoi processi, lo faccia sulla base delle norme generali, non di una legge che è stata fatta apposta per lui.
Quindi secondo lei il Sì al referendum è una sorta di messaggio al parlamento contro le cosiddette leggi “ad personam”.
In questi anni ci sono state moltissime leggi scritte solo per favorire Silvio Berlusconi e sottrarlo ai processi o eliminare quelli che potevano essere considerati reati. È importante che adesso i cittadini, esprimendosi in modo diretto, dicano no a questa prepotenza. È un modo per ricostruire la legalità e dare un segnale al parlamento. I quattro referendum, nonostante siano stati proposti da forze diverse, condividono questo.
Cosa, di preciso?
Tutelano dei beni comuni: l’acqua come patrimonio di tutti i cittadini, l’ambiente, che non deve essere messo a rischio dalle centrali nucleari, e la legalità - anch’essa un bene di tutti. La vecchia formula scritta nelle aule di tribunale, “La legge è uguale per tutti”, deve tornare a corrispondere alla realtà. E non essere una specie di inganno dietro al quale il potente può farsi le leggi a proprio misura.
I sostenitori del legittimo impedimento, però, negano che sia un privilegio. Sostengono che serve a garantire la governabilità, visto che il premier non è un cittadino come tutti gli altri, perché - appunto - deve governare.
Silvio Berlusconi può pensare di sé e del suo rapporto con la giustizia quello che gli pare. Ma non può, sulla base delle sue convinzioni personali, pretendere che ci sia una legge speciale che lo protegga.
All’estero come funziona? In Francia qualcosa di simile al legittimo impedimento c’è.
In nessun Paese del mondo il primo ministro ha una tutela del genere. In Francia ce l’ha il Presidente della Repubblica, e in Spagna il re. Mai il premier. Negli altri Paesi i presidenti del Consiglio, quando vanno a processo, sono trattati come tutti gli altri cittadini. È successo anche a quello che viene considerato l’uomo più potente del mondo.
Chi?
Il presidente Usa: Bill Clinton quando ci fu il caso Lewinsky non si sottrasse e dovette rispondere a un procuratore speciale che indagava sul suo conto. In Italia non si tratta di discutere se ci sono persecuzioni. Abbiamo piuttosto un problema di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Il sì del sindaco leghista ai referendum sull’acqua

L'intervista ad attilio Fontana pubblicata su City l'8 giugno 2011

Attilio Fontana è il primo cittadino (appena rieletto) di Varese. Leghista, è favorevole ai referendum sull’acqua pubblica di domenica e lunedì prossimi.

