mercoledì 9 settembre 2009

Influenza A, il pericolo è la psicosi

Influenza messicana, infleunza suina, influenza A. Chiamatela come vi pare, il punto è che fa paura in tutto il mondo. Anche se non dovrebbe perché l'influenza causata dal virus AH1N1 è meno pericolosa di quelle stagionali. Anche loro, tra parentesi, sono influenza A: cambia solo la sigla a seguire, perché i virus influenzali di quel ceppo sono i piu diffusi tra quelli umani.

La psicosi si è scatenata per un effetto morboso dei media; in più fa comodo anche alle case farmaceutiche. Ma sono convinta che più che il dolo qui giochi l'ignoranza della categoria giornalistica. I medici hanno parlato di "pandemia" perché il virus era a diffusione veloce. Siccome aveva una componente animale (l'origine era in un'influenza dei maiali) temevano che mutasse in modo da non essere riconoscibile dal sistema immunitario umano. L'Oms ha monitorato l'epidemia solo per questo. E in ogni caso la mutazione non c'è stata.

I giornalisti hanno letto pandemia e hanno capito peste. Così hanno iniziato a riportare ogni singolo caso di influenza. Omettendo di specificare che chi si ammala spesso non haa neanche la febbre. E a morire, nei Paesi in cui c'è un sistema sanitario evoluto, è solo chi ha problemi di salute pregressi. Persone per cui anche un raffreddore è letale.

Vi ricordate la Sars? E l'aviaria? Siamo già morti tutti almeno due volte. Quindi per favore, niente psicosi. Parola di Umberto Veronesi. Di seguito l'articolo uscito su City in cui lo spiega (cliccate sull'immagine per ingrandire).

ps: Ovviamente l'orrido errore nella frase finale è un refuso. Si legge "Siamo sicuri che l’epidemia aumenterà ma la pericolosità è molto limitata, meno della mortalità dell’influenza stagionale che è dell’uno per mille".

domenica 6 settembre 2009

Expo, incontro privato ad Arcore



Martedì a mezzogiorno l'amministratore delegato Lucio Stanca, la sindaca di Milano Letizia Moratti, il presidente della Provincia Guido Podestà e quello della Lombardia Roberto Formigoni presenteranno il "Concept Masterplan" di Expo 2015.

Detto così fa impressione, in realtà il Concept MasterPlan è semplicemente il progetto preliminare, un piano d'azione che indica gli obiettivi da raggiungere, le responsabilità e gli strumenti per raggiungerli.

Vedremo come sarà: al momento, però, il problema sono i soldi: sembra che non ci siano quelli necessari a realizzare il progetto con cui Milano ha "vinto" l'Expo. Anche oggi Repubblica scrive che, secondo la Lega, ci sarebbe solo un miliardo di euro disponibile contro i tre necessari.

Domani, in ogni caso, Stanca, Moratti e Formigoni saranno ad Arcore, insieme al ministro dell'Economia Giulio Tremonti e a quello per le Riforme Umberto Bossi, a parlare dell'Expo. Dove? A casa del premier Silvio Berlusconi. Sarà lui infatti ad avere l'ultima parola in merito, e soprattutto a decidere se e dove tirar fuori i soldi.

A me l'incontro preliminare a casa Berlusconi fa effetto: mi sembra un'altro segnale della crescente privatizzazione della politica e della sua mancanza di trasparenza.

giovedì 3 settembre 2009

Precari, la promessa mancata della Gelmini

Era l'aprile 2008, la ministra dell'istruzione appena insediata Mariastella Gelmini promise: "Assumeremo 32mila precari, tra professori, bidelli e amministrativi". Si scordò di specificare che si trattava di quelli che dovevano andare a coprire i pensionamenti.

Peccato anche avesse omesso l'altra parte dell'equazione, quella che conteneva i tagli all'organico. Solo quest'anno, la ministra ha soppresso 42mila cattedre. Fatti i conti, sono almeno diecimila in meno. Risultato? un sacco di insegnanti che lavoravano da anni, a tempo pieno ma a termine, si sono ritrovati a spasso.

