lunedì 30 novembre 2009

Rom, se anche il Pd rinuncia alla politica

Questo post è stato scritto per il blog de iMille. Lo riprendo qui

Centosessantasette: 1-6-7. Sono gli sgomberi di campi rom e sinti effettuati a Milano dalla giunta Moratti. L'ultimo è stato giovedì 26 novembre: la polizia ha costretto un gruppo di 30 rom romeni ad andarsene da una caserma abbandonata in zona Forlanini (tra la tangenziale e l'areoporto di Linate per intendersi, non certo un paradiso). La maggior parte dei rom veniva dal campo abusivo di via Rubattino, un'altra zona periferica e degradata di Milano, da cui erano stati sgomberati il 19 novembre. La decisione di chiudere il campo di Rubattino ha suscitato polemiche in città: in via Rubattino abitavano molti bambini, che così hanno dovuto cambiare scuola. I genitori dei loro compagni di classe e le maestre avevano chiesto di non interrompere il percorso di educazione e inserimento dei bimbi, che stava funzionando, ma nessuno ha dato loro ascolto.

A Milano infatti la politica nei confronti dei rom è solo una: sgomberare, sgomberare, sgomberare. Ma come dimostrano il numero degli interventi, 167, e il fatto che le persone si spostano da un'area disastrata e pericolosa all'altra, non è molto efficace. Se ne è accorto anche un consigliere regionale del Pdl, Alessandro Colucci. “Lo sgombero, come si è visto in questi giorni, non può essere una soluzione, è solo una misura parziale: gli zingari, infatti, il giorno dopo si accampano in un’altra area”, ha detto all'indomani della cacciata numero 167. Colucci poi aggiunge: “Il problema dei campi Rom è legato alle aree dismesse e al degrado che viene a formarsi intorno a queste. Uno dei temi da trattare è anche e soprattutto questo: il recupero delle ex aree industriali dimesse, in un’ottica di programmazione territoriale su scala metropolitana”. Delle persone non ci si preoccupa, ma degli interessi immobiliari sì.

Anche alla base dello sgombero drammatico di Ponticelli, nel maggio 2008 a Napoli, c'erano interessi immobiliari molto materiali: un investimento da 67 milioni di euro per il recupero della zona in cui si trovava il campo. Faceva gola alla camorra e purtroppo ha "accecato" anche i locali esponenti del Pd. Lo ha spiegato il corrispondente del Corriere della Sera Marco Imarisio, nei suoi pezzi da Ponticelli e in un libro, “I giorni della vergogna”. Da pressoché tutti gli altri mezzi di informazione, però, quei fatti sono stati spiegati come la supposta reazione della popolazione, esasperata dai rom, al tentato rapimento di un bimba da parte di una zingara. E dalla finta protesta popolare di Ponticelli si è arrivati all'ordinanza del ministro dell'Interno Roberto Maroni di schedare e prendere le impronte a tutti i rom, su base etnica. La storia è “vecchia”, ma vale la pena di ricordarla, perché esemplifica un modo diffusissimo di trattare la questione rom, e dove questo porta: all'esasperazione dei conflitti sociali.

Adesso facciamo un bel salto e andiamo a Pisa. La città toscana, fermamente governata dal Pd, ha promosso il progetto più avanzato in Italia sul fronte dell'integrazione dei rom (lo definisce così il rapporto della Fundamental Rights Agency dell’Unione Europea). Si chiama “Le Città sottili” e prevede l’inserimento abitativo dei Rom e la chiusura dei cosiddetti “campi nomadi”. Elaborato nel 2002, le Città sottili prendeva atto del fatto che “praticamente tutti i rom che vivono sul territorio pisano” (erano circa 450) “appartengono a gruppi che ormai da decenni non praticano più il nomadismo”.

I Comuni della zona pisana si sono impegnati a trovare alloggio alle famiglie rom presenti nei campi. La Società della Salute, l’ente pubblico incaricato dell’attuazione del programma, ha preso in affitto degli appartamenti e li ha poi subaffittati alle famiglie Rom, che dovevano pagare una parte del canone di affitto in base alle effettive capacità economiche. La restante parte del canone veniva pagata dalle amministrazioni locali. Il programma prevedeva anche una specifica assistenza di operatori specializzati per la ricerca di lavoro: man mano che i rom avessero trovato un impiego, avrebbero pagato quote crescenti di affitto. Altri alloggi "minimi" progettati sulle esigenze abitative della famiglie allargate tipiche dei rom, invece, sono stati costruiti ex-novo al posto delle baracche del campo nomadi di Coltano (a Sud della città). Il tutto realizzato e deciso insieme a rappresentanti dei rom.