Lei ha detto più volte che ai due quesiti sull’acqua (scheda rossa e gialla) voterà SI. Perché?
Perché non sempre i privati sono meglio del pubblico. Si dovrebbe fare una distinzione tra le situazioni che funzionano e quelle che non funzionano.
Invece se il referendum non raggiungerà il quorum, oppure se vinceranno i NO al primo quesito (scheda rossa), da gennaio prossimo gli acquedotti andranno in mano ai privati...
Sono due le ipotesi previste: da una parte la cessione del 40% dell’azienda pubblica a privati, attraverso un bando di gara. Dall’altra un bando di gara per la gestione di tutta l’erogazione del servizio (cioè degli acquedotti), a cui può partecipare chiunque.
E che quindi con ogni probabilità finirebbe per dare in mano ai privati tutto il servizio...
Sì, l’affidamento “in house” (cioè direttamente a una società pubblica) è previsto solo se c’è una serie di ipotesi che la rendono di fatto impraticabile. Questo va molto oltre le liberalizzazioni chieste a suo tempo all’Italia dall’Unione europea.
Chi è a favore della legge (e quindi per il NO al referendum) sostiene che la gestione privata ridurrà gli sprechi e le inefficienze.
Dipende. Nel nostro Paese ci sono situazioni assolutamente chiare in cui la gestione privata è stata peggiore di quella pubblica: ha diminuito la qualità del servizio, ma al contempo ha fatto aumentare le tariffe.
Il privato dovrebbe essere migliore perché obbedisce alla legge della concorrenza. Ma, di fatto, una volta che scelto il gestore dei servizi idrici, quello opera in regime di monopolio.
Certo, non è che i cittadini possono inventarsi un altro acquedotto a cui attaccarsi. L’altro argomento è che, togliendo di mezzo il pubblico, si favorisce l’investimento di capitali privati. Ma questo succede - ed è giusto così - solo se l’investitore ci vede in tornaconto economico.
E quindi?
Vuol dire che il gestore dell’acquedotto guadagna se alza le tariffe delle bollette. Ma non capisco perché allora non possano fare la stessa cosa le società pubbliche e investire quei soldi nel miglioramento dei servizi.
E qui si arriva al secondo referendum sull’acqua (la scheda gialla), quello per abrogare la norma che permette di aumentare le tariffe del 7% per rientrare degli investimenti.
A me va benissimo che si possano alzare le tariffe. Ma non vedo perché non possa farlo il pubblico. In Lombardia sono dieci anni che non tocchiamo la bollettazione dell’acqua. Se ci lasciassero aumentare le tariffe, potremmo ricominciare a investire.
Suggerisce di votare NO sulla scheda gialla ?
Io voterò SI in entrambi i casi.
Varese affida i servizi idrici a una società in cui i privati ci sono già: Aspem. Perché adesso vota SI al referendum, contro la possibilità che entrino i privati? Perché prima è stata fatta una semplice fusione e ora sarà necessaria una gara d’appalto?
Abbiamo scelto A2a per ragioni di mercato, non perché ci ha costretto la legge: era l’operatore che garantiva il servizio migliore.
Finora ha fatto valutazioni di efficienza. I promotori del referendum invece dicono che l’acqua è un bene di cui nessuno può fare a meno, e perciò deve rimanere pubblico.
Sono d’accordo. L’acqua è deve rimanere di tutti. Anche nell‘erogazione, perché conta chi gestisce i rubinetti, non chi li possiede “in teoria”. In più il pubblico può fare investimenti che hanno valenza sociale, che il privato (giustamente) può rifiutarsi di fare.
Per esempio?
Collegare all’acquedotto una casa sperduta nel bosco. Per un privato può essere antieconomico, il pubblico può decidere di farlo anche se ci perde soldi.
C’è però il timore che la gestione pubblica sia inquinata da interessi di partito: i vertici delle società vengono nominati su base politica.
Sono laico da questo punto di vista: se la gestione pubblica non funziona, perde dei soldi, è inefficiente, va benissimo che venga eliminata. Ma se funziona e dà anche utili economici, spiegatemi per quale motivo dobbiamo regalarla ai privati.
La legge che il referendum vuole eliminare è stata approvata da un governo Berlusconi, la maggioranza di cui fa parte la Lega. Il suo partito ha cambiato idea?
Quella sul referendum è una mia posizione personale che ho sempre sostenuto, fin dai tempi dell’approvazione delle legge. Che comunque nella sua sostanza era stata impostata dal precedente governo di centrosinistra e dalla ministra Linda Lanzillotta.
Ma ora la sua posizione è condivisa da gran parte della Lega. Anche il governatore del Veneto Luca Zaia ha annunciato che voterà sì.
La Lega, nonostante tutto, è un partito che ha molta più libertà interna di tanti altri. E il referendum è uno di quei momenti in cui i cittadini possono esprimersi direttamente: è giusto farlo valere in quanto tale.
Elena Tebano elena.tebano[chiocciola]rcs.it

Vogliono chiudere la nostra tv libera

L'intervista a Tommaso Tessarolo uscita su city il 23 maggio 2011.