Sono quelli che protestano da un anno e che poi sono finiti a mettere in scena azioni eclatanti. City ne ha intervistato uno, Matteo Cucchiani, 35 anni, incatenato di fronte all'ufficio scolastico provinciale di Milano. Cliccate sull'intervista per ingrandirla e leggere.


domenica 30 agosto 2009

Manganelli: La polizia tollera i gay, i nostri agenti possono cambiare sesso



Delle ripetute aggressioni omofobe dei giorni scorsi avete sentito tutti. Sospetto che, accoltellamento a parte, non siano nuove, ma che semplicemente abbiano riguardato persone disposte a denunciarle e che, adesso, la stampa ci faccia più caso. L'attacco al locale milanese Toilet, mesi fa, era passato sotto silenzio.

Ma di "omosessualità" in questi giorni si parla anche per altri motivi: l'attacco del Giornale della famiglia Berlusconi al direttore dell'Avvenire Dino Boffo. Un caso che ha fatto parlare anche il capo della Polizia Antonio Manganelli portandolo a rivelare involontariamente la sua preoccupante concezione dell'omosessualità.

Il Giornale sostiene che Boffo abbia molestato la moglie del suo compagno per costringerla a lasciare libero l'uomo e che quindi sia omosessuale. Boffo ha smentito tutto.

Il Giornale ha scritto che Boffo sarebbe un "noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni". E questo ha scatenato (giustamente) molte polemiche: "È vero o falso che la polizia di Stato schedi gli omosessuali?", chiede su Repubblica di oggi il giornalista Giuseppe D'Avanzo. Che però può poi "tranquillizzare" i suoi lettori. Peccato che a me alcuni passaggi dell'articolo tranquillizzino meno. Vediamo come prosegue:

Sono interrogativi che si pone anche Roberto Maroni, la mattina del 28 agosto. Il ministro chiede al capo della polizia, Antonio Manganelli, di accertare se esista un "fascicolo" che dia conto delle abitudini sessuali di Dino Boffo. Dopo qualche ora, il capo della polizia è in grado di riferire al ministro che "né presso la questura di Terni (luogo dell'inchiesta) né presso la questura di Treviso (luogo di nascita di Boffo) esiste un documento di quel genere" e peraltro, sostiene Manganelli con i suoi collaboratori, "è inutile aggiungere che la polizia non scheda gli omosessuali: tra di noi abbiamo poliziotti diventati poliziotte e poliziotte diventate poliziotti".


Non so a voi, ma a me l'idea di omosessualità che viene fuori dalle parole del capo della polizia fa venire i brividi: per Manganelli l'omoessualità è uguale al transessualismo. Cioè (nel pregiudizio) alla perdita di virilità o di femminilità. Mamma mia, che tristezza...

venerdì 28 agosto 2009

Nessuna perdonanza per Berlusconi



Il Vaticano ha annullato la cena tra il Segretario di stato Tarcisio Bertone e il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. Era in programma per stasera, subito dopo la festa della perdonanza all'Aquila. E' quella in cui i peccatori fanno pubblica ammenda dei loro errori, ne pagano le conseguenze (con digiuni e astinenze) e chiedono perdono promettendo di non farlo mai più.

A dimostrazione di quanto ci tenga a non peccare mai più, sembra che Berlusconi abbia deciso di delegare il sottosegretario (e suo braccio destro nei rapporti con la Chiesa) Gianni Letta. Ma a Palazzo Chigi è ancora in corso un supervertice, e il premier potrebbe ancora decidere altrimenti. Vedremo.

Intanto la cena saltata è un bello smacco per Berlusconi. Doveva essere forse la mossa più importante del suo contrattacco agli scandali (sessuali e non) che questa estate ne hanno minato la credibilità - più all'estero che in Italia, a dire la verità.

