Questa intervista è stata pubblicata su City il 27 gennaio 2012
Eva Gabrielsson era la compagna di Stieg Larsson, autore di “Uomini che odiano le donne”. In “Stieg e io” racconta la loro storia d’amore e come è nata la trilogia di Millennium.
La trilogia è stata pubblicata dopo la morte di Stieg Larsson. E lei si trova spesso costretta a parlare a suo nome: è difficile?Sì! Stieg aveva sempre un suo preciso punto di vista, doveva sempre dire la sua. Ma era anche una persona molto riservata. E tutte le volte devo chiedermi: cosa vorrebbe che dica? Per me è molto più facile parlare della nostra vita insieme.
Per questo ha scritto “Stieg e io” (edito in Italia da Marsilio)?Volevo mostrare che avevamo condiviso la nostra vita, che siamo diventati adulti insieme. Quando hai un rapporto come quello che avevamo noi, parli sempre, di tutto: del lavoro, del mondo, dei progetti. E ti influenzi a vicenda: Millennium è nato anche dalle mie idee, dalle mie analisi, dalla mia vita.
Eppure lei è stata esclusa dalla sua eredità e dalla gestione delle sue opere: siete stati insieme per 32 anni, ma non eravate sposati. Ora è tutto in mano al padre e al fratello di Larsson, con cui lui aveva pochi rapporti.Sì, credo che abbiano deciso fin dall’inizio di tenersi tutto - anche l’appartmento in cui vivevamo io e Stieg e che era suo per metà.
Lei si è sentita tradita?All’inizio non ho capito. Non era concepibile per me: l’ho realizzato solo l’estate successiva (Stieg Larsson è morto il 9 novembre 2004, ndr), quando hanno venduto i diritti per il film prima ancora che uscisse il primo libro.
In seguito avete cercato un accordo, ma non ha portato a niente...Sì, sono loro ad aver rotto le trattative. Ad un certo punto mi hanno persino detto che potevamo risolvere la cosa se sposavo il padre di Stieg! Una cosa così offensiva!
Ora che anche Hollywood ha fatto un film su Millenium e che lei ha raccontato come è nata la trilogia, ha la possibilità essere coinvolta?No ,credo che sia ancora peggio.
Lei critica “l’industria Millennium”: cos’è?L’industria di Millennium è una macchina che per fare soldi produce un’enorme quantità di cose con quel marchio, ma non è minimamente interessata al messaggio del libro.
Millennium, però, ha avuto un successo enorme. Mica è un male?Non ce l’ho con il successo di Millennium. Ma la sua industria va contro l’interesse dei lettori. Hanno cambiato i contenuti originali del libro, a cominciare dal titolo: in inglese “Uomini che odiano le donne” è stato sostituito con “La ragazza con il tatuaggio del drago”. E cosa c’entra la collezione di moda di HM ispirata a Lisbeth Salander con il messaggio di Stieg?
Il messaggio allora si è perso nel “business”?Per fortuna i lettori hanno capito il libro e lo difendono: me ne sono resa conto incontrandoli alle presentazioni di “Stieg e io”. Lo ha fatto anche Noomi Rapace, l’attrice che interpretava Lisbeth (l’hacker protagonista di Millennium, ndr) nella serie svedese tratta dai libri: ha dovuto lottare per mantenere la fedeltà al testo originale.
Lo ha mai detto alla Rapace?No, non l’ho mai incontrata.
Vorrebbe?No. Si vede dal film che ha dovuto attingere a un suo personale inferno per interpretare Lisbeth. Non vorrei costringerla a ricordarsi di nuovo quel dolore.
Il personaggio di Lisbeth è diventata un’icona femminista: perché secondo lei?Perché riconosce l’oppressione e le ingiustizie. E, invece di lamentarsi, agisce per eliminarle.
Stieg, come lei, era un idealista impegnato: per lui la giustizia era fondamentale. Eppure Millennium è una trilogia sulla vendetta: tutti la cercano. Che differenza c’è?Si assomigliano molto. Per ottenere giustizia però c’è bisogno di soldi, potere o strumenti intellettuali. A chi non ce l’ha, agli esclusi o agli emarginati della società, rimane solo la vendetta.
Non è un messaggio tanto democratico...È un’idea terribile! Ma significa che abbiamo bisogno di un sistema giudiziario che non costi una fortuna, affinché tutti possano chiedere e ottenere giustizia, senza ricorrere alla vendetta.
Nei libri, alla fine, anche Lisbeth riesce a ottenere giustizia in tribunale...All’inizio non vuole: è l’altro protagonista, il giornalista Mikael, a convincerla. E così anche lei viene “trascinata” nella civiltà.
Qual è per lei l’eredità maggiore di Larsson?La sua analisi dell’estremismo di destra come giornalista. Poi Lisbeth: ha insegnato a reagire alle ingiustizie, ha diffuso l’idea che c’è una rabbia giustificata. E so di almeno due ragazze che volevano uccidersi e non l’hanno fatto pensando a Lisbeth. È tanto.
Con quale personaggio si identificava di più Larsson?Con tutti, per qualche aspetto. Ma alla fine quello che gli era più vicino era Lisbeth. Finché non ha preso vita propria: era come se vivesse con noi. Era davvero strano.
Elena Tebano
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