
La disoccupazione in Italia è più bassa che in Europa: 7,4% contro il 9,7% della zona euro. Bene, si dirà. Se però si vanno a vedere meglio i dati si scopre che in Italia c'è un'enorme differenza tra giovani e adulti. Un ragazzo su quattro, infatti, è disoccupato: tra gli under 24 il 24% è in cerca di lavoro. Una percentuale molto più alta che nel resto d'Europa.
Non solo, numerose ricerche (come quella della Banca d'Italia) hanno dimostrato che nel nostro Paese c'è sempre più differenza tra i salari dei giovani e quelli dei lavoratori anziani. I nostri stipendi medi sembrano più alti perché gli over 50 sono pagati molto più che nel resto d'Europa, soprattutto in confronto con i venti e trentenni, che invece hanno stipendi (e condizioni di lavoro) da fame. Inoltre i loro salari sono destinati a crescere meno di quelli dei loro genitori. I padri stanno meglio dei figli.
Per non parlare delle figlie: quelle sono messe proprio male. La ministra Mara Carfagna forse non se ne è accorta, ma nell'ultimo rapporto del World Economic Forum l'Italia è scesa dal 67° al 72° posto nel mondo nella classifica delle disuguaglianze di genere. L'Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede di poco la Tanzania ed è terzultima in Europa, riassume il Corriere della Sera. Perché?
"A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice su «partecipazione e opportunità nell'economia» (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878".In questo Paese essere donne giovani conviene molto poco. E la vera differenza, nel lavoro, sarà sempre di più quella tra genitori e figli. La cosa che mi ha colpito, è che questa condizione è forse il minimo comun denominatore degli italiani, "nuovi" o "vecchi" che siano. Ecco cosa scriveva Randa Ghazy, scrittrice ventenne figlia di genitori immigrati dall'Egitto, su Internazionale della scorsa settimana:
"Trovo raccapricciante l’omicidio di Sanaa, la ragazza d’origine marocchina uccisa dal padre perché conviveva con un italiano: è l’ennesima dimostrazione di come le donne siano ancora usate come strumento di ostentazione per uomini desiderosi di difendere il loro onore e la loro virilità. Fatti come questo sono raccapriccianti perché dimostrano un tragico divario culturale tra genitori e figli nei casi di integrazione mancata.
Ci sono, però, anche altre cose che mi fanno arrabbiare. L’11 ottobre un uomo di Osimo, in provincia di Ancona, ha accoltellato la figlia perché si era messa con un albanese. Due anni fa a Monza un direttore di banca in pensione ha sparato al figlio gay perché, a suo dire, era una “persona problematica”. Quindi, perché non analizziamo questi episodi di violenza familiare da un punto di vista sociologico? Perché diventano solo un’occasione per attaccare i musulmani?"
Una riflessione simile - ma dal punto di vista del rapporto tra i generi - era stato fatto da alcune intellettuali come Chiara Volpato, Anne Maas e Angelica Mucchi Faina. Può sembrare strano accostare i dati economici a queste riflessioni sulle violenze. Ma si tratta di fenomeni solo apparentemente diversi: mostrano tutti che in Italia c'è un crescente abisso tra generazioni e generi. Forse dovremmo ricominciare a ripensare tutti a che tipo di Paese stiamo costruendo.