Ma se uno è fallito, gli altri proseguono. C'è la mobilitazione del leader della Lega Umberto Bossi (l'alleato più prezioso del premier), che arriva a insinuare una supposta mano della mafia negli scandali che hanno riguardato il premier. "Credo poco che il premier possa andare di qua e di là con le ragazze. Sono cose in gran parte inventate. Piuttosto, Berlusconi è odiato dalla mafia perché la legge sul sequestro dei beni mafiosi ha fatto un male enorme alle cosche", ha detto Bossi e poi, guarda caso, anche lui si è messo a parlare di perdoni mancati: "Berlusconi deve stare attento perché quelli non perdonano".

C'è, oltre alle manovre per silenziare Raitre, la denuncia a Repubblica e Gruppo Espresso per essersi permessi di fargli 10 domande scomode.

Una mossa inaudita nelle democrazie liberali, di fronte alla quale anche i giuristi mettono in guardia. Ma in linea con lo stile di Berlusconi che, dopo aver aspettato tutta l'estate che lo scandalo scemasse, ha deciso di passare alle maniere forti.

Dello stesso tenore - se verrà confermata - quella di cui parla l'Unità di oggi: Berlusconi vorrebbe comprare El Pais, il giornale che insieme al Financial Times (ma quello è già di Murdoch) più si è schierato contro di lui negli ultimi mesi.

Vi ricordate la storia dei senatori del defunto governo Prodi? Se non li puoi sconfiggere, comprali...

"Italiane pronte a scendere in piazza"

"Il sessismo e il razzismo sono i due rovesci della stessa medaglia"

Chiara Volpato, New York Times, 26 agosto 2009




Oggi l'Unità ha tradotto in italiano l'appello di Chiara Volpato sul New York Times. Lo condivido e riposto di seguito, con un invito: facciamo qualcosa.

"Fuori dell'Italia molti sembrano dare per scontato che il primo ministro Silvio Berlusconi riesca a farla franca malgrado i suoi comportamenti sessisti perché gli uomini li perdonano e le donne, quanto meno, li tollerano. Ma le cose non stanno più così. Oggi ci sono due Italie: una ha assorbito l'ideologia berlusconiana vuoi per interesse personale vuoi per incapacità a resistere ai suoi enormi poteri di persuasione; l'altra sta reagendo. Era ora.

Il comportamento di Berlusconi è stato oltraggioso. Quando una studentessa gli ha chiesto consiglio sui suoi problemi economici, le ha suggerito di sposare un uomo ricco come suo figlio. (Berlusconi ha poi detto che stava scherzando.) Ha fatto commenti pesanti sulla bellezza delle candidate parlamentari del suo partito e ha inserito delle divette nel governo. Al ministero delle Pari Opportunità ha designato una ex modella con cui aveva pubblicamente flirtato. Questa primavera sua moglie lo ha accusato di frequentare delle minorenni e ha chiesto il divorzio.

Ma perchè gli italiani sopportano tutto questo? Al confronto degli altri Paesi europei, in Italia le idee conservatrici sono dure a morire in parte per la nostra famosa cultura patriarcale, ma anche a causa dell'enorme influenza della Chiesa Cattolica, la cui ingerenza sociale e politica negli affari dello Stato sembra essersi fatta ancora più pesante da quando Berlusconi è diventato primo ministro nel 1994. (La chiesa, ad esempio, ha minacciato di scomunicare i medici che prescrivono la pillola abortiva e le pazienti che la usano.)

Inoltre in Italia la discriminazione su base sessuale si è dimostrata più resistente che nel resto d'Europa. L'Italia figura al 67esimo posto su 130 Paesi presi in considerazione in un recente rapporto del World Economic Forum sul Global Gender Gap Index tanto da essere superata da Uganda, Namibia, Kazakistan e Sri Lanka. Secondo l'OCSE poco meno della metà delle donne italiane hanno un lavoro rispetto ad una media generale di due terzi.

Al tempo stesso gli uomini italiani hanno 80 minuti in più al giorno di tempo libero - la differenza maggiore tra i 18 Paesi presi in considerazione. Ciò si deve probabilmente al tempo in più che le donne italiane dedicano ad un lavoro non pagato: la pulizia della casa. Non deve sorprendere, quindi, se molte donne italiane non se la sentono di assumersi l'ulteriore peso consistente nell'allevare dei figli. Di conseguenza l'indice di natalità del Paese e' straordinariamente basso.