Tommaso Tessarolo è general manager di Current TV, il canale satellitare aperto da Al Gore per “democratizzare” la tv italiana. Sky vuole chiuderlo.

L’annuncio è arrivato la settimana scorsa: Sky toglierà dalla sua piattaforma Current Tv, il canale satellitare di informazione fondato dall’ex vicepresidente Usa e premio Nobel Al Gore. Cosa significa per voi?
Significa chiudere. Vuol dire che la tv premiata l’anno scorso con l’Hot Bird Tv Award 201 0, come Miglior canale news europeo (a pari merito con BBC World News, per intenderci) non potrà più trasmettere.
Ma non potete spostarvi sul digitale terrestre, o su altre piattaforme satellitari?
Per farlo ci vuole tempo. Invece l’annuncio di Sky è arrivato all’improvviso: in due mesi non si può sconvolgere un’intera struttura come la nostra. Di fatto una notizia del genere equivale a una lettera di licenziamento per tutti noi che lavoriamo a Current.
Lei ha parlato di qualità: ma Sky non mette in dubbio la bontà della vostra programmazione. Dice soltanto che non fate abbastanza ascolti e che “tra il 2011 ed il 2010 la perdita di ascolti di Current Tv è prossima al 40%”.
Abbiamo citato fonti e pubblicato grafici e tabelle: Current in tra anni ha segnato un costante trend di crescita.
E allora i dati di Sky come si spiegano?
Il presunto crollo del 40% di ascolti in primetime che si attribuisce a Current si fonda su un inganno: Sky infatti ha ricavato questo dato comparando i primi quattro mesi del 2011 con i primi 4 mesi del 2010.
Cosa hanno di particolare?
Il 25 marzo 2010 Current ha trasmesso lo straordinario evento “Rai per una notte”, ospitando Michele Santoro a cui non era stato permesso di andare in onda con Annozero. E ha segnato un record storico per un canale terzo della piattaforma Sky: il 2,50% di share nazionale, superiore persino a Skytg24 che trasmetteva in contemporanea lo stesso evento.
Dice che si tratta di un evento eccezionale e che non va considerato ai fini degli ascolti?
Esatto: se dal raffronto 2010-2011 dello stesso periodo si esclude “Rai per una notte”, e si evita di falsare il dato comparativo, il risultato assicura a Current una crescita del 15% in prima serata.
Il vostro fondatore, Al Gore, dice che Sky vi chiude perché vuole entrare “nel business del digitale terrestre e, per questo, ha bisogno del consenso di Berlusconi”. Perché la vostra chiusura dovrebbe far piacere al premier e proprietario di Mediaset?
Siamo il solo canale televisivo che ha il coraggio di dire la verità anche di fronte al potere. Abbiamo mandato in onda per la prima volta in assoluto il documentario “Citizen Berlusconi” nel 2009. E, appunto, abbiamo ospitato Santoro quando la Rai gli ha bloccato la trasmissione. Lo scenario di business descritto da Al Gore è verosimile: non si spiega perché hanno scelto di cancellare proprio Current, quando a parità di ascolti ci sono altri canali che costano a Sky molto più del nostro.
Siete una tv “anti-berlusconiana”, allora?
Siamo stati i soli a mandare in onda documentari scomodi, vietati sui circuiti main stream perché parlano di personaggi controversi - di destra o di sinistra - come Chavez (“La Minaccia”). Oppure sulla Lega (“Camicie Verdi”). Il nostro obiettivo è informare, non convincere. Mostriamo i fatti, facciamo sentire le opinioni più differenti e lasciamo che sia il pubblico a farsi un’idea. Ma è proprio questo che dà fastidio: facciamo informazione davvero indipendente.
Sky, però, nega che la decisione sia politica. L’amministratore delegato Tom Mockridge sostiene che è solo economica: la vostra rete voleva 10 milioni di euro per rinnovare la collaborazione, troppo.
Non è vero! Abbiamo pubblicato i documenti che provano la nostra versione: il fax inviato il 22 aprile 2011 a firma Tom Mockridge che comunicava a Current la cancellazione del canale senza offerte di rinnovo. Poi il 10 maggio i fondatori di Current Al Gore e Joel Hyatt, sono riusciti a incontrare James Murdoch, figlio del proprietario di Sky. Solo dopo, il 13 maggio è arrivata l’offerta di Sky Italia: 1 milione, la cifra che avrebbero pagato per chiudere il canale. Una cifra cioè da impedirci di sopravvivere.
Contro la vostra chiusura si sono mobilitati i vostri spettatori via web...
È stata una reazione massiccia e commovente.
Cosa farete adesso?
Continueremo a protestare con l’aiuto del pubblico affinché Sky ci avanzi una proposta economica accettabile per mantenere il canale e il suo staff in vita. Intanto oggi a Milano ci sarà un presidio fronte la sede Sky in via Rogoredo 1.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it