A sette anni di distanza le “case minime” costruite a Coltano stanno per essere consegnate. Ma il Comune di Pisa ha deciso di chiudere il programma delle Città sottili, che oltretutto non è più stato esteso ai rom arrivati a Pisa dopo il 2002. Significa che il Comune non contribuirà più agli affitti e molte famiglie rom si troveranno sotto sfratto. In più la Giunta comunale eletta a inizio 2008 ha adottato una nuova politica di sgomberi. Anche il centrosinistra – che pure sui rom ha espresso le politiche più avanzate in Italia – cambia idea e ricalca le strategie del centrodestra: spostare il problema un po' più in là, grazie agli sgomberi.

Perché? Sicuramente una politica come quella delle Città sottili richiede soldi. E i comuni, i cui fondi sono stati falcidiati dal governo Berlusconi, ora preferiscono metterli altrove – anche se così si aggravano i problemi. La parola rom, infatti, fa venire l'orticaria al centrosinista, che solo a sentirla teme di perdere voti. E in materia anche il Pd ora preferisce adottare politiche di apparenza. Le politiche dell'apparenza, come le descrive Tommaso Vitale, un sociologo di Milano che si occupa prorio di Rom, seguono questa logica:
1.Le politiche sociali non portano consenso politico
2. Tenere aperti i problemi, ri mestare nel torbido, permette di ottenere consenso
3. Il consenso si crea attraverso iniziative il cui successo si verifica nel brevissimo periodo, meglio se nel presente, se l’azione ha successo per il semplice fatto di farla e non per le sue conseguenze
4. Il consenso si ottiene attraverso una comunicazione pubblica che giustifica l’azione in base ad una logica manichea
5. Interventi semplici, unici (che riducono la varietà degli strumenti da predisporre) aumentano il consenso
6. Il consenso si ottiene attraverso una presenza del politico nei luoghi del disagio
Altrimenti detto: sgomberi e ronde. Il risultato? Il problema è solo rimandato. E alla lunga, politicamente, fa vincere chi specula sulla paura di una "minaccia" sempre presente: destra e Lega.

domenica 29 novembre 2009

Anne Maass: "Un antitrust della politica contro i troppi uomini in parlamento"

La psicologa sociale Anne Maass, insieme alle colleghe Chiara Volpato e Angelica Mucchi Faina, ha proposto di adottare un limite alla presenza degli uomini in politica: oggi in Italia sono l'80% dei parlamentari, la totalità dei primi ministri dalla prima Guerra Mondiale, la (quasi) totalità dei ministri pesanti (Interno, Difesa, Esteri, Economia, Finanza).

Oltretutto le ricerche dimostrano che quando in parlamento ci sono troppi uopmini, si legifera meno sulle questioni sociali e dei servizi alle persone, che invece a parole tutti considerano centrali di questi tempi. Ecco l'intervista su City ad Anne Maass. Cliccate sul testo per ingrandirlo.


Ru486, nuovo stop e vecchie ipocrisie

Il nuovo stop del governo all'uso della pillola abortiva Ru486 in ospedale (si parla di "vendita", ma riguarda solo le strutture sanitarie: non verrà mai distribuita in farmacia), secondo la Commissione sanità del Senato (saldamente in mani ai cattolici), il ministro della Salute Maurizio Sacconi e la sottosegretaria Egugenia Roccella, dovrebbe servire a verificare la compatibilità della pillola con la legge 194.

In realtà è solo un modo per ritardarne l'adozione. Il dibattito, infatti, parte in mala fede: non c'è reale volontà di discutere le modalità d'uso del farmaco. Ma solo di contrastarlo. Ancora una volta si fanno battaglie politche sul corpo delle donne e sulla loro salute. Qui di seguito l'articolo su City in cui spiego brevemente perché. Cliccate sul testo per ingrandirlo.

ps: Ecco cosa vuol dire che la commissione Sanità del Senato è in mano ai cattolici: se tra i membri del Pd, per esempio, c'è Ignazio Marino, cattolico saldamente laico, ci sono anche due teodem: Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi.

lunedì 23 novembre 2009

Kailash Satyarthi, L'uomo che liberava i bambini

L'intervista su City a Kailash Satyarthi, attivista indiano per i diritti civili, che si batte contro il lavoro minorile.

venerdì 13 novembre 2009

L'omofobico spot anti-omofobia della Carfagna

Questo post è stato scritto per il blog de iMille. Lo riprendo da lì.

Alle associazioni glbt gli spot contro l'omofobia della ministra Mara Carfagna sono piaciuti. Il ministero delle Pari opportunità, il 9 novembre scorso, li ha presentati come una grande conquista: è “la prima campagna contro l'omofobia organizzata da un governo in Italia”, ha spiegato orgogliosa la Carfagna, che in passato aveva definito “costituzionalmente sterili” gli omosessuali. Dopo l'affossamento (con voti bipartisan e argomentazioni assurde) del disegno di legge sull'omofobia, questa è la prima risposta concreta del governo alle ripetute aggressioni dei mesi scorsi contro omosessuali e trans. E agli impegni sottoscritti dall'Italia con il trattato di Lisbona. “Un primo segno”, l'ha definito il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso.

A me, invece, sembra l'ennesimo segno dell'omofobia dilagante in Italia. Gli spot, infatti, confermano e convalidano la mentalità che dovrebbero combattere. Tanto per cominciare, non hanno neppure il coraggio di nominare l'omosessualità. Nelle immagini i gay, le lesbiche e i trans non esistono. Si vedono, all'inizio, solo un uomo e una donna, che in qualche modo fanno pensare a una coppia etero. La parte migliore della campagna è quella che segue: paragona l'orientamento sessuale ad altre caratteristiche (fisiche) personali: la somiglianza con i genitori, la grandezza dei piedi. Un messaggio giusto: l'omosessualità è una delle varianti naturali della sessualità umana, una caratteristica come altre delle persone.

Eppure anche questo brandello di messaggio positivo è ambiguo: l'omosessualità viene tacciata di irrilevanza e confinata nel privato. È il trito luogo comune (molto di destra) del “non mi importa quello che fate a letto, l'importante è che non me lo facciate vedere”. Trascura il fatto che l'orientamento sessuale diventa rilevante nel momento in cui qualcuno ti discrimina, o ti accoltella, in suo nome. Fa a pugni con decenni di conquiste dell'orgoglio omosessuale. Rinforza il divieto di esistenza sociale per chi è gay, lesbica o trans.

Per capire la distanza di questa posizione dalle battaglie culturali del movimento glbt, basta confrontare questa campagna con quella della Regione Toscana dell'ottobre 2007, realizzata con la consulenza di Alessio De Giorgi (fondatore di gay.it).


Lì lo slogan era “L'orientamento sessuale non è una scelta”. Quel manifesto aveva fatto discutere, dividendo i sostenitori della teoria secondo cui l'orientamento sessuale è innato da quelli (tra cui molte associazioni lesbiche) che vedono la sessualità come una scelta. Ma in ogni caso rivendicava con chiarezza la differenza e la legittimità della condizione omosessuale.

Lo slogan scelto dalla Carfagna recita: “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Sottintende, cioè, che essere diversi è sbagliato. Oltretutto “diverso” è l'epiteto pruriginoso usato per gli omosessuali. Non dice: essere gay, lesbiche e trans va bene. Ma che l'omofobia – un concetto piuttosto remoto per la maggioranza degli italiani – va rifiutata.

La presentazione della campagna sul sito del ministero è ancora peggio: “Capita ancora troppo spesso che gli omosessuali vengano giudicati non in quanto persone capaci come altre di aiutare e di amare il prossimo, ma in base a un aspetto privato: il loro orientamento sessuale. Vittima di questa superficialità discriminatoria non è solo l’omosessuale, è la società intera. Siamo tutti noi. Perché siamo costretti ad assistere ad aggressioni e molestie contro innocenti, gesti che consideriamo estranei alla vita civile”.

Un'infiorata di pregiudizi
: si sente il bisogno di riassicurare tutti che le persone glbt possono aiutare e amare gli altri. Perché? È quello il dubbio che fa impugnare i randelli agli omofobi? Si parla dell'affettività come di un aspetto privato. Si riduce la violenza omofobica a “superficialità”. Si dice che va evitata perché lejavascript:void(0) aggressioni non sono belle da vedere. Presupposti tutti molto discutibili, anche a volersi mettere dalla parte del senso comune.

In tutto ciò le persone glbt sono sempre vittime senza volto. Anche le immagini dello spot rimandano a questa idea: è ambientato in un'ambulanza, fa pensare a qualcuno che è vulnerabile o ferito. E nessuno dei protagonisti è identificabile come gay, lesbica, trans. Non c'è orgoglio, non c'è neppure il diritto di esserci.

giovedì 12 novembre 2009

Otto Bitjoka: "Lavoriamo in Italia e vogliamo contare"

Otto Bitjoka è un dirigente di banca milanese che si è inventato la fondazione Ethnoland. E' immigrato in Italia dal Cameroun 33 anni fa, ed è fiero delle sue origini bantù. Stufo di sentir parlare di immigrazione senza che nessuno si preoccupi di ascoltare cosa hanno da dire gli immigrati, ha convocato per il prossimo 28 novembre gli Stati generali dell'immigrazione.