I media italiani aggravano questa triste realtà presentando un quadro delle donne incomprensibile al resto d'Europa. Le emittenti televisive private hanno iniziato a trasmettere immagini di donne poco vestite e di bellezze silenziose che fungono da soprammobili mentre uomini più anziani e vestiti di tutto punto conducono gli spettacoli. (Vale la pena sottolineare che Berlusconi è proprietario dei principali canali televisivi privati.)

Le conseguenze di anni di lavaggio del cervello sono sotto gli occhi di tutti: una recente ricerca ha evidenziato che tra le adolescenti la principale ambizione è diventare velina. Alle giovani donne e alle ragazze si insegna che il loro corpo, e non le loro capacità e conoscenze, è la chiave del successo.

Al contempo il sessismo esibito in televisione consolida le idee scioviniste tra i ceti culturalmente più deboli della popolazione. I ricercatori che studiano la oggettivazione e mercificazione del corpo femminile non debbono fare altro che osservare l'Italia per vedere le tristi conseguenze di questo fenomeno. I ritratti delle donne fanno venire in mente i momenti più bui del passato del Paese.

Durante il fascismo, nella prima metà del ventesimo secolo, abbondavano le immagini denigratorie delle popolazioni delle colonie italiane in Africa. Le donne venivano ritratte come oggetti sessuali e gli uomini come nemici barbari. Negli ultimi anni, con l'afflusso di immigranti in Italia, sono tornati in auge questi rozzi stereotipi. Basti un esempio: il capo della Lega Nord, Umberto Bossi, ha chiamato gli immigranti "bingo bongo".

Questi atteggiamenti in parte riflettono i sentimenti di insicurezza economica e sociale aggravatisi nell'ultimo decennio circa. Le risposte a queste realtà, vale a dire il sessismo e il razzismo, sono i due rovesci della stessa medaglia. Di questi tempi ci sono tuttavia segni di cambiamento.

Le italiane stanno denunciando il comportamento sessista di Berlusconi con una serie di strategie: si sono rivolte alla Corte Europea per i Diritti Umani e hanno realizzato un documentario sulla mercificazione del corpo femminile: 'Il corpo delle donne' di Lorella Zanardo.

A giugno poco prima del G8 dell'Aquila un piccolo gruppo di professoresse universitarie italiane, me compresa, ha invitato le First Ladies dei Paesi partecipanti a boicottare l'avvenimento in segno di protesta. Nel giro di pochi giorni 15.000 donne e uomini hanno firmato la nostra petizione per indurre le First ladies al boicottaggio. Ovviamente lo scopo principale non era quello di convincere le First Ladies a modificare i loro programmi di viaggio, ma nel prendere posizione contro il comportamento sessista di Berlusconi.

Oggi quanti dissentono fanno fatica ad avere una certa visibilità. Il suddetto appello alle First Ladies, ad esempio, ha ottenuto una notevole attenzione da parte dei mezzi di comunicazione internazionali, ma sulle pagine dei giornali nazionali se ne e' parlato ben poco e radio e televisione lo hanno praticamente ignorato. A dispetto di questi ostacoli, si ha la sensazione che Berlusconi abbia esagerato e che i recenti scandali sessuali stiano erodendo la sua popolarità. Basta guardare i sondaggi.

Tradizionalmente le donne, unitamente alle classi a basso reddito, sono state grandi sostenitrici di Berlusconi forse perche' guardano molto le sue emittenti televisive. Sebbene all'epoca delle elezioni europee, Berlusconi potesse contare ancora su un considerevole sostegno, i recenti scandali hanno fatto scendere l'indice di approvazione di cui gode al di sotto del 50% con un crollo notevole tra le donne.

Il desiderio di far sentire la nostra voce e di mobilitarci che si va diffondendo tra noi è egregiamente sintetizzato in una lettera inviata di recente da una lettrice italiana all'Unità: "sono pronta. Decidete il luogo, il giorno e l'ora. Sono pronta a scendere in piazza". Ma in realtà cosa possono fare le donne italiane?