“È chiaro chi ha perso, non chi ha vinto”

Da City del 18 maggio 2011

Marco Revelli, sociologo e politologo, insegna all’Università del Piemonte Orientale.
Professore, l’esito del primo turno del voto amministrativo segna la “fine del berlusconismo”, come dice la sinistra?
Se non è la fine, è una grande breccia: Berlusconi ha personalizzato e radicalizzato le elezioni, ha chiesto un voto su di lui. Ed è stato punito dagli elettori. A Milano ha danneggiato anche Letizia Moratti.
La Lega ha perso voti al Nord e a Milano. Perché?
L’abbraccio con Berlusconi, a lungo una forza, è diventato mortale. Il bunga bunga non piace: gli elettorati del centrodestra non vogliono un capo del governo incapace di controllare se stesso e la propria sessualità.
Il Pd fa bene a cantare vittoria?
No. È chiaro chi ha perso, non altrettanto chi ha vinto. L’unico successo vero del Pd è stato a Torino.
A Milano alla sinistra è andata bene, però.
Giuliano Pisapia è un outsider imposto dal basso con le primarie. A Napoli Luigi De Magistris è stato imposto nel ballottaggio.
Per il Pd cosa significa?
Che vince solo se accetta di rinnovare la sua classe dirigente, con figure non rigorosamente di partito.
Come peserà il voto sul governo?
Ha fatto quello che non ha fatto il voto di fiducia del 14 dicembre, grazie a un po’ di parlamentari comprati. E nei partiti carismatici, se entra in crisi il capo carismatico, le varie componenti iniziano a litigare.
Elena Tebano