Il nome è un omaggio allo spirito della Rivoluzione francese (Bitjoka è anche filosofo e quindi filgio dei lumi), l'intenzione più conntemporanea che mai: far capire all'Italia che senza gli immigrati e le loro sclete non va da nessuna parte. Ecco l'intervista uscita oggi su City.

mercoledì 11 novembre 2009

Lavoratori, ma "clandestini" per legge

Questo post è stato pubblicato da iMille. Lo riprendo qui

L’emergenza sicurezza è ormai sparita da giornali e tv: in compenso è entrata nei codici penali grazie al pacchetto sicurezza varato dal governo e voluto dalla Lega. La traccia più evidente è l’aggravante di “clandestinità”: mette nero su bianco l’equazione “clandestino = criminale”, che rappresenta la più grande vittoria culturale dei leghisti. Il risultato è che “un’infrazione amministrativa (la mancanza di documenti)” fa immediatamente dell’immigrato un “infiltrato di nascosto per commettere chissà quale crimine”, come spiega Giuseppe Faso nel suo Lessico del razzismo democratico.

Lo diamo per scontato anche noi ogni volta che usiamo quelle parole. Peccato che non sia vero. Lo dimostra la più grande ricerca fatta in Italia sui “clandestini”, quella del Naga (un centro milanese che offre assistenza sanitaria e legale anche agli irregolari) in collaborazione con tre ricercatori, Carlo Devillanova (Università Bocconi), Francesco Fasani (University College London) e Tommaso Frattini (Università degli Studi di Milano). Fatta su una banca dati di 47.500 persone su nove anni (dal 2000 al 2008) confuta un bel po’ di luoghi comuni e mette per la prima volta un argine all’abitudine di dire tutto e il contrario di tutto sui migranti senza permesso di soggiorno – tanto non li conosce nessuno.

Lungi dall’essere tutti criminali, i “clandestini” lavorano più di noi e, quasi sempre, per noi. In generale il 62% del campione è occupato: la percentuale sale al 65% tra le donne. Già così significa che gli irregolari lavorano più degli italiani (tra cui il tasso di occupazione è del 59%). Ma se si considera coloro che sono in Italia da almeno tre anni, si scopre che oltre sette su dieci (il 76%) lavorano. La percentuale di occupati in Lombardia (una delle più alte del Paese) è del 71%. Inoltre, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è maggiore che tra la popolazione italiana – tanto per sfatare un altro mito sulla (mancata) emancipazione delle straniere.

Se si guarda al tipo di lavoro, si scopre che la maggioranza delle donne (81%) è occupata nei servizi di collaborazione domestica (pulizie a domicilio, assistenza agli anziani, baby sitting) e nelle imprese di pulizie. Gli uomini si dividono soprattutto tra muratori, artigiani o operai specializzati, occupati in attività commerciali e servizi e addetti alle pulizie.

Il quadro è molto più roseo della propaganda sulla sicurezza che vuole i clandestini solo puttane o spacciatori. Eppure le ombre non mancano: gli irregolari infatti fanno lavori molto de-qualificati rispetto al loro livello di istruzione, “servili” dice il direttore sanitario del Naga Stefano Dalla Valle. Il 70% delle donne con una formazione universitaria, ad esempio, lavora come collaboratrice domestica; il 49% degli operai edili ha almeno un livello di istruzione superiore. Uno spreco, in un Paese come il nostro che soffre la perenne mancanza di tecnici.

Ma il rapporto del Naga racconta qualcosa di più. A partire dal 2003 la permanenza media dei migranti irregolari è aumentata: la percentuale degli immigrati con meno di un anno permanenza è scesa dal 53% del 2003 al 25% del 2008. Quella di chi ha una permanenza tra uno e due anni è rimasta grosso modo intorno al 20%, mentre tutti i tre gruppi con maggiore “anzianità migratoria” sono molto aumentati. In particolare, quelli qui da 4 o più anni sono aumentati dal 10% nel 2003 al 30% nel 2008. Di solito i migranti, quando smettono di essere irregolari, smettono anche di andare al Naga e si rivolgono alle Asl.

Detto altrimenti, dall’esplosione della questione sicurezza per gli immigrati è diventato sempre più difficile uscire dalla clandestinità. C’è un’ipocrisia di fondo nel dibattito italiano sull’immigrazione: non si dice che praticamente l’unico modo per lavorare qui è entrare da clandestini. Le leggi (anche quelle fatte dal centrosinistra) da anni prevedono che venga rilasciato il permesso di soggiorno solo a chi è stato assunto mentre è ancora nel suo Paese. Ovvero se mia nonna ottantenne sta male, io devo trovare Tizio o Caio in Ucraina, Egitto o nelle Filippine, e senza conoscerlo decidere di affidargliela – aspettando un anno perché gli spediscano il permesso e possa arrivare. Vorrei sapere chi lo fa.

I paletti messi dal centrodestra alle altre forme di ingresso (sponsor, ricongiungimenti familiari) ha reso praticamente nulle le alternative alla irregolarità. Di fatto, in Italia, è la legge a creare “la piaga della clandestinità”. E, con il pacchetto sicurezza, a trasformare lavoratori senza permesso di soggiorno in criminali.