Un passo importante consiste nel far conoscere il dissenso, un compito arduo se si tiene conto del fatto che la libertà di parola vale solo nel senso più ampio del termine per pochi giornali indipendenti e, principalmente, per Internet. Dobbiamo cominciare a realizzare una documentazione sistematica dei casi di discriminazione contro le donne. Inoltre abbiamo bisogno di una migliore organizzazione.

I movimenti già esistenti che dovrebbero essere i primi a far sentire il dissenso (come la principale forza di opposizione, il Partito democratico che appare paralizzato dalle lotte interne) non sono apparsi sensibili ai molti segnali provenienti dalla base.

Le donne dovranno esercitare una maggiore pressione sui partiti di opposizione affinché si facciano portavoce del loro dissenso. Ma anzitutto le donne (e gli uomini) che protestano debbono far sentire la propria voce con maggiore fiducia. Il nostro Paese, a lungo caratterizzato da atteggiamenti anacronistici e superati nei confronti delle donne, è finalmente pronto a scendere in piazza".

Chiara Volpato è docente di psicologia sociale all'Università di Milano.
Di Chiara Volpato - (c) New York Times
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto per l'Unità


Ancora una volta la foto viene dall'album di Marco Mazzei sulla manifestazione "Usciamo dal Silenzio" in difesa dei diritti civili e della 194 del 14 febbraio 2006, a Milano

giovedì 27 agosto 2009

Let's rally, l'appello di Chiara Volpato sul New York Times


Usciamo dal silenzio, 14 gennaio 2006, manifestazione in difesa dei diritti di scelta delle donne


Milano è una città strana, pervasa di berlusconismo, in cui l'unica sinistra visibile è quella dei centri sociali ormai votati all'eterna messa in scena del conflitto. Dopo la fine dei socialisti di Bettino Craxi, Milano non ha più dato ai partiti di centrosinistra un politico di livello nazionale. La destra, ormai, vi regna sovrana.

Eppure, ormai quasi 4 anni fa, Milano ha partorito una delle più grandi manifestazioni per i diritti civili viste in Italia negli ultimi decenni, "Usciamo dal silenzio". L'ha organizzata un coordinamento di donne, tra cui l'allora dirigente milanese (oggi è nazionale) della Cgil Susanna Camusso.

Oggi, da Milano, si alza una voce autorevole per dire basta al maschilismo di cui Silvio Berlusconi è il massimo rappresentante. E' quella di Chiara Volpato, ordinaria di psicologia sociale all'Università di Milano-Bicocca, che sul New York Times spiega l'inspiegabile all'estero. E articola il bisogno delle donne di dire BASTA.

Qui trovate il suo bellissimo articolo. Eccone intanto l'appello finale, tradotto.

"Ma cosa possono fare di concreto le donne italiane? Un passo importate è far conoscere le voci di dissenso; un compito difficile considerato che la vera libertà di stampa è limitata a pochi giornali indipendenti e, questo è importante, a internet. Dobbiamo iniziare a lavorare a una sistematica documentazione dei casi di discriminazione contro le donne.

Abbiamo anche bisogno di una maggiore organizzazione. I gruppi esistenti che potrebbero meglio condividere e impegnarsi nel dissenso (come il Partito democratico all'opposizione, che sembra distratto dalle battaglie interne) non sono stati sensibili ai molti segnali dal basso. Le donne devono esercitare molte più pressioni sui partiti di opposizione affinché rappresentino le loro richieste.

Ma soprattutto le donne (e gli uomini) che si oppongono al sessismo devono prendere posizione con più sicurezza. Il nostro Paese, per lungo tempo definito dalla sua antiquata attitudine nei confronti delle donne, è pronto a scendere in piazza"
Chiara Volpato, New York Times, 26 agosto 2009


ps: Sì, Spolitica è tornata dalle vacanze. La foto in alto è di Marco Mazzei.