Sono cresciuto tra i fondamentalisti

L'intervista a Emidio Picariello uscita su City il 13 maggio 2011

Nato in una famiglia di Testimoni di Geova, Emidio Picariello in “Geova non vuole che mi sposi” (Editori Riuniti) ha raccontato come ne è uscito.
Lei descrive una sorta di mondo parallelo, in cui come Testimone di Geova non poteva festeggiare i compleanni, o leggere Topolino. Come è possibile?
Perché i Testimoni di Geova prendono alla lettera la Bibbia. E, per quanto riguarda i compleanni, nella Bibbia ne sono raccontati solo tre. Sono festeggiati da persone malvagie e in tutti muore qualcuno. Quindi non si celebrano.
Topolino che c’entra, mica è nella Bibbia?
Ci sconsigliò di leggerlo un “sorvegliante di distretto”, uno dei pastori di più alto livello. E i miei, che erano particolarmente fondamentalisti, si adeguarono.
Con quale argomento?
Il cattivo esempio: Paperino è un nullafacente che sfugge ai suoi doveri. Paperone è un avaro, Gastone è fortunato, ma la fortuna non esiste, perché Geova ci ha lasciato il libero arbitrio. Qui, Quo e Qua sono disobbedienti. E Amelia è una strega, colpevole di spiritismo, la cosa peggiore che ci sia.
Dal suo libro emerge una religione quasi medioevale, che nega le più elementari libertà civili: le donne sono subordinate agli uomini, tanto che sua madre non poteva chiedere a suo padre di andare a prendere il vino...
No, poteva solo dire “è finito il vino”, perché l’uomo - dice la Bibbia - è il capo della donna. E lei non può comandarlo, né parlare nelle pubbliche assemblee.
Lei non poteva neppure essere “troppo” amico dei bimbi che non erano Testimoni.
La Bibbia dice: “Le cattive compagnie corrompono le utili abitudini”. E quindi le famiglie più “spirituali” frequentano le “persone del mondo” solo quando è necessario. Quando ho iniziato a frequentare il mio primo vero amico, alle superiori, ho dovuto convincermi che lo facevo per predicargli la verità, visto che non era credente.
Sono aspetti dei Testimoni di Geova che la gente comune non conosce. Perché?
Perché non si vogliono far sapere.Gli stessi Testimoni di Geova li scoprono solo dopo un po’. All’inizio si vedono solo gli aspetti positivi: le persone sono accoglienti, attente ai tuoi bisogni: nelle sette di solito si entra per bisogno. Poi quando sei dentro, ci sei. A quel punto scattano gli obblighi.
Ha detto che i suoi genitori sono fondamentalisti. Cosa li rende tali?
I fondamentalisti sono persone che costruiscono tutta la propria vita sulla religione: la fede è il centro di qualunque scelta. La religione è l’unica cosa per cui vale la pena di vivere e condiziona tutto ciò che si fa.
E questo secondo lei succede anche con altri fanatismi, come quello islamico?
Anche con quello islamico o cattolico. È come se tu avessi qualcuno che prende le decisioni per conto tuo. Ti consente di non farti carico dei tuoi problemi, ti sgrava del peso di te stesso. Deleghi a qualcun’altro.
Cioè?
Non devi preoccuparti di scegliere il partner migliore per te, ma quello più “spirituale” possibile. Non devi preoccuparti di trovare un lavoro che ti soddisfi, ma quello che lascia più tempo per predicare. Non devi essere responsabile della tua vita: se va male, sono prove del diavolo. Se va bene, è una benedizione di Geova.
Ma perché una persona dovrebbe volere una cosa del genere?
Quanto meno sei in grado di gestire una cosa, tanto più diventi rigido nel delegarla a qualcun’altro. Pensi ai malati di gioco d’azzardo che fanno un contratto con i casinò e li pagano ogni mese perché non li facciano entrare. È lo stesso meccanismo di chi si sceglie una religione che gli vieta di essere gay, o gli impone regole rigide di altro tipo.
Oggi si teme molto il fondamentalismo islamico. E c’è l’idea che per combatterlo, si debba tornare alle radici cristiane. Lei è d’accordo?
No. Quando ero bambino e mi dicevano “Buon Natale”, che io come Testimone di Geova non festeggiavo, mi sentivo ancor più Testimone di Geova. Ero rinforzato nella mia identità “diversa”. Più sei fondamentalista, di qualsiasi altra religione, più uno Stato “cattolico” rafforza il tuo fondamentalismo. Per questo lo Stato dovrebbe essere più laico possibile.
Lei ha abbandonato la sua religione, ora è un “disassociato”. Come ci è arrivato?
Grazie al fondamentalismo dei miei! Quando mi sono reso conto che non riuscivo ad aderire alle regole di mio padre, quel “io non ce la faccio” mi ha concesso una possibilità nuova: potevo non essere così.
Così, però, per i suoi lei è “morto”, non hanno neanche partecipato alle sue nozze (da qui il titolo del libro): ne valeva la pena?
La libertà intellettuale, emotiva e spirituale che ti dà prenderti la responsabilità della tua vita, anche dei tuoi fallimenti, è impagabile.
Elena Tebano
elena.tebano[chiocciola]rcs